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miliardi

A che serve l’oro di Draghi

Un lingotto d'oro

Il tesoretto c’è, anzi, è un tesorone. Però non si trova in via XX Settembre a Roma, nella sede del ministero dell’Economia di Giulio Tremonti. Sta qualche centinaio di metri più in là, al numero 92 di via Nazionale, ben custodito nei caveau della Banca d’Italia del governatore Mario Draghi. Come i tesori delle fiabe manda bagliori e riluce perché è tutto d’oro: oltre 2 mila tonnellate di lingotti ben impilati e allineati, spesso stoccati da decenni.
In alcuni casi contrassegnati dai marchi della storia: la falce e martello dell’Unione Sovietica, l’aquila americana, la svastica nazista. Tutti insieme hanno un valore di 44 miliardi e 800 milioni di euro, secondo la stima della stessa Banca centrale inserita alla voce “attivo ” dello stato patrimoniale al 31 dicembre 2007. A cui vanno aggiunti circa 24 miliardi delle riserve costituite dalle attività in valuta della stessa banca nei confronti di residenti e non residenti nell’area euro. In totale le riserve sono pari a circa 69 miliardi, 5 in più rispetto al 2006, una massa enorme di risorse equivalenti a due o tre Finanziarie pesanti. Per legge quei beni sono di proprietà della Banca d’Italia che li conserva “a salvaguardia della credibilità del sistema europeo delle banche centrali “, ma non tutti, solo una parte.
Un’altra quota rilevante viene da riserve residuo di altre stagioni, essendo state costituite a difesa della lira. Ma dal momento che ora la lira non c’è più, c’è chi si chiede se abbia ancora senso conservare intonsi tutti quei miliardi o se piuttosto non sarebbe opportuno utilizzarli in un modo più produttivo per il sistema paese. La proposta di mettere a frutto le riserve della Banca d’Italia non è nuova, anzi come un fiume carsico appare e scompare nel dibattito economico e politico tagliando trasversalmente destra, centro e sinistra tra favorevoli e contrari. Si inabissa nei momenti in cui l’Italia spera di aver imboccato la via virtuosa del risanamento dei conti pubblici e rispunta quando l’emergenza torna a mordere. Ora siamo senza dubbio in questa seconda fase, con gli indicatori fondamentali dell’economia interna e internazionale che volgono verso il brutto: crisi finanziaria mondiale, prezzo del petrolio raddoppiato in 3 mesi, inflazione dell’area euro intorno al 4 per cento, crescita italiana praticamente bloccata, consumi al palo, produttività anemica.
È in questo scenario che la proposta di attingere alle riserve nazionali torna di attualità, rispolverata e arricchita da Geminello Alvi, brillante commentatore ed economista del consiglio degli esperti dell’Economia, il quale di recente l’ha inserita nel pentalogo consegnato a Tremonti, un promemoria riservato “Per l’uso dei patrimoni pubblici”. L’idea di utilizzare le riserve delle banche centrali, per la verità, non è esclusiva dell’Italia, dove pure il debito pubblico è uno dei più giganteschi del mondo (1.600 miliardi circa alla fine del 2007). È già stata tradotta in pratica, tutto sommato senza grandi clamori, in altri paesi d’Europa, dalla Francia all’Austria, che hanno messo a frutto le riserve per finanziare grandi progetti di ricerca e sviluppo, e dalla Spagna che, invece, ha preferito destinare quelle risorse all’abbattimento del debito.
