Leggi tutte le notizie su:


media

Informazione online a pagamento? Dibattito infinito, tante parole, nessuna soluzione

wsj

E adesso gli editori stanno scoprendo che le news on line non funzionano. O meglio, non danno ricavi. Almeno non tanti e tali da poter sostenere le spese dei siti. Adesso gli editori si stanno chiedendo - anche a fronte di una crisi che sta facendo sprofondare nel “rosso” molti gruppi - come riuscire a sostiruire il calante business dell’edicola con un modello multimediale vincente.
Risposte? Poche, per ora, in Italia.
Nel mondo, fa da modello l’ipotesi messa in campo dal presidente di News Corporation Rupert Murdoch il quale prevede un futuro a pagamento per i giornali online, sulla scia di quanto fa già oggi per il Wall Street Journal. Il tycoon australiano lo ha annunciato a un gruppo di analisti: il quadro dell’industria dei media è piuttosto ottimistico, visto che la pubblicità riprende a crescere. Ma la volontà di offrire news on line a pagamento è un’ipotesi clamorosa: sarebbe il primo passo verso una “rivoluzione culturale”, che potrebbe avere conseguenze incalcolabili sul futuro dell’informazione, scritta e digitale. I giorni dell’informazione web, aper­ta e gratiuita, potrebbero essere contati?
Gli esperti hanno finora ritenuto che questa formula possa avere successo, raccogliendo un gran numero di abbonamenti, soltanto in un quotidiano finanziario come il Wall Street Journal, che si rivolge a un pubbico specialistico, selezionato e particolarmente interessato a ottenere subito, in qualsiasi parte del mondo si trovi, notizie che possono servire a fare investimenti, acquisti o vendite. Ma una squadra di dirigenti della News Corporation, la società che controlla tutti i media di Murdoch, sembra giunta, secondo le indiscrezioni, alla conclusione che questo modello, ossia il giornale online a pagamento, sia destinato a diventare la formula accettata e dominante anche per i giornali di informazione generalizzata, come il Times o il Sun.
La questione del “far pagare” quello che molti lettori si sono abituati a ricevere gratis è ampiamente dibattuta nel mondo dei giornali. Ognuno risponde a suo modo, e talvolta in modo contraddittorio, come il New York Times, che dapprima ha fatto pagare l’abbonamento al giornale online, poi lo ha dato gratis e ora sembra intenzionato di nuovo a farlo pagare.
Torniamo alla domanda: e in Italia?
Gli editori nicchiano (studiano, ristrutturano, sperimentano). L’idea di far diventare tutto a pagamento “rischia di diventare una formula magica esattamente come ieri lo era il ‘tutto gratis’”. L’ipotesi di far pagare i giornali on line “sotto molti aspetti è giusta, ma diventa sbagliata quando viene ripetuta come un mantra, ossessivamente”, butta Carlo De Benedetti, in una lettera al Sole 24 ore. E spiega che si potrà arrivare a un reale successo sul piano economico “solo ripercorrendo l’esperienza che ha visto altri contenuti digitali passare dalla gratuità al pagamento”. Per i giornali, sottolinea De Benedetti, “esiste certamente uno spazio per conquistare utenti web disposti a pagare i contenuti giornalistici”. Su internet è tuttavia “difficile immaginare che un utente possa pagare in modo significativo contenuti generalisti reperibili in altro modo gratuitamente. Bisogna riuscire, secondo l’editore, a “trasferire alla parte premium dell’enorme quantità di contenuti in rete le stesse modalità di vendita-acquisto che ci sono ormai familiari se usiamo l’appstore dell’iphone: per acquistare un brano musicale o un’applicazione basta cliccare su acquista. La somma dei micropagamenti effettuati nel corso del mese viene evidenziata come cifra unica sul resoconto della Visa o della Master card”.
A De Benedetti replica Massimo D’Alema: “Dato che i giornalisti andranno sempre pagati forse bisognerà pagare i giornali on line”. “I giornali on line” sottolinea “sicuramente sono il futuro, soprattutto se dobbiamo pensare che il cartaceo tenderà a scomparire”.
Anche per Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato ed ex ministro delle Comunicazioni, in futuro i contenuti Internet saranno a pagamento, ma sarà comunque il mercato a stabilire il come e il quanto, “visto che poi ci sarà una concorrenza per quanto riguarda i prodotti e le offerte. L’era del tutto gratis in parte si è già chiusa, ma in ogni caso ritengo che una grande offerta free ci sarà sempre”.
“Fino a ora l’utente del web è stato abituato ad informarsi gratis: non si può cambiare di punto in bianco senza offrire qualcosa di diverso, di nuovo e di speciale”, fa notare Pietro Scott Jovane, ad di Microsoft Italia. “Quando, invece, gli editori porteranno nel web contenuti specializzati ed una sempre maggiore integrazione con servizi di utilità, solo allora sarà possibile ipotizzare la fruizione a pagamento dei media online”.
La via d’uscita è secondo il direttore di Quotidiano.net, l’edizione online dei giornali del gruppo Poligrafici (Quotidiano Nazionale, Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno), Xavier Jacobelli l’integrazione multimediale: noi ad esempio proponiamo dei servizi a pagamento su internet come la possibilità “di leggere sul web tutto il quotidiano”. Ma per il resto “la nostra informazione è gratuita e sono convinto” ha proseguito Jacobelli “che dietro la crescita esponenziale di utenti e pagine viste del nostro sito c’è anche la gratuità dell’accesso”.
Il dibattito e le sperimentazioni continuano…

