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Redditi, i numeri medi degli italiani: 18mila euro all’anno

Unico

Il reddito medio annuo degli italiani? Poco più di 35 milioni delle vecchie lire. Precisamente: 18.324 euro.

È quanto risulta dalle ultime dichiarazioni dei redditi disponibili (dichiarazioni 2007 su anno d’imposta 2006), diffuse dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia. Il reddito complessivo è aumentato rispetto all’anno precedente del 5,7%.
Avvertenza doverosa: il 25% dei contribuenti non paga imposta a causa del basso reddito e dell’effetto delle deduzioni e delle detrazioni. Pertanto, spiega il documento di sintesi del Dipartimento (qui il .pdf) l’imposta dichiarata non è distribuita su 40,8 milioni di soggetti ma su poco più di 30 milioni, da cui risulta un importo medio pro capite di 4.480 euro ed un’incidenza dell’imposta netta sul reddito complessivo del 18,4% (nel 2005 era del 17,9%).
Il 35% dei contribuenti italiani dichiara un reddito inferiore a 10.000 euro. I più ricchi del Paese, coloro cioè che dichiarano oltre 100.000 euro, sono lo 0,9% del totale e sopra i 70.000 euro arriva appena il 2% degli italiani. La fascia di reddito più consistente è quella tra i 10.000 e i 40.000 euro (58,4%). Il 51% dell’Irpef è pagata dunque dal 10% dei contribuenti con i redditi più alti.

Considerando la distribuzione per area geografica, rispetto al 2005, il reddito complessivo medio (18.324 euro) è aumentato su tutto il territorio nazionale, con un incremento minimo del 5,3% al Centro ed un incremento massimo del 6,5% al Sud e nelle Isole, in cui si riscontra comunque un valore assoluto medio (14.626 euro) di circa il 20% inferiore a quello nazionale.
Il Sud resta quindi, sul fronte dei redditi, il fanalino di coda del Paese. Con un reddito medio complessivo di 14.626 euro gli italiani che abitano in queste regioni del Paese di fatto dispongono del 20% in meno rispetto al reddito medio nazionale. Nonostante questo nell’ultimo anno al Sud e nelle Isole il reddito risulta aumentato del 6,5% rispetto all’anno precedente.
Per quanto riguarda il tipo di reddito dichiarato, il 78% è da lavoro dipendente e pensione,
il 5,5% sono redditi da partecipazione, il 5,1% redditi di impresa ed il 4,2% redditi da lavoro
autonomo. Tra queste tipologie di reddito, il valore medio dei redditi da lavoro autonomo (36.388 euro) è il più elevato (circa il doppio del reddito complessivo medio), mentre i redditi medi da pensione (13.046 euro) risultano essere i più bassi.
Non bene nemmeno l’andamento delle società italiane, visto che la metà - stando sempre ai dati diffusi dal Dipartimento delle Finanze - è in “rosso”: “La quota di società con imposta positiva” si legge nel documento “ha raggiunto il 52,4% del totale (circa 503.000), con una crescita del 3,5% rispetto al 2005. Tali società con reddito positivo sono localizzate principalmente al Nord, anche se la loro quota nel Sud e Isole sul totale nazionale è aumentata dell’1% rispetto al 2005″.

Le banche e i controlli. Tremonti: affidare la vigilanza alla Bce

Giulio Tremonti

“È una questione di mezzi. Se quelli che si devono controllare hanno la Ferrari, i controllori non possono avere la bicicletta. Se gli operatori sono sistemici, siano essi banche o finanziarie, anche la vigilanza dev’essere sistemica. Io darei tutto alla Bce”, ha affermato Tremonti. “Ma no so se questo implica un revisione del Trattato”, ha osservato ancora il ministro.
Non bastasse, sul tema delle funzioni attribuite ai prefetti in materia di vigilanza sui prestiti concessi dai singoli istituti a imprese e famiglie, tema sul quale il governatore di Bankitalia Mario Draghi ha fatto presente che sulla base della legge “una richiesta diretta di dati disaggregati alle banche non appare giustificata”, Tremonti non demorde: “Per me è stata ragione di grande orgoglio prendere la parola davanti ai prefetti della Repubblica italiana, è stato un onore”, ribadisce. E aggiunge: “La settimana prossima terremo una riunione con Confindustria, Abi, banche e sindacato. Vorremmo riferire sull’ avanzamento dei lavori, cosa ha fatto la Sace, la Cassa
depositi, il governo sul flusso credito a economia. Inoltre analizzeremo come avanzano gli osservatori, che funzionano con grandissimo impegno dei prefetti”.

