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In Parlamento, discussione rinviata a un futuro nebuloso. In Chiesa, neanche a parlarne. Così finisce che il primo posto in cui le coppie omosessuali vengono “riconosciute” ufficialmente è il mercato. Ultima novità, quello bancario: la banca tedesca Bhw Bausparkasse (quella il cui simbolo, un pastore tedesco, ha invaso i muri delle città) lancerà un mutuo agevolato per coppie gay e lesbiche.
“Il nuovo prodotto” spiega Bhw in un comunicato “si avvantaggia di un taglio dello ’spread’ (il differenziale rispetto al tasso di riferimento scelto, ndr) dello 0,15%, e permette di calcolare i redditi cumulati, purché la casa venga cointestata e la coppia coabiti”. In Italia si tratta di una novità assoluta: ”Consideriamo” spiega Giulio Peruzzi, area manager di Bhw “le coppie di fatto come coniugate, anche quelle dello stesso sesso. L’unica cosa che chiediamo è che la coppia si co-intesti la casa e viva sotto lo stesso tetto”.
Semplice mossa commerciale in un momento nero per il mercato immobiliare o riconoscimento dei diritti civili? Entrambe le cose, almeno secondo l’Arcigay: “Non dispiace sapere che c’è una banca dove gay e lesbiche non solo sono ben accetti, ma anzi possono ricevere delle agevolazioni” dice Riccardo Gottardi, segretario nazionale dell’associazione.
“Non è un caso che si tratti di una banca emergente e straniera” spiega Alessio De Giorgi, direttore operativo di Com.ma, prima agenzia di comunicazione italiana specializzata nel pubblico gay e “urban unconventional”: “hanno bisogno di farsi notare da un pubblico che non è solo quello dei gay ma anche quello, vasto, degli etero che guardano con interesse e simpatia al mondo omosessuale”. Per De Giorgi, la cui azienda gestisce anche il portale on-line gay.it, le banche italiane in questo senso sono “in ritardissimo” perché legate “a logiche troppo istituzionali e condizionate dalla politica”.
E il cosiddetto “mercato gay” non risente della crisi? “Poco” risponde De Giorgi, “almeno per ora: si tratta di un mercato in evoluzione e di nicchia, che si sviluppa soprattutto su internet”. Ma ci sono anche dei rischi: ricco, senza problemi di famiglia ed edonista, questa l’immagine dominante dell’omosessuale nell’immaginario collettivo, anche a causa della pubblicità. Uno stereotipo che non rappresenta un mondo molto più complesso “sì, il rischio-macchietta c’è” riconosce De Giorgi, “ma è un errore: ci sono molti gay non solo nel campo della moda, ma anche tra gli operai, gli impiegati, i giornalisti“.
Secondo lui l’evoluzione della comunicazione ha già abbandonato questi schemi: “C’è stata un’evoluzione, in positivo: una rivista come Vanity Fair, che è letta dal 70 per cento dei gay italiani non ha niente di macchiettistico, semplicemente spesso ha belle foto e interviste a uomini interessanti”. E quali sono i settori che investono di più in pubblicità mirate a questo tipo di pubblico? “Prima di tutto il turismo” risponde De Giorgi, “compresi gli enti statali, poi le bevande, le auto, le compagnie aeree, i locali”. E adesso anche una banca “è comunque un bel segnale, anche per il pubblico etero: dà un’idea di normalità, anche le coppie gay pensano a mettere su casa”.
- Tags: aiuto, auto, Banche, commercio, crisi, Europa, giulio-tremonti, industria, mercato, ministro-delle-Finanze, Pil, produzione, protezionismo, soluzioni, Stato
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Prima Praga e Stoccolma, poi Bruxelles e Berlino.
In Europa dilagano le proteste contro il piano presentato due giorni fa dal presidente francese Nicolas Sarkozy per salvare l’industria automobilistica d’Oltralpe. A preoccupare i partner europei della Francia sono i rischi di protezionismo che cela il piano salva-auto di Sarkò. Dopo settimane di trattive a oltranza, l’Eliseo ha annunciato il 9 febbraio scorso un piano quinquennale che prevede 7,8 miliardi di euro di prestiti a tassi preferenziali ai costruttori francesi (tre miliardi a testa per Peugeot e Renault) in cambio di un impegno sottoscritto dai dirigenti del settore a non chiudere nessuno dei siti di produzione presenti in Francia, a “fare tutto il possibile per evitare i licenziamenti”, a investire nelle auto ecologiche e, infine, a non delocalizzare la produzione all’estero di automobili vendute in Francia. Quest’ultimo punto ha suscito le ira della Repubblica ceca, paese in cui Peugeot produce la sua 107. “Non possiamo permettere nessun tipo di protezionismo” ha ribadito il ministro delle Finanze ceco, Miroslav Kalousek, dopo la riunione Ecofin tenutasi ieri a Bruxelles, “e questo vale per qualsiasi tipo di settore”.
