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Massimo-Sarmi

Fs e Poste viaggiano insieme nella logistica

Si parte. Nasce oggi “Italia Logistica” la joint-venture tra Ferrovie dello Stato e Poste Italiane per creare un polo nazionale di logistica integrata che punta a collocarsi fin da subito tra i primi operatori di mercato in Italia.
Con le firme apposte sotto l’intesa dagli amministratori delegati Mauro Moretti (Fs) e Massimo Sarmi (Poste) “Italia Logistica”, parte con una pianta organica “snella”, come è stato detto nel corso di una conferenza stampa. Saranno circa un centinaio di addetti, per un giro d’affari di 70 milioni di euro che già alla fine dell’anno potrebbe arrivare a 86-87 e nel giro di tre-quattro anni a 100-120 milioni.

La joint-venture è paritetica e nasce attraverso l’integrazione tra le attivita’ di Omnia Logistica (gruppo Fs) e quelle di Sda Logistica (gruppo Poste Italiane). “Poste Italiane e Ferrovie dello stato” ha rilevato Massimo Sarmi “hanno messo in comune il loro patrimonio di esperienze logistiche e tecnologiche per dotare il Paese di un importante polo logistico, utile per la crescita delle imprese e in grado di competere con i maggiori player europei. Con Italia Logistica - ha aggiunto Sarmi - si conferma la vocazione di Poste Italiane a fare sistema e di offrire servizi ad alto valore aggiunto. In questo modo possiamo rispondere sempre meglio alle aspettative dei nostri clienti, siano essi privati cittadini, imprese o pubblica amministrazione”.
“Il treno percorre” ha detto l’amministratore delegato di Fs Mauro Moretti “medie e lunghe distanze, creando importanti economie di scala e abbattendo i costi esterni e l’impatto sull’ambiente ma non puo’ arrivare fin sotto casa e neppure dentro ogni stabilimento. Per questo, dopo avere intrapreso una strategia di razionalizzazione e rilancio del settore merci e dopo aver focalizzato la sua attenzione sui porti con l’acquisizione del sesto modulo di Genova-Voltri, il gruppo Ferrovie aggiunge un altro tassello alla sua offerta integrandosi con Poste Italiane”, in questo progetto.
La nuova Italia logistica sfrutterà a pieno le due infrastrutture (centri sul territorio, treni, mezzi su gomma, aeromobili) e conta di inserirsi “in un mercato che”, secondo Riccardo Sciolti la prima guida di questo nuovo soggetto, “è assolutamente dominato dai player stranieri”.

Il VIDEO servizio:

Aerei delle Poste, a che servono se non li utilizzano?

Un aereo della compagnia Mistral Air che fa capo alle Poste italiano
di Daniele Martini

