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Dal bonus famiglia alla Cig: dalla Camera la fiducia al governo

Euro

Dall’una tantum per le famiglie al sostegno al reddito per i negozianti costretti a chiudere per la crisi, dal pagamento dell’Iva per cassa ai pannolini gratis. La Camera ha votato la fiducia al Governo, con 327 sì rispetto ai 252 voti contrari (solo due deputati delle minoranze linguistiche si sono astenuti), dando il suo ok alle misure contenute nel testo del provvedimento anti-crisi così come uscito dalle Commissioni Bilancio e Finanze. Palpabile la soddisfazione del ministro dei Rapporti con il Parlamento Elio Vito: “I 327 voti ottenuti dal governo nella fiducia sul Dl anticrisi rappresentano il più alto risultato ottenuto fino ad ora in questa legislatura”. 75 voti di scarto che stanno a dimostrare “la straordinaria compattezza della maggioranza”.
Il provvedimento, oramai blindato, approderà al Senato dove verosimilmente non subirà ulteriori ritocchi. Eventuali correzioni potrebbero arrivare con un altro provvedimento legislativo. Il decreto vale circa 5 miliardi; quasi la metà verrà impiegata per il bonus famiglia.
Nuove norme sono state introdotte alle misure anti-crisi durante il passaggio nelle Commissioni di Montecitorio. Ci sono per esempio 350 milioni per gli assegni familiari. Novità anche sullo sconto fiscale del 55% per i lavori di ristrutturazione che garantiscono risparmio energetico: potrà essere fruiti in 5 anni e non più in 3. Se i parlamentari del Sud, del Pd e soprattutto dell’Mpa, lamentano una penalizzazione del Mezzogiorno, il testo uscito dalle Commissioni invece contiene nuove norme per Milano (il cosiddetto salva-Malpensa) e per Roma (investimenti per la metro fuori dal patto di stabilità). Proprio quest’ultimo capitolo ha fatto infuriare i sindaci del Carroccio, che hanno annunciato che violeranno il patto di stabilità in segno di protesta dopo che una deroga speciale è stata concessa nei giorni scorsi al Campidoglio. “Nel decreto anticrisi votato oggi con la fiducia è contenuta la deroga di non rispettare il patto di stabilità per il Comune di Roma. È un evidente autorizzazione morale per tutti i sindaci che hanno ben gestito i loro bilanci, erogando servizi di ottima qualità ai loro cittadini, a tenere lo stesso comportamento”.

Ecco di seguito, misura per misura, tutte le norme del decreto varato per far fronte alla crisi.
Bonus famiglia. È l’una tantum da 200 a 1.000 euro per lavoratori e pensionati con redditi bassi. Va ai nuclei familiari e solo nel caso dei pensionati anche a soggetti singoli. Il termine per la domanda è il 28 febbraio.
Assegni familiari. Arrivano 350 milioni di euro per dare un sostegno anche ai lavoratori autonomi e per rafforzare gli aiuti alle famiglie con disabili. La spesa potrà però essere decisa solo dopo una verifica su quanto non speso nel 2009 per garantire un tetto alla rata dei mutui variabili.
Mutui prima casa. Per i mutui in corso le rate variabili 2009 non possono superare il 4% grazie all’accollo da parte dello Stato dell’eventuale eccedenza; per i nuovi mutui, il saggio di base su cui si calcolano gli spread è quello Bce.
Pannolini gratis. Per le famiglie che rientrano tra i beneficiari della social card ci sarà un aiuto per l’acquisto di pannolini e latte per i figli fino a 3 mesi di età.
Affitti, mini-fondo. Arrivano 20 milioni in più.
Ammortizzatori. Il sostegno al reddito di coloro che perdono il lavoro sarà garantito dal nuovo Fondo sociale per l’occupazione e la formazione, nel quale confluisce anche il Fondo occupazione per gli ammortizzatori in deroga, finanziato per 1 miliardo e 26 milioni di euro.
Massimo scoperto. Se il saldo del cliente risulta a debito per un periodo inferiore a 30 giorni non si paga la commissione.
Bolletta luce, ampliata platea tariffa sociale. L’accesso alla tariffa elettrica agevolata è consentito anche a coloro che in famiglia hanno un malato che ha bisogno di apparecchiature medico-terapeutiche alimentate ad energia elettrica. Destinatarie delle tariffe agevolate anche le famiglie con almeno 4 figli a carico e con Isee non superiore a 20.000 euro.
Fondo crediti nuovi nati. Istituito un fondo per prestiti agevolati alle famiglie con nuovi nati. Accederà alle risorse anche chi ha un familiare affetto da una malattia rara.
Riforma del mercato elettrico. Tra le novità la futura divisione dell’Italia in tre macro-zone.
Pedaggi autostradali. Gli aumenti saranno congelati fino al 30 aprile 2009.
Detassazione produttività. Prorogato al 2009 l’alleggerimento fiscale per i premi di produttività per i lavoratori dipendenti del settore privato.
Deduzione Irap. Sarà possibile scontare ai fini Ires e Irpef il 10% dell’imposta regionale sulle attività produttive.
Iva per cassa. Il pagamento dell’imposta non sarà più al momento dell’emissione della fattura ma all’effettivo incasso dei corrispettivi.
Studi di settore. Revisione legata alla congiuntura economica. Nessun allentamento invece del loro valore probatorio.
Pagamenti PA. Prevista una velocizzazione dei pagamenti dovuti dalla pubblica amministrazione e dei rimborsi fiscali ultradecennali.
Acconti fiscali. L’acconto Ires passa dal 100% al 97%, mentre quello Irap dal 99% al 96%.
Tremonti-bond. Il Tesoro potrà sottoscrivere, su richiesta delle banche interessate, strumenti finanziari privi dei diritti di voto.
Opa. Allentate le regole sulla cosiddetta passivity rule.
Roma. Investimenti per il trasporto pubblico fuori dal patto di stabilità.
Malpensa. Norme a tutela dell’hub milanese, considerato il via della nuova Alitalia.
Rottamazione negozi. Sostegno al reddito ai negozianti che sono costretti a chiudere. Equivarrà alla pensione minima e sarà concesso a chi ha più di 62 anni (57 se donne).
Infrastrutture. Arriva norma che velocizza la realizzazione delle grandi opere.
Iva Sky. Passa dall’aliquota ridotta del 10% al 20%.
Pornotax e maghi. Tasse maggiorate per la produzione e vendita di materiale porno. Ritocco fiscale anche per i maghi.

