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Mediobanca

Le multinazionali italiane: tutte sotto i 100 miliardi

Enrico Mattei, presidente dell'Eni nel 1953, anno di fondazione del colosso energetico italiano (Archivio Ansa)

Enrico Mattei, presidente dell'Eni nel 1953, anno di fondazione del colosso energetico italiano (Archivio Ansa)

Le grandi multinazionali italiane non superano i 100 miliardi di euro di fatturato. L’unica che si avvicina alla soglia è Eni, colosso energetico a partecipazione statale: 98 miliardi nel 2010. Comunque meno della metà, per rimanere nel settore energetico, di concorrenti del calibro di Royal Dutch Shell (237 miliardi) o ExxonMobil (226 miliardi). Le altre due big italiane in classifica sono Enel (a partecipazione statale) a 71,9 miliardi e Exor, la finanziaria (ex Ifi) azionista di maggioranza di Fiat e Fiat Industrial a 59 miliardi. Continua

Pmi, solide nonostante la crisi. Ma come aggredire i mercati emergenti?

Enrico Bracalente, patron di Nero Giardini

Enrico Bracalente, patron di Nero Giardini

Le Pmi italiane resistono alla crisi: il 2009 è stato difficile, ma non sembra aver intaccato la solida struttura finanziaria delle 4.483 medie imprese industriali italiane. Inoltre il 64% si è detto pronto a investire nel 2010. Questi i dati dalla nona indagine di Mediobanca e Unioncamere. Il problema però rimane l’export, soprattutto verso i mercati emergenti. Continua

Cuccia, così boicottava il capitalismo moderno

Cuccia:così boicottava il capitalismo moderno

di Paolo Panerai

In barba ai piccoli azionisti, che solo in Italia vengono definiti «parco buoi», da tenere mansueti e senza diritti. In barba ai numeri, e seguendo invece l’arrogante principio: le azioni si pesano (quelle dei gruppi di potere), non si contano. In barba, sovente, alle autorità di borsa. In barba, sempre, alla mano pubblica, benché per decenni abbia sanato le perdite di grandi famiglie industriali e favorito i loro profitti. Questo è lo stile di un pezzo del capitalismo nazionale, questa la trama d’affari, abusi, furbizie ricostruita da Paolo Panerai in Lampi nel buio - I retroscena della finanza e dell’economia italiana dal dopoguerra a oggi, in libreria dal 9 febbraio (Mondadori, 132 pagine, 18 euro). Continua

La sfida di monsieur Bernheim: Da qui non mi spostate

Antoine Bernheim, a 83 anni, non si rassegna all'idea di lasciare i panni del manager per indossare quelli di memoria vivente del capitalismo mondiale