Perché le Poste hanno comprato cinque aerei e non li utilizzano? Perché hanno messo su una compagnia aerea, la Mistral, con tanto di amministratore, presidente, consiglio e un centinaio di dipendenti, lasciando poi che le lettere venissero trasportate quasi esclusivamente dalla Air One e dall’Alitalia? Perché alla sua azienda dei voli, la casa madre postale guidata da Massimo Sarmi ha riservato solo le briciole della corrispondenza con un volo da Fiumicino per Cagliari e Alghero, che oltretutto è uno dei meno redditizi di tutto quel business?
Perché quando si è trattato di affidare la gestione del trasporto aereo delle lettere le Poste hanno invitato alla gara diverse aziende, ma non la compagnia di cui sono proprietarie? Perché, per non morire di noia, l’amministratore della Mistral, Valerio Vaglio, e il presidente, Francesco Pizzo, si sono dovuti riciclare come trasportatori di fedeli in mezzo mondo, da Lourdes a Czestochowa, al Sinai, stipulando un accordo con l’Opera pellegrinaggi del Vaticano? E, infine, perché se le Poste italiane, a differenza di quelle di altri paesi, a cominciare dalla Francia, non sanno proprio che farsene di una compagnia aerea, non la vendono al miglior offerente?
Si potrebbe continuare con le domande, perché la Mistral è la compagnia aerea più singolare del mondo. Sulla carta è attiva dal 2002, quando fu acquistata dalla olandese Tnt per decisione dell’allora amministratore del gruppo postale, Corrado Passera, al prezzo di circa 10 milioni di euro. In realtà non ha mai funzionato come avrebbe potuto.
Nel progetto di Passera l’acquisizione di una compagnia aerea avrebbe dovuto essere l’anello di una nuova rete postale basata su decine di centri di smistamento della corrispondenza collegati a un sistema di aeroporti medi e minori serviti, appunto, dai jet. Dopo poco, però, Passera lasciò le Poste e il suo successore l’idea della Mistral non l’ha mai digerita e ha lasciato la compagnia come in un limbo. In queste condizioni si trova ancora, a 6 anni di distanza.
Di fronte a un utilizzo così anomalo, nel frattempo alla porta dell’amministratore del gruppo postale si sono fatti avanti diversi potenziali compratori: da una società aerea che ha in appalto l’opera di spegnimento degli incendi a un imprenditore torinese, a una banca popolare del Nord. Ora sta bussando un gruppo romano che ha già inviato a Sarmi un bel pacchetto di lettere, senza ottenere risposta, però.
Al momento la compagnia delle Poste ha cinque aerei, velivoli belli e grandi, non “aeroplanini” di serie B: tre 737 della Boeing e due Bae 146 della British Aerospace.
Questi ultimi volano ancora con la livrea arancione della Tnt, grande gruppo postale e del trasporto merci olandese che fa concorrenza alle Poste anche in Italia. Gli altri tre hanno fatto il loro ingresso nella compagnia un anno fa circa e ognuno ha un utilizzo diverso e modesto. Uno vola la notte da Roma a Palermo per la Sda, società postale in concorrenza con Tnt, il secondo trasporta passeggeri con base a Malpensa, ma non viene utilizzato come cargo per la corrispondenza, il terzo è dedicato alla posta ma invece di servire le rotte strategiche da Roma per il Nord e viceversa viene quotidianamente spedito in Sardegna.
In compenso le Poste per trasportare la corrispondenza si servono di 60 voli alla settimana dell’Alitalia e di una settantina dell’AirOne.

Manager che contano: i valzer del Palazzo fanno ballare anche le aziende pubbliche

[i](Credits: Ansa)[/i]
L’appuntamento è di quelli che creano scompiglio anche tra le coalizioni di governo più affiatate. Per questo il buon senso dice che sarebbe il caso di rinviare la scelta a dopo le elezioni politiche del 13 aprile, se non fosse che sulla partita delle nomine pubbliche vigila un arbitro come la Borsa che non vede di buon occhio il fatto che si resti nell’incertezza per tanto tempo. Il risultato? Riconfermare o sostituire i grandi manager pubblici di Eni, Enel, Finmeccanica e Terna sarà quest’anno più arduo del previsto.

Un primo assaggio della gran mole di interessi che circonda la partita si è avuta dallo stesso premier uscente, Romano Prodi, che ha detto chiaramente che “si cercherà di raggiungere con un accordo, o quanto meno avere un approfondito scambio, con l’opposizione”. Il percorso si annuncia però più tortuoso del previsto. Infatti se finora il leader del partito democratico, Walter Veltroni, aveva mantenuto una posizione defilata, negli ultimi giorni avrebbe inviato segnali per niente velati sul fatto di volere voce in capitolo in scelte strategiche per i big di Piazza Affari controllati dallo Stato. Nel dubbio che le prossime lezioni le possa vincere il Pd, meglio non rischiare di trovarsi manager scomodi tra i piedi.