La catena di San Madoff e un crac da 50 miliardi

Bernard Madoff
Forse è solo la punta visibile. La colossale truffa che ha fatto sparire 50 miliardi di dollari versati nei fondi hedge (o meglio, presunti tali) di Bernard Madoff potrebbe nascondere sott’acqua altre sorprese. Alla base di tutto c’è ovviamente la mancanza di controlli. In cima alla piramide c’è l’avidità degli investitori. In mezzo c’è molto altro. Le inchieste in corso proveranno a chiarire, ma non sarà facile.
Il meccanismo della truffa è quello che Panorama ricostruisce nello schema a fondo pagina, dal finanziere americano, ex presidente del Nasdaq (il mercato azionario delle società hi-tech), al risparmiatore finale, spesso inconsapevole, in qualche caso avido. In mezzo molti gestori di fondi di fondi hedge: investivano ingolositi dai risultati dichiarati da Madoff, sempre enormemente positivi.

Il problema è che era tutto falso. I fondi gestiti da Madoff e dai suoi collaboratori, in tutto circa 15, con Feirfield e Kingate che risultavano i due maggiori, erano in realtà fondi per modo di dire. Infatti non avevano di fatto una banca depositaria: si appoggiavano a uffici di contabilità, in pratica non sottoposti ad alcun controllo (di queste pseudobanche ce ne sono sulle isole Bermuda, Cayman, Bahamas, Barbados e in tutti i paradisi fiscali), e comunque il denaro finiva direttamente nelle società del gruppo. Che ben si guardava dall’investire davvero nelle borse.
Il rovello che ora turba il sonno di molti operatori sul mercato è il seguente: quanto sono diffusi i prodotti (dalle obbligazioni strutturate alle polizze vita indicizzate a fondi di fondi hedge) che contengono quei fondi di Madoff? Secondo gli esperti interpellati da Panorama, di polizze del genere ce ne sono parecchie in Italia, ma chi ammetterà di essere vittima della truffa? I primi gruppi italiani costretti a fare i conti sul danno subito sono il Banco Popolare (anche tramite la controllata Aletti Gestielle, per un totale di oltre 60 milioni di euro) e l’Unicredit, per cifre maggiori: la controllata Pioneer aveva investito 280 milioni di dollari nei fondi di Madoff, la Bank Medici (partecipata del gruppo Unicredit) ha un’esposizione per oltre 2 miliardi di dollari. Altri gruppi, plausibilmente, dovranno ammettere la botta.
Ma come è possibile che la truffa sia potuta andare avanti per anni senza che nessuno se ne accorgesse? Racconta a Panorama un gestore di fondi: “Io Madoff l’ho incontrato nel 1997 a New York, quando ero responsabile delle gestioni di un’importante banca italiana. Ero andato a trovarlo su indicazione di alcuni clienti, in particolare della comunità ebraica, che mi consigliavano di puntare su di lui”. E che tipo era? “Una persona squisita che però, quando gli ho chiesto come investiva, mi ha detto che il suo era un processo proprietario molto sofisticato e riservato, quindi non lo poteva rivelare. Sono tornato in Italia e ho detto ai miei clienti: vi consiglio di lasciar perdere”.

Altri, presi dall’avidità, si sono però fidati: “Conosco un investitore italiano che ci ha rimesso 15 milioni di dollari, e il suo family office ancora di più” racconta a Panorama un banchiere. “Il mio amico italiano ha sposato la figlia del presidente di una casa d’investimenti americana e Madoff glielo aveva presentato il suocero”.
Secondo John Rekenthaler, padre della metodologia della società di analisi Morningstar e ideatore del rating (voto) sugli hedge fund, il caso Madoff “è la prova che il settore fa affidamento più sulle strette di mano e i rapporti di amicizia che sulle analisi dei fondi e la competenza professionale. Questa superficialità permette ai gestori più scaltri, che non sono sempre i più capaci, di attrarre investitori”.
Già: i fondi di Madoff guadagnavano sempre, il finanziere s’inventava un risultato positivo anche quando il mercato scendeva del 35 per cento, come a novembre 2008. E il bello è che sui prospetti informativi del fondo Kingate è esplicitamente indicata la possibilità di frode o appropriazione indebita: “Il fondo non ha un custode del patrimonio, ma resta in affidamento all’advisor”, cioè a Madoff e ai suoi affiliati; e “c’è l’eventualità che questi soggetti possano fallire o essere truffati”. Peccato che nessuno legga i prospetti dei fondi.