Contro la convinzione di Sarkozy di volersi opporre al fatto “che si fabbrichino al di fuori della Francia delle auto che poi si vendono in Francia” si è espressa la Commissione europea. Se il piano prevede “una misura supplementare come l’obbligo di mantenere un’unità di produzione in Francia”, ha dichiarato un portavoce della Commissione Ue, Jonathan Todd, “allora gli aiuti diventano illegali”. Di conseguenza, “la Commissione non autorizzerà aiuti che tenderanno a minare il mercato unico” ha sottolineato Todd, a detta del quale “il mercato unico è fonte di prosperità e di impieghi in Europa. Se ci sono misure che rimettono in causa il mercato unico, il rischio è quello di vedere la recessione peggiorare e trasformarsi in una depressione come non se ne vede dagli anni ‘30″. Parole durissime quindi che rispecchiano la volontà di Bruxelles di voler “guardare nei dettagli” le misure iscritte nel piano salva-auto di Sarkozy, senza precisare la data in cui Commissione si pronuncerà sulla compatibilità o meno del “patto automobile” siglato tra l’Eliseo e il settore auto francese con le regole communitarie. Già la scorsa settimana la commissaria europea alla Concorrenza, Neelie Kroes, aveva messo in guardia il segretario di Stato francese all’industria, Luc Chatel, da ogni tentazione protezionista. “L’obbligo di investire soltanto in Francia non è compatibile” con le regole europee. Il monito di Bruxelles ha trovato eco a Berlino, dove fonti governative tedesche hanno fatto sapere che “nessuna misura in contraddizione con le regole europee dovrebbe essere approvata”. Per Sarkozy si annunciano tempi duri. La Repubblica ceca, che detiene la presidenza di turno Ue, non nasconde più il suo desiderio di voler trasformare il summit straordinario dell’Unione Europea sulla crisi economica mondiale previsto a fine febbraio in un Summit “per dire chiaramente no” alle misure protezionistiche. Un altro siluro al piano di Sarkozy è poi arrivato dalla Svezia. La casa automobilistica svedese Volvo ha rispedito al mittente la proposta di un prestito di 500 milioni di euro alla sua filiale Renault Trucks (acquistata da Volvo Group nel 2001). “Non siamo in misura di riempire le condizioni imposte da questi prestiti” ha dichiarato da Stoccoloma un portavoce del gruppo. Il rifiuto di Volvo non è altro che una conferma dei sentimenti molto mitigati espressi due giorni fa dal ministro delle Finanze svedese, Anders Borg, convinto che il piano francese era quantomeno “problematico”.
Più sfumata la posizione dell’Italia, con il governo Berlusconi disposto a salvare il settore attraverso un pacchetto di misure anti-crisi approvato la settimana scorsa dal Consiglio dei ministri. Secondo il ministro delle Finanze, Giulio Tremonti, il fatto “di legare gli aiuti a dei protocolli sull’impiego e la preservazione delle strutture industriali mi pare ragionevole”. Sensibile all’ondata di protesta esplosa nelle principali capitali europee, Tremonti ha poi sottolineato che se questo legame “viene fatto in maniera aggressiva e violenta, allora non è compatibile con gli interessi dell’Europa”.
- Tags: barack-obama, crisi, Davos, finanza, forum, G20, G8, idee, Klaus-Schwab, liberismo, mercato, produzione, Stato, word-economic
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La montagna era incantata. Tutti i governanti, i banchieri, gli imprenditori e i guru, che s’inerpicavano fino ai 1.560 metri di Davos, sembravano possedere la bacchetta magica con cui governare il mondo. È stato così per 38 anni. Il 39° no.
La definizione di “montagna incantata”, attribuita nel 1924 da Thomas Mann alle cime di Davos, rimane attuale nel 2009. Ma nessuno fra quanti parteciperanno, dal 28 gennaio al 1° febbraio, al World economic forum (Wef) è più in grado di fare magie nei nuovi scenari geopolitici che si sono aperti, l’estate scorsa, quando è esplosa la devastante crisi finanziaria ed economica.