Questo significa che la fila di chi spinge per avere incarichi pubblici crescerà, e un accordo su tre tavoli in una materia del genere potrebbe complicare non poco le cose. Al momento l’unico manager che gode di buone entrature sia nel centrodestra che nel centrosinistra è l’amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, che peraltro si è guadagnato la riconferma con l’operazione spagnola su Endesa. Più difficile che possa rimanere al suo posto il presidente del gruppo elettrico, Piero Gnudi. Bolognese come Prodi avrebbe avuto più chance se l’inquilino di Palazzo Chigi non fosse cambiato. Ora la sua posizione è in bilico e si vocifera che il suo posto possa essere preso dall’avvocato Augusto Fantozzi. E comunque il grande sogno di Gnudi resta la Rai.
Buone le prospettive anche per Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni, che fu messo alla guida del cane ai sei zampe proprio dal governo Berlusconi. Il manager ha continuato a mantenere buoni rapporti con tutti gli schieramenti, ma le vicende in campo internazionale potrebbero pesare sulla riconferma. Non è escluso che possa crescere qualche seconda linea del gruppo Eni.
Il ritorno in campo di Silvio Berlusconi aumenta la chance per il presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, molto vicino al centrodestra. Se fosse rimasto Prodi, era certo il passaggio di consegne con l’attuale condirettore, Giorgio Zappa. A Guarguaglini, al limite, sarebbe stato offerto solo il ruolo di presidente. Ora le carte si rimescolano.
Resta in pole position anche l’amministratore delegato di Terna, Flavio Cattaneo, sostenuto soprattutto dalle fondazioni bancarie presenti dalla Cassa Depositi e prestiti che controlla il 29,9% del gruppo elettrico. Il Tesoro non avrebbe invece sciolto la riserva. Più a rischio il presidente di Terna, Luigi Roth. Chi invece pare sia destinato a essere sostituto è il numero uno di Poste Italiane, Massimo Sarmi, così come quello di Tirrena, Franco Pecorini. Sui sostituiti ancora non c’è un consenso condiviso. Ma c’è da giurare che anche le altre partite potranno riservare belle sorprese.

