
La sede del Ministero dell'Economia a Roma (Credits: Mauro Scrobogna / LaPresse)
Stavolta è filato tutto liscio. Nel giorno del Bot-day, il secondo dopo il Btp-day del 28 novembre scorso, il Tesoro è riuscito a collocare non solo tutti i sette miliardi di Bot a 12 mesi messi all’asta, ma anche con rendimenti in calo al 5,952% dal record del 6,087% dell’ultima asta del mese scorso, quando ne furono venduti per 5 miliardi. Continua

Vista dall’osservatorio privilegiato dell’Inps la crisi sembra un po’ meno brutta di come spesso la dipingono. Ovviamente c’è, fa male e lascia i segni anche in Italia: nel primo trimestre dell’anno le domande di disoccupazione e mobilità sono state 750 mila, più 46 per cento sul 2008, mentre la Relazione unificata sull’economia del ministero del Tesoro prevede per il 2009 un arretramento del prodotto interno lordo (pil) di oltre il 4 per cento e una ripresa timida solo nel 2010. Eppure, non ci sono solo segnali negativi, in mezzo a tanto buio appare anche qualche spunto confortante. Un elemento più di altri autorizza a sperare che i contraccolpi sull’economia e la società italiana alla fine possano essere meno devastanti di quanto preventivato. I dirigenti dell’istituto di previdenza lo chiamano il “tiraggio della cassa integrazione”. Il tiraggio indica quanta cassa ordinaria, straordinaria e in deroga le imprese utilizzano davvero rispetto a quella autorizzata, cioè richiesta e negoziata. La differenza tra i due valori è veramente notevole: considerata tutta la cassa integrazione autorizzata, quella effettivamente utilizzata finora, cioè materialmente erogata dall’Inps, è circa un terzo. Uno scostamento clamoroso. Gli importi autorizzati a marzo per la cassa ordinaria sono stati cospicui, addirittura più 925 per cento in totale rispetto allo stesso mese del 2008. Nelle imprese metallurgiche l’incremento è di oltre il 7 mila per mille, in quelle dell’elettricità e del gas il 5.600, nei trasporti e comunicazioni 2 mila, nel legno 1.728, nel settore chimico del 1.345 per cento. Impennate vistose, anche se parecchio distanti in termini assoluti dai valori catastrofici registrati nelle fasi acute di crisi degli anni Ottanta e Novanta del secolo passato. Allora in un solo anno, il 1984, le ore autorizzate di cassa integrazione furono oltre 800 milioni, nel 1993 circa 549 milioni. L’anno passato sono state 223 milioni ed è su quella cifra che vengono calcolati gli aumenti di questi ultimi mesi. Ma se in termini monetari la cassa autorizzata dall’Inps è pari a 1 miliardo 180 milioni di euro, quella effettivamente utilizzata dalle imprese scende a 344 milioni. L’impressione è che nel giro di poco tempo si sia verificata nelle imprese una specie di testacoda psicologico: dalla paura economica diffusa a un ripensamento improntato a realismo. Da gennaio a marzo, gli ultimi mesi per i quali sono disponibili rilevazioni, molti imprenditori grandi, medi e piccoli, sottoposti allo stress di notizie negative provenienti da tutto il mondo, sentendo gridare al lupo da ogni parte e temendo il peggio hanno agito in contropiede facendosi autorizzare quantità ingenti di cassa integrazione di tutti i tipi. Salvo, poi, riflettere e frenare. Spesso, ragionando insieme ai sindacati, molti si sono resi conto sul campo, negli uffici e nei capannoni, che per il momento i timori in alcuni casi erano eccessivi e meno nere le difficoltà per l’andamento dei consumi interni, le esportazioni e in generale le prospettive di mercato. Di fronte a questa constatazione hanno preferito continuare a lavorare come al solito, spesso per soddisfare i nuovi ordinativi e in altri casi per ricostituire le scorte di magazzino, piuttosto che limitare la produzione succhiando cassa integrazione dalla mammella dello Stato. Il tiraggio relativamente basso di cassa non può dipendere da ritardi degli uffici Inps perché le erogazioni avvengono a conguaglio. Per sua natura la cassa integrazione non consente dilazioni burocratiche, sono soldi pagati in prima battuta dalle imprese che vanno in busta paga a fine mese: se non vengono elargiti nei tempi e con gli importi giusti, la faccenda non passa inosservata. Le cifre relativamente modeste spese finora lasciano allo Stato, agli imprenditori, ai sindacati e ai lavoratori margini notevoli di manovra per il futuro. Dei 32 miliardi messi a disposizione per i tre tipi di cassa dal governo