Internet bluff: la verità di Caio sulla banda larga

Rete telefonica

“Portare l’Italia verso la leadership europea nella banda larga”; in breve, rapporto Caio. Ecco il documento che ha fatto tremare il vertice della Telecom e che svela alcune verità taciute sul reale stato della rete internet in Italia. Il documento è stato redatto da Francesco Caio (dal quale prende il nome), che è uno dei massimi esperti italiani di telecomunicazioni: ex amministratore delegato della Omnitel, poi imprenditore in proprio con la Netscalibur, infine capo della britannica Cable & Wireless.

A Caio già il governo britannico commissionò, nel 2008, uno studio per conoscere lo stato della rete e le strategie da adottare per fare compiere al Regno Unito il necessario salto verso l’innovazione tecnologica, a partire dalle telecomunicazioni. Lo stesso incarico gli è stato affidato a fine 2008 dal governo italiano. Ma i risultati del rapporto (105 pagine fitte di numeri e tabelle) non sono mai stati resi pubblici, tranne alcune indicazioni generali. Panorama si è procurato una copia del rapporto: ecco che cosa contiene.
Lo studio si concentra sulle due tecnologie principali: internet ad alta velocità con la tecnologia adsl (che utilizza i cavi in rame) e quella con la fibra ottica (assai più innovativa e veloce). Partiamo dall’adsl. La prima brutta sorpresa si trova a pagina 37: i dati riguardanti la copertura della rete in banda larga in tecnologia adsl sono decisamente sovrastimati. “Se calcolata sulla base della popolazione telefonica allacciata a centrali abilitate alla banda larga” scrive Caio “la copertura del servizio risulta superiore al 95 per cento” che dovrebbe salire al 97 alla fine del 2010. Il problema è che in molte zone d’Italia la “banda larga” viaggia ad appena 1 megabyte, velocità troppo bassa per garantire l’internet veloce. Quindi Caio rifà i conti e afferma: “Eliminando le zone dove la copertura non è disponibile per problematiche tecniche o dove il servizio è solo marginale (banda minima inferiore a 1 Mb), la popolazione in digital divide (che non ha accesso a internet veloce, ndr) sale al 12 per cento, pari a 7,5 milioni di cittadini”.
Come reagire a questa situazione? Come è già filtrato tempo fa, Caio suggerisce, in varie forme, lo scorporo della rete infrastrutturale della Telecom Italia guidata da Franco Bernabè.
Riguardo agli investimenti Caio scrive che “i piani in essere non sembrano chiudere il gap tra la situazione attuale e un obiettivo di copertura universale in tempi ragionevolmente brevi”. Quindi, “in questo contesto un intervento di finanza pubblica sembra indispensabile per estendere la rete in aree in cui la bassa densità non giustifica l’investimento dei gestori”.
Nel dossier è stato calcolato che, volendo assicurare una velocità minima di 2 Mb per il 99 per cento della popolazione entro il 2011, l’investimento necessario sarebbe di 1,2-1,3 miliardi di euro (700 milioni per sviluppare la rete fissa, 600 per quella mobile) se i lavori iniziassero entro giugno di quest’anno.
A questo punto nasce il problema su chi dovrebbe realizzare un’opera così importante. Caio suggerisce di sceglierlo attraverso una gara. Ma una gara un po’ particolare, ovvero attraverso la suddivisione del territorio in aree per ognuna delle quali mettere a gara la copertura stabilendo un tetto massimo di finanziamento pubblico. “Vince la gara l’operatore o il consorzio che richiede l’ammontare minore di finanziamento pubblico”.
Non manca una felpata critica all’autorità di regolamentazione. Caio infatti suggerisce all’organismo guidato da Corrado Calabrò di “pubblicare trimestralmente la qualità del servizio erogato dai vari gestori e provider (banda, tempi di risposta, ecc..) anche per aiutare clienti e gestori a focalizzarsi non solo sul prezzo più basso ma anche sul rapporto prezzi/prestazioni”.