di Marco Cobianchi

Non sarà facile. Non sarà per niente facile convincere Antoine Bernheim a liberare la poltrona di presidente esecutivo delle Generali. In molti lo vorrebbero, anzitutto il fondo speculativo Algebris e “gli italiani che ci sono dietro”, come disse Bernheim a caldo. Ma quello del socio Algebris è solo l’ultimo di una serie di attacchi che gli sono venuti e che, sommati, danno l’impressione di un Bernheim arroccato in difesa della propria posizione di capo di una delle società italiane più internazionali. Però l’immagine che si ricava quando lo si incontra nella sede parigina della compagnia, in boulevard Haussmann, è diversa. È quella di un uomo combattivo che, a 83 anni, non si rassegna all’idea di lasciare i panni del manager per indossare quelli di memoria vivente del capitalismo mondiale. «Vivente?» replica divertito: “Sono contento che lo dica lei che, essendo qui di fronte a me, può anche testimoniarlo. Sa, per alcuni sono una leggenda”. E poi parte all’attacco: “Nel 1999 fui costretto a lasciare la presidenza delle Generali. Allora in borsa valeva 43 euro. Quando, nel 2002, mi venne chiesto di tornare, valeva 14. In questi 5 anni, senza modificare l’assetto manageriale, abbiamo trasformato la società. Non vorrei che adesso qualcuno mi volesse mettere alla porta per aver fatto bene il mio lavoro. Ma tutto è possibile”. No, davvero non sarà facile.
Monsieur Bernheim, cominciamo dai conti delle Generali. Alcuni vostri soci, come il fondo Algebris, affermano che quelli dei primi 9 mesi sono buoni ma potevano essere migliori. Come risponde?
I primi 9 mesi sono stati molto soddisfacenti e secondo le nostre previsioni gli ultimi 3 saranno altrettanto buoni. Inoltre stiamo già sviluppando delle azioni che daranno i loro risultati nel medio termine. Aggiungo che la capitalizzazione di borsa della compagnia è pari a 43 miliardi di euro rispetto ai 54 miliardi del gruppo Axa, nonostante che questa sia molto maggiore di noi, presente in alcuni mercati dove noi non operiamo, come gli Stati Uniti, l’Australia e il Regno Unito. Questa crescita è stata raggiunta grazie a un sostanziale aumento dei ricavi che le Generali hanno realizzato dal 2002 a oggi.
La compagnia sta verificando la possibilità di modificare l’assetto manageriale. Qual è la sua posizione?
La corporate governance attuale è quella che è sempre esistita: un presidente esecutivo con forti poteri e due amministratori delegati con competenze definite sulla base delle delibere del consiglio d’amministrazione. Oggi il presidente con potere esecutivo, anche se questo rende alcuni molto tristi, sono io.
Quindi ritiene che l’attuale corporate governance sia adeguata?
Per quanto riguarda la struttura sì, per quanto riguarda le persone ciascuno può avere l’opinione che vuole, ma a mio avviso la gestione è molto soddisfacente e sono i numeri, sia di breve sia di lungo periodo, a dirlo.
Le Generali sono a rischio scalata?
Difficile rispondere a questa domanda, ma in ogni caso la difesa più efficace è migliorare le performance e aumentare le proprie dimensioni. Ed è ciò che intendo fare da oggi fino alla fine del mio mandato, nell’aprile 2010. Entro quella data le Generali devono aumentare la loro capitalizzazione di borsa di almeno un ulteriore 20 per cento.
Come?
Intanto con l’operazione Toro siamo diventati leader in Italia nel settore danni. Con l’acquisizione della Banca del Gottardo abbiamo rafforzato la nostra presenza in Svizzera, dove abbiamo già la Banca della Svizzera Italiana e l’eventuale fusione tra le due creerà la quinta banca d’affari svizzera. Abbiamo inoltre riconquistato la prima posizione nell’Europa centrale; abbiamo una posizione di privilegio in Cina e ora iniziamo a operare anche in India. Siamo in trattative per entrare in Russia, ma ancora non posso dire se il nostro obiettivo riusciremo a raggiungerlo. E siamo anche in corsa per cercare altre occasioni per far crescere il gruppo.
Dove cercherete opportunità di crescita?
In questo senso la genialità consiste nel portare a termine una buona operazione e poi dire che rientrava all’interno di una strategia. Questo per dire che le Generali sono aperte a qualsiasi opportunità arrivasse da ogni parte del mondo, se questa creasse valore per la compagnia e gli azionisti.
Anche dagli Stati Uniti?
Con un livello tale del dollaro si può anche pensare a un’acquisizione in Usa.
Le Generali in Francia hanno vissuto un periodo di grandi cambiamenti. Quali risultati ha dato?
In Francia la ristrutturazione è stata davvero molto importante e grazie a essa oggi siamo il numero due sul mercato francese. Da 20 società oggi ne abbiamo solo due. Visti gli ottimi risultati stiamo varando lo stesso tipo di operazione in Germania e, prima della fine del mio mandato, credo sia necessaria un’ulteriore ristrutturazione delle Generali anche in Italia, dove operiamo con molti marchi: Ina-Assitalia, Alleanza, Fata, Toro, La Venezia. Dal punto di vista amministrativo e informatico abbiamo già avviato grandi sinergie, ma si possono immaginare altre azioni a livello tecnico e commerciale che ci possono far raggiungere nuovi importanti risparmi sui costi.
Il gruppo Generali nel mondo
Come giudica il metodo seguito per individuare i nuovi vertici della Telecom Italia?
Mi pare che solo il rappresentante dell’Unicredito abbia affermato che il metodo non era appropriato. Per quanto mi riguarda, Gabriele Galateri di Genola e Franco Bernabè hanno le capacità per esercitare al meglio la guida dell’azienda. Perciò le Generali sono totalmente d’accordo con le scelte che sono state fatte. Conosco bene Bernabè, lo considero un manager molto competente.
Cosa pensa della presenza dei fondi «attivisti» nell’azionariato di una grande società?
L’azionista migliore per una società e per il suo management è quello stabile, mentre spesso questi investitori hanno obiettivi a breve termine. E, per di più, spesso operano con fondi presi in prestito in una percentuale molto, ma molto superiore rispetto al capitale proprio: questo, in caso di recessione, può essere pericoloso. Abbiamo già visto con i subprime cosa può succedere a livello mondiale quando i danni portati da strutture finanziarie troppo aggressive cominciano ad affliggere l’economia reale.
Lei è francese e da sempre sostiene di voler difendere una compagnia italiana, le Generali, da attacchi che, lei dice, vengono anche dall’Italia. Non le sembra paradossale? È come se un manager italiano a capo di un’azienda francese dicesse che la difende dagli attacchi dei francesi.
Io credo che sia interesse dell’Italia avere aziende grandi, forti, che la possano rappresentare in Europa, e io in questo senso mi sento al servizio delle Generali e al servizio dell’Italia. E non trovo strano che uno straniero lavori a favore di un paese diverso dal proprio. Io sono amministratore delle Generali dal 1973, in rappresentanza della Lazard, e diventai presidente perché c’era una convinzione comune: che bisognasse svegliare una compagnia un po’ addormentata. Nessuno si pose il problema della mia nazionalità. E poi non mi risulta che ci siano manager italiani che sono alla guida di grandi aziende francesi dopo avervi lavorato 34 anni.
Lei ha detto di avere una “piccola idea” sulla figura del suo successore. La può dire?
A questo proposito sono totalmente d’accordo con il presidente della Mediobanca, Cesare Geronzi: il prossimo presidente delle Generali dovrà essere esecutivo, conosciuto e pieno di prestigio in tutti i mercati nei quali la compagnia lavora.