per il biennio, finora è stato effettivamente utilizzato poco più di un centesimo. Questo significa che se la crisi dovesse peggiorare nella cascina degli ammortizzatori sociali ci sarebbe ancora fieno a sufficienza per scongiurare macellerie di massa. Il primo ad accorgersi del fenomeno del basso tiraggio della cassa è stato il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, studiando i dati sull’erogato. Con quelle cifre sulla scrivania ora dice a Panorama: “L’incremento della cassa integrazione autorizzata è reale e notevole, ma anche i dati sul tiraggio sono un fatto e dimostrano che gli imprenditori continuano a credere nelle loro aziende nonostante le difficoltà temute. Questo vuol dire molto, perché proprio gli imprenditori, al di là di ogni previsione o di ogni polemica, hanno il polso del mercato più di altri e si comportano di conseguenza”. Se il tempo volgesse al peggio e i colpi della crisi dovessero diventare improvvisamente più duri anche in Italia, gli stessi imprenditori avrebbero 12 mesi di tempo per ripensarci attuando una nuova inversione di marcia e impiegando in fretta quanto fino a oggi hanno ritenuto superfluo utilizzare. Ma non è affatto detto che ciò succeda. Nessuno può dire con certezza come si evolverà la crisi: parecchi focolai restano accesi in molte parti del mondo, molti sono i lati oscuri e gli aspetti imprevedibili, soprattutto per quanto riguarda il dato finanziario. Però negli ultimi giorni, e in particolare in Italia, sulle prospettive si sono moltiplicate voci autorevoli, se non proprio ottimistiche, quantomeno non del tutto pessimistiche. Con accenti e toni diversi, tre personaggi di solito non allineati, come il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e il presidente degli industriali, Emma Marcegaglia, hanno lasciato intendere che in mezzo a tanta persistente nuvolaglia si intravede anche qualche timida schiarita. E che gli sprazzi di sereno appaiono più nitidi in Italia che altrove.
I NUMERI
La crisi vista dall’Inps sulla base delle ore autorizzate di Cig ed effettivamente utilizzate dalle imprese
1.180milioni di euro: il valore della cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga autorizzata dall’Inps nel primo trimestre 2009.
344milioni di euro: il valore della cassa ordinaria, straordinaria e in deroga utilizzata dalle imprese nel primo trimestre del 2009.
+925%: la cassa ordinaria autorizzata nel marzo 2009 sul marzo 2008.
816milioni di ore: la cassa autorizzata nel 1984.
549milioni di ore: la cassa autorizzata nel 1993.
223milioni di ore: la cassa autorizzata nel 2008.
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Ci risiamo. Non appena si profila un cambio di Governo arrivano le sorprese nei conti pubblici. E il famigerato Tesoretto che doveva consentire di abbassare le tasse si rivela un buco preoccupante. Soprattutto se guardato assieme al tam tam delle cattive notizie.
Dal 1998 al 2006 il deficit è passato dal 2,8 per cento al 4,4 per cento. Per il 2007 la stima del Tesoro si attesta a quota 2 per cento. Ma potrebbe superare il 2,6. L’inflazione a gennaio, secondo l’Istat, è salita al 2,9 per cento: il tasso più alto dal 2001. La Banca d’Italia ha tagliato dall’1,7 all’1 per cento le stime di crescita del Pil per il 2008 e all’1,1 per cento nel 2009. La spesa in rapporto al Pil è passata dal 46,2 per cento del 2000 al 50,5 per cento del 2006.
Domenica scorsa, sulle colonne del quotidiano Il Sole 24 ore, Luigi Lazzi Gazzini scriveva che nei conti dello Stato del 2008 c’è un buco di almeno sette miliardi. Una vera novità nonostante mese per mese Istat, Tesoro, Banca d’Italia e Corte dei Conti avessero regolarmente prodotto stime e bilanci della situazione delle casse dello Stato. Oggi, il ministero dell’Economia si è affrettato a smentire: “La legge Finanziaria e il Bilancio approvati dal Parlamento nel dicembre scorso, hanno
coperture piene e certificate per tutte le spese che vi sono iscritte e comprendono tutte le spese che derivano dalla legislazione vigente. Non esiste quindi alcun buco Come sempre - aggiunge il Tesoro - vi sono nuove spese non ancora prescritte dalla legislazione vigente, e dunque non iscritte a bilancio, che è prevedibile si rendano necessarie nel corso dell’anno o successivamente. Tra queste, ad esempio, vi sono quelle derivanti dal rinnovo dei contratti pubblici per il periodo che inizia nel 2008″.
