
Salvatore Ligresti con Tarak Ben Ammar che siede nel cda di Mediobanca (Credits: Imagoeconomica)
di Carla Teutoni
Un’operazione “di sistema”, da tempi di vacche magre; una concentrazione oligopolistica; una manovra politicamente trasversalissima, addirittura post-partitica; un salvataggio connotato, forse per la prima volta, da un dato generazionale, che mette alla ribalta una serie di attori giovani, tutti men che cinquantenni. L’acquisizione (o meglio il salvataggio) di Fonsai da parte di Unipol siglata ieri a Milano – che orà entrerà nella fase di trattativa particolareggiata, in esclusiva fino al 23 gennaio, tra l’Unipol e la famiglia Ligresti - è tutte queste cose insieme. Continua

Cesare Geronzi, di spalle, e Giovanni Bazoli (archivio ANSA)
Una volta era il tempio della conservazione negli affari. Ma finita l’era Cuccia Mediobanca ha deciso di cambiare registro. E oggi addirittura manda un segnale di rinnovamento al paese.
Come? Stabilendo l’età massima per essere nominato amministratore delegato (65 anni), presidente (70 anni) e consigliere (75 anni). Considerando i limiti posti, verrebbe da dire che si tratti di soglie superflue. Ma non in Italia, dove i banchieri che contano e ancora in attività viaggiano spesso sopra i 70; se non oltre. Continua

Enrico Mattei, presidente dell'Eni nel 1953, anno di fondazione del colosso energetico italiano (Archivio Ansa)
Le grandi multinazionali italiane non superano i 100 miliardi di euro di fatturato. L’unica che si avvicina alla soglia è Eni, colosso energetico a partecipazione statale: 98 miliardi nel 2010. Comunque meno della metà, per rimanere nel settore energetico, di concorrenti del calibro di Royal Dutch Shell (237 miliardi) o ExxonMobil (226 miliardi). Le altre due big italiane in classifica sono Enel (a partecipazione statale) a 71,9 miliardi e Exor, la finanziaria (ex Ifi) azionista di maggioranza di Fiat e Fiat Industrial a 59 miliardi. Continua