Disservizi pubblici: Poste bocciate all’esame di puntualità

Un deposito con sacchi di posta da smistare

di Daniele Martini

Da una via all’altra di Biella solo una lettera su due arriva puntuale. Idem a Salerno. A Lucca la percentuale di puntualità sale un po’, ma non di molto: 57 per cento. In 49 città su 110 la posta giunge in ritardo alla destinazione finale, distante in qualche caso solo poche centinaia di metri, non rispettando l’indice di qualità che l’amministratore delle Poste italiane, Massimo Sarmi, e il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, hanno concordato come accettabile per considerare il servizio pubblico discreto.
In pratica un capoluogo di provincia su due è servito male; solo nelle metropoli come Milano o Roma i recapiti sono quasi sempre tempestivi e le Poste in grado di rispettare in pieno lo standard riassunto dalla formula «89 per cento in J più 1», che significa: l’89 per cento delle lettere dovrebbe essere consegnato dal postino al destinatario il giorno successivo a quello della spedizione.
Dalla città alla provincia il livello concordato tra Poste e ministero è meno vincolante, scendendo a 85 per cento in J più 1, ma la tempestività postale non migliora, anzi. Da Bergamo a Treviglio solo il 51 per cento delle missive è puntuale, da Pisa a Cascina, comuni uniti da una strada, il 57 per cento, da Massa a Carrara, due località praticamente attaccate, una lettera su tre è fuori tempo massimo e tra Asti e Canelli la puntualità è ugualmente scadente.
Quando poi le lettere seguono il percorso inverso, imbucate nei centri della provincia con destinazione il capoluogo, le prestazioni peggiorano ancora: da Montesarchio a Benevento arriva per tempo solo il 36 per centro delle spedizioni, da Cossato a Biella il 39, da Melfi a Potenza il 48, da Crema a Cremona il 57.
Anche nelle tratte regionali, tra capoluogo di regione e capoluogo di provincia, tipo Napoli-Avellino o Firenze-Lucca, il servizio è modesto e su 26 casi presi in esame solo in 2 (Milano-Lecco e Torino-Vercelli) è accettabile.
Ma la Waterloo postale si verifica quando una lettera spedita da una regione deve essere consegnata in un’altra. In questi casi lo standard minimo di qualità concordato scende di altri 5 punti, dall’85 all’80 per cento. E nonostante ciò su 163 tratte esaminate solo 15 hanno rispettato i tempi di consegna previsti, meno del 10 per cento. Le missive spedite da Trento, Bolzano e Aosta verso Napoli, per esempio, arrivano in orario appena 39 volte su 100, con uno scarto di 41 punti dallo standard minimo.
Il dettagliato monitoraggio del servizio postale è stato effettuato dalla Izi, società specializzata in metodi di analisi e valutazioni economiche che per 6 mesi, da gennaio a giugno 2007, ha tenuto sotto osservazione i percorsi e i tempi di consegna di oltre 55 mila lettere su tutto il territorio italiano. Alla fine gli analisti hanno emesso un verdetto severo, espresso nel rapporto confidenziale consegnato al ministro Gentiloni di cui Panorama è entrato in possesso: «Il servizio della posta non massiva (ex corriere prioritario) non ha conseguito gli obiettivi di qualità».
Il dato finale di sintesi contenuto in quel dossier è negativo, inferiore dello 0,6 per cento rispetto agli indici di qualità fissati, ma non la dice tutta sulla natura delle prestazioni, che purtroppo nella realtà sono ancora più scadenti.
Su quella cifra del rapporto Izi, infatti, pesano in maniera determinante i volumi delle metropoli, dove il servizio è buono e puntuale, quantità così gigantesche di lettere da riuscire a correggere al meglio la statistica complessiva nazionale, come nella storiella dei polli di Trilussa.
Le Poste guidate da Sarmi hanno puntato i loro sforzi proprio sulle grandi città, dove grazie alla conformazione territoriale l’organizzazione delle consegne è più agevole e con un solo postino, per esempio, si servono molti abitanti. Ma fuori dai grandi centri, in tutto il resto della Penisola, in buona parte degli 8.100 comuni, il servizio rimane traballante, percepito come insufficiente dai clienti, che infatti mostrano un’insoddisfazione diffusa.
Se dovessero essere adottati criteri più stringenti di valutazione, per i tempi di consegna e riguardo al peso da attribuire alle varie tipologie di lettere e tratte, così come stanno studiando per il futuro gli uffici della direzione del ministero delle Comunicazioni, risulterebbe ancor più evidente l’affanno dell’azienda di Sarmi nei confronti della sua ragione sociale principale, che fino a prova contraria resta quella del recapito della corrispondenza.
