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Antonio D'Amato con sullo sfondo una foto di Marco Biagi (Credits: MARCO MERLINI/LAPRESSE)
È stato al centro di numerose battaglie. Ha messo in difficoltà governi, mobilitato piazze di protesta. Morire importanti personalità politiche per tentare di cambiarlo. È l’articolo 18, e il primo grande movimento contrario alla sua permanenza nell’ambito del diritto del lavoro italiano risale al 2001, quando l’allora presidente di Confindustria Antonio D’Amato, forte dell’appoggio del secondo governo Berlusconi appena insediatosi, decise di dare fuoco alla miccia. Continua

Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi
«L’articolo 8 della manovra finanziaria sulla contrattazione aziendale fa parte di una linea guida, da tempo perseguita, che potremmo sintetizzare con “meno
Stato più società, meno legge più contratto, meno forma più sostanza” per far crescere le imprese e il lavoro». Lo dice Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro e delle politiche sociali, in un’intervista pubblicata su Panorama in edicola da giovedì 8 settembre. Una norma che Sacconi definisce «rivoluzionaria» e che,
secondo il ministro, cambierà i rapporti sindacali: «L’Italia ha davvero la possibilità di uscire dal Novecento ideologico». Continua


Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi
di Stefano Vespa
«Abbiamo iniziato un percorso solido e strutturale sulla spesa, che è la premessa della riduzione della pressione fiscale. Però è un percorso che non tollera discontinuità, altrimenti la Grecia è dietro l’angolo». Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro e senatore del Pdl, in questa intervista a Panorama insiste sulla necessità della stabilità, è certo della continuità del governo «perché non vi è alternativa politica in grado di mantenere il controllo della spesa pubblica» e ribadisce la necessità di collegare i salari alla produttività. Continua


di Oscar Giannino
Aveva problemi Ezio Vanoni con Alcide De Gasperi, figuriamoci oggi che i tempi sono ben diversi. È questa la reazione che si coglie da Giulio Tremonti sul tanto ordire e macchinare a proposito del suo futuro politico, della presunta infedeltà al premier, di quel che pensi davvero e di quel che dica e faccia dire. È un anno che la barca del centrodestra, dopo la rottura tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, balla scossa da venti sempre più formidabili. Ma a speculare su vere o presunte rotture animate da Tremonti sono da sempre o nemici esterni o qualcuno nel governo e nella maggioranza che ancora non ha capito l’aria che tira sui mercati. Continua