Come funzionava il trucco: la vecchia catena “di Sant’Antonio”
I fondi di Madoff erano fittizi. Grazie ai risultati dichiarati, sempre molto positivi, ogni mese affluivano più soldi (dalle sottoscrizioni di nuovi clienti) di quelli necessari per far fronte alle richieste di riscatto. La classica catena di Sant’Antonio.

Gli investimenti dei fondi sono fatti normalmente tramite una banca depositaria. Invece con Madoff si utilizzavano conti delle società di gestione del gruppo, senza alcun controllo.

Anche la società di revisione dei fondi di Madoff era fittizia: di fatto era controllata dallo stesso finanziere. E nessuno sembra aver letto i prospetti sul rischio di truffa e appropriazione indebita. Clienti ingolositi dai guadagni Madoff, oltre a dichiarare risultati stratosferici, anticipava ricche cedole agli investitori. In questo modo anche molti fondi di fondi hedge hanno comprato le quote, ingolositi dai guadagni dichiarati.

Un’obbligazione indicizzata ai fondi di Madoff, oppure una polizza vita che investe in questi prodotti: sono i derivati finanziari della grande truffa, ancora sparsi per il mondo.

La signora Maria ha comprato una polizza o un’obbligazione: era inconsapevole che i prodotti fossero legati ai fondi di Madoff. Rischia di non avere alcun guadagno, oppure di perdere tutto.

E con il federalismo dalla casa spariscono le 13 tasse

Case del entro di Roma

di Gino Pagliuca

Due case di caratteristiche analoghe e distanti magari solo poche decine di metri possono avere, per il fisco, valori assai diversi, che possono tradursi in differenze di migliaia di euro se vengono vendute. Possono pesare in misura molto diversa sui proprietari quando si trovano a pagare tre diverse imposte (registro, ipotecaria e catastale). Gli stessi proprietari possono pagare importi diversi nel caso in cui comprino da un costruttore al quale bisogna versare l’Iva. L’Ici, poi, si calcola sul valore presunto dell’immobile, l’Irpef invece sulla rendita, cioè sul canone di affitto teorico che secondo l’erario si potrebbe ottenere. Quella sui rifiuti è una tassa, quindi dovrebbe tener conto dell’”attitudine” del contribuente a produrre rifiuti, invece si paga a seconda dei metri quadrati, come se i rifiuti li producessero i pavimenti e non le persone…
L’elenco delle assurdità nell’imposizione fiscale sulla casa potrebbe continuare a lungo. Di sicuro la legislazione ha contribuito a rendere opaco un mercato come quello immobiliare che già non brilla per trasparenza. Alla fine il risultato è una congerie di norme farraginose che comunque fanno affluire nelle casse pubbliche un fiume di denaro, come si può rilevare dai dati resi noti dall’Agenzia del territorio sul gettito dei 13 tributi principali nel 2007. In cassa sono entrati 42,8 miliardi di euro, con l’Ici a fare la parte del leone (entrate per 11,4 miliardi); nel computo però entrano anche gli 1,7 miliardi arrivati dalla prima casa, che dal 2008 non è più tassata.
Nelle entrate sono considerate anche voci di entità modesta, come gli 80 milioni di euro dell’imposta di successione, abolita nel 2001 dal secondo governo Berlusconi, anche perché ha sempre reso meno di quanto costasse incassarla, e poi riproposta, sebbene con forti esenzioni, dal governo Prodi. Al computo andrebbero aggiunti anche tributi minori (ma non per chi li paga) come quello ambientale per i consorzi di bonifica.
Il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli ha lanciato, all’interno della riforma federale dello Stato, l’idea di un tributo unico sulla casa gestito dai comuni, la cosiddetta service tax, che sostituisca le imposte attuali. Non sarà facile, perché non tutte e 13 si prestano a essere accorpate. è il caso dei tributi (registro, ipotecario e catastale, Iva) legati alle compravendite e che hanno andamenti molto variabili.
L’idea della service tax non dispiace ai rappresentanti dei proprietari di casa, ma con qualche distinguo. Dice il presidente della Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani: “L’uso dell’inglese è sospetto. Tax significa sia tassa, e quindi corrispettivo di erogazione di servizi, sia imposta. Noi vorremmo che si trattasse di una tassa per i servizi forniti dagli enti locali agli immobili e non di un’imposta patrimoniale. Solo mettendo paletti molto chiari è possibile lasciarne ai comuni la gestione, contrariamente sarebbe come spalancare a una volpe la porta del pollaio”.