In Italia uno dei primi politici a lanciare timidamente l’idea fu Romano Prodi, ai tempi del suo primo governo, tra il 1996 e il 1998, ma poi il progetto fu riposto nel cassetto. Dalla sponda del centrodestra alcuni anni dopo ci riprovò Bruno Tabacci, oggi deputato della Rosa bianca, con un emendamento alla Finanziaria 2003 preparato d’intesa con il servizio studi della Camera, ma sbrigativamente considerato inammissibile e accantonato. Cambiata maggioranza, a luglio di un anno fa il centrosinistra rispolverò il progetto con il sottosegretario all’Economia, Alfiero Grandi. La proposta fu inserita in una risoluzione votata da Camera e Senato, ma anche in quel caso non se ne fece nulla. Tabacci avrebbe voluto usare le risorse a riduzione del debito, Grandi, invece, per rinvigorire gli investimenti in ricerca e innovazione. Parlando con Panorama, entrambi affermano di non avere cambiato idea. Ma anche gli oppositori restano molti, sia in uno schieramento sia nell’altro. Un anno fa il capogruppo di An in commissione Bilancio di Montecitorio, Mario Baldassarri, parlò di “vero e proprio assalto”, mentre l’economista Tito Boeri, più vicino al centrosinistra, l’editorialista Francesco Giavazzi e Lamberto Dini, tra l’altro ex direttore di Bankitalia, sostennero all’unisono che con quel sistema non si sarebbe risanato un bel niente. “Il problema vero” dissero “era casomai la capacità o l’incapacità politica di attaccare la spesa corrente rimasta a livelli patologici nonostante tutti i tentativi di riduzione”. Angelo De Mattia, uno dei collaboratori più ascoltati dall’ex governatore Antonio Fazio, sull’Unità scrisse che l’idea di utilizzare le riserve, pur non essendo un dramma, avrebbe richiesto modifiche costituzionali e comunque non poteva essere imposta, ma eventualmente frutto di una scelta autonoma della Banca centrale.
La Banca d’Italia, però, è sempre stata contraria a toccare le riserve, considerate uno dei pilastri a sostegno della sua autonomia. Fazio liquidò a suo tempo la faccenda come un’”idea balzana” e, citando William Shakespeare, arrivò a dire che c’era “del metodo nella follia” di chi la proponeva. Più di recente a difesa delle riserve italiane il presidente della Banca europea, Jean-Claude Trichet, con ruvidezza ha parlato addirittura di tentativo di “esproprio”.
In Italia quando si tocca la faccenda delle riserve, inoltre, c’è da considerare un elemento in più, quello della proprietà. Perché quelle risorse sono sì della Banca centrale, che in questi decenni le ha fatte lievitare con oculatezza.
Ma Banca d’Italia a sua volta è posseduta non da azionisti pubblici, bensì privati, banche in particolare, dall’Intesa Sanpaolo all’Unicredit, dalla Banca nazionale del lavoro al Monte dei Paschi, sempre rispettose al massimo dell’autonomia dell’istituto di Draghi, ma i cui manager devono rispondere del loro operato agli azionisti, alcuni stranieri. I quali, c’è da giurarci, difficilmente sarebbero entusiasti all’idea di perdere parte del patrimonio.