Se chi opera sui mercati si muove su uno scenario globalizzato, la vigilanza dev’essere sistemica, ovvero a livello europeo. Non ricorre a giri di parole, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, nel dare il ben servito alle Banche centrali in materia di sorveglianza nel corso della riunione della Task force per finanziamenti ai sistemi sanitari, in corso a Londra. “Io” dice “darei tutto alla Bce”.

Le social card spiegate da Tremonti: 423mila attivate, basta polemiche

Giulio Tremonti

Vuole stabilire con i giornalisti una cadenza di incontri mensili, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. E in quello odierno, il titolare di Via XX settembre ha svariato sugli argomenti caldi dell’economia: dalla social card, ai cosidetti Tremonti-bond, dalle stime del Pil al federalismo fiscale, passando per un’analisi della crisi.
Si comincia subito con una risposta alle stime drammatiche giunte da Bankitalia sul Pil a -2%: “I dati e le previsioni sono esercizi congetturali, realistici quanto si vuole, ma previsioni”. E poi ancora duro: “Direi che si tratta di un ritorno al 2006, non il Medioevo”. E per questo ha ribadito che non verranno messe in atto politiche di deterioramento dei conti pubblici: “L’Italia sul rapporto deficit-pil non fa politiche di deterioramento, anche se la minore crescita influenzerà il denominatore del rapporto. Ad oggi ancora nessun Paese ha dato numero precisi. Lunedì prossimo ci sarà l’Ecofin e lì potremo avere dati più precisi. Per ora ci atteniamo ad una politica che rispetti gli impegni e contenga al massimo l’indebitamento”.
A proposito della Social card ha invitato l’opposizione (e i media) a non polemizzare: “Ci vuole rispetto per chi è povero. Chiedo all’opposizione di non polemizzare su questo argomento”. Quindi ha sciorinato alcuni dati sulla carta acquisti: “Sono state inviate 1,3 mln di lettere, le carte richieste sono state circa 580mila. Quelle caricate sono 423 mila, con un tasso di accoglimento del 73%. Molti di quelli che hanno fatto la domanda non avevano gli indicatori Isee, gli altri l’hanno avuta accolta. Quasi mezzo milioni di posizioni attivate è una cifra grande, che non giustifica le polemiche: non polemizzate per favore sulla povertà della gente”. Gli acquisti fatti con la Social card sono stati 680mila e la spesa media è stata di 33 euro. Tremonti ha ammesso che “la natura nuova del provvedimento ha portato ad alcuni disagi di cui ci scusiamo”. L’obiettivo che il ministero vuole raggiungere? “Quello del 1,3 mln di carte distribuite”.
Quindi Tremonti ha rivelato, e ammesso, che sono allo studio i cosidetti Tremonti-bond: “Ci stiamo lavorando, ma non chiamateli Tremonti-bond”. Il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli, accanto a lui ha aggiunto: “Il rendimento dei Tremonti-bond parte da 7,5% in su”. E Tremonti “Li facciamo non per le banche, ma per le imprese”.
Importanti alcune spiegazioni sul decreto anticrisi approvato ieri dalla Camera. Un decreto che per Tremonti “ha una portata che va oltre gli interventi di spesa pubblica. Qualifica alcune direzioni della spesa pubblica, identifica dei contenitori di risorse europee e agisce sulle procedure e sulla qualità della spesa. L’Italia deve ancora intervenire e spendere 112 mld di euro da qui al 2012 e questi soldi saranno utili per gestire la crisi. In Europa e con le regioni stiamo ragionando per capire come gestire questi fondi: sia per le infrastrutture, che per motivazioni sociali”. Poi si è autominacciato: “Non sarebbe accettabile se no riuscissimo a spendere una cifra tale, sarebbe ben peggio del semplice malgoverno”.
Tremonti ha difeso l’euro definendolo “un progetto è totalmente sostenibile”. E ha parlato del federalismo fiscale come di una “una misura fondamentale che presto passerà al Senato e poi alla Camera”. Poi sulla crisi: “Stiamo attraversando una terra incognita”, ha detto Tremonti. Una terra incognita che per il titolare dell’Economia “è problematica dal lato della finanza e non dell’economia reale”. Poi in stile guru ha dettato i rimedi “prendiamo la Bibbia e la meccanica del sabbatico, ovvero separiamo il grano dall’oglio. Salvare tutto è divino, salvare il salvabile è umano”. Sull’auto Tremonti allinea l’Italia alle decisioni europee: “Sostenere il settore automobilistico dovrà essere una decisione europea. In Europa si dovrà decidere e l’Italia assumerà eventualmente misure solo in linea con Ue”.