In pratica stanno venendo al pettine nodi strutturali di organizzazione del servizio. La distribuzione delle lettere è concentrata sugli aerei che fanno perno sui grandi scali, come Malpensa o Fiumicino, così che le metropoli risultano avvantaggiate, ma il resto della Penisola ne risente.
La rete distributiva probabilmente andrebbe rafforzata puntando, per esempio, anche su scali minori, situati in aree nevralgiche per densità abitativa e per attività economiche presenti. Ma la società delle Poste i contratti non li fa. Forse bisognerebbe che l’azienda di Sarmi attivasse rapporti con più compagnie aeree, oppure decidesse di lanciare la sua compagnia, che esiste ma è stata lasciata sulla carta.
Per una volta tanto lo svantaggio postale non grava in misura più accentuata sul Sud, la qualità è modesta ovunque e anzi appaiono più penalizzate le aree a sviluppo intenso, dove la lentezza postale è vissuta dalle imprese come uno dei tanti handicap competitivi rispetto alla concorrenza europea, al pari di quelli stradali, autostradali e ferroviari.
Le Poste sono una società di proprietà del ministero dell’Economia e il compito prioritario è la consegna della corrispondenza su tutto il territorio nazionale, dalle metropoli ai luoghi più sperduti, in omaggio a un principio di civiltà e di efficienza sintetizzato con la definizione di «servizio universale», regolato da un minuzioso contratto di programma concordato tra l’azienda postale e il ministero delle Comunicazioni e pagato quest’anno dallo Stato con un esborso di circa 300 milioni di euro.
In questi ultimi anni, invece, la società guidata da Sarmi è come se avesse sottovalutato la sua missione storica, concentrandosi su altro, dalle assicurazioni al credito, dall’informatica ai telefonini, ottenendo in qualche caso risultati notevoli, utili soprattutto ai fini di bilancio, ma rafforzando l’impressione di trascurare, nei fatti, il servizio postale classico, considerato alla stregua di un fastidioso lascito del secolo passato, più da sopportare che da sviluppare.
Sarmi, in sostanza, ottiene risultati, ma in territori distanti dalle lettere, seguendo una strategia che lo sta portando in rotta di collisione con il ministro Gentiloni.
Poste Vita è ai primi posti nella classifica delle maggiori assicurazioni italiane e Banco Posta è al primo posto tra le banche «retail» potendo contare, oltretutto, sul bacino quasi naturale di clienti rappresentato dagli oltre 23 milioni di pensionati che in gran parte si recano mensilmente alle Poste per riscuotere il loro assegno. E ora che la società di Sarmi si è buttata anche nel mercato dei telefonini, mettendoli opportunamente in collegamento con i servizi finanziari, c’è da aspettarsi un nuovo boom.
Il Financial Times ha riconosciuto che quello italiano è il servizio postale più redditizio d’Europa, risultato dovuto «in gran parte alla divisione per i servizi finanziari», come ha sottolineato in un’intervista lo stesso amministratore delegato.
La rivista Fortune ha inserito le Poste italiane tra le 10 società più apprezzate nel mondo per la logistica. E la Cisco, grande società di servizi internet, ha conferito all’azienda pubblica italiana il premio 2007 per la miglior rete Ip aziendale, definendo le Poste «leader europeo per la posta elettronica ibrida e per il trattamento dei documenti».
A giudizio di molti analisti del ramo, però, i vantaggi conseguiti con i nuovi business non hanno accompagnato il miglioramento del servizio postale in senso stretto. Anzi, sta diventando sempre più stridente il contrasto tra il buon andamento delle nuove aree di affari e il ristagno nelle attività tradizionali.
In seguito ai risultati tutt’altro che lusinghieri ottenuti nel 2007, la società guidata da Sarmi rischia una multa severa da parte del ministero delle Comunicazioni. In base all’articolo 13 del nuovo contratto di programma, le Poste potrebbero subire una penale fino a 1,5 milioni di euro. Determinanti saranno i dati di fine anno ancora in fase di elaborazione.
La previsione è che difficilmente i risultati postali degli ultimi mesi potranno modificare radicalmente l’andamento negativo nel resto dell’anno. I blocchi stradali e autostradali prima di Natale, infatti, hanno influito anche sul servizio postale rallentandolo. Una sanzione comminata dal ministero alle Poste alla vigilia della decisione del governo sul rinnovo del vertice aziendale, prevista per l’inizio della primavera, non sarebbe un buon viatico per l’eventuale riconferma di Sarmi.

