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L’Italia arranca, la crescita per il 2008 sarà praticamente dimezzata ma le tasse si possono ridurre. Come? Proseguendo nell’azione di contrasto all’evasione fiscale. È questo il messaggio lanciato dal Tesoro nella Relazione Unificata sull’Economia, l’ex trimestrale di cassa, presentata oggi. Il prodotto interno lordo crescerà quindi solo dello 0,6% nel 2008 e dell’1,2% nel 2009, dell’1,5% nel 2010. E si tratta, infatti, di una revisione al ribasso: a settembre gli uffici tecnici di via XX Settembre avevano, infatti, previsto una crescita dell’1,5%.
Il rapporto deficit/pil salirà al 2,4% nel 2008 e raggiungerà il pareggio strutturale nel 2011, mentre con una tantum e componente ciclica sarebbe ancora allo 0,2%. Il rapporto debito/pil scenderà al 103% nel 2008 e sotto il 100% nel 2010, a 98,7%. Il risanamento “è solido e destinato a durare”, si legge: “L’Italia rimane saldamente in zona sicurezza”. L’inflazione, secondo l’indice Nic, è stimata in rialzo al 2,6-2,7% medio nel 2008.
Le stime sulla crescita “sono improntate a notevole prudenza” e i risultati potrebbero essere “migliori del previsto”. Il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ci tiene a sottolineare che, nel 2006 e nel 2007, i conti pubblici si sono chiusi “in maniera più favorevole del previsto”. “È il risultato di una politica economica che ha rifiutato la logica dei due tempi (prima risanare, poi sviluppare) e ha perseguito con lo stesso respiro un triplice obiettivo” spiega “crescita, risanamento, equità”. Secondo il ministro, i due anni di “rigorosa azione sui conti pubblici” del governo Prodi hanno registrato “il venir meno delle misure una tantum e di operazioni straordinarie” e hanno creato le condizioni affinché “l’Italia esca, nel mese di maggio, dalla procedura europea per deficit eccessivo in cui era entrata nella legislatura precedente”. “A fronte di un significativo rallentamento della congiuntura nel 2008, l’andamento del deficit evidenzia solo un lieve peggioramento” continua Padoa-Schioppa “il risanamento dei conti pubblici realizzato dal governo Prodi è solido, destinato a durare e che il pareggio di bilancio per il 2011 resta un traguardo a portata di mano”.
Secondo il ministro dell’Economia, le stime sono improntate “a notevole prudenza”: “Questo fa ritenere che le sorprese in corso d’anno possano essere prevalentemente positive e che i risultati possano essere migliori del previsto”.
Ancora più critico il quadro delineato dagli industriali. Per Confindustria nel 2008 ci sono “forti rischi di crescita zero”. Confindustria spiega che il differenziale di crescita fra Italia e resto d’Europa è tornato ad ampliarsi nel 2007 e resta superiore al punto percentuale nel 2008. “Il rallentamento dell’economia italiana” aggiunge la nota “è più accentuato di quelli tedesco e francese”.
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di Gianluigi Nuzzi
Nel dopo Prodi la paura dello spoils system fa novanta. Dalla variopinta galassia del ministero delle Finanze è iniziata la grande fuga e qualcuno già strizza l’occhio al centrodestra. La potente pattuglia di fedelissimi di Tommaso Padoa-Schioppa e soprattutto dell’ex ministro ombra Vincenzo Visco è in libera uscita. E chi copre incarichi soggetti allo spoils system va alla conquista del posto inamovibile, cercando un paracadute sul nuovo orizzonte politico.
Tutti si ricordano quello che è successo poco dopo l’arrivo di Padoa-Schioppa: ci fu un ricambio della dirigenza senza precedenti. Ma stavolta c’è una novità sostanziale: in alternativa alla ricerca del posto sicuro c’è il tentativo di accattivarsi gli avversari politici con favori dell’ultima ora.
Un caso emblematico è quello di Fabrizio Carotti, capo del dipartimento delle Finanze, ovvero il responsabile della macchina fiscale, voluto da Visco. Carotti è stato assunto come dirigente anche dalla Equitalia, società pubblica addetta alla riscossione, sulla quale dovrebbe vigilare proprio il dipartimento da lui diretto. Tutto perfettamente lecito, ma è chiaro che se dovesse essere sostituito dal successivo governo con una persona di fiducia del nuovo ministro resterebbe con l’incarico di dirigente in Equitalia.
Carotti è anche riuscito a far approvare nell’ultimo Consiglio dei ministri, il venerdì successivo alle dimissioni di Prodi, la riorganizzazione del suo dipartimento, che a differenza di quanto sbandierato (a proposito dell’intero ministero) ha aumentato i posti di dirigente.
Altro lido tranquillo, lontano dallo tsunami dello spoils system, è il Secit, il servizio degli ispettori del fisco, un tempo naturale approdo dei migliori generali delle Fiamme gialle e di magistrati. Due consulenti di Visco, Maurizio Zeppilli e Pierpaolo Maspes, dopo esser stati nominati ispettori al secondo gruppo del Secit oggi sono i favoriti nella nomina a direttori centrali del dipartimento delle Finanze presieduto da Carotti.