Manovra, Tremonti promette “20mila alloggi nel 2009 e pareggio nel 2011″

Tremonti e Letta

Presentare una manovra triennale prima dell’estate è stato “oltre che strategico nella logica europea, anche saggio per il nostro Paese” vista “la difficile congiuntura internazionale” e “il deterioramento nel primo semestre dell’anno”.
Non nasconde tutta la sua soddisfazione il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, per aver conseguito il risultato di anticipare a prima dell’estate la manovra economica triennale ed aver avviato l’esame del ddl Finanziaria.
La manovra, spiega Tremonti durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi, si compone di tre linee fondamentali: “La prima riguarda la stabilizzazione triennale dei conti pubblici e con il voto di ieri è stata chiusa. La seconda linea riguarda l’attuazione dell’agenda di Lisbona, completata per due terzi, mentre la terza linea riguarda il federalismo fiscale che completeremo a settembre e che è stato anticipato nel Dpef”.
A settembre infatti, ribadisce il ministro, la Finanziaria sarà approvata in via definitiva: “La sostanza della legge finanziaria è legge dello Stato, la forma” dice “sarà legge quando sarà presentata a metà settembre. I contenuti sostanziali sono nel decreto legge, ma - ribadisce - il provvedimento di legge finanziaria e legge di Bilancio saranno formalizzati entro settembre, come prevede la legge, quando saranno stati acquisiti tutti i dati dei bilanci dei ministeri”.
Tremonti ha quindi spiegato: “È a portata di mano l’obiettivo dei 20mila alloggi entro il prossimo anno” previsto dal piano casa contenuto nel decreto legge appena convertito dal parlamento. In ogni caso, i soldi derivati dalla Robin Tax sono già serviti a “evitare ulteriori riduzioni della spesa sociale”. “I quattro miliardi di maggiori imposte da quel settore saranno utilizzati per risparmiare tagli in settori sociali per noi meritevoli”, ha detto Tremonti precisando che la carta sociale “sarà finanziata oltre che da fondi pubblici anche da contributi dal settore privato, e in più con sconti che verranno dal settore del commercio”. E poi: “Nessuno ha il diritto d’autore” ma “sulla stampa di ieri c’è scritto che Obama vuole tassare i petrolieri per dare 1000 dollari a famiglia”, aggiunge il ministro, facendo riferimento all’annuncio del candidato democratico alla Casa Bianca.

I punti su cui lavorerà ora il ministro Tremonti saranno le grandi opere infrastrutturale e la riforma del processo civile. “Per fare regia sulle infrastrutture” ha spiegato il ministro “abbiamo due strumenti: uno è il Cipe, che canalizzerà i fondi, e l’altro è la Cassa Depositi e Prestiti che sarà utilizzata in questa strategia”. Il numero uno di via XX settembre ha, poi, detto che “l’unica cosa che non poteva entrare nel decreto ma che sarà nel disegno di legge è la riforma del processo civile, su cui molto ha lavorato il ministro della Giustizia Alfano, che è una delle cose su cui ora dobbiamo puntare, su cui dobbiamo investire di più”.
Tremonti ha poi portato l’analisi sul fronte della famiglie italiane. “Le famiglie italiane sono molto meno indebitate e anzi hanno più risparmio e meno debito rispetto ad altre popolazioni in altri Paesi. E per inciso i provvedimenti dei mutui crediamo che più passa il tempo e più sarà considerato come fondamentale in questa strategia. Più passa il tempo e più si modificano le strutture dei tassi e sarà evidente la struttura a rata fissa del provvedimento”. Tremonti ha poi sottolineato anche che “il sistema industriale italiano si è ristrutturato ed è passato verso una fase di criticità per l’ ingresso nell’euro. Ma per una buona parte si è ristrutturato”.
In conferenza stampa è intervenuto anche il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, per assicurare che nella manovra ci sono risorse sufficienti per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego: “Ci sono le risorse per il fare un rinnovo onesto dei contratti dei dipendenti pubblici e per fare una contrattazione di secondo livello”, ha detto Brunetta riferendosi all’articolo 2 del ddl Finanziaria esaminato ieri dal consiglio dei ministri in via preliminare per essere varato in settembre. Il ministro ha precisato che “dal 2009 cambieremo il modo di pagare i dipendenti pubblici, premiando il merito”. La dote per gli statali, già stanziata nel dl alla manovra, ammonta a circa 2,8 miliardi.

Contrariamente al solito, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Gianni Letta, decide di scendere in conferenza stampa a palazzo Chigi per dare atto al governo e al ministro dell’Economia Giulio Tremonti del “grande risultato” raggiunto con la messa a punto della Finanziaria 2009 già prima della pausa estiva. “È una vera rivoluzione” sottolinea Letta “una grande novità che rappresenta il primo passo verso la riforma della Finanziaria. Quest’anno, un passo deciso e forte è stato fatto e lo si deve al ministro Tremonti che ha saputo portare nel giro di pochissimi giorni, prima della rituale sessione di settembre, una riforma che ha rappresentato una grande novità, una rivoluzione”.

Manovra: passa la fiducia alla Camera. Le misure: Robin tax e tagli

Uno scranno a Montecitorio

L’aula della Camera ha votato con 312 sì e 239 no la fiducia chiesta dal governo sul decreto legge con la manovra triennale, nel testo del Senato. Ora l’assemblea esaminerà gli ordini del giorno poi si passerà a dichiarazioni e voto finale sul provvedimento.

Il provvedimento varato ha un peso di quasi 37 miliardi lordi, contiene una correzione netta di 30,9 miliardi nel triennio, di cui 17,1 nel solo 2009. Il testo introduce una serie di misure che vanno dalla Robin tax alla social card, dal piano casa per giovani coppie e single con figli all’abolizione del ticket sull’assistenza specialistica, fino alle controverse norme su precari e assegni sociali. Obiettivo della manovra triennale è quello di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2011.
Ma sono soprattutto i risparmi a fare la parte del leone. In particolare, circa 15 miliardi, su 29 complessivi nel triennio, arriveranno da tagli ai budget dei ministeri. A seguire, i maggiori sacrifici dovranno essere fatti dagli enti locali: i tagli complessivi ammontano a oltre 9 miliardi, di cui circa 4 a carico delle Regioni.
La manovra d’estate contiene anche misure per lo sviluppo e aiuti ai consumi. A cominciare dall’introduzione della social card, dedicata alle fasce più povere. Verrà alimentata con un Fondo in cui confluirà il gettito della Robin tax, interesserà circa 1,2 milioni di pensionati e varrà 400 euro. In arrivo, infine, il “piano casa” con aiuti alle giovani coppie, fino alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali.