Francobolli addio. Nel pacco postale ci sono prestiti, telefoni, polizze

[i](Credits: Poste italiane)[/i]
Concede prestiti e mutui ma non è una banca. Stipula polizze vita e danni ma non è un’assicurazione. Non è un neppure un operatore tlc eppure consente di attivare linee telefoniche. Così come vende libri e cd ma non è una libreria. Si potrebbe andare avanti ancora per molto perché a Poste italiane si sono inventati veramente di tutto negli ultimi anni per aumentare i ricavi in vista della scadenza del 2011 quando il servizio postale sarà completamente liberalizzato e sul mercato italiano potranno entrare colossi del calibro della francese La Poste, dell’inglese Royal Mail e Deutsche Post.
Un appuntamento cruciale per la società ancora controllata al 100% dal Tesoro dopo i fallimenti dei progetti di privatizzazione. Il governo Prodi ha rimesso nel cassetto il dossier quotazione in Borsa proprio a causa della minaccia di un drastico calo del fatturato con l’arrivo dei nuovi concorrenti. Perché se è accertato che il tasso di redditività per il gruppo guidato da Massimo Sarmi, che si colloca intorno al 16%, è ai primi posti tra i grandi operatori postali d’Europa, è anche vero che i tempi di consegna della corrispondenza sono ancora sotto la media europea e sui ritardi sta addirittura indagando la Procura di Roma.
Secondo una recente indagine del Codacons sulla posta prioritaria, solo il 45% delle missive spedite dalla sede di Roma alle sedi regionali dell’associazione dei consumatori, sono arrivate nei tempi previsti. La delibera del ministero delle Comunicazioni del 13 marzo 2006 fissa in un 1 giorno lavorativo il tempo richiesto per la consegna di una missiva prioritaria nell’88% dei casi. Ovvero 88 corrispondenze su 100 dovrebbero essere consegnate in 24 ore. Una situazione di cui cercheranno di avvantaggiarsi i concorrenti europei che già fanno meglio sui loro mercati di riferimento.
Al quartier generale di Poste Italiane l’allarme è massimo. Per questo motivo si sono dati un obiettivo ambizioso: le nuove attività, come a esempio il postino telematico, l’e-commerce e l’operatore mobile virtuale subiranno un forte slancio e nel 2010 contribuiranno per il 13% ai ricavi totali, a fronte del 9% di fine 2007.
La situazione dovrebbe migliorare anche grazie all’alto il livello di investimenti. Alla fine dell’anno le risorse impegnante si attesteranno a 651 milioni, a fronte dei 518 milioni del 2006. Gli investimenti toccheranno quota 781 milioni il prossimo anno, 765 nel 2009 e 751 l’anno successivo.
Inoltre Poste Italiane conta sul fatto che è l’unico tra gli operatori europei a possedere e gestire direttamente il 100% della rete di sportelli. In Olanda e in Gran Bretagna, ad esempio, la stragrande maggioranza degli uffici viene gestita da terzi. Sembrerebbe poi definitivamente accantonato il progetto di chiudere gli sportelli postali ubicati nei comuni con meno di 500 nuclei famigliari. Nel periodo 2003-2006 gli uffici in Italia sono addirittura aumentati dello 0,8 per cento.
Un impulso ai ricavi di Poste Italiane arriverà sicuramente dal lancio della telefonia mobile. Il gruppo è stato uno dei primi operatori mobili virtuali ad avviare il servizio grazie a un’intesa con Vodafone con l’obiettivo di conquistare 2 milioni di clienti e conseguire 500 milioni ricavi. Il servizio consente anche di fare operazioni sul conto Bancoposta e trasferire denaro.
Marciano già a gonfie vele la vendita di prodotti finanziari, mutui e assicurazioni grazie ad accordi con le banche mentre la sfida per il futuro per Poste Italiane è quella di diventare un istituto di credito a tutti gli effetti. Abi consentendo. Sarmi punta a raggiungere l’obiettivo in tempi brevi ma finora la ricca lobby dei banchieri si è mossa bene per frenare un concorrente così radicato su tutto il territorio. La sfida continuerà nei prossimi mesi ma non è detto che il governo decida di rinnovare il mandato al manager che è in scadenza con l’approvazione del bilancio 2007.

Poste, ma quanto ci costa una lettera scomoda?