Una donna in un ufficio pubblico fotografata oggi 06 giugno 2010 (ANSA/FRANCO SILVI)
La pacchia è finita. Prima o poi doveva accadere, dopo i numerosi diktat da Bruxelles. Non siamo più la felice eccezione del Vecchio Continente: anche in Italia, infatti, le impiegate pubbliche dovranno andare in pensione a 65 anni, come i colleghi uomini e come avviene nella maggior parte degli altri paesi europei. Continua
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Dopo le contestazioni a Gianni Rinaldini, segretario della Fiom, da parte dei Cobas avvenute a Torino sabato scorso a conclusione di una manifestazione dei metalmeccanici degli stabilimenti Fiat, è la questione sociale che occupa il centro del dibattito politico. La preoccupazione è che gli effetti della crisi economica e la sofferenza degli strati sociali più deboli possano ricreare le condizioni di un aspro conflitto.
Che la situazione del potere d’acquisto dei salari debba allarmare viene confermato dai dati diffusi sulle retribuzioni dei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Con un salario annuo netto di 21.374 dollari, l’Italia si colloca al posto numero ventitre nella classifica dei trenta paesi appartenenti all’organizzazione che ha sede a Parigi.
Le buste paga sono più pesanti non solo in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia, ma perfino in Grecia e Spagna, afferma il Rapporto Ocse aggiornato al 2008 e appena dato alle stampe.
La classifica riguarda il salario netto annuale di un lavoratore senza carichi di famiglia calcolato in dollari e a parità di potere d’acquisto. Gli italiani guadagnano mediamente il 17% in meno della media Ocse. Secondo questi dati, a pesare negativamente sulle buste paga italiane è il cosiddetto cuneo fiscale, che calcola la differenza tra quanto paga il datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore.
Il peso di tasse e contributi, per un lavoratore dal salario medio e senza carichi di famiglia è del 46,5%. In questa classifica l’Italia risulta al sesto posto, dietro Ungheria, Belgio, Germania, Francia e Austria. Più leggero è il drenaggio di imposte e versamenti contributivi se si esamina il caso di un lavoratore, sempre con un salario medio ma sposato e con due figli a carico. In questo caso, il cuneo fiscale si riduce al 36% e l’Italia figura all’undicesimo posto della classifica Ocse.
La conclusione del Rapporto è che un lavoratore italiano guadagna mediamente in un anno il 44% in meno di un britannico, il 32% in meno di un irlandese, il 28% in meno di un tedesco e il 18% in meno di un francese.
Un’idea per uscire da questa situazione la propone il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, intervistato dalla Repubblica e dal Messaggero: occorre legare le retribuzioni agli utili delle aziende. “Noi pensiamo” afferma il ministro “che la partecipazione al rischio di impresa non possa avere solo un profilo negativo, come è stata finora. Si devono trovare forme di partecipazione che consentano ai lavoratori di riflettere nel proprio salario la parte positiva del rischio dell’impresa. E devono essere parti importanti del retribuzione”.
Per il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini “i dati non sorprendono e serve una riforma fiscale”. Sulla stessa linea d’onda l’associazione dei consumatori Codacons: “Sui salari degli italiani pesa il caro-vita e per questo è necessaria “una detassazione degli stipendi”.
Per il capogruppo Pd della commissione lavoro Cesare Damiano “i dati Ocse testimoniano che le retribuzioni nette dei lavoratori italiani sono ben al disotto della media dei 30 paesi più industrializzati. Questo dimostra quanto sarebbe necessario un intervento del governo, con risorse fresche e aggiuntive per potenziare il potere d’acquisto delle retribuzione e delle pensioni”.
Se Paolo Ferrero del Prc parla di “dati scioccanti”, Daniele Capezzone del Pdl rileva: “Il governo Berlusconi sta facendo i conti con una fase delicata a livello internazionale, e, ciononostante, non ha messo le mani nelle tasche degli italiani”.
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Soldi allo sportello
Che le variazioni registrate dal Pil sarebbero state negative era un risultato atteso. Nel primo trimestre dell’anno il valore del prodotto interno lordo è diminuito del 5,9 per cento rispetto all’anno scorso e del 2,4 per cento rispetto al precedente trimestre. Sono i risultati peggiori dal 1980, cioè dall’inizio della nuova serie storica confrontabile. Lo spiega l’Istat sottolineando che, per quanto riguarda la variazione congiunturale (-2,4%), si tratta del quarto calo consecutivo. Da Mosca il premier Silvio Berlusconi parla di un “atteggiamento colpevole” dei media che dipingono la crisi come “irreversibile e catastrofica”. Ed un comportamento “assolutamente colpevole” quello dell’opposizione, anche perché “credo che il momento peggiore della crisi sia superato”. “Sono assolutamente convinto che il governo italiano abbia fatto ciò che doveva essere fatto”, ha sottolineato il capo del governo, evidenziando di “avere l’orgoglio” che il suo esecutivo è stato il primo a sostenere la necessità che nessuna banca fallisse e che nessun risparmiatore perdesse neanche un euro.
Lo scenario europeo è grigio: il primo trimestre del 2009 è stato caratterizzato da una contrazione dell’economia, più o meno marcata, praticamente in tutte le economie avanzate e anche in alcuni paesi emergenti, come la Romania, che ha registrato la prima netta frenata dopo nove anni di crescita. Il calo del pil italiano si inserisce, dunque, in un contesto che, in Eurolandia, vede l’economia tedesca come la più colpita dalla crisi. Rispetto allo scorso anno il prodotto interno lordo della Germania è, infatti, diminuito del 6,9 per cento. La Francia è entrata ufficialmente in recessione e la Russia ha assistito ad un crollo del pil di oltre il 20 per cento rispetto agli ultimi tre mesi dello scorso anno.