Ecco in sintesi le principali novità contenute nella manovra d’estate:

Robin tax. Per le società energetiche viene innalzata dal 27,5% al 33% l’aliquota Ires. Per banche e assicurazioni il maggior prelievo sarà ottenuto con un allargamento della base imponibile.
Pubblica amministrazione. Otto miliardi di “risparmi” già quest’anno, ai quali si aggiunge un nuovo pacchetto di tagli di 300 milioni con cui si finanzia lo stop ai ticket. I tagli alla spesa della P.A sono del 30%. Stretta anche sulle consulenze (-30% rispetto al 2004).
Precari. No all’assunzione ma solo un indennizzo economico pari a 2,5-6 mesi di stipendio per i precari che hanno già presentato un ricorso per richiedere l’assunzione ai datori di lavoro.
Assegni sociali. Per usufruire degli assegni bisognerà avere il requisito di 10 anni di soggiorno legale continuativo sul territorio italiano.
Social card. Per i meno abbienti, 400 euro in buoni sconti sui prodotti alimentari e sulle bollette: la misura riguarda 1,2 milioni di cittadini, ma bisognerà avere la cittadinanza italiana. Ad alimentare il fondo saranno i conti bancari dormienti.
Ticket. Stop ai ticket sulla diagnostica anche nel 2009. Costo 834 milioni: il governo ne metterà la metà ma lo stanziamento diventa triennale. L’altrà metà è a carico delle Regioni.

Queste le principali misure contenute nel testo. Ma continua a non avere vita facile la cosiddetta norma “anti-precari”. Un nuovo stop è arrivato dal Comitato permanente pareri della commissione Affari Costituzionali di Montecitorio, che ha dato ieri disco verde al provvedimento, osservando tra l’altro, però, che “le violazioni per le quali siano stati instaurati giudizi non conclusi con sentenze passate in giudicato verrebbero sanzionate in modo diverso da violazioni analoghe commesse successivamente all’entrata in vigore della legge di conversione, o anche antecedentemente a tale data, quando per esse non sia stato ancora instaurato un giudizio, il che - si osserva ancora - potrebbe risultare in contrasto col principio costituzionale di ragionevolezza delle disparità di trattamento disciplinate dalla legge”.

Il VIDEO servizio:

A che serve l’oro di Draghi

Un lingotto d'oro

Il tesoretto c’è, anzi, è un tesorone. Però non si trova in via XX Settembre a Roma, nella sede del ministero dell’Economia di Giulio Tremonti. Sta qualche centinaio di metri più in là, al numero 92 di via Nazionale, ben custodito nei caveau della Banca d’Italia del governatore Mario Draghi. Come i tesori delle fiabe manda bagliori e riluce perché è tutto d’oro: oltre 2 mila tonnellate di lingotti ben impilati e allineati, spesso stoccati da decenni.
In alcuni casi contrassegnati dai marchi della storia: la falce e martello dell’Unione Sovietica, l’aquila americana, la svastica nazista. Tutti insieme hanno un valore di 44 miliardi e 800 milioni di euro, secondo la stima della stessa Banca centrale inserita alla voce “attivo ” dello stato patrimoniale al 31 dicembre 2007. A cui vanno aggiunti circa 24 miliardi delle riserve costituite dalle attività in valuta della stessa banca nei confronti di residenti e non residenti nell’area euro. In totale le riserve sono pari a circa 69 miliardi, 5 in più rispetto al 2006, una massa enorme di risorse equivalenti a due o tre Finanziarie pesanti. Per legge quei beni sono di proprietà della Banca d’Italia che li conserva “a salvaguardia della credibilità del sistema europeo delle banche centrali “, ma non tutti, solo una parte.
Un’altra quota rilevante viene da riserve residuo di altre stagioni, essendo state costituite a difesa della lira. Ma dal momento che ora la lira non c’è più, c’è chi si chiede se abbia ancora senso conservare intonsi tutti quei miliardi o se piuttosto non sarebbe opportuno utilizzarli in un modo più produttivo per il sistema paese. La proposta di mettere a frutto le riserve della Banca d’Italia non è nuova, anzi come un fiume carsico appare e scompare nel dibattito economico e politico tagliando trasversalmente destra, centro e sinistra tra favorevoli e contrari. Si inabissa nei momenti in cui l’Italia spera di aver imboccato la via virtuosa del risanamento dei conti pubblici e rispunta quando l’emergenza torna a mordere. Ora siamo senza dubbio in questa seconda fase, con gli indicatori fondamentali dell’economia interna e internazionale che volgono verso il brutto: crisi finanziaria mondiale, prezzo del petrolio raddoppiato in 3 mesi, inflazione dell’area euro intorno al 4 per cento, crescita italiana praticamente bloccata, consumi al palo, produttività anemica.
È in questo scenario che la proposta di attingere alle riserve nazionali torna di attualità, rispolverata e arricchita da Geminello Alvi, brillante commentatore ed economista del consiglio degli esperti dell’Economia, il quale di recente l’ha inserita nel pentalogo consegnato a Tremonti, un promemoria riservato “Per l’uso dei patrimoni pubblici”. L’idea di utilizzare le riserve delle banche centrali, per la verità, non è esclusiva dell’Italia, dove pure il debito pubblico è uno dei più giganteschi del mondo (1.600 miliardi circa alla fine del 2007). È già stata tradotta in pratica, tutto sommato senza grandi clamori, in altri paesi d’Europa, dalla Francia all’Austria, che hanno messo a frutto le riserve per finanziare grandi progetti di ricerca e sviluppo, e dalla Spagna che, invece, ha preferito destinare quelle risorse all’abbattimento del debito.
In Italia uno dei primi politici a lanciare timidamente l’idea fu Romano Prodi, ai tempi del suo primo governo, tra il 1996 e il 1998, ma poi il progetto fu riposto nel cassetto. Dalla sponda del centrodestra alcuni anni dopo ci riprovò Bruno Tabacci, oggi deputato della Rosa bianca, con un emendamento alla Finanziaria 2003 preparato d’intesa con il servizio studi della Camera, ma sbrigativamente considerato inammissibile e accantonato. Cambiata maggioranza, a luglio di un anno fa il centrosinistra rispolverò il progetto con il sottosegretario all’Economia, Alfiero Grandi. La proposta fu inserita in una risoluzione votata da Camera e Senato, ma anche in quel caso non se ne fece nulla. Tabacci avrebbe voluto usare le risorse a riduzione del debito, Grandi, invece, per rinvigorire gli investimenti in ricerca e innovazione. Parlando con Panorama, entrambi affermano di non avere cambiato idea. Ma anche gli oppositori restano molti, sia in uno schieramento sia nell’altro. Un anno fa il capogruppo di An in commissione Bilancio di Montecitorio, Mario Baldassarri, parlò di “vero e proprio assalto”, mentre l’economista Tito Boeri, più vicino al centrosinistra, l’editorialista Francesco Giavazzi e Lamberto Dini, tra l’altro ex direttore di Bankitalia, sostennero all’unisono che con quel sistema non si sarebbe risanato un bel niente. “Il problema vero” dissero “era casomai la capacità o l’incapacità politica di attaccare la spesa corrente rimasta a livelli patologici nonostante tutti i tentativi di riduzione”. Angelo De Mattia, uno dei collaboratori più ascoltati dall’ex governatore Antonio Fazio, sull’Unità scrisse che l’idea di utilizzare le riserve, pur non essendo un dramma, avrebbe richiesto modifiche costituzionali e comunque non poteva essere imposta, ma eventualmente frutto di una scelta autonoma della Banca centrale.
La Banca d’Italia, però, è sempre stata contraria a toccare le riserve, considerate uno dei pilastri a sostegno della sua autonomia. Fazio liquidò a suo tempo la faccenda come un’”idea balzana” e, citando William Shakespeare, arrivò a dire che c’era “del metodo nella follia” di chi la proponeva. Più di recente a difesa delle riserve italiane il presidente della Banca europea, Jean-Claude Trichet, con ruvidezza ha parlato addirittura di tentativo di “esproprio”.
In Italia quando si tocca la faccenda delle riserve, inoltre, c’è da considerare un elemento in più, quello della proprietà. Perché quelle risorse sono sì della Banca centrale, che in questi decenni le ha fatte lievitare con oculatezza.
Ma Banca d’Italia a sua volta è posseduta non da azionisti pubblici, bensì privati, banche in particolare, dall’Intesa Sanpaolo all’Unicredit, dalla Banca nazionale del lavoro al Monte dei Paschi, sempre rispettose al massimo dell’autonomia dell’istituto di Draghi, ma i cui manager devono rispondere del loro operato agli azionisti, alcuni stranieri. I quali, c’è da giurarci, difficilmente sarebbero entusiasti all’idea di perdere parte del patrimonio.

I soci di Bankitalia

I NUMERI
Le riserve della Banca d’Italia sono pari a 69 miliardi di euro. La maggior parte è in oro, come viene precisato nello stato patrimoniale dell’istituto al 31 dicembre 2007.
45 miliardi di euro: a tanto ammontano le riserve auree (in oro e in crediti in oro) detenute dalla Banca centrale.
19 miliardi: le attività in valuta estera verso non residenti nell’area euro.
5 miliardi: le attività in valuta estera verso residenti dell’area euro.

Guerra dei motori di ricerca, nasce Cuil.com ennesimo anti Google

La pagina di Cuil

Mentre Google sfida Wikipedia, ufficializzando Knol, la nuova enciclopedia che non permette l’anonimato ma offre ai collaboratori volontari la possibilità di realizzare entrate personali inserendo annunci pubblicitari, gli ex-dipendenti di Google hanno lanciato il nuovo motore di ricerca Cuil (http://www.cuil.com, si pronuncia come l’inglese “cool”).