Enrico Bracalente, patron di Nero Giardini
Le Pmi italiane resistono alla crisi: il 2009 è stato difficile, ma non sembra aver intaccato la solida struttura finanziaria delle 4.483 medie imprese industriali italiane. Inoltre il 64% si è detto pronto a investire nel 2010. Questi i dati dalla nona indagine di Mediobanca e Unioncamere. Il problema però rimane l’export, soprattutto verso i mercati emergenti. Continua
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di Paolo Panerai
In barba ai piccoli azionisti, che solo in Italia vengono definiti «parco buoi», da tenere mansueti e senza diritti. In barba ai numeri, e seguendo invece l’arrogante principio: le azioni si pesano (quelle dei gruppi di potere), non si contano. In barba, sovente, alle autorità di borsa. In barba, sempre, alla mano pubblica, benché per decenni abbia sanato le perdite di grandi famiglie industriali e favorito i loro profitti. Questo è lo stile di un pezzo del capitalismo nazionale, questa la trama d’affari, abusi, furbizie ricostruita da Paolo Panerai in Lampi nel buio - I retroscena della finanza e dell’economia italiana dal dopoguerra a oggi, in libreria dal 9 febbraio (Mondadori, 132 pagine, 18 euro). Continua
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di Marco Cobianchi
Non sarà facile. Non sarà per niente facile convincere Antoine Bernheim a liberare la poltrona di presidente esecutivo delle Generali. In molti lo vorrebbero, anzitutto il fondo speculativo Algebris e “gli italiani che ci sono dietro”, come disse Bernheim a caldo. Ma quello del socio Algebris è solo l’ultimo di una serie di attacchi che gli sono venuti e che, sommati, danno l’impressione di un Bernheim arroccato in difesa della propria posizione di capo di una delle società italiane più internazionali. Però l’immagine che si ricava quando lo si incontra nella sede parigina della compagnia, in boulevard Haussmann, è diversa. È quella di un uomo combattivo che, a 83 anni, non si rassegna all’idea di lasciare i panni del manager per indossare quelli di memoria vivente del capitalismo mondiale. «Vivente?» replica divertito: “Sono contento che lo dica lei che, essendo qui di fronte a me, può anche testimoniarlo. Sa, per alcuni sono una leggenda”. E poi parte all’attacco: “Nel 1999 fui costretto a lasciare la presidenza delle Generali. Allora in borsa valeva 43 euro. Quando, nel 2002, mi venne chiesto di tornare, valeva 14. In questi 5 anni, senza modificare l’assetto manageriale, abbiamo trasformato la società. Non vorrei che adesso qualcuno mi volesse mettere alla porta per aver fatto bene il mio lavoro. Ma tutto è possibile”. No, davvero non sarà facile.
Monsieur Bernheim, cominciamo dai conti delle Generali. Alcuni vostri soci, come il fondo Algebris, affermano che quelli dei primi 9 mesi sono buoni ma potevano essere migliori. Come risponde?
I primi 9 mesi sono stati molto soddisfacenti e secondo le nostre previsioni gli ultimi 3 saranno altrettanto buoni. Inoltre stiamo già sviluppando delle azioni che daranno i loro risultati nel medio termine. Aggiungo che la capitalizzazione di borsa della compagnia è pari a 43 miliardi di euro rispetto ai 54 miliardi del gruppo Axa, nonostante che questa sia molto maggiore di noi, presente in alcuni mercati dove noi non operiamo, come gli Stati Uniti, l’Australia e il Regno Unito. Questa crescita è stata raggiunta grazie a un sostanziale aumento dei ricavi che le Generali hanno realizzato dal 2002 a oggi.
La compagnia sta verificando la possibilità di modificare l’assetto manageriale. Qual è la sua posizione?
La corporate governance attuale è quella che è sempre esistita: un presidente esecutivo con forti poteri e due amministratori delegati con competenze definite sulla base delle delibere del consiglio d’amministrazione. Oggi il presidente con potere esecutivo, anche se questo rende alcuni molto tristi, sono io.
Quindi ritiene che l’attuale corporate governance sia adeguata?
Per quanto riguarda la struttura sì, per quanto riguarda le persone ciascuno può avere l’opinione che vuole, ma a mio avviso la gestione è molto soddisfacente e sono i numeri, sia di breve sia di lungo periodo, a dirlo.
Le Generali sono a rischio scalata?
Difficile rispondere a questa domanda, ma in ogni caso la difesa più efficace è migliorare le performance e aumentare le proprie dimensioni. Ed è ciò che intendo fare da oggi fino alla fine del mio mandato, nell’aprile 2010. Entro quella data le Generali devono aumentare la loro capitalizzazione di borsa di almeno un ulteriore 20 per cento.
Come?
Intanto con l’operazione Toro siamo diventati leader in Italia nel settore danni. Con l’acquisizione della Banca del Gottardo abbiamo rafforzato la nostra presenza in Svizzera, dove abbiamo già la Banca della Svizzera Italiana e l’eventuale fusione tra le due creerà la quinta banca d’affari svizzera. Abbiamo inoltre riconquistato la prima posizione nell’Europa centrale; abbiamo una posizione di privilegio in Cina e ora iniziamo a operare anche in India. Siamo in trattative per entrare in Russia, ma ancora non posso dire se il nostro obiettivo riusciremo a raggiungerlo. E siamo anche in corsa per cercare altre occasioni per far crescere il gruppo.
Dove cercherete opportunità di crescita?
In questo senso la genialità consiste nel portare a termine una buona operazione e poi dire che rientrava all’interno di una strategia. Questo per dire che le Generali sono aperte a qualsiasi opportunità arrivasse da ogni parte del mondo, se questa creasse valore per la compagnia e gli azionisti.
Anche dagli Stati Uniti?
Con un livello tale del dollaro si può anche pensare a un’acquisizione in Usa.
Le Generali in Francia hanno vissuto un periodo di grandi cambiamenti. Quali risultati ha dato?
In Francia la ristrutturazione è stata davvero molto importante e grazie a essa oggi siamo il numero due sul mercato francese. Da 20 società oggi ne abbiamo solo due. Visti gli ottimi risultati stiamo varando lo stesso tipo di operazione in Germania e, prima della fine del mio mandato, credo sia necessaria un’ulteriore ristrutturazione delle Generali anche in Italia, dove operiamo con molti marchi: Ina-Assitalia, Alleanza, Fata, Toro, La Venezia. Dal punto di vista amministrativo e informatico abbiamo già avviato grandi sinergie, ma si possono immaginare altre azioni a livello tecnico e commerciale che ci possono far raggiungere nuovi importanti risparmi sui costi.