Gli investimenti sulla banda larga

I problemi crescono se si parla di copertura dell’Italia in fibra ottica: “La velocità di investimento osservata non appare sufficiente per assicurare al Paese una posizione di leadership internazionale”; “non sembrano esserci motivi perché i gestori accelerino i piani annunciati, e anzi la crisi economica rischia di rallentare domanda e investimenti”; “esiste il rischio di fare troppo affidamento sulla rete in rame i cui limiti strutturali verranno sicuramente testati nei prossimi anni”.
Il risultato è che, per quanto riguarda la qualità dell’infrastruttura, “l’Italia è tra i paesi alla rincorsa, tra gli ultimi posti in Europa” ed “è difficile vedere come Telecom possa decidere di accelerare i suoi piani razionalmente ispirati alla logica economico-finanziaria della prudente gestione”.
Anche perché da una parte i clienti non sembrano essere disposti a pagare di più per essere collegati con la fibra ottica, dall’altra la Telecom insegue “obiettivi di riduzione dell’indebitamento” ed è interessata “ad allungare la vita utile della rete in rame in presenza di una limitata concorrenza infrastrutturale tra gestori (recente accordo Fastweb-Telecom Italia per condividere l’infrastruttura di rete)” e, infine, “nessun altro gestore ha annunciato piani di investimento in fibra”. Tanto è vero che, fa notare il dossier, “nel 2008 Telecom Italia ha annunciato piani di investimento per lo sviluppo di una rete in fibra anche se i piani sono stati rivisti in riduzione per gli anni 2009 e 2010″. E non di poco. Come si vede nella tabella pubblicata nella pagina precedente, nel 2010 si spenderanno 700 milioni meno di quelli previsti nel piano dell’anno scorso.
Conclusione: se non si vara un imponente piano di investimenti, “la competitività del sistema paese si eroderà giorno per giorno e senza strappi percepibili”, come è scritto nello studio Nemertes (novembre 2007) che Caio cita. Anche nel caso della fibra ottica occorre un poderoso piano di investimenti pubblici che “non sarebbe una contribuzione a fondo perduto ma l’investimento in una infrastruttura essenziale la cui vita è utile per decenni”.
La somma necessaria complessivamente ammonterebbe, secondo uno studio della Alcatel-Lucent citato nel rapporto, a 10,4 miliardi: 2,2 per dotare di fibra i 5,5 milioni di cittadini che vivono nelle aree urbane e ancora non la hanno, 7,2 per i 14,3 che vivono in aree suburbane e 1 miliardo per chi vive in aree rurali. I vantaggi? Molti: occupazione, competitività, ritorno degli investimenti pubblici, leadership europea nella fibra ottica.
Caio abbassa leggermente questa previsione: si tratta di spendere 10 miliardi in 5 anni per collegare 10 milioni di famiglie. Oppure, se si scegliesse l’opzione meno ambiziosa, 5,4 miliardi per servire 4,3 milioni di famiglie. Ma che debbano essere soldi pubblici Francesco Caio non ha il minimo dubbio.
Il piano di copertura in fibra della telecom

Cala il fatturato. E Google rallenta la sua corsa sul mercato

Sergey Brin e Larry Page

I fondatori di Google, Sergey Brin (a destra) e Larry Page (a sinistra)