Ufficio postale
Ma quanto costa davvero il servizio universale postale? Cioè qual è il prezzo giusto che lo Stato dovrebbe pagare all’operatore pubblico o privato per assicurare la consegna di lettere e pacchi a tutti i cittadini, compresi gli abitanti delle località sperdute e lontane, integrando le eventuali perdite connesse al mantenimento di prestazioni considerate economicamente non vantaggiose? Finora lo Stato ha pagato circa 370 milioni di euro all’anno alle Poste italiane come indennizzo per il mantenimento del servizio. E le Poste oggi guidate da Massimo Sarmi si sono lamentate in più di un’occasione accusando il governo di non sborsare per intero e nei tempi prefissati le somme pattuite.
Ora si scopre, però, che quegli importi pagati probabilmente sono eccessivi.
Uniposta, il nuovo operatore postale privato posseduto in parti uguali da ex manager di Poste italiane, da Ilte dello stampatore Vittorio Farina e dalla società Omnia, si fa avanti per lo svolgimento di almeno due fasi del servizio universale, la raccolta e la consegna della corrispondenza, a costo zero, cioè senza pretendere un soldo dallo Stato. In un dossier interno preparato in vista dell’invio di una richiesta formale al governo per l’apertura di una gara pubblica per il conferimento delle varie fasi del servizio universale, Giuseppe Pantano, il presidente di Uniposta, ha calcolato che quel servizio in pratica si autofinanzia, costando al massimo 160 milioni di euro e assicurando almeno 150 milioni di ricavi.
Pantano ha calcolato che le località marginali da servire siano circa 5 mila sparse su tutto il territorio nazionale abitate in totale da 4 milioni di abitanti. Per ognuno di essi ha ipotizzato una movimentazione di 70-80 pezzi postali all’anno a fronte dei 118 della media nazionale con un ricavo unitario di 0,50 euro a pezzo. Per il recapito ha ritenuto che possano essere utilizzati 2.500 portalettere con un costo del lavoro annuo di 25 mila euro a testa per un totale di circa 60 milioni. Per la raccolta ha ritenuto che possano essere sufficienti 2.000 lavoratori con un costo complessivo di 50 milioni, mentre per lo smistamento e il trasporto di 300 milioni di pezzi all’anno ad un costo unitario di 0,05 euro sono necessari 15 milioni. Aggiungendo a queste tre voci altri 35 milioni di costi vari, il totale arriva a 160 milioni di euro a fronte dei quali i ricavi sarebbero 150 milioni (300 milioni di pezzi al prezzo di 0,50 ogni pezzo).

Prioritaria o no? Per Poste un dilemma da 9 milioni di euro

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/vanz/]Vanz[/url] by Flickr)[/i]
Da quando, il 20 maggio di un anno fa, fu deciso l’aumento del 33 per cento della tariffa per la spedizione delle lettere, si è aperto non solo un problema relativo al funzionamento del servizio, ma anche una questione di tipo semantico. La tariffa unica di 0,60 euro viene pagata dai clienti per la posta prioritaria o per la posta ordinaria di nuovo tipo? E se è sopravvissuta la posta prioritaria, questa è prioritaria rispetto a che cosa? Sembra una faccenda di lana caprina, ma lo è fino ad un certo punto.
L’amministratore delegato di Poste, Massimo Sarmi, e i suoi più stretti collaboratori si rendono conto dell’incongruenza, tanto che hanno programmato un rebranding della posta prioritaria, cioè un cambiamento di nome e marchio. Un’operazione per la quale è stata preventivata una spesa di “ulteriori 9 milioni di euro in extra budget”. Secondo il progetto originario il rebranding doveva essere sviluppato entro maggio, ma probabilmente questa scadenza non sarà rispettata. Nel frattempo, infatti, c’è stato un avvicendamento proprio ai vertici della direzione corrispondenza che, inevitabilmente, sta producendo un rallentamento: al posto di Riccardo Camia, che resta amministratore di Postel, si è insediato Giovanni Cuturi ex direttore della direzione Immobili ed acquisti e successivamente solo degli Acquisti.
Posta prioritaria è stato uno dei prodotti postali di maggiore successo in questi anni. Fu inventato ai tempi della direzione di Corrado Passera da un manager, Giuseppe Pantano, uscito dall’azienda alcuni mesi fa in polemica con l’amministratore Sarmi.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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