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Scuola, quanto mi costi. 332 euro la spesa mensile per le famiglie

classi ponte

Prendete una famiglia con due bimbi, uno al nido, e l’altro alla materna o alle elementari. E chiedetevi: quanto spende per mandare i figli a scuola, refezione compresa? Risposta: 332 euro al mese (3.320 annui) tenendo presente una presenza di 20 giorni al mese per 10 mesi l’anno. Cioè: il 10,7%, mediamente, del budget familiare netto.

I conti li ha fatti uno studio della Uil che ha preso in esame 104 città capoluogo e una famiglia-tipo composta da due lavoratori dipendenti con due figli a carico, uno minore di tre anni che va all’asilo nido e l’altro che frequenta materna o elementare e pranza a scuola; il reddito familiare netto è di 30.900 euro netti l’anno e la dichiarazione Isee (indicatore della situazione economica equivalente), considerando una casa di proprietà, corrisponde a 17.812 euro annui.

In particolare, per la frequenza dei nidi comunali, si spendono in media, ogni mese, 262,66 euro, che equivalgono all’8,5% del budget familiare, con un incremento medio dell’1,5% rispetto all’anno scolastico precedente. Per la mensa, invece, la spesa media mensile è di 70 euro equivalenti al 2,3% del reddito familiare.
La retta per l’asilo nido è riferita sia alla frequenza a tempo pieno, circa 9 ore, che al tempo “normale”, tipico delle città del Sud, in cui il servizio viene erogato con orari ridotti, al massimo fino alle ore 15.00.

Ovviamente, i costi variano sensibilmente tra città e città. Infatti, in una sorta di virtuale classifica, al primo posto troviamo Belluno con 565,40 euro mensili (486,40 euro per gli asili nido e 79 euro per la refezione scolastica) che corrispondono al 18,3% del budget familiare; segue Cuneo con 525,30 euro mensili (445,30 e 80) che corrispondono al 17% del budget; Mantova con 510,28 euro mensili (416,08 e 94,20 euro) pari al 16,5% del bilancio; Bergamo con 505,96 euro mensili (400,36 e 105,60 euro), 16,4% del budget; Pavia con 496,00 euro mensili (396,00 e 100,00 euro) e il 16,1% del budget familiare.

Più “fortunate” le famiglie di Vibo Valentia, dove i genitori per mandare i propri figli a scuola spendono 123,00 euro mensili (93,00 euro per gli asili nido e 30,00 euro per la refezione scolastica) che corrispondono al 4% del budget familiare; segue Ragusa con 140,10 euro mensili (112,10 e 28 euro), 4,5% del budget; Reggio Calabria con 147,94 euro mensili (107,94 e 40 euro), 4% del budget; Catanzaro con 148,46 euro mensili (108,46 e 40 euro), 4,8% del budget familiare; Trapani con 149,85 euro mensili (111,45 e 38,40 euro) che corrispondono al 4,8% del budget familiare. Costi che, naturalmente, possono lievitare se si dovesse usufruire dell’ulteriore servizio di scuolabus.

Il VIDEO servizio:

Torna la guerra dei buoni


Oggi il caffé sarà più amaro. E anche il pranzo. Almeno per chi è abituato a consumarlo grazie ai buoni pasto forniti dalle aziende: dovrà, infatti, prepararsi a pagarlo in contanti. Scatta infatti l’ennesima battaglia ai buoni pasto annunciata dalla Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi). Stesso copione del “no ticket day” del giugno 2005. Con una differenza, agli affamati malcapitati verrà offerto un caffè dagli esercenti. La ragione della protesta è semplice: i tassi alti chiesti dai gestori dei ticket a ristoratori e gestori di bar che, sul classico buono di 5,29 incassano 4,50 (iva inclusa) e solo dopo parecchi mesi (leggi: Il viaggio di un ticket). A usare i buoni pasto, in Italia, sono circa 7 milioni di lavoratori, per un volume d’affari, nel 2006, pari a 2,3 miliardi di euro, triplo rispetto a solo 6-7 anni fa. Alla protesta del 2005, rispose un decreto della presidenza del Consiglio dei ministri per rendere più solido e trasparente il mercato fissando delle garanzie di solvibilità e vietando le aste online per contenere l’abuso degli sconti a danno degli esercenti e fissando un termine di 45 giorni per il pagamento delle fatture agli esercenti. Decreto poi annullato dal Tar del Lazio. Punto e a capo.

I colossi dei buoni pasto

Quello dei buoni pasto è un business da due miliardi di euro all’anno. Ci lavorano, ogni giorno, 2,3 milioni di persone. La leadership è del Gruppo Gemeaz Cusin (875 milioni di fatturato e un milione di ticket emessi ogni giorno) con una quota del 43 per cento del mercato. Poi Sodexho con il 10,8 per cento del mercato, Ristoservice (9,8 per cento) e altre società minori.

Il viaggio di un ticket

1. La società di buoni pasto vince la gara indetta dall’azienda in base allo sconto che in parte è recuperato con una commissione che paga l’esercente. Con un taglio del 20 per cento l’azienda paga 4 euro un ticket da 5.
2. Il dipendente riceve parte del suo stipendio in buoni. Per quelli fino a 5,29 euro, a differenza del corrispettivo in denaro, non si pagano tasse: un vantaggio sia per l’azienda sia per il lavoratore.
3. Il buono viene speso in un esercizio convenzionato. La società di ticket, però, pagherà all’esercente non il valore nominale ma la cifra sulla base della quale ha vinto la gara. Nel nostro esempio, 4 euro.
4. L’esercente va a riscuotere il buono dalla società emittente in media una volta al mese. La società impiega almeno un mese di tempo per i controlli. In caso di ticket usurati o «sospetti» serve più tempo per ulteriori verifiche.
5. L’esercente viene rimborsato dopo circa due mesi. Ma la società dei ticket trattiene una commissione proporzionale allo sconto grazie al quale ha vinto la gara. Ecco perché nel nostro esempio l’esercente incassa 4 euro su 5 di valore.

Cosa c’è dietro un buono pasto

I buoni pasto sono forniti alle aziende da una società che li emette. Questa è scelta con gare d’appalto o aste on line che spesso comportano un ribasso eccessivo. Ecco perché le aziende emittenti alzano le commissioni. Si tratta di percentuali del 10, addirittura 12 per cento. Su un pasto del costo di cinque euro, ad esempio, al ristoratore vanno 4,50 euro. Con il rischio quindi, per il consumatore, di ritrovarsi con quantità o qualità minori di cibo. Quindici anni fa la commissione era dell’1,5 per cento appena. Era poi salita al quattro, quindi al cinque e, negli ultimi anni, alle stelle.
E le società, come si difendono? Ticket Restaurant, del Gruppo Gemeaz che detiene la più larga fetta di mercato, si tira fuori dalle accuse di ritardi nei rimborsi: “Noi abbiamo creato delle modalità di rimborso che consentono di ricevere sul proprio conto corrente i bonifici in soli cinque giorni lavorativi, oppure in 15 a discrezione dell’esercente”. In ogni caso il pagamento standard delle fatture è di 30 giorni” spiega Graziella Gavezzotti, amministratore delegato Gemeaz Cusin (divisione titoli di servizio). “E per le commissioni, non esiste un obbligo a firmare contratti che le prevedono troppo elevate”.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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