La spettacolare corsa di Google rallenta: per la prima volta il motore di ricerca deve annunciare un calo del fatturato, complice la crisi economica che investe i mercati globali. Ma i profitti di “Big G” sono cresciuti: adesso vale 1,4 miliardi di dollari la bussola che orienta i navigatori nel web . All’orizzonte, però, si addensano alcune nubi. Come il rischio di incappare in un’indagine dell’Antitrust negli Stati Uniti. Un pericolo finora evitato. Nel mirino degli ispettori è finita la proposta di accordo per la pubblicazione di libri in pubblico dominio o fuori commercio: Google è disposta a pagare 125 milioni di dollari ai detentori dei diritti. Ma, in cambio, si riserva i proventi derivanti commercializzazione delle opere. Potrebbe, quindi, trarre profitto per la pubblicità online o lavori derivati. Il concordato permette di evitare il processo per una causa lanciata contro Google dall’Associazione americana degli editori nel 2005. Ma l’idea non va giù a molti, come il gruppo di Internet Archive, un’organizzazione non profit che sta immagazzinando le pagine web nei suoi archivi: come una sorta di museo da visitare per trovare siti internet ormai scomparsi. E gli autori sono ancora scettici. “Big G”, però, può contare sui legami con l’entourage del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che ha nominato come consigliere per il neonato Comitato scienza e tecnologia Eric Schmidt, amministratore delegato di Google. Dall’Estremo Oriente, poi, arrivano rivali minacciosi: il motore di ricerca più usato in Cina, Baidu, ha dichiarato una crescita dei profitti del 24 per cento nella nazione con la popolazione sul web più numerosa. E al Nasdaq le sue azioni volano: sono aumentate del 72 per cento nell’ultimo anno. A rasserenare le prospettive arrivano i dati sulle vendite per il Googlefonino (G1), rivale dell’Iphone: a pochi mesi dal lancio è stato acquistato un milione di esemplari in Germania.

Redditi, i numeri medi degli italiani: 18mila euro all’anno

Unico

Il reddito medio annuo degli italiani? Poco più di 35 milioni delle vecchie lire. Precisamente: 18.324 euro.

È quanto risulta dalle ultime dichiarazioni dei redditi disponibili (dichiarazioni 2007 su anno d’imposta 2006), diffuse dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia. Il reddito complessivo è aumentato rispetto all’anno precedente del 5,7%.
Avvertenza doverosa: il 25% dei contribuenti non paga imposta a causa del basso reddito e dell’effetto delle deduzioni e delle detrazioni. Pertanto, spiega il documento di sintesi del Dipartimento (qui il .pdf) l’imposta dichiarata non è distribuita su 40,8 milioni di soggetti ma su poco più di 30 milioni, da cui risulta un importo medio pro capite di 4.480 euro ed un’incidenza dell’imposta netta sul reddito complessivo del 18,4% (nel 2005 era del 17,9%).
Il 35% dei contribuenti italiani dichiara un reddito inferiore a 10.000 euro. I più ricchi del Paese, coloro cioè che dichiarano oltre 100.000 euro, sono lo 0,9% del totale e sopra i 70.000 euro arriva appena il 2% degli italiani. La fascia di reddito più consistente è quella tra i 10.000 e i 40.000 euro (58,4%). Il 51% dell’Irpef è pagata dunque dal 10% dei contribuenti con i redditi più alti.

Considerando la distribuzione per area geografica, rispetto al 2005, il reddito complessivo medio (18.324 euro) è aumentato su tutto il territorio nazionale, con un incremento minimo del 5,3% al Centro ed un incremento massimo del 6,5% al Sud e nelle Isole, in cui si riscontra comunque un valore assoluto medio (14.626 euro) di circa il 20% inferiore a quello nazionale.
Il Sud resta quindi, sul fronte dei redditi, il fanalino di coda del Paese. Con un reddito medio complessivo di 14.626 euro gli italiani che abitano in queste regioni del Paese di fatto dispongono del 20% in meno rispetto al reddito medio nazionale. Nonostante questo nell’ultimo anno al Sud e nelle Isole il reddito risulta aumentato del 6,5% rispetto all’anno precedente.
Per quanto riguarda il tipo di reddito dichiarato, il 78% è da lavoro dipendente e pensione,
il 5,5% sono redditi da partecipazione, il 5,1% redditi di impresa ed il 4,2% redditi da lavoro
autonomo. Tra queste tipologie di reddito, il valore medio dei redditi da lavoro autonomo (36.388 euro) è il più elevato (circa il doppio del reddito complessivo medio), mentre i redditi medi da pensione (13.046 euro) risultano essere i più bassi.
Non bene nemmeno l’andamento delle società italiane, visto che la metà - stando sempre ai dati diffusi dal Dipartimento delle Finanze - è in “rosso”: “La quota di società con imposta positiva” si legge nel documento “ha raggiunto il 52,4% del totale (circa 503.000), con una crescita del 3,5% rispetto al 2005. Tali società con reddito positivo sono localizzate principalmente al Nord, anche se la loro quota nel Sud e Isole sul totale nazionale è aumentata dell’1% rispetto al 2005″.