Lo stato del mondo non è buono e tutti sperano anzitutto nella nuova amministrazione americana di Barack Obama per risolvere gli annosi conflitti mediorientali e sedare i nuovi confronti politico-militari. Lo stato dell’economia è ancora peggiore. I paesi avanzati sono in recessione. Quelli in via di sviluppo sono stati costretti a rallentare la corsa e alcuni a frenare bruscamente, con le prime sommosse popolari in Russia, Cina e Grecia. Il pendolo oscilla da un eccesso all’altro: dalla sacralità del mercato senza regole al ritorno dello stato padrone. Toccherebbe ai leader politici e imprenditoriali rallentare l’oscillazione e invece non accade per la confusione che regna sovrana. A tutti i livelli.
Sintomatico un sondaggio della società di consulenza americana Booz & Co., che sarà presentato a Davos. “A dicembre” spiega a Panorama Fernando Napolitano, direttore della sede italiana, “abbiamo consultato 832 manager in tutte le aree del mondo. Il 40 per cento ha abbandonato la tradizionale fiducia. Ma l’aspetto più preoccupante è che un terzo degli intervistati si dice scettico sui piani di business che presumibilmente hanno loro stessi scritto”.
L’imperativo dettato dal fondatore del Wef di Davos, Klaus Schwab, è “rimodellare il mondo post-crisi”. Proveranno a farlo i 2.500 partecipanti, fra cui 40 capi di stato e di governo: dal premier cinese Wen Jiabao al cancelliere tedesco Angela Merkel. A loro Schwab darà così il benvenuto: “Se è vero che nessun leader può scansare le impellenti sfide quotidiane, ancora più decisiva è l’azione nel lungo periodo che avrà conseguenze per le generazioni future”.
I rischi globali, denunciati nel rapporto prevertice, sono in aumento. Quelli fiscali, si legge nel documento di 35 pagine, “sono raddoppiati, se non triplicati”. I massicci piani di salvataggio approvati dai vari governi potrebbero minacciare alcuni paesi, come Usa, Gran Bretagna, Francia, Italia, Spagna e Australia, che hanno già robusti deficit. Ancor più grave è il pericolo di un “atterraggio brusco” della Cina, principale creditore dell’America, la cui crescita potrebbe rallentare sotto il 6 per cento. Né si prevede che le borse possano recuperare presto il 50 per cento del valore perso in media nel 2008. C’è poi un gap fra buone intenzioni e realtà quotidiana. Da una parte i governanti proclamano la loro fedeltà ai principi dello stato di diritto e del libero mercato contro le sirene del protezionismo; dall’altra nei singoli paesi vengono di continuo innalzate barriere sotto la pressione dell’opinione pubblica.
Infine permane il pericolo del cambiamento del clima, che va a colpire soprattutto le zone più povere del pianeta a causa della mancanza di infrastrutture e la debolezza delle istituzioni. Gli analisti del Wef invitano a trovare “soluzioni di lungo periodo, di tipo olistico e interdisciplinare”. Formula generica, che deve fare i conti con l’incertezza e la complessità del momento.
Mario Moretti Polegato, presidente del gruppo Geox, uno dei pochi italiani a Davos, tenterà di rispondere alla sfida presentando un “Manifesto postcrisi per l’impresa”: “L’impresa deve tornare ai fondamentali. Occorre offrire prodotti e servizi innovativi ai clienti-consumatori in una logica di mercato globale”. Meno finanza, più produzione, meno bonus fantasmagorici ai manager e più sobrietà.
Resta da definire il difficile equilibrio fra capitalismo di mercato e stato. Soprattutto va ridisegnata l’architettura del governo del mondo. La formula del G8 è anacronistica. Quella del G20 (il 90 per cento del pil globale) contiene molte incognite. La presidenza italiana del prossimo vertice, in luglio alla Maddalena, proverà a sperimentare il G14, alleanza fra le otto economie più avanzate più Cina, India, Brasile, Messico, Sud Africa e, quasi per certo, Egitto.
È il riconoscimento definitivo dello spostamento dell’asse del potere. A Davos si faranno le prime prove d’autore per riscoprire la magia della montagna incantata di Thomas Mann.