Nomina pronta anche per Luca Miele, tra i papabili per diventare direttore centrale del dipartimento delle finanze. Circostanza singolare se si pensa che Miele è un funzionario attualmente con incarico provvisorio di dirigente.
Al Secit, secondo le indiscrezioni delle ultime ore, potrebbero finire anche alcuni giornalisti. Un déjà-vu: pochi mesi fa è stato nominato da Visco Marco Fabio Rinforzi, giornalista responsabile dell’ufficio comunicazione istituzionale del dipartimento delle finanze, e ora consigliere di Carotti e Daniela Bracco, ex capo ufficio stampa di Padoa-Schioppa.
L’amministratore dell’Equitalia Attilio Befera, che ha dato l’ok all’assunzione di Carotti e a quelle di parenti di politici (Antonella Soro, figlia del parlamentare veltroniano, Gianmarco Conte, nipote del parlamentare Gianfranco, Marco Lotito, figlio dell’ex segretario confederale della Uil e attuale presidente del comitato di indirizzo e vigilanza dell’Inps), ora si è lanciato in assunzioni bipartisan. Esponendosi così alla critica di voler acquistare favori presso il centrodestra per evitare avvicendamenti con il nuovo governo.
Da poco Befera ha assunto il fratello del senatore di Alleanza nazionale Domenico Gramazio, che ha festeggiato in aula con una bottiglia la sfiducia al Senato del governo Prodi, mentre è ancora in pole position per un’assunzione Giuseppe Ciliberto, portavoce di Alfiero Grandi, sottosegretario all’Economia.
Andatura lasca ma rigorosamente bipartisan all’Agenzia delle entrate. Era appena caduto il governo Prodi e il direttore Massimo Romano, durante la riunione del comitato di gestione, dopo elogi e attestati di stima senza precedenti nei confronti di Luigi Magistro, ha chiesto il rinnovo triennale del suo contratto di consulenza, in scadenza a fine febbraio. Quella di Romano è stata una bella inversione di tendenza: Magistro, che in passato aveva l’incarico di direttore centrale audit e sicurezza (e per il suo lavoro aveva ottenuto plausi da molte procure, prima fra tutte quella di Milano), proprio da Romano era stato “degradato” a direttore centrale aggiunto dell’accertamento, alle dipendenze di un direttore centrale.
Una vicenda simile è quella di Marco Di Capua, direttore centrale dell’accertamento durante la gestione Tremonti. Romano l’aveva messo in un angolo, togliendogli il prestigioso incarico e affidandogli un compito minore, la responsabilità dell’ufficio sistemi e processi, con circa 20 persone da coordinare.
Quando qualche mese fa è venuta alla luce la vicenda dell’accertamento fiscale alla Telecom, Di Capua, tra un’illazione e l’altra, è stato additato come colui che per la sua vicinanza a Tremonti non avrebbe avuto la mano pesante contro i protagonisti dell’operazione, nonostante il suo importante ruolo (responsabile nazionale dell’accertamento). Ebbene, improvvisamente Di Capua è di nuovo giudicato affidabilissimo, al punto che da qualche settimana ha assunto l’incarico di direttore amministrativo dell’Agenzia. Anche tra le 200 Fiamme gialle distaccate a piazza Mastai è pronto il fuggi fuggi dei fedelissimi di Visco che ricordano bene quando, poco più di 1 anno e mezzo fa, hanno occupato (a volte senza preavviso) gli uffici di altri colleghi.
Per la sorte dei più alti in grado, come Flavio Zanini e Mario Ortello (noto alle cronache per la vicenda Visco-Speciale), l’entourage del viceministro ha interpellato il nuovo comandante del corpo in persona, Cosimo d’Arrigo.
( gianluigi.nuzzi at mondadori.it)
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Il rosso del bilancio della Croce Rossa Italiana, l’associazione di volontariato più grande in Italia (300 mila volontari e 5.700 dipendenti), è dovuto per lo più ai crediti (40-50 milioni) che vanta da enti locali e ministeri. Lo sottolinea, facendo così un bilancio di inizio anno, il presidente della Cri Massimo Barra.
La Cri, ha spiegato, ha un debito pregresso con le banche pari a 70 milioni di euro, quasi tutti relativi a mancati pagamenti di attività a favore della collettività come servizi ambulanze, raccolta sangue e così via. Gran parte di questi 70 milioni (almeno 40-50) sono imputabili ad amministrazioni pubbliche.
Per entrare in possesso di quanto dovuto, la Cri è impegnata al recupero dei crediti; in alcuni casi, sta pensando di avviare vertenze. “Abbiamo ancora problemi di bilancio, tutti pregressi” sottolinea il numero uno della Cri “è una situazione che va assolutamente sanata nel 2008. Abbiamo fatto miracoli con il bilancio in questi anni, soprattutto se si tiene conto che gli stipendi sono lievitati e i trasferimenti dallo stato sono via via diminuiti. È impensabile poi che le nostre attività siano condizionate da