De Benedetti lascia le cariche: decisione presa con serenità

Carlo De Benedetti

L’Ingegnere di Ivrea esce di scena. Almeno formalmente, perché Carlo De Benedetti si è comunque riservato il potere di nominare i direttori delle testate del gruppo Espresso, la sua grande passione. E lo ha annunciato in Borsa. In quel parterre, affollato di giornalisti che ha voluto convocare “per carineria” dopo 50 anni di onorata attività imprenditoriale, dove ha fondato il suo impero. Un impero che ha cominciato a prendere forma dopo gli anni passati in Fiat, come amministratore delegato. Esperienza al termine della quale, grazie al denaro ottenuto dalla cessione delle sue azioni del Lingotto, De Benedetti ha rilevato le Compagnie industriali riunite (CIR), prima di entrare in Olivetti.
Convinto sostenitore del Pd (gira la battuta che abbia la tessera numero uno del partito veltroniano), l’ingegnere controlla(va) una “galassia” che spazia in diversi settori dell’industria, dei media e dell’energia e vede al suo vertice la Cofide, Compagnia Finanziaria De Benedetti, costituita dalla famiglia De Benedetti nel 1976 e quotata alla Borsa Valori di Milano dal 1985. La Cofide, controllata per il 45,7% dalla società accomandita Carlo De Benedetti & figli e partecipata da diversi fondi istituzionali, tra cui uno della famiglia spagnola Entrecanales (è il partner di Enel in Endesa) controlla Cir per il 50,4% e così un gruppo industriale di oltre 11mila dipendenti.
Il comparto media fa capo al Gruppo Editoriale L’Espresso, i cui dipendenti sono circa 3.000. Edita il quotidiano La Repubblica e 15 giornali locali più un bisettimanale, il settimanale L’Espresso e diversi mensili. Il gruppo possiede inoltre tre radio, fra cui Radio Deejay, e televisioni come All Music e Deejaytv oltre ad attività nel campo della pubblicità, della formazione e internet (Kataweb). Nel 2007 il fatturato è stato di 1,09 miliardi di euro.
L’energia è terreno di Sorgenia, costituita nel 1999 da un’alleanza fra Cir e la società austriaca Verbund. È il primo operatore del mercato italiano dell’energia elettrica e del gas naturale fra quelli nati dopo la liberalizzazione. Il gruppo Sorgenia ha chiuso il 2007 con un fatturato di circa 1,9 miliardi e un utile netto di 65,2 milioni.
Altro pilastro è Sogefi. Fondata 25 anni fa dallo stesso Ingegnere, e da lui ininterrottamente presieduta con un fatturato annuo di 1 miliardo di Euro e 6.200 dipendenti, è uno dei maggiori gruppi internazionali operanti sulla scena mondiale nei componenti autoveicolistici. Il core business si concentra su due settori di attività: i filtri e i componenti elastici per le sospensioni. Dal 19 aprile 2005 Rodolfo De Benedetti ne ha assunto la carica di Presidente, mentre Carlo De Benedetti è stato nominato presidente onorario.