C’è tempo fino a dicembre per risvegliare i conti dormienti

Uno sportello bancario

Per i ritardatari, c’è ancora tempo per non perdere i soldi e scongelare il proprio conto in banca.
Chi infatti si è dimenticato di risvegliare entro il 16 agosto il proprio conto dormiente (di valore superiore ai 100 euro) congelato perché lasciato in banca per oltre dieci anni, avrà ancora tempo per rimediare nei prossimi quattro mesi.
Prima di devolvere al Fondo anti-crack del ministero dell’Economia gli importi dimenticati, gli istituti di credito aspetteranno infatti fino al 16 dicembre. E comunque, almeno un mese prima del versamento al Fondo delle somme rimaste ancora inattive sul conto, le banche pubblicheranno l’elenco di tutti i rapporti dormienti online e nelle filiali.
Inoltre anche nel caso che la banca versi al Fondo le somme relative a rapporti non “risvegliati” il titolare o i suoi delegati, compresi gli eredi potranno, entro 10 anni dal trasferimento, rivendicare direttamente al fondo il diritto di credito sulle somme trasferite e rimpossessarsi così dei propri averi.
Ma, avvisano le banche, per farlo i cittadini dovranno mettersi in contatto con la banca di persona. Non saranno accettate operazioni automatiche o effettuate da terzi. Per riportare in vita un conto addormentato, ricorda l’Associazione bancaria italiana (Abi), non è necessario movimentare il conto con un prelievo o un versamento. L’importante è segnalare alla banca dov’è depositato il conto e dichiarare di volerlo mantenere attivo.

Come? Basterà richiedere anche solo un carnet di assegni, un estratto conto o una copia della documentazione bancaria. Oppure comunicare nuovi dati, come ad esempio il cambio di residenza. Non saranno invece recuperabili gli accrediti dello stipendio o della pensione né bonifici effettuati da altri.
Secondo le associazioni dei consumatori Adusbef e Federconsumatori, sui conti “in sonno” è depositato un tesoretto da circa 10 miliardi di euro, distribuito su circa 1,5 milioni di posizioni “dormienti” nelle banche, nelle assicurazioni e alle Poste. Le associazioni ricordano inoltre che “gli aventi diritto hanno comunque tempo fino al dicembre 2018 per reclamare la titolarità”. In una nota, invitano anche le banche a rendere noti gli elenchi di tutti i conti dormienti “espropriati e incamerati nei bilanci dal 1948 al 1998 invocando prescrizioni decennali inesistenti”.

Infine, per i rapporti diventati dormienti dopo il 17 agosto 2007, a seguito della comunicazione ai titolari effettuata dalla banca, comunica l’Abi, l’elenco dei rapporti divenuti dormienti nel corso dell’anno solare precedente e non risvegliati sarà comunicato dagli istituti entro il 31 marzo (a partire dal 2009) con la pubblicazione su un quotidiano a diffusione nazionale e sul sito web del ministero dell’Economia e le banche avranno ancora due mesi di tempo, entro il 31 maggio (a partire dal 2009), per versare le somme al fondo. Chi scopre solo in occasione della pubblicazione di tale avviso di avere dei soldi dimenticati fa ancora in tempo a richiederli direttamente alla banca.