I soci di Bankitalia

I NUMERI
Le riserve della Banca d’Italia sono pari a 69 miliardi di euro. La maggior parte è in oro, come viene precisato nello stato patrimoniale dell’istituto al 31 dicembre 2007.
45 miliardi di euro: a tanto ammontano le riserve auree (in oro e in crediti in oro) detenute dalla Banca centrale.
19 miliardi: le attività in valuta estera verso non residenti nell’area euro.
5 miliardi: le attività in valuta estera verso residenti dell’area euro.

Guerra dei motori di ricerca, nasce Cuil.com ennesimo anti Google

La pagina di Cuil

Mentre Google sfida Wikipedia, ufficializzando Knol, la nuova enciclopedia che non permette l’anonimato ma offre ai collaboratori volontari la possibilità di realizzare entrate personali inserendo annunci pubblicitari, gli ex-dipendenti di Google hanno lanciato il nuovo motore di ricerca Cuil (http://www.cuil.com, si pronuncia come l’inglese “cool”).

Tra i fondatori, ci sono infatti Anna Patterson, una delle donne più note nell’ambiente delle ricerche online, e suo marito Tom Costello. Anna, dopo aver per anni collaborato con Google di Brin e Page, alcuni anni fa ha creato il più grande database mai realizzato per indicizzare la rete con oltre 12 miliardi di pagine. Nell’ultimo periodo di permanenza a Mountain View, l’esperta informatica si è occupata del progetto TeraGoogle e della progettazione di nuove architetture per gli algoritmi del motore di ricerca, implementando alcune nuove soluzioni per il famoso algoritmo PageRank utilizzato da Google.
Ora, chiamando intorno a sé altri esperti ex-Googliani, ha lanciato un search engine da 120 miliardi di pagine, il triplo rispetto al Re Google. Obbiettivo: superare il motore di ricerca di Mountain View per la qualità e la rilevanza dei risultati forniti agli utenti. Il nuovo motore di ricerca non assegna rilevanza in base al link (caratteristica cruciale di PageRank, l’algoritmo su cui si fonda Google), bensì in base al contenuto delle pagine rispetto alla richiesta lanciata dall’internauta. L’aspirante rivale del motore più famoso della rete tiene quindi in considerazione più i concetti alla base delle ricerche di ciascun utente.
Al di là della grafica più accattivante, è però tutta da dimostrare la supposta superiorità in termini di indicizzazione di Cuil rispetto a Google. Per farsene un’idea basta provare. Se, per esempio, si cerca “Panorama” su Cuil, si visualizzano 3.600.000 risultati mentre Google ne propone 101.000.000. La stessa cosa con termini molto popolari sul web, come “Harry Potter”: circa 113 milioni di risposte su Google, mentre il nuovo motore ne offre più o meno 30 milioni.
Ma la sfida del team che ha creato Cuil.com può dire di essere già a buon punto, avendo raccolto 33 milioni di dollari dalle venture capital. Certo, scacciare Google dal trono dei motori di ricerca non sarà un’impresa facile. Per la società comScore, Google controlla più del 60% del search engine negli Usa, Yahoo il 20,9%, Microsoft il 9,2 %. La prima ambizione di Cuil sarebbe quindi quella di salire almeno sul podio. Magari sfruttando la caratteristica che lo fa diverso da Google: non registrare traccia dei movimenti dell’internauta, ossia non conservare gli indirizzi Ip né altri dati che permettano di ricostruire i percorsi di navigazione degli utenti, garantendo così una maggiore tutela della privacy. Lo slogan di Cuil.com è infatti “lo storico delle vostre ricerche è il vostro business, non il nostro”.

Il VIDEO servizio:

Alla Camera primo via libera per la Finanziaria

Giulio Tremonti

La Camera dà il suo via libera alla manovra economica del governo. Il testo ora passerà al Senato. Il provvedimento è stato approvato da Montecitorio con 305 voti favorevoli, 265 contrari e tre astenuti. Salvo ulteriori modifiche che richiederebbero un nuovo passaggio a Montecitorio, il via libera definitivo è previsto dal calendario del Senato (o da quello della Camera in caso di ritocchi a Palazzo Madama) entro l’8 agosto. Il decreto approvato dalla Camera è il primo pezzetto della novità procedurale inaugurata dal ministro dell’Econmia: la manovra economica triennale da quasi 35 miliardi di euro, di cui circa 30 di tagli alla spesa dal 2009 al 2011. A settembre, quindi, la legge Finanziaria dovrebbe contenere soltanto le tabelle e comunque essere priva di contenuti politici. Il governo punta così a conseguire il pareggio di bilancio alla fine del triennio, come concordato con Bruxelles.
La manovra prevede una correzione netta nel 2009 di quasi 10 miliardi per portare il deficit dal tendenziale 2,6% al programmatico 2%. Il deficit è visto sostanzialmente in pareggio nel 2011. In termini di intervento lordo, la manovra reperisce e destina risorse per circa 35 miliardi nel 2011. La manovra interviene soprattutto sui tagli alla spesa pubblica che raggiungeranno circa 8,4 miliardi nel 2009. Sul fronte della maggiori entrate agisce soprattutto la cosiddetta Robin Hood Tax su petrolieri, banche e assicurazioni, che darà oltre 4 miliardi nel 2009.
Critica l’opposizione. Dietro lo scenario pessimista descritto dal ministro dell’economia Giulio Tremonti resta il sospetto - ha detto Antonello Soro intervenendo in aula durante le dichiarazioni di voto - che sia stato “un abile tentativo di nascondere la volontá di scaricare le cause della crisi molto lontano da sè e dal governo” aveva sulla manovra economica. Ma “ai governi” rimarca il capogruppo Pd di Montecitorio “spetta indicare risposte possibili ai problemi”. E invece “la manovra economica che oggi viene approvata non serve a risolvere i problemi degli italiani, delle famiglie e delle imprese, ma anzi -avverte il parlamentare Pd- crea le premesse per un autunno davvero molto caldo”.
Più duri i toni dell’Idv, che per bocca del leader Antonio Di Pietro, definisce la manovra “come cianuro per un ammalato invece che far soffrire ancora gli italiani li uccide direttamente. È del tutto irrazionale perchè toglie ai deboli per dare ai forti e ai furbi”. Per Di Pietro la manovra è “un Dl fatto in casa alla chetichella, come se il Parlamento non servisse a niente: 600 pagine di articoli, richiami ad altri articoli. Ma poi abbiamo capito che non dovevamo leggerlo, ma non l’hanno letto neanche i suoi ministri, visto che è stato approvato dal Cdm in 9 minuti”, e chiede: “Vi servivano soldi? Potevate prenderli dall’evasione fiscale. Lì avreste trovato non un tesoretto, ma un tesorone. Invece, questo governo è contro la lotta all’evasione. Potevate prenderli dalla casta, invece ve la prendete con i poveri cristi: con i tagli alla scuola, alle forze dell’ordine e agli statali. Potevate intervenire sulla sanità seri e non con tagli a pioggia. Potevate prenderli dalle società municipalizzate”.
In difesa del provvedimento, la Lega: “La stagione di chi organizzava le feste per pochi facendo pagare il conto a tutti deve essere finita” aveva replicato il capogruppo Roberto Cota sempre durante le dichiarazioni di voto. “Servono più risorse sul territorio che sappiamo di non poter prendere dalle tasche dei cittadini. L’unico modo per trovarle sta nel federalismo fiscale che sarà varato alla ripresa dei lavori parlamentari dopo la pausa estiva”.