L'andamento delle Generali negli ultimi 10 anni

Mediobanca ha scelto: Bernabè e Galateri alla guida di Telecom

Il logo Telecom nella sede centrale della compagnia telefonica in Piazza Affari a Milano, in un'immagine d'archivio | Ansa
Il rito “bizantino” del rinnovo dei vertici di Telecom Italia si sta avviando rapidamente a conclusione: stamattina il comitato nomine di Mediobanca, in “sintonia” con il consiglio di gestione, ha indicato “ufficialmente” Franco Bernabè come amministratore delegato della società e Gabriele Galateri di Genola come Presidente. Adesso tocca al consiglio di amministrazione di Telecom Italia, che secondo fonti coinvolte nell’operazione, “potrebbe essere convocato domani o al massimo dopo domani mattina”.

Le indicazioni sono state svelate da Vincent Bollorè, azionista di piazzetta Cuccia e membro del comitato nomine, dopo la riunione dell’organo, tenutasi a piazza Affari. Il consigliere di Mediobanca ha affermato che nel corso del comitato nomine di Mediobanca non si è discusso della vicepresidenza di Telecom Italia: “Abbiamo parlato solo di presidente e Ad che erano i due soli quesiti posti”.
Mediobanca, assieme a Telefonica, Generali, Intesa SanPaolo e i Benetton, è azionista di Telco, la società che detiene il 23,6% di Telecom Italia. La Borsa ha reagito subito positivamente: il titolo sale dello 0,93% a 2,18 euro. Negli ultimi tre mesi, malgrado le turbolenze sui mercati finanziari, il titolo Telecom è salito del 6,32% mentre negli ultimi anni è stato protagonista di una performance negativa.

Il VIDEO servizio:

Mediobanca: Impregilo, quanto cara mi costò quell’ecoballa

La sede di Impregilo di Sesto San Giovanni a Milano in un'immagine d'archivio del 23 novembre 2004
Dall’organizzazione di un matrimonio ai primi soccorsi per un malato grave. In poco tempo Mediobanca ha cambiato rotta sul fronte Impregilo. Piazzetta Cuccia aveva già ricevuto l’incarico per la ricerca del futuro sposo per la società milanese, dopo il fallimento delle trattative con Astaldi, ora è al lavoro per individuare le soluzioni finanziarie idonee a evitare il tracollo.
Sarebbero da escludere ipotesi di aumenti di capitale. E probabile piuttosto che sia lanciato un prestito obbligazionario, per raccogliere fino a 400 milioni tramite il quale raccogliere non solo la liquidità da mettere a disposizione del sequestro da 750 milioni disposto su richiesta dei pm Giuseppe Novello e Paolo Sirleo, ma anche per reperire le risorse necessarie a garantire l’operatività del gruppo. L’indagine sugli illeciti nel trattamento dei rifiuti in Campania sta costando cara a Impregilo. Il titolo è crollato in Borsa a anche la Consob vuole vederci chiaro nella vicenda che coinvolge direttamente le due controllate di Impregilo, come Fisia Italimpianti, FIBE e FIBE Campania (queste ultime due da poco presiedute dall’ex prefetto Bruno Ferrante). Secondo gli inquirenti, le due società avrebbero siglato il contratto per la gestione dei rifiuti in Campania pur sapendo di non riuscire a mantenere l’impegno.
L’ipotesi di reato è quella di truffa aggravata ai danni dello Stato. Il presidente del Gruppo, Massimo Ponzellini, ha cercato di correre ai ripari nel corso di un’audizione alla Consob, almeno dal punto di vista finanziario. Durante l’incontro il manager ha ribadito che l’unica attività del gruppo nel settore del trattamento e smaltimento dei rifiuti è relativa ai progetti Rsu in Campania, di entità estremamente marginale rispetto all’attività complessiva del gruppo. A maggiore dimostrazione di ciò, tale attività dal punto di vista economico è stata oggetto di netta separazione nel bilancio di esercizio 2006 mentre dal punto di vista patrimoniale è stata classificata come attività destinata alla vendita.
Pertanto, spiega Impregilo, “nei piani futuri della società, tale attività è stata classificata come non strategica. Di conseguenza anche la misura interdittiva nel settore smaltimento dei rifiuti non ha effetti sui piani di sviluppo dell’azienda”. Ora spetterà alla magistratura decidere.
Chi non ha perso tempo è stata Astaldi. Ha impiegato molto meno tempo di un qualsiasi processo con rito abbreviato per capire che il matrimonio con Impregilo non si doveva fare.

Andiamo Cesare, non stare sulle Generali

Cesare Geronzi, banchiere romano
Il problema aleggia sinistro e la soluzione a molti fa storcere il naso solo a pensarla.
Così, ancor prima che si realizzi, sono subito scattate le contromosse. Dallo scorso luglio Gabriele Galateri non è più presidente della Mediobanca. Gli hanno chiesto, un po’ per le spicce, di farsi da parte per lasciar posto a Cesare Geronzi. Come numero uno di piazzetta Cuccia, però, il manager torinese era anche presente nei consigli d’amministrazione delle due controllate più importanti: la Rcs Mediagroup e le Assicurazioni Generali, i gioielli della corona.
Della prima nessuno si occupa, forse perché al momento gli equilibri del Corriere (se mai si può usare simil termine a proposito di una compagine azionaria che più cangiante e variegata non si può) non sono in discussione.
Per le Generali, invece, apriti cielo: gli azionisti francesi della Mediobanca hanno infatti chiesto a gran voce che sia Geronzi a occupare il posto che Galateri si appresta a liberare. Il che fa nascere due problemi: uno di governance, l’altro più politico. Nell’unico sistema duale che sembra funzionare davvero, quello della Mediobanca, il banchiere capitolino presiede il consiglio di sorveglianza, che rappresenta gli azionisti. La gestione è affidata agli operativi Renato Pagliaro e Alberto Nagel. Domanda: può un presidente del consiglio di sorveglianza entrare nel board operativo di una sua partecipata?
La Banca d’Italia, alla sola idea che Geronzi potesse partecipare alle riunioni del comitato di gestione del suo istituto, insomma che potesse mettere becco nell’attività quotidiana, aveva già alzato disco rosso. Qualcuno dunque spera che il governatore Mario Draghi, di fronte all’ipotesi Generali, faccia risentire la sua moral suasion.
Ma sono anche alcuni azionisti del più importante gruppo finanziario del Paese che non sembrano gradire l’eventualità. La scorsa settimana, in ordine sparso, sono andati da Alessandro Profumo, l’indiscusso capo della nuova banca nata dalle nozze tra Unicredito e Capitalia, perché si adoperasse a scongiurarla. Il banchiere, ex McKinsey, non si è sbilanciato ma conoscendolo, e visti anche gli ottimi rapporti sin qui avuti con Geronzi, di sicuro non resterà alla finestra.
Di buoni argomenti ne ha molti, a partire dalla necessità, a fusione appena consumata, di non titillare ancora la suscettibilità di quanti hanno visto come fumo negli occhi l’insediarsi di Cesare nella poltrona che fu di Enrico Cuccia.


richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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