Conti pubblici: quel che resta del tesoretto

Giulio Tremonti e Tommaso Padoa-Schioppa
È come quando uno eredita una casa non tanto in buono stato su cui per di più pesa un’ipoteca e non sa se rallegrarsi per il lascito o preoccuparsi per ciò che lo aspetta. Silvio Berlusconi e i ministri economici in pectore del prossimo governo si trovano in una situazione simile, con la casa comune dei conti pubblici non proprio in fiore, anzi con molte crepe nascoste sotto una mano di intonaco, e con l’ipoteca rappresentata dai nuvoloni di crisi che dall’Atlantico si stanno spostando sull’Europa.
In via XX settembre a Roma, dove ha sede il ministero dell’Economia, si susseguono i vertici dei vari responsabili dei dipartimenti per un ultimo monitoraggio del bilancio e dei conti, ma la vera “due diligence” sulle finanze statali partirà solo nel momento in cui sarà formalmente costituito l’esecutivo e il nuovo ministro, quasi certamente Giulio Tremonti, avrà preso possesso degli uffici accompagnato da diversi collaboratori rodati, alcuni dei quali prelevati di peso dai ranghi del governo di centrosinistra. I nomi che circolano sono quelli di Vincenzo Fortunato, docente alla Scuola superiore per la pubblica amministrazione e capo di gabinetto del ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, affiancato da altri due “gabinettisti” a lui vicini: Italo Volpe, capo dell’ufficio legislativo dello stesso ministero, e Marco Pinto, capo di gabinetto del responsabile delle Finanze, Vincenzo Visco. Negli ultimi giorni si è già materializzato a più riprese nelle stanze del dicastero economico Enrico Cantarelli, manager della Bank of ScoFontland, già assistente del direttore generale del Tesoro e in seguito ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, e poi dello stesso Tremonti, con il quale collaborò al piano per la cartolarizzazione degli immobili di proprietà statale. Circostanza che ha fatto ipotizzare che il nuovo governo intenda riprendere in mano il tema della vendita di parti del patrimonio pubblico per dare un colpo all’enorme debito pubblico (104 per cento del prodotto interno lordo).
I conti statali soffrono più di quanto appaia dai dati ufficiali. Secondo valutazioni ufficiose della Ragioneria generale, nel 2008 il deficit non salirà solo dall’1,9 al 2,4 per cento, come già ammesso dal governo uscente, ma probabilmente fino al 2,8 e forse al 3, per una serie di motivi collegati: la spesa corrente niente affatto imbrigliata e la prevedibile contrazione delle entrate soprattutto per effetto della crisi internazionale. Alcuni giorni fa l’Eurostat ha certificato che la spesa pubblica è cresciuta ancora nel 2007 arrivando a quota 48,5 per cento del pil. Sono aumentate perfino le uscite per i circa 3,5 milioni di dipendenti pubblici che il governo precedente si era solennemente impegnato a ridurre. In base alle ultime rilevazioni, l’incidenza del costo del pubblico impiego è salita all’11 per cento del pil, con un balzo di oltre mezzo punto in sette anni, a fronte di livelli di efficienza e produttività tra i più modesti del Continente. Fra tutte le economie europee, quella italiana, inoltre, è la più esposta alle burrasche internazionali a causa del debito pubblico e della crescita anemica, a dispetto di qualche brillante esempio contrario soprattutto nelle esportazioni. Poco più di un mese fa l’esecutivo di Romano Prodi aveva rivisto al ribasso i ritmi di crescita per il 2008 facendoli scendere dall’1,5 per cento del pil a meno della metà (0,6). Molti analisti ritengono che anche questa previsione sia ottimistica e che in realtà il tasso di sviluppo possa risultare più basso: intorno allo 0,3 per cento secondo il Fontland do monetario internazionale (Fmi), o addirittura 0 secondo la Confindustria, o sottozero (meno 0,2) per il centro Economia reale di Mario Baldassarri.