Tra i fondatori, ci sono infatti Anna Patterson, una delle donne più note nell’ambiente delle ricerche online, e suo marito Tom Costello. Anna, dopo aver per anni collaborato con Google di Brin e Page, alcuni anni fa ha creato il più grande database mai realizzato per indicizzare la rete con oltre 12 miliardi di pagine. Nell’ultimo periodo di permanenza a Mountain View, l’esperta informatica si è occupata del progetto TeraGoogle e della progettazione di nuove architetture per gli algoritmi del motore di ricerca, implementando alcune nuove soluzioni per il famoso algoritmo PageRank utilizzato da Google.
Ora, chiamando intorno a sé altri esperti ex-Googliani, ha lanciato un search engine da 120 miliardi di pagine, il triplo rispetto al Re Google. Obbiettivo: superare il motore di ricerca di Mountain View per la qualità e la rilevanza dei risultati forniti agli utenti. Il nuovo motore di ricerca non assegna rilevanza in base al link (caratteristica cruciale di PageRank, l’algoritmo su cui si fonda Google), bensì in base al contenuto delle pagine rispetto alla richiesta lanciata dall’internauta. L’aspirante rivale del motore più famoso della rete tiene quindi in considerazione più i concetti alla base delle ricerche di ciascun utente.
Al di là della grafica più accattivante, è però tutta da dimostrare la supposta superiorità in termini di indicizzazione di Cuil rispetto a Google. Per farsene un’idea basta provare. Se, per esempio, si cerca “Panorama” su Cuil, si visualizzano 3.600.000 risultati mentre Google ne propone 101.000.000. La stessa cosa con termini molto popolari sul web, come “Harry Potter”: circa 113 milioni di risposte su Google, mentre il nuovo motore ne offre più o meno 30 milioni.
Ma la sfida del team che ha creato Cuil.com può dire di essere già a buon punto, avendo raccolto 33 milioni di dollari dalle venture capital. Certo, scacciare Google dal trono dei motori di ricerca non sarà un’impresa facile. Per la società comScore, Google controlla più del 60% del search engine negli Usa, Yahoo il 20,9%, Microsoft il 9,2 %. La prima ambizione di Cuil sarebbe quindi quella di salire almeno sul podio. Magari sfruttando la caratteristica che lo fa diverso da Google: non registrare traccia dei movimenti dell’internauta, ossia non conservare gli indirizzi Ip né altri dati che permettano di ricostruire i percorsi di navigazione degli utenti, garantendo così una maggiore tutela della privacy. Lo slogan di Cuil.com è infatti “lo storico delle vostre ricerche è il vostro business, non il nostro”.

Il VIDEO servizio:

Alla Camera primo via libera per la Finanziaria

Giulio Tremonti

La Camera dà il suo via libera alla manovra economica del governo. Il testo ora passerà al Senato. Il provvedimento è stato approvato da Montecitorio con 305 voti favorevoli, 265 contrari e tre astenuti. Salvo ulteriori modifiche che richiederebbero un nuovo passaggio a Montecitorio, il via libera definitivo è previsto dal calendario del Senato (o da quello della Camera in caso di ritocchi a Palazzo Madama) entro l’8 agosto. Il decreto approvato dalla Camera è il primo pezzetto della novità procedurale inaugurata dal ministro dell’Econmia: la manovra economica triennale da quasi 35 miliardi di euro, di cui circa 30 di tagli alla spesa dal 2009 al 2011. A settembre, quindi, la legge Finanziaria dovrebbe contenere soltanto le tabelle e comunque essere priva di contenuti politici. Il governo punta così a conseguire il pareggio di bilancio alla fine del triennio, come concordato con Bruxelles.
La manovra prevede una correzione netta nel 2009 di quasi 10 miliardi per portare il deficit dal tendenziale 2,6% al programmatico 2%. Il deficit è visto sostanzialmente in pareggio nel 2011. In termini di intervento lordo, la manovra reperisce e destina risorse per circa 35 miliardi nel 2011. La manovra interviene soprattutto sui tagli alla spesa pubblica che raggiungeranno circa 8,4 miliardi nel 2009. Sul fronte della maggiori entrate agisce soprattutto la cosiddetta Robin Hood Tax su petrolieri, banche e assicurazioni, che darà oltre 4 miliardi nel 2009.
Critica l’opposizione. Dietro lo scenario pessimista descritto dal ministro dell’economia Giulio Tremonti resta il sospetto - ha detto Antonello Soro intervenendo in aula durante le dichiarazioni di voto - che sia stato “un abile tentativo di nascondere la volontá di scaricare le cause della crisi molto lontano da sè e dal governo” aveva sulla manovra economica. Ma “ai governi” rimarca il capogruppo Pd di Montecitorio “spetta indicare risposte possibili ai problemi”. E invece “la manovra economica che oggi viene approvata non serve a risolvere i problemi degli italiani, delle famiglie e delle imprese, ma anzi -avverte il parlamentare Pd- crea le premesse per un autunno davvero molto caldo”.
Più duri i toni dell’Idv, che per bocca del leader Antonio Di Pietro, definisce la manovra “come cianuro per un ammalato invece che far soffrire ancora gli italiani li uccide direttamente. È del tutto irrazionale perchè toglie ai deboli per dare ai forti e ai furbi”. Per Di Pietro la manovra è “un Dl fatto in casa alla chetichella, come se il Parlamento non servisse a niente: 600 pagine di articoli, richiami ad altri articoli. Ma poi abbiamo capito che non dovevamo leggerlo, ma non l’hanno letto neanche i suoi ministri, visto che è stato approvato dal Cdm in 9 minuti”, e chiede: “Vi servivano soldi? Potevate prenderli dall’evasione fiscale. Lì avreste trovato non un tesoretto, ma un tesorone. Invece, questo governo è contro la lotta all’evasione. Potevate prenderli dalla casta, invece ve la prendete con i poveri cristi: con i tagli alla scuola, alle forze dell’ordine e agli statali. Potevate intervenire sulla sanità seri e non con tagli a pioggia. Potevate prenderli dalle società municipalizzate”.
In difesa del provvedimento, la Lega: “La stagione di chi organizzava le feste per pochi facendo pagare il conto a tutti deve essere finita” aveva replicato il capogruppo Roberto Cota sempre durante le dichiarazioni di voto. “Servono più risorse sul territorio che sappiamo di non poter prendere dalle tasche dei cittadini. L’unico modo per trovarle sta nel federalismo fiscale che sarà varato alla ripresa dei lavori parlamentari dopo la pausa estiva”.