- pbuo
- Mercoledì 28 Gennaio 2009
- Tags: auto, chrysler, Fiat, John-Elkann, joint-venture, Lingotto, mercato, motori, Sergio-Marchionne, Torino, Usa
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di Andrea Silvuni
Il caso ha voluto che Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, scegliesse il momento in cui tutti i riflettori erano puntati sugli Stati Uniti, con l’ingresso di Barack Obama alla Casa Bianca, per annunciare il ritorno della casa torinese in America attraverso la Chrysler. Un progetto esaminato da anni al Lingotto (Panorama ne aveva già parlato nel 2007) e che ha trovato nell’andamento negativo del settore il catalizzatore ideale per essere alla fine definito. Due gli elementi che hanno permesso di passare alla fase esecutiva: il forte deprezzamento della Chrysler e il contributo varato dal governo Usa a favore delle aziende che, negli Stati Uniti, si impegneranno a progettare e produrre auto a basso impatto ambientale e con consumi ridotti (circa 25 miliardi di dollari).
Quest’ultimo aspetto chiarisce che, per il momento, non ci saranno ricadute positive sulla produzione di vetture complete in Europa o comunque fuori dagli Stati Uniti. Ma è anche evidente che questa joint-venture, ruotando attorno alla fornitura di tecnologie, motori, componentistica e pianali, influirà invece rapidamente sulla Fiat e sulle aziende del gruppo (come Fiat Powertrain Technologies e Magneti Marelli) che sono la merce di scambio più appetibile per il management di Detroit.
Marchionne ha giocato questa partita, come altre, senza esborso di denaro: il 35 per cento iniziale della Chrysler (con la possibilità di salire al 55) sarà infatti la contropartita di forniture, come la tecnologia Multiair che gli esperti paragonano all’invenzione (sempre torinese) del sistema Common rail. La Fiat potrà anche contare, per la realizzazione degli impianti di sperimentazione e montaggio negli Usa, sui fondi del dipartimento dell’Energia.
Una volta avviata l’attività negli Usa, che potrebbe prevedere da subito la costruzione in loco della 500, seguita da un modello di dimensioni leggermente superiori, derivato dalla futura low cost brasiliana, l’alleanza Fiat-Chrysler potrebbe coinvolgere anche la Tata, che ha un ruolo sempre più importante nella galassia del gruppo Fiat e potrebbe offrire all’alleanza Fiat-Chrysler una gamma unica, di grande interesse per i mercati emergenti.
Sempre che funzioni (ricordate il divorzio con la Daimler?), l’accordo con la Chrysler dovrebbe poi far ripartire nel segmento delle berline sportive il programma di rinnovo della gamma Alfa Romeo e lo sbarco di questo marchio negli Stati Uniti. Un nuovo pianale condiviso tra Fiat-Alfa-Dodge-Chrysler potrebbe servire per l’erede dell’Alfa 159.
Infine il mercato dei 4×4: la Chrysler è proprietaria della Jeep e un’alleanza Fiat-Chrysler-Tata può creare un colosso nel settore dei fuoristrada, con ampie possibilità di integrazione e l’opportunità per l’Iveco di partecipare, come azienda americana, alle gare per la sostituzione della Hummer nelle forze armate Usa.
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A due giorni dal tavolo sulla crisi del settore automobilistico in programma a palazzo Chigi tra Governo, imprese del settore e sindacati (Fiom, Fim, Uilm e Fismic), l’ad di Fiat Sergio Marchionne conferma i timori espressi dai sindacati e lancia l’allarme: “Il rischio che 60.000 lavoratori del comparto auto, in Italia, restino a casa, se non ci sarà un intervento del governo, è reale” ha detto l’amministratore delegato del Lingotto. Marchionne ha parlato entrando all’Unione Industriale dove si tiene la riunione del consiglio direttivo sulla crisi economica. “Dal governo ci aspettiamo un intervento per tutto il settore dell’Auto, che sta vendendo il 60% in meno dell’anno scorso. Non si tratta di aiutare la Fiat, ma di fare ripartire un intero comparto produttivo e tutta l’economia”, ha aggiunto Marchionne.
Quanto alle affermazioni del ministro Roberto Calderoli sull’intervento del governo, Marchionne si è limitato a dire: “Sono d’accordo, il sostegno deve essere dato a tutto il settore”.