Con queste premesse, la caduta del gettito erariale appare scontata. Finora le prime avvisaglie della crisi americana dei subprime (i mutui per l’acquisto della casa elargiti con eccessiva disinvoltura dalle banche Usa) hanno paradossalmente incrementato le entrate fiscali, già salite al 43,3 per cento del pil, alimentando una specie di effetto narcotico, tanto gradevole dal punto di vista immediato della contabilità pubblica quanto ingannevole. Nel bimestre gennaio-febbraio, l’ultimo per il quale sono disponibili dati ufficiali, gli incassi fiscali sono cresciuti di altri 4 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, facendo scattare il solito teatrino intorno all’utilizzo dell’ennesimo “tesoretto”. Sono aumentate sia le imposte dirette sia quelle indirette, in particolare l’iva, cioè proprio la tassa che per prima avrebbe dovuto risentire in negativo dei contraccolpi della crisi. È successo che, proprio a causa delle difficoltà emergenti, sono parecchio cresciuti i prezzi di alcuni prodotti fondamentali come il petrolio, arrivato vicino ai 120 dollari per barile, i carburanti e i generi alimentari, soprattutto quelli di prima necessità, e l’iva ha seguito gli aumenti nonostante la flessione generalizzata dei consumi. In pratica si è verificato un prodigio ingannevole, una crescita nominale che funziona come un placebo: illude, ma non cura la malattia dei conti pubblici. A dispetto degli exploit fiscali, e a riprova delle difficoltà, non più di un mese fa la Ragioneria generale, alle prese con una crisi di cassa acuta, ha esortato il ministro uscente, Tommaso Padoa-Schioppa, a rimandare i pagamenti alla quarta settimana del mese fino a tutto giugno (Panorama 13). Il pareggio di bilancio concordato dal governo uscente con l’Unione Europea per il 2011 diventa un obiettivo assai complicato da raggiungere. Prodi aveva messo in conto una cura pensata in un periodo di crescita sostenuta e centrata su una serie di manovre economiche del valore di circa 20 miliardi di euro, che a conti fatti sarebbero diventati quasi il doppio per effetto di altre spese non iscritte nei bilanci tendenziali a legislazione vigente, quali quelle per l’ennesimo adeguamento dei contratti pubblici, le Ferrovie e l’Anas.
Le probabili difficoltà sul piano del disavanzo si faranno ovviamente sentire anche sul versante del debito, la cui discesa d’ora in avanti diventerà più ardua. Anche perché ormai si sono ridotti all’osso i margini per entrate straordinarie ottenibili con la vendita di aziende statali, a meno che il probabile ministro Tremonti non riesca a rilanciare in fretta il progetto di alienazione degli immobili pubblici. La mattina di martedì 15 aprile, quando ancora i risultati delle elezioni del 13 e 14 non erano ufficiali, il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Joaquín Almunia, ha esortato il prossimo governo “a continuare con il consolidamento delle finanze pubbliche”, specificando che “nel 2007 sono stati raggiunti dei risultati molto buoni”.
Il presidente della Banca europea, Jean-Claude Trichet, lo ha imitato qualche giorno dopo. E dal loro punto di vista di custodi del patto di stabilità l’esortazione non solo è pertinente, ma istituzionalmente obbligatoria. Nel frattempo, però, il quadro di riferimento è cambiato: nel 2007 l’economia italiana cresceva, ora piange.