Il passo indietro dell’Ingegnere non mette però in discussione la proprietà della società che edita La Repubblica: “Almeno fino a quando sono vivo io” il gruppo L’ Espresso non sarà venduto, ha detto il numero uno torinese. Escludendo anche “la necessità” di togliere il titolo dalla Borsa.
“Una decisione serena” ha spiegato De Benedetti “perché mi sono assicurato il ricambio del management dove serviva e la continuità dove esisteva”. Pertanto “dopo le assemblee (previste in primavera, ndr) darò le dimissioni”. “Nella vita bisogna constatare l’esistenza dell’anagrafe”, ha proseguito motivando la sua scelta. “Quando il presidente Napolitano mi ha consegnato il distintivo del venticinquesimo anniversario della mia nomina a Cavaliere del Lavoro, ed eravamo solo in tre su venti, ho capito che nonostante la mia ottima salute il tempo era passato anche per me”.
La decisione di scendere dal palcoscenico del capitalismo e della finanza italiana - su cui è stato protagonista per mezzo secolo - è stata annunciata alla stampa nella sede di Piazza Affari in presenza della moglie Silvia Monti e dei figli Marco, Edoardo e Rodolfo, accompagnato dalla moglie Emanuelle De Guillepin.
La galassia De Benedetti volterà ufficialmente pagina in occasione dell’approvazione dei bilanci, mentre per giovedì prossimo sono convocati i rispettivi consigli d’amministrazione di Cir e Cofide per la nomina dei nuovi presidenti che “saranno istituzionali e non operativi”.
Tra le cariche che l’industriale manterrà ci sono invece la presidenza della Fondazione De Benedetti e la carica di consigliere della Compagnie Finanziere Edmond de Rothschild a Parigi a titolo di “una confermata amicizia”.
Nel corso della conferenza stampa il numero uno ha poi spiegato che sulla sua decisione non ha pesato la morte del socio e amico Carlo Caracciolo. Infine, a riprova che l’età è stato il perno della sua decisione De Bendetti ha promesso di introdurre nello statuto societario “un limite di età”.

Murdoch all’attacco delle news su Wall Street


di Marco De Martino

Dentro il grattacielo della News Corporation a Manhattan solo un corridoio divide la redazione di Fox News da quella del canale economico appena lanciato da Rupert Murdoch, magnate di origini australiane dell’informazione. Brian Jones lo percorre varie volte al giorno. Per lui, che dirige la redazione di Fox business network, la storia infatti si ripete: «Quanto partì Fox News ci dicevano che non c’era spazio per un nuovo canale di informazione, ma il risultato è stato che la Fox ha sorpassato la Cnn negli ascolti» ricorda Jones. «Ora c’è chi afferma lo stesso a proposito di informazione finanziaria e noi rispondiamo come allora: non curandoci dei critici e andando controcorrente».
Uno dei programmi inventati da Jones, Happy Hour, viene trasmesso dal bar Bull and bear dell’hotel Waldorf Astoria, dove i trader di Wall Street hanno l’abitudine di andare a farsi un drink dopo la fine delle contrattazioni. Perché l’idea, come spiega Jones, «è di rendere l’informazione finanziaria accessibile a tutti, parlandone come succede nei bar di tutto il mondo». Non i massimi sistemi della Wall Street degli addetti ai lavori, insomma, ma i problemi degli americani comuni, come quelli che la sera telefonano a Dave Ramsey, famoso negli Stati Uniti grazie a un talk show radiofonico su come amministrare i propri soldi.
Diventato miliardario giovanissimo e poi costretto alla bancarotta dai debiti, Ramsey spesso si scaglia contro le stesse aziende che fanno pubblicità su Fox business network: «Non credete a chi vi promette di eliminare i vostri debiti sulla carta di credito: l’unico sistema valido è spendere meno» raccomanda.
Il semplicismo di Fox business network rappresenta solo una delle armi con cui Murdoch intende farsi largo nell’informazione finanziaria negli Stati Uniti. Anche se prenderà il comando del gruppo Dow Jones solo a gennaio, infatti, il magnate australiano ha già cominciato a lavorare sul Wall Street Journal, affidando la direzione editoriale del quotidiano a Robert Thomson, attuale direttore del Times di Londra.
Fra i primi progetti in cantiere c’è quello di aprire a tutti l’accesso al sito del quodidiano, ora riservato a circa 900 mila abbonati: secondo Murdoch, il fatturato pubblicitario generato da milioni di visitatori in più sarà molto maggiore di quello garantito dagli abbonamenti. Poi il tycoon comincerà a mettere mano al quotidiano cartaceo, con un obiettivo ormai dichiarato, anche di recente a una platea di imprenditori di internet: «Uccidere il New York Times? Sarebbe bello».


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
segui panorama su twitter

 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
  • Aspettando Sanremo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Meteo
  • Le uscite al cinema
  • Viaggio nell'antico Egitto
    Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • R101
  • Promozione

  • Abbonati subito a Panorama!