Come giudica il metodo seguito per individuare i nuovi vertici della Telecom Italia?
Mi pare che solo il rappresentante dell’Unicredito abbia affermato che il metodo non era appropriato. Per quanto mi riguarda, Gabriele Galateri di Genola e Franco Bernabè hanno le capacità per esercitare al meglio la guida dell’azienda. Perciò le Generali sono totalmente d’accordo con le scelte che sono state fatte. Conosco bene Bernabè, lo considero un manager molto competente.
Cosa pensa della presenza dei fondi «attivisti» nell’azionariato di una grande società?
L’azionista migliore per una società e per il suo management è quello stabile, mentre spesso questi investitori hanno obiettivi a breve termine. E, per di più, spesso operano con fondi presi in prestito in una percentuale molto, ma molto superiore rispetto al capitale proprio: questo, in caso di recessione, può essere pericoloso. Abbiamo già visto con i subprime cosa può succedere a livello mondiale quando i danni portati da strutture finanziarie troppo aggressive cominciano ad affliggere l’economia reale.
Lei è francese e da sempre sostiene di voler difendere una compagnia italiana, le Generali, da attacchi che, lei dice, vengono anche dall’Italia. Non le sembra paradossale? È come se un manager italiano a capo di un’azienda francese dicesse che la difende dagli attacchi dei francesi.
Io credo che sia interesse dell’Italia avere aziende grandi, forti, che la possano rappresentare in Europa, e io in questo senso mi sento al servizio delle Generali e al servizio dell’Italia. E non trovo strano che uno straniero lavori a favore di un paese diverso dal proprio. Io sono amministratore delle Generali dal 1973, in rappresentanza della Lazard, e diventai presidente perché c’era una convinzione comune: che bisognasse svegliare una compagnia un po’ addormentata. Nessuno si pose il problema della mia nazionalità. E poi non mi risulta che ci siano manager italiani che sono alla guida di grandi aziende francesi dopo avervi lavorato 34 anni.
Lei ha detto di avere una “piccola idea” sulla figura del suo successore. La può dire?
A questo proposito sono totalmente d’accordo con il presidente della Mediobanca, Cesare Geronzi: il prossimo presidente delle Generali dovrà essere esecutivo, conosciuto e pieno di prestigio in tutti i mercati nei quali la compagnia lavora.

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Il rito “bizantino” del rinnovo dei vertici di Telecom Italia si sta avviando rapidamente a conclusione: stamattina il comitato nomine di Mediobanca, in “sintonia” con il consiglio di gestione, ha indicato “ufficialmente” Franco Bernabè come amministratore delegato della società e Gabriele Galateri di Genola come Presidente. Adesso tocca al consiglio di amministrazione di Telecom Italia, che secondo fonti coinvolte nell’operazione, “potrebbe essere convocato domani o al massimo dopo domani mattina”.
Le indicazioni sono state svelate da Vincent Bollorè, azionista di piazzetta Cuccia e membro del comitato nomine, dopo la riunione dell’organo, tenutasi a piazza Affari. Il consigliere di Mediobanca ha affermato che nel corso del comitato nomine di Mediobanca non si è discusso della vicepresidenza di Telecom Italia: “Abbiamo parlato solo di presidente e Ad che erano i due soli quesiti posti”.
Mediobanca, assieme a Telefonica, Generali, Intesa SanPaolo e i Benetton, è azionista di Telco, la società che detiene il 23,6% di Telecom Italia. La Borsa ha reagito subito positivamente: il titolo sale dello 0,93% a 2,18 euro. Negli ultimi tre mesi, malgrado le turbolenze sui mercati finanziari, il titolo Telecom è salito del 6,32% mentre negli ultimi anni è stato protagonista di una performance negativa.
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