Equitalia, crolla la cortina di ferro

Una panoramica dell'aula della Corte dei conti |foto Ansa

di Daniele Martini

Fino all’ultimo il governo uscente ha trattato la Equitalia, società pubblica della riscossione guidata da Attilio Befera, come una specie di sancta sanctorum in cui nessuno avrebbe dovuto mettere il naso, un recesso da tenere al riparo da sguardi e curiosità considerati inopportuni. Benché già due anni fa la Corte dei conti avesse chiesto ufficialmente al presidente del Consiglio, Romano Prodi, e al ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, di poter effettuare i controlli necessari, entrambi hanno detto e ripetuto di no.

Il rifiuto è stato ribadito anche alla fine di febbraio in occasione del varo del decreto cosiddetto Milleproroghe e a quel punto la Corte dei conti ha deciso di andare avanti lo stesso, sottoponendo di sua iniziativa a controllo gli atti e le decisioni dell’Equitalia. Lo ha fatto con una decisione che non ha molti precedenti, una determinazione depositata il 1° aprile e firmata da Antonio Ferrara e dal presidente della sezione controllo enti, Mario Alemanno: atto di tre pagine di cui Panorama è entrato in possesso.

La società pubblica, posseduta per il 49 per cento dall’Inps e per il 51 dall’Agenzia delle entrate, d’ora in avanti dovrà tempestivamente trasmettere ai magistrati contabili tutti gli atti assunti. Prima di tutto il bilancio di esercizio e poi gli altri documenti rilevanti, come il bilancio di previsione, il preconsuntivo, gli atti di programmazione, pianificazione, sintesi, consolidamento; inoltre i verbali dell’assemblea e del consiglio di amministrazione, gli atti normativi come lo statuto e quelli di rilevanza generale. Nello stesso tempo anche il ministero dell’Economia dovrà comunicare alla Corte tutte le decisioni assunte nei confronti dell’Equitalia.

Per la verità la Corte dei conti avrebbe voluto effettuare un controllo più puntuale e serrato sulla società di riscossione avvalendosi dei poteri attribuiti alla stessa Corte dall’articolo 12 di una legge del 1958. Una norma che consente ai magistrati contabili di partecipare direttamente alle sedute dei consigli di amministrazione e a quelle dei sindaci revisori degli enti sottoposti a controllo. A questo proposito la Corte aveva chiesto a Padoa-Schioppa l’adozione di un decreto specifico che, però, non è mai stato emanato.
Il braccio di ferro tra magistrati contabili e ministero dell’Economia è andato avanti due anni e, di fronte all’ennesimo niet contenuto nel decreto Milleproroghe di fine febbraio, i magistrati hanno deciso di procedere unilateralmente avvalendosi di altri articoli (in particolare il 2 e il 3) della stessa legge del 1958.

Con la delibera adottata, la Corte dei conti fa cadere, almeno in parte, quella specie di cortina di ferro eretta in questi anni dal governo intorno alla Equitalia, società pubblica con una missione delicata, essendo stata costituita nel 2005 per sviluppare la lotta all’evasione e migliorare e accelerare le procedure di riscossione dei crediti vantati dallo Stato nei confronti dei contribuenti considerati infedeli.

Le casse del Tesoro sono vuote: “Meglio posticipare i pagamenti”

Il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa in una foto scattata a Palazzo Chigi il 12 ottobre 2007 | Ansa
Come molti italiani, anche lo Stato vive nell’angoscia della quarta settimana: “Grave criticità del conto di disponibilità a maggio e giugno 2008″.
Così il Ragioniere generale dello Stato Mario Canzio ha intitolato una nota riservata per il ministro dell’Economia che Panorama illustra nel numero in edicola da venerdì 21 marzo e che dice con quanta apprensione i responsabili della contabilità statale stiano vivendo questo frangente.

Nel documento si descrive la crisi di liquidità acuta in cui versano le casse dello Stato e si suggerisce la possibilità di spostare dai primi agli ultimi giorni del mese (a partire da marzo e in particolare a maggio e giugno) i pagamenti e i trasferimenti pubblici a favore di numerosi enti: dalla Regione Lombardia alla Rai, dalle Poste alle Ferrovie, dall’Anas alla Conferenza episcopale italiana.
Tra le soluzioni prospettate dalla Ragioneria, per esempio, c’è il rinvio di pagamenti da marzo a giugno per un importo di quasi 4 miliardi di euro: sarebbe in particolare opportuno far slittare il trasferimento trimestrale del canone a favore della Rai (400 milioni) e scoraggiare i prelievi dalla tesoreria centrale da parte delle Ferrovie (circa 1,5 miliardi), dell’Anas (poco meno di 1 miliardo) e delle Poste (un altro miliardo). Toccherà comunque al prossimo governo prendersi carico del problema.
Con un aspetto ancora più scabroso: il rinvio dei pagamenti non potrà avvenire senza l’assenso preventivo degli interessati, i quali, una volta eventualmente accettata la dilazione dei pagamenti, dovranno arrangiarsi chiedendo magari alle banche prestiti a breve, per loro natura poco vantaggiosi.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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