L’ad Fiat ha confermato dunque il calcolo del segretario nazionale della Fim-Cisl, Bruno Vitali che in mattinata aveva sottolineato come il settore “automotive” (auto, camion, autobus e in generale la produzione di mezzi di trasporto su ruote) ha registrato un calo della domanda del 20%. “Se questo calo diventa strutturale” ha spiegato Vitali entrando in un’assemblea alla Fiat Mirafiori carrozzerie proprio sulla crisi e sull’incontro con il Governo “i posti di lavoro a rischio potrebbero essere 60.000. Ci aspettiamo che il Governo metta in campo ecoincentivi all’acquisto e intervenga affinchè le produzioni italiane non vengano dismesse e trasferite all’estero”.
Nel pomeriggio “Il commissario europeo per le imprese e l’industria, Gunter Verheugen, ha incontrato” si legge in una nota del Gruppo Fiat “al Lingotto l’amministratore delegato per discutere della situazione dell’industria dell’auto in Europa, in particolare in riferimento agli strumenti idonei a superare l’attuale crisi, assicurando la competitività e i livelli occupazionali del settore nel lungo termine”. “L’incontro ha confermato che questo comparto cruciale sta attraversando una congiuntura difficile, tale da richiedere il sostegno a livello europeo e nazionale, così come delineato nel Piano di rilancio economico europeo. Per rimanere competitiva, l’auto europea del futuro deve essere all’avanguardia, dal punto di vista dell’innovazione, della sicurezza e del rispetto ambientale”. L’industria deve continuamente investire in ricerca e sviluppo e puntare sulle competenze delle proprie risorse umane”, continua la Fiat.
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Il premier Silvio Berlusconi annuncia che martedì si aprirà a Palazzo Chigi un tavolo per studiare “un intervento” sul settore dell’auto colpito dalla crisi economica.
“Ci siamo tutti detti - ha spiegato a margine dell’inaugurazione dell’anno accademico della Scuola ufficiali dei Carabinieri - che le misure da prendere avrebbero dovute essere coordinate tra tutti i Paesi dell’Unione. Questo stiamo facendo, ci sono particolari settori che necessitano di un intervento, per esempio il settore dell’auto che ha avuto il calo più profondo e anche per questo settore ho dato il via alla convocazione di un tavolo a Palazzo Chigi, credo per martedì prossimo”. Un tavolo che, spiega Scajola, servirà ad “esaminare la situazione del settore e le linee di intervento concordate la settimana scorsa a livello europeo”, ma “anche ad analizzare le prospettive del mercato e a valutare le possibili iniziative da assumere a livello governativo”.
Una proposta per rilanciare il settore è arrivata anche da Emma Marcegaglia: “Va aiutata l’intera filiera a partire dalle piccole e medie imprese dell’indotto che oggi soffrono molto. La Fiat occupa in Italia 60 mila addetti, con l’indotto si arriva ad un milione. Si ad incentivi che siano indirizzati all’efficienza energetica, alla mobilità ecologicamente compatibile, al rinnovamento dei prodotti”. Il presidente di Confindustria, intervistata dal Sole 24 ore, ha spiegato: “Noi dobbiamo preoccuparci del fatto che gli interventi nel settore di altri governi, penso in particolare a quello francese e tedesco ma presto anche all’America di Obama, finiranno per creare gravi distorsioni alla concorrenza e un danno indiretto e serio per noi resteremo fermi”. Quello che fa bene all’intero settore automobilistico e della meccanica, quindi, sottolinea Marcegaglia, “fa bene al Paese. Ma non c’è solo l’auto. E bisogna, a differenza di altre occasioni, avere un’attenzione maggiore per la piccola impresa di tutti i settori produttivi”.
Intanto Fiat rivede al ribasso le stime per il 2009 già annunciato mesi fa come anno difficile dall’ad Sergio Marchionne.
Il gruppo prevede un calo del 20% della domanda globale dei suoi prodotti ed un utile netto superiore ai 300 milioni di euro. Inoltre conta di chiudere l’anno con un risultato di gestione ordinaria superiore ad un miliardo di euro, oneri di ristrutturazione pari a circa 300 milioni di euro e cash flow industriale netto del gruppo superiore a un miliardo di euro con un indebitamento netto industriale inferiore a 5 miliardi di euro. Fiat, si legge in un comunicato, “si attende un andamento disomogeneo dei risultati trimestre su trimestre con un primo che sarà particolarmente difficile. La società si attende invece miglioramenti nel resto dell’anno 2009 per effetto delle ristrutturazioni. Per l’anno prossimo gli oneri di ristrutturazione saranno pari a circa 300 milioni. Il gruppo torinese aggiunge nel comunicato che “continuerà a implementare la strategia di alleanze mirate al fine di ottimizzare gli impegni di capitale e ridurre i rischi”.