Alla Camera si decide il futuro di Ortis e della sua Authority

Traliccio di alta tensione

Dietrofront sull’Authority per l’energia e per il gas. Il ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, blocca la Lega rispetto all’emendamento presentato venerdì notte in commissione Bilancio e Finanze della Camera che prevede, tra le altre cose, l’azzeramento dei vertici dell’Autorità guidata da Alessandro Ortis. La modifica, il cui primo firmatario è Maurizio Fugatti, era volta ad attribuire all’organismo di vigilanza sui settori dell’energia elettrica e del gas anche competenze relative alle autorizzazioni per l’avvio della produzione di energia nucleare. Scajola ha ipotizzato uno stralcio della norma e l’inserimento in un disegno di legge, in modo da dare “un quadro più completo a una norma importante per il paese”. Ma non è certo che in quella sede avvenga un riordino dell’Autorità che attribuisca all’Autorità competenze specifiche sull’atomo.
C’è attesa, dunque, per quello che succederà oggi in aula quando si voterà il comma aggiuntivo all’articolo 75 della manovra economica del governo. Se l’emendamento Fugatti supererà anche l’esame di Montecitorio, la futura autorità per l’energia sarà composta da soli tre commissari più il presidente. L’Authority nasce, nel 1995, con tre componenti in tutto, divenuti cinque nel 2004 e poi riportati a tre dal governo Prodi con un disegno di legge che però non fu mai approvato. E resta il nodo del nucleare. Secondo Stefano Saglia, presidente della commissione Lavoro della Camera ed esperto in temi energetici, il piano sul nucleare messo a punto in vari provvedimenti da parte del governo deve puntare a una “riunificazione in un unico ente o agenzia delle competenze oggi detenuta dall’Apat e dall’Enea”. L’Authority è preposta alla regolazione del mercato e non certo alla sorveglianza e alla sicurezza del nucleare”, aggiunge l’esponente del Pdl e anche Enrico Letta del Pd auspica che la marcia indietro sull’Authority sia realtà: l’azzeramento per decreto sarebbe una “scelta molto grave che vedrebbe la nostra opposizione totale e la fine di qualsiasi tentativo di dialogo”.
“Stiamo organizzando, d’intesa con il ministero dell’Ambiente, un organismo di sicurezza nucleare - ha proseguito Scajola - per assicurare l’impiego delle migliori tecnologie, l’affidabilità dei controlli e l’idoneità dei processi industriali in tutta la filiera”. Si starebbe valutando anche l’ipotesi di far tornare il dipartimento nucleare dell’Apat all’interno dell’Enea da cui era stata scorporata nel 1994 per scongiurare il conflitto di interessi che si era creato all’interno dell’ente di ricerca che oltre a fare da autorità di controllo sull’atomo aveva come “mission” anche la promozione industriale della attività nucleari. Il progetto più complessivo del governo sul ritorno al nucleare toccherà tutti i centri di competenza in questo settore. L’Autorità di controllo infatti coronerebbe infatti un percorso più complessivo che passa per la “rifocalizzazione della missione e delle attività dell’Enea” che sempre secondo Scajola “dovrà diventare uno strumento a disposizione del Paese per rispondere alla sfida del cambiamento climatico globale”.
Discussione che arriva proprio nel giorno in cui l’Autorità per l’energia elettrica e il gas dispone le norme per vigilare sulla Robin tax. La tassa destinata a colpire gli extraprofitti delle aziende energetiche non dovrà trasferirsi sulle bollette dei consumatori e il decreto fiscale che la contiene ha previsto che l’Autority guidata da Ortis vigili sull’intero settore per scongiurare il temuto effetto traslazione. L’Autorità ha adottato una delibera pubblicata sulla Gazzetta ufficiale che impone agli operatori che verranno colpiti dalla misura (quelli con profitti superiori ai 25 milioni di euro) di mettere a disposizione l’ultimo bilancio di esercizio disponibile nonché, se disponibili, le relazioni trimestrali e semestrali del primo semestre 2008 e i documenti di budget relativi al 2008. L’Autorità chiede inoltre agli operatori che si trovino nelle condizioni descritte dall’articolo 81 del decreto fiscale una dichiarazione contenente i valori dei margini operativi (lordi unitari relativi a ciascun prodotto riferiti sia all’anno 2007 che al primo semestre 2008).

L’allarme di Bankitalia: debito da record, in aprile a 1.661 miliardi

 Palazzo Koch, sede centrale della Banca d'Italia

Il debito pubblico italiano sale ancora e segna un nuovo record ad aprile a 1.661,4 miliardi di euro, dai 1.646,8 di marzo. L’allarme viene dalla Banca d’Italia nel suo Supplemento del bollettino statistico.

Il debito cresce così per il quarto mese consecutivo nel 2008, portandosi a 1.661.486 milioni di euro da 1.646.811 milioni di marzo. Si tratta, in ogni caso, di una crescita in valore assoluto, mentre ai fini del patto di stabilità europeo è il rapporto percentuale del debito rispetto al Pil ad avere valore. La crescita dello stock di debito, ad aprile rispetto a marzo, è stata di circa 15 miliardi di euro, mentre rispetto ad aprile 2007 l’aumento è stato di oltre 50 miliardi di euro.