Risanamento o sperpero delle finanze pubbliche? Buco o non buco? Ogni fine legislatura sembra essere accompagnata da conti che non tornano. Nel 2001 il neo premier Berlusconi denunciò un buco di 37mila miliardi. Cinque anni dopo Romano Prodi e il team del Tesoro denunciavano, più o meno con gli stessi toni, gli effetti della politica economica del Cavaliere: un rapporto deficit-Pil allarmante e l’abitudine a misure una tantum (come i condoni).
Oggi, meno di due anni dopo, spunta ancora una volta un altro insospettabile buco nei conti dello Stato. “Il punto - spiega Luigi Lazzi Gazzini - è che l’interesse per i conti dello Stato è un fenomeno relativamente recente. I pesanti paletti di Bruxelles, l’arrivo dell’euro e il cambio del sistema elettorale hanno sicuramente messo in risalto luci e ombre della finanza pubblica. Per questo dal 1998 in poi assistiamo ad una regolare strumentalizzazione a seconda di chi vince e di chi perde”.
Per Giacomo Vaciago, professore di Politica economica all’università Cattolica di Milano, il buco da sette miliardi è tutto da verificare. “Bisogna aspettare la Trimestrale di cassa - spiega - e capire se il Paese potrà ancora contare su un extragettito consistente come è stato negli ultimi due anni oppure no”.
“Durante le legislature - spiega Mario Deaglio, professore di Economia internazionale all’università di Torino - i ministri del Tesoro tengono ben nascosti i dati veri sull’andamento economico e ogni volta che cambia il colore politico del governo qualcuno riapre quel cassetto ed ecco il perché di notizie di buchi fino a quel momento insospettabili”. Deaglio è prudente e dice che per poter fare una stima dell’attività del governo Prodi bisogna aspettare il bilancio “perché le stime, per quanto sia autorevole chi le fa, non sono mai delle certezze e cambiano anche in base a chi le interpreta”. Come avviene, conclude Deaglio, all’inizio di ogni campagna elettorale e alla fine di ogni governo.
Più o meno sulla stessa linea l’interpretazione di Renato Brunetta, vicecoordinatore di Forza Italia e consigliere economico di Silvio Berlusconi: “Ogni volta che i governi, in vista delle elezioni, fanno una Finanziaria eccessivamente dispendiosa finisce poi che vanno male. Quella di scoprire le carte come cambia il governo è oramai una prassi. Ma in questo caso credo che parlare di un buco di sette miliardi sia ancora prematuro. Anche se gli errori di Prodi nella manovra 2008 ci sono così come lo spreco di 30 miliardi in due anni”.
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Il 1° luglio partirà la completa liberalizzazione del mercato elettrico residenziale. In pratica anche le famiglie saranno libere di scegliere il fornitore di energia elettrica.
I big del settore, in particolare Eni e Edison, si stanno già dando battaglia per sottrarre il maggior numero di clienti all’Enel e alle municipalizzate elettriche che operano nelle principali città. Proprio come accade con i gestori telefonici. Ma per il consumatore finale i risparmi resteranno un miraggio o la liberalizzazione produrrà effetti anche sulla bolletta elettrica che, in media, è più alta del 30% rispetto al resto d’Europa?
L’Autorità dell’Energia ha chiesto alle aziende una maggiore chiarezza sulle offerte e sulle tariffe e una maggiore trasparenza sulle promozioni commerciali che verranno proposte ai clienti. Tra le diverse informazioni, infatti, i fornitori dovranno chiarire le offerte e gli sconti in bolletta (con il trasloco gratuito e trasparente, senza cambi di contatore verso il nuovo fornitore di energia). Le associazioni dei consumatori e le aziende possono accedere al secondo documento di consultazione pubblica per inviare suggerimenti e proposte in vista della scadenza di luglio.
I produttori promettono bollette meno salate ma per capire se la maggiore concorrenza avrà effetti bisogna aspettare qualche mese. Al momento non resta che mettere in evidenza il fatto che il processo di liberalizzazione del mercato elettrico italiano, iniziato nel 1996 con l’apertura delle attività di produzione, importazione, esportazione, acquisto e vendita di energia elettrica, non ha avuto i risultati sperati. Almeno sul fronte degli utenti finali, visto che i colossi energetici hanno continuato a macinare utili a tutto vantaggio per l’azionista Tesoro (il ministero dell’Economia possiede ancora le quote di controllo di Eni e Enel) e dei fondi di investimento.
A oggi non sono stati raggiunti gli obiettivi che il governo si era posto, e cioè diminuzione del costo dell’energia, miglioramento della qualità generale del servizio e diversificare delle fonti energetiche. In Italia manca ancora un Piano nazionale dell’energia. Senza un’inversione di rotta a più ampio respiro è difficile ipotizzare che i consumatori pagheranno di meno semplicemente cambiando fornitore di elettricità.