Il titolo del Lingotto, a pochi giorni dall’annuncio dell’alleanza strategica con Chrysler, continua ad andare male in borsa. È stato sospeso quando cedeva il 14,55% e poi, riammesso agli scambi, ha ridotto le perdite a circa - 8%. Oggi il Lingotto ha smentito le ipotesi di stampa relative ad un possibile aumento di capitale.

Chrysler e il Lingotto confermano la firma di un accordo preliminare non vincolante che sarà completato, dopo essere stato sottoposto alle previste approvazioni, entro il mese di aprile. Il colosso dell’auto Usa metterà a disposizione di Fiat anche le sue piattaforme e fabbriche. Il gruppo Fiat, la Chrysler e Cerberus Capital Management (la società che detiene la maggioranza della casa automobilistica americana) hanno cioè firmato un accordo non vincolante per creare una “alleanza strategica globale” annuncia una nota congiunta.
Per l’ad di Fiat Sergio Marchionne è una “pietra miliare” del settore.
La casa torinese rileverà il 35% del costruttore americano in base ad un accordo preliminare che non prevede alcun esborso ‘cash’ e con un’opzione per salire fino al 55% del capitale da esercitare più avanti. L’intesa consentirà a Chrysler l’accesso alle piattaforme del Lingotto, dalla mini all’alto del medio di gamma, passando per i suoi motori e le trasmissioni. “Che ne stiamo parlando non è un mistero” ha detto in mattinata il vice presidente Fiat John Elkann. “Non abbiamo ancora comunicato, giovedì c’è il cda, aspettiamo i tempi”. Tempi che la Borsa non può rispettare e subito dopo l’annuncio ecco la sospensione del titolo del Lingotto dalle contrattazioni a Piazza Affari in attesa di un comunicato ufficiale. Poi il titolo ha vissuto una giornata sulle montagne russe, una volta tornato in negoziazione: ha fatto segnare un balzo del 5,58%, per poi chiudere in calo dell’1,34% (Piazza Affari ha ceduto l’1,21% nel Mibtel, e l’1,87% nell’S&P/Mib).
Per Fiat, oltre all’ingresso nel capitale del costruttore american, l’intesa si tradurrebbe nella possibilità di vendere negli Stati Uniti l’Alfa Romeo e la Fiat 500, anche grazie al taglio dei costi che si verrebbe a registrare con la condivisione dei siti produttivi con Chrysler. Con questo accordo - fanno inoltre sapere fonti interne a Chrysler - la Casa americana avràanche accesso alle piattaforme di prodotto Fiat e sarà supportata dalla casa torinese nella distribuzione in importanti mercati esteri dove Fiat è presente. Inoltre, Fiat darà il proprio supporto a Chrysler nell’ambito del Viability Plan con il ministero del Tesoro americano.
Secondo le stime del Wall Street Journal i risparmi derivanti dall’alleanza sarebbero compresi in una forchetta fra i 3 e i 4 miliardi di dollari. Chrysler ha in Nord America 14 impianti di assemblaggio. Torino non commenta i rumors rilanciati oggi da Automotive News Europe, mentre Chrysler si limita a comunicare:
“Nell’attuale contesto economico trattative sono in corso fra le società in tutte le industrie, e la nostra non è diversa”. Cerberus Capital Management, proprietario di Chrysler, sembrerebbe intenzionato a conservare un interesse nel costruttore americano, mentre ancora non appare chiaro, riporta il Wall Street Journal, se Daimler intenda mantenere o meno la propria partecipazione in Chrysler, pari al 19,9%.
Un eventuale accordo migliorerebbe, prosegue il Wall Street Journal, l’immagine della Chrysler agli occhi del Governo americano, che ha acconsentito a un prestito da 4 miliardi di dollari per il costruttore in difficoltà. Sia per Fiat sia per Chrysler l’allenza sarebbe “una mossa difensiva per la sopravvivenza di lungo termine”, prosegue il quotidiano, sottolineando come “Chrysler e Fiat sono simili e, in qualche modo, complementari. Chrysler opera prevalentemente in Nord America e i tre quarti delle sue vendite sono legati a camion, minivan e sport utility-vehicle. Fiat è specializzata in auto piccole e medie. Ambedue le società beneficerebbero di un maggiore volume di vendite globale”.
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