
Rio de Janeiro (Credits: AP Photo/Silvia Izquierdo)
L‘Europa è ancora alla ricerca di una risposta ai problemi della moneta unica. L’unica certezza, al momento, è che qualsiasi strada si prenda ci saranno implicazioni per i mercati emergenti, soprattutto in America Latina.
Sono tre i canali attraverso i quali la crisi potrebbe essere trasmessa dal Vecchio Continente ai mercati emergenti, secondo la società di analisi Capital Economics. Innanzitutto, potrebbe essere esportato l’indebolimento della domanda: Continua

Il ministro delle Finanze francese Christine Lagarde (Credits: AP Photo/Virginia Mayo)
E’ partita oggi la lotta alla successione alla guida del Fondo monetario internazionale, e a scontrarsi ci sono due schieramenti fin troppo prevedibili: paesi industrializzati ed emergenti. Dopo aver sostenuto la candidatura del banchiere centrale Agustin Carstens, il Messico ha ribadito la necessità di portare avanti una selezione “aperta, trasparente e basata sul merito“. In Europa, invece, il favorito sembra essere Christine Lagarde, il ministro delle Finanze francese che proprio ieri ha ottenuto il prezioso appoggio della Gran Bretagna, seguito a ruota da quello di Germania e Olanda. La Svizzera, invece, ritiene che “sarebbe meglio se fosse un esponente non europeo ad occuparsi delle debolezze dell’economia all’interno della zona euro Continua

Il presidente del Messico Felipe Calderòn su una Cinquecento - Epa
Fuori dai confini italiani, Sergio Marchionne gioca la sua partita per Fiat-Chrysler. Mentre il governo, secondo le indiscrezioni di Repubblica, è pronto a varare un piano di incentivi molto ridotti rispetto al 2009 per sostenere l’industria automobilistica, la casa torinese esplora nuovi mercati in America e in Europa. Continua

Sarà un software italiano a far funzionare gli istituti di credito messicani. Ci penserà la Dedagroup, società trentina specializzata nell’Ict (information and communication technology), che ha appena aperto a Durango una propria filiale, la Dedamex, per fornire programmi e servizi alle banche messicane di piccola e media dimensione. Continua

Oltre 3 miliardi di euro. Tanto sono costate all’agricoltura e all’intera filiera agroalimentare italiana, in poco meno di 9 anni, le emergenze per Bse, l’aviaria e la mozzarella di bufala provocate da allarmismi ingiustificati e “gonfiati” da campagne mediatiche che hanno creato psicosi tra i cittadini, provocando un crollo verticale dei consumi. Un vero disastro che ha avuto conseguenze drammatiche per migliaia di imprenditori agricoli, agroindustriali e commerciali. È quanto sottolinea la Confederazione italiana agricoltori (Cia), che in una nota esprime “preoccupazione per vicende del genere, che potevano essere evitate solo se ci fosse stata un’informazione più chiara e responsabile da parte di tutti. Vicende che oggi rischiano di ripetersi per l`influenza suina, con effetti deleteri per un settore che già vive un momento di grande crisi”.
Per la Cia “in pochi anni, cioé da quando esplose il caso della Bse, si sono mandate in fumo moltissime risorse economiche che potevano essere destinate allo sviluppo e alla crescita non solo dell`apparato agroalimentare. Un danno enorme” sottolinea la Confederazione “che continuerà a far sentire i suoi effetti negativi per ancora molto tempo. L`influenza suina corre il pericolo di divenire l`ultimo anello di una serie di emergenze alimentari frutto di notizie allarmistiche prive di qualsiasi fondamento”.
“Basta citare che nel nostro Paese i casi di aviaria riscontrati sono stati nulli e che per la Bse è stata messa in piedi una macchina tra controlli, verifiche e interventi che ha da subito sgombrato il campo da eventuali contaminazioni. Stesso discorso per la mozzarella di bufala. Sono stati sufficienti poco meno di quindici giorni di allarmismi e di speculazioni per causare una situazione drammatica per gli allevamenti, per i caseifici, per tutta la catena commerciale. La psicosi diffusa tra la gente si è trasformata in un`onda devastante”.
La Cia invita i consumatori italiani ad acquistare carne suina e tutti i prodotti della salumeria: “Pericoli non ci sono assolutamente. Gli allevamenti nazionali sono sicuri e supercontrollati. E ogni allarmismo è, dunque, completamente fuori luogo. C`è bisogno di un`informazione corretta per scongiurare psicosi collettive che avrebbero solo un effetto disastroso per la nostra suinicoltura”.
Evitare l’insorgere di una psicosi da influenza suinaè anche l’invito dell’Adoc che chiede con urgenza la stesura di una norma sulla tracciabilità delle carni suine. “Va assolutamente evitato l’effetto psicosi, che potrebbe danneggiare l’economia delle famiglie e delle imprese del settore” dichiara Carlo Pileri, presidente dell’Adoc “l’allarme dell’influenza suina potrebbe spingere verso una speculazione sul prezzo dei prodotti suini e sulla percentuale di vendite degli stessi, con ripercussioni economiche nell’ordine di milioni di euro per tutto il settore”.
L’Adoc avverte anche i turisti in partenza per il Messico che è possibile chiedere il cambio del viaggio o la restituzione della somma versata. “Avvisiamo tutti coloro che sono in procinto di recarsi in Messico che è legittimo chiedere il cambio o il rinvio del viaggio” aggiunge Pileri “o la restituzione della somma già pagata. In caso di rinuncia al viaggio non si dovrà pagare alcuna penale dato che, secondo il Codice del Consumo, in presenza di emergenza sanitaria, politica, eventi naturali e, infine, di instabilità dovuta ad atti terroristici, i consumatori hanno diritto di recedere dal contratto senza preavviso, allorché la vacanza consista nel soggiorno in uno dei Paesi o in una delle località incluse nella lista del Ministero degli Esteri, senza alcuna decurtazione a titolo di penale”.
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- Febbre suina, riunione straordinaria in Europa e primo caso in Spagna
La MAPPA globale aggiornata con el ultime notizie e segnalazioni dell’Oms (in inglese. Parole chiave: “H1N1″, “swine flu”)
La MAPPA con le segnalazioni raccolte da un ricercatore biomedico di Pittsburg