Sempre nel bollettino di via Nazionale, si legge che le entrate tributarie nei primi cinque mesi del 2008 sono ammontate a 140.333 milioni di euro, in crescita del 6,1% rispetto ai 132.178 milioni dello stesso periodo dello scorso anno. A maggio, ultimo mese analizzato, le entrate sono state pari a 28.940 milioni di euro (28.363 nel maggio del 2007).

La manovra taglia e scuci di Tremonti mani di forbice

Il ministro dell'Economia Giulio Tremont

Con le comunità montane non si mangia, non si paga il supermarket né il benzinaio, men che meno il mutuo. Ancora peggio con le province. Tranne, certo, per chi ci fa carriera: consiglieri, portaborse, consulenti. Con questo ragionamento in testa Giulio Tremonti ha deciso di abolire le prime e iniziare a cancellare le seconde, partendo dalle più grosse, le città metropolitane: Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Venezia.
Saranno infatti gli enti locali a sobbarcarsi ai tagli maggiori destinati a finanziare la manovra triennale 2009-2011, annunciata mercoledì 18 giugno dal governo ma su questo punto subito rinviata a settembre. In totale 17,55 miliardi, la metà dei circa 35 previsti; 3,15 già nel 2009 (vedere tabella). Il resto verrà dalla sanità, dalla pubblica amministrazione, dai prelievi su petrolieri, banche e assicurazioni (a cominciare dalla Robin tax sui guadagni del greggio), dalle tasse sui compensi d’oro dei top manager, dall’accetta sulle consulenze, dalla cessione o quotazione di aziende pubbliche come Tirrenia e Fincantieri.
Il tutto per finanziare intanto le necessità dei più poveri, dalla reintroduzione dei bonus per i figli a un piano casa. E, in futuro, per far partire i progetti più ambiziosi: riduzione delle tasse e quoziente familiare (l’imponibile fiscale diviso per i familiari a carico), il nucleare, le infrastrutture. Come pure per mettere il deficit pubblico in totale sicurezza di fronte all’Europa, rispettando gli impegni presi da Romano Prodi.
Questo, però, nelle intenzioni. Perché le resistenze dei sindaci e dei presidenti di regioni e province sono fortissime e il malumore è trasversale così come i consensi.
Letizia Moratti, sindaco di Milano, teme per i fondi dell’Expo 2015 e non vuole accollarsi neppure un euro del salvataggio dal fallimeno del Comune di Roma (Panorama 25). Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano, ds, è d’accordo con lei. Plaude invece al governo Nicola Zingaretti, presidente diessino della Provincia di Roma: “L’abolizione delle province nelle aree metropolitane è giustissima, è una nostra riforma costituzionale del 2000″. Così come il collega fiorentino Matteo Renzi: “Era già una proposta di Walter Veltroni. La parola provincia è associata al concetto di spreco, ma non appartengo a una casta. Sfidiamolo questo governo, anziché subirlo. E vediamo se sarà capace di passare dalle parole ai fatti”.
Proprio questo è il punto. Il centrodestra ha deciso di capovolgere la filosofia economica dei vari governi Prodi, che hanno puntato su tagli e aumenti di tasse al centro lasciando la briglia molto lunga agli enti locali. I quali, prima delle ultime amministrative, erano un tradizionale serbatoio di consensi per la sinistra. I risultati sono stati, spesso, dissesti e sprechi.
I circa 9 miliardi di debiti lasciati nelle casse del Campidoglio dalla gestione Rutelli-Veltroni hanno il pendant nella finanza allegra della Regione Siciliana, dove Pdl e alleati fanno il pieno e nei cui conti è proibitivo perfino andare a sbirciare, visto lo scudo dello statuto speciale. Non solo, regioni, province e comuni fanno la parte del leone nella spesa per consulenze, tema al centro dell’attenzione del ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta: 741 milioni erogati nel 2006 a esperti veri o presunti, oltre la metà dei 1,3 miliardi accertati per tutta la pubblica amministrazione, tre volte e mezzo rispetto alla sanità, quattro e mezzo l’università, quasi 13 volte la scuola. Di questi compensi ben 228, un terzo, li spende il Lazio, seguito da Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.
E le povere comunità montane che hanno fatto di male? Povere, intanto, fino a un certo punto: la maggior parte delle 356 è in Valle d’Aosta, Lombardia, Nord-Est, insomma le aree più ricche d’Italia. In realtà le comunità, istituite nel 1971 con lo scopo di “arginare il calo demografico”, scontano tre handicap. Il primo è di aver fallito l’obiettivo originario: la ripopolazione della montagna non c’è stata. Secondo problema: dovevano riguardare i comuni con altitudine media di 1.000 metri, la proliferazione clientelare ne ha prodotte a Palagiano (Taranto), 39 metri sul mare, sulla Riviera di Gallura, a Bova Marina, in Sardegna… Terzo problema: i consiglieri sono un esercito, circa 13 mila, ma politicamente disomogenei, più all’ombra di campanili e liste civiche che dei partiti maggiori. Ragion per cui nessuno le difende, neppure Umberto Bossi, che invece fa quadrato attorno alle province venete e lombarde.
La guerra vera, anche con la Lega, si giocherà tra qualche mese. Per gli appetiti e i bisogni di regioni e comuni Tremonti getterà sul tavolo un pacchetto di compensazioni. Intanto l’intero patrimonio del demanio: solo per gli immobili si tratta di 48 miliardi di euro a prezzo di mercato, parte dei quali vincolata, ma per la quota maggiore con ampie possibilità di valorizzazione, a cominciare dall’abbattimento del debito. Maggiori beneficiari: Lazio, Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Lombardia e Veneto.
Soprattutto, da settembre si aprirà il cantiere della riforma federalista, con una parte degli introiti fiscali lasciata agli enti locali. La posta in gioco è enorme: una simulazione della Ragioneria dello Stato stima nel 22 per cento del pil, cioè in 350 miliardi di euro, la quota di tributi diretti e indiretti che potrebbero essere regionalizzati. Intanto si dovrebbe iniziare con percentuali di Iva e Irpef. È la partita che sta più a cuore alla Lega. Tremonti e il centrodestra devono giocarsela con grande attenzione, perché Bossi è Bossi.

Manovra: più tasse ai petrolieri per aiutare anziani e giovani coppie

Giulio Tremonti
Aiuti alle giovani coppie per l’acquisto della prima casa, riduzione del 50% sulla spesa per la pubblica amministrazione, libri di testo scaricabili da Internet, tagli pesanti per Regioni ed enti locali. Ma anche tasse a petrolieri, banche e assicurazioni per aiutare gli anziani. Non ci sarà, invece, il ritorno del ticket sanitario.
È partita la rivoluzione sui conti pubblici da 34,8 miliardi targata Tremonti. La Finanziaria triennale, che sostituisce il vecchio Dpef, è stata approvata dal Cdm e prevede una vera stangata per Regioni e Comuni: il governo ha messo in conto per il 2009 risparmi di spesa dalle autonomie locali per 3-3,4 miliardi. Per il 2009, il ministro dell’Economia Tremonti ha messo in atto una correzione di 13,1 miliardi, nel 2010 e 2011 di 7,1 e 14,6. Nella manovra, inoltre, la crescita del Pil 2008 viene rivista allo 0,5% dal precedente 0,6%, con un deficit/Pil tendenziale 2008 al 2,5%. Deficit che sarà corretto di un decimo di punto per portarlo ad un programmatico di 2,4%.
Fra le misure, la Finanziaria prevede anche la Robin Hood Tax sulle imprese petrolifere, un nuovo regime delle deducibilità per banche e assicurazioni (da questi provvedimenti arriveranno in tutto 4 mld), tagli automatici delle accise sui carburanti e un aumento della tassazione sulle stock option. La scure di Tremonti si abbatterà anche sui manager pubblici, il cui stipendio dovrebbe essere tagliato del 25%. E ‘rispuntato poi il redditometro, assieme ad un piano triennale di controlli anti-evasione e, per i Comuni, un maggiore coinvolgimento nella caccia a residenze fittizie all’estero, con l’attribuzione del 30% del recuperato ai Comuni stessi. In compenso Equitalia restituirà le somme erroneamente versate, mentre salta l’obbligo di fidejussione bancaria per la rateizzazioni superiori ai 50 mila euro.
“Avremo il pareggio di bilancio entro il 2011″, ha affermato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, commentando la manovra. E ha aggiunto: “Ho chiesto ai ministri di fare dei sacrifici”. Il padre della manovra, Giulio Tremonti, infine, ha tenuto a precisare che “la discussione in Cdm sul piano è durata nove minuti e mezzo”.

Ma ecco, misura per misura, la manovra finanziaria:
Card anziani per comprare pane con sconto. Verrà data in forma anonima ai pensionati minimi e consentirà di usufruire riservatamente di prezzi agevolati per l’acquisto di beni alimentari e per pagare le bollette di luce e gas.
Robin hood tax, ires al 33%. Per le compagnie petrolifere l’aliquota Ires torna dal 27% al 33%. Era stata abbassata con l’ultima Finanziaria varata dal governo Prodi. Ci saranno interventi fiscali anche sulle scorte di magazzino e sull’entità dei diritti minerari.
Banche, stretta su interessi passivi. A differenza dei petrolieri, Tremonti non ha fornito dettagli rispetto alla misura fiscale sulle banche. Si dovrebbe agire attraverso un ampliamento della base imponibile di banche e assicurazioni con un tetto alla deducibilità degli interessi passivi.
Stop divieto cumulo pensione-lavoro. Reddito e pensione dovrebbero tornare ad essere “interamente” cumulabili. La norma non varrebbe però per gli istituti pensionistici privati.
Abolita legge contro dimissioni in bianco. Dovrebbe anche essere ripristinato il lavoro a chiamata che era previsto dalla legge Biagi ma che era stato poi abolito con il protocollo sul welfare.
Certificati falsi, taglio stipendio statali. Busta paga più leggera per chi presenterà falsi certificati medici o timbrerà il cartellino di presenza per poi lasciare l’ufficio.
Con caro benzina sconto automatico. Lo “sconto” sui carburanti legato al recupero dell’extragettito Iva per l’aumento dei prezzi del greggio dovrebbe diventare automatico.
Piano casa. Il progetto punta a dare una mano alle fasce più deboli, dalle giovani coppie ai bassi redditi fino agli studenti fuori sede.
Stretta su consulenze P.A. Giro di vite sulle consulenze della pubblica amministrazione che dovranno risultare sempre più trasparenti.
Salta tracciabilità pagamenti. Oltre i 100 euro, a partire da luglio, non sarebbe più stato ammesso il cash per i pagamenti dei professionisti.
Fondi per Roma e Expo Nilano 2015. Stanziate le risorse sia per aiutare Roma a fare fronte all’emergenza deficit sia per avviare le opere in vista dell’Expo nel capoluogo lombardo.
Tagliati mini-enti. Dovrebbero essere soppressi quelli con meno di 50 dipendenti. Ore contate anche per gli enti che non saranno confermati dai ministeri vigilanti entro la fine dell’anno.
Benzina al supermercato. Viene accelerato il processo di ristrutturazione e liberalizzazione della rete di distribuzione dei carburanti.
Assegni liberi fino a 12.500 euro. Rialzato il tetto per gli assegni obbligatoriamente “non trasferibili”. Dal 30 aprile era a 5.000 euro.
Imprese in un giorno: arrivano semplificazioni amministrative per chi vuole mettere sù attività d’impresa.
Più poteri a mister prezzi. Il Garante dei prezzi potrà fare indagini in settori specifici con il supporto della Guardia di Finanza.

Il VIDEO servizio:

Il FORUM: Bravo Berlusconi, una manovra economica coi fiocchi!


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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