Alla Camera si decide il futuro di Ortis e della sua Authority

Traliccio di alta tensione

Dietrofront sull’Authority per l’energia e per il gas. Il ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, blocca la Lega rispetto all’emendamento presentato venerdì notte in commissione Bilancio e Finanze della Camera che prevede, tra le altre cose, l’azzeramento dei vertici dell’Autorità guidata da Alessandro Ortis. La modifica, il cui primo firmatario è Maurizio Fugatti, era volta ad attribuire all’organismo di vigilanza sui settori dell’energia elettrica e del gas anche competenze relative alle autorizzazioni per l’avvio della produzione di energia nucleare. Scajola ha ipotizzato uno stralcio della norma e l’inserimento in un disegno di legge, in modo da dare “un quadro più completo a una norma importante per il paese”. Ma non è certo che in quella sede avvenga un riordino dell’Autorità che attribuisca all’Autorità competenze specifiche sull’atomo.
C’è attesa, dunque, per quello che succederà oggi in aula quando si voterà il comma aggiuntivo all’articolo 75 della manovra economica del governo. Se l’emendamento Fugatti supererà anche l’esame di Montecitorio, la futura autorità per l’energia sarà composta da soli tre commissari più il presidente. L’Authority nasce, nel 1995, con tre componenti in tutto, divenuti cinque nel 2004 e poi riportati a tre dal governo Prodi con un disegno di legge che però non fu mai approvato. E resta il nodo del nucleare. Secondo Stefano Saglia, presidente della commissione Lavoro della Camera ed esperto in temi energetici, il piano sul nucleare messo a punto in vari provvedimenti da parte del governo deve puntare a una “riunificazione in un unico ente o agenzia delle competenze oggi detenuta dall’Apat e dall’Enea”. L’Authority è preposta alla regolazione del mercato e non certo alla sorveglianza e alla sicurezza del nucleare”, aggiunge l’esponente del Pdl e anche Enrico Letta del Pd auspica che la marcia indietro sull’Authority sia realtà: l’azzeramento per decreto sarebbe una “scelta molto grave che vedrebbe la nostra opposizione totale e la fine di qualsiasi tentativo di dialogo”.
“Stiamo organizzando, d’intesa con il ministero dell’Ambiente, un organismo di sicurezza nucleare - ha proseguito Scajola - per assicurare l’impiego delle migliori tecnologie, l’affidabilità dei controlli e l’idoneità dei processi industriali in tutta la filiera”. Si starebbe valutando anche l’ipotesi di far tornare il dipartimento nucleare dell’Apat all’interno dell’Enea da cui era stata scorporata nel 1994 per scongiurare il conflitto di interessi che si era creato all’interno dell’ente di ricerca che oltre a fare da autorità di controllo sull’atomo aveva come “mission” anche la promozione industriale della attività nucleari. Il progetto più complessivo del governo sul ritorno al nucleare toccherà tutti i centri di competenza in questo settore. L’Autorità di controllo infatti coronerebbe infatti un percorso più complessivo che passa per la “rifocalizzazione della missione e delle attività dell’Enea” che sempre secondo Scajola “dovrà diventare uno strumento a disposizione del Paese per rispondere alla sfida del cambiamento climatico globale”.
Discussione che arriva proprio nel giorno in cui l’Autorità per l’energia elettrica e il gas dispone le norme per vigilare sulla Robin tax. La tassa destinata a colpire gli extraprofitti delle aziende energetiche non dovrà trasferirsi sulle bollette dei consumatori e il decreto fiscale che la contiene ha previsto che l’Autority guidata da Ortis vigili sull’intero settore per scongiurare il temuto effetto traslazione. L’Autorità ha adottato una delibera pubblicata sulla Gazzetta ufficiale che impone agli operatori che verranno colpiti dalla misura (quelli con profitti superiori ai 25 milioni di euro) di mettere a disposizione l’ultimo bilancio di esercizio disponibile nonché, se disponibili, le relazioni trimestrali e semestrali del primo semestre 2008 e i documenti di budget relativi al 2008. L’Autorità chiede inoltre agli operatori che si trovino nelle condizioni descritte dall’articolo 81 del decreto fiscale una dichiarazione contenente i valori dei margini operativi (lordi unitari relativi a ciascun prodotto riferiti sia all’anno 2007 che al primo semestre 2008).

L’allarme di Bankitalia: debito da record, in aprile a 1.661 miliardi

 Palazzo Koch, sede centrale della Banca d'Italia

Il debito pubblico italiano sale ancora e segna un nuovo record ad aprile a 1.661,4 miliardi di euro, dai 1.646,8 di marzo. L’allarme viene dalla Banca d’Italia nel suo Supplemento del bollettino statistico.

Il debito cresce così per il quarto mese consecutivo nel 2008, portandosi a 1.661.486 milioni di euro da 1.646.811 milioni di marzo. Si tratta, in ogni caso, di una crescita in valore assoluto, mentre ai fini del patto di stabilità europeo è il rapporto percentuale del debito rispetto al Pil ad avere valore. La crescita dello stock di debito, ad aprile rispetto a marzo, è stata di circa 15 miliardi di euro, mentre rispetto ad aprile 2007 l’aumento è stato di oltre 50 miliardi di euro.

Sempre nel bollettino di via Nazionale, si legge che le entrate tributarie nei primi cinque mesi del 2008 sono ammontate a 140.333 milioni di euro, in crescita del 6,1% rispetto ai 132.178 milioni dello stesso periodo dello scorso anno. A maggio, ultimo mese analizzato, le entrate sono state pari a 28.940 milioni di euro (28.363 nel maggio del 2007).

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