meeting straordinario di Oran (Algeria): “Quello che vogliamo e che questi tre paesi diventino membri dell’Opec”.
Ed è stato proprio Khelil di recente a chiedere più volte ai tre paesi produttori che non fanno parte ancora dell’Opec di diventare membri del cartello o almeno a partecipare dall’esterno alle decisioni dei 14 paesi, ossia condividere le scelte sui tagli alla produzione che porterebbero a un rialzo del prezzo del greggio, sceso nelle scorse settimane sotto i 46 dollari.
Già il prezzo del petrolio, un target che ancora non riesce a tenere unita tutta l’Opec. I falchi, Iran (sciita) e Venezuela in testa, sembrano puntare a una quota di 100 dollari al barile, risvegliando in Occidente i fantasmi della scorsa estate quando il petrolio ha toccato quota 147 dollari. Le colombe, i paesi moderati e sunniti del Golfo Persico (Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait) guidati dall’Arabia Saudita, seguono invece le anticipazioni del re di Riad, Abdallah, che nelle scorse settimane aveva parlato di un prezzo equo di 75 dollari. E il taglio alla produzione? Anche qui falchi e paesi moderati proseguono il braccio di ferro che dura ormai da fine ottobre. L’Iran nelle ultime settimane ha ripetuto più volte che è necessario una riduzione tra 1,5 e 2 milioni di barili al giorno.
Per quanto riguarda l’allargamento dell’Opec ai paesi non membri, la Russia si era sempre rifiutata di aderire per evitare di piegarsi al sistema delle quote, visto che starne fuori consentirebbe di beneficiare dei tagli alla produzione altrui senza ridurre la propria capacità. Ma il crollo del prezzo del greggio a novembre si è rivelato fatale a questa strategia e potrebbe far sì che la Russia decida di riconsiderare la propria posizione. “Dobbiamo difendere i nostri interessi”, ha detto il presidente Dimitri Medvedev. “Si tratta delle nostre fonti di reddito che si basano su petrolio e gas: queste misure di protezione possono combinare una riduzione dei volumi di produzione, una partecipazione alle organizzazioni esistenti dei produttori, così come una partecipazione a nuove organizzazioni”.
I falchi dell’Opec giocano la carta della Russia. Continua il braccio di ferro in seno all’Opec (l’Organizzazione dei paesi produttori) sull’imminente taglio della produzione del petrolio. Niente di deciso al meeting di El Cairo di sabato scorso: la decisione è stata rinviata a metà dicembre, quando si svolgerà la prossima riunione dell’Opec in Algeria. Un incontro che si annuncia particolarmente caldo e che vedrà la partecipazione straordinaria di Viktor Khristenko, ministro del petrolio della Russia - paese che non fa parte dell’Opec - ma che esporta circa 5 milioni di barili al giorno. Una presenza fortemente voluta da Iran e Venezuela, i falchi dell’Opec, che insistono per una maggiore cooperazione tra i paesi membri dell’organizzazione e i paesi non Opec (Russia, ma anche Norvegia e Messico).
La mossa congiunta di Teheran e Caracas punta a trovare una sponda tra i paesi membri del cartello, che producono il 40% del petrolio mondiale, e quelli che non ne fanno parte, per trovare una strategia comune contro il calo dei prezzi del greggio. E non a caso domenica Teheran è tornata di nuovo alla carica: a un giorno dalla riunione dell’Opec - che ha deciso di lasciare invariata la produzione, nonostante il prezzo del greggio stia calando – il ministro del petrolio,Gholam Nozari, ha fatto sapere che il mercato globale “È sovrafornito con due milioni di barili al giorno”.
La soluzione iraniana? Un colpo di mannaia sulla produzione dell’1 - 1,5 milioni di barili al giorno.
Dall’altra parte le colombe - Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar – prima di acconsentire a nuovo taglio, hanno preteso di veder rispettati gli attuali “tetti” di produzione dagli altri paesi.
L’Opec ha già tagliato due volte di seguito la produzione per un totale di 2 milioni di barili al giorno, portando l’output a 27,3 milioni di barili al giorno. Il segretario generale dell’organizzazione, Abdalla El-Badri, per ora non si sbilancia e parla di una riduzione di “grossa quantità” al prossimo vertice in calendario. Attualmente il prezzo del petrolio oscilla tra i 50 e i 57 dollari al barile, in calo del 63% rispetto al livello record di 147 dollari del luglio scorso. L’Arabia Saudita, il maggior paese produttore, per bocca del re Abdallah ha già fatto sapere che considera “equo” un prezzo di 75 dollari al barile e il segretario dell’Opec sostiene che non ci saranno aumenti significativi del prezzo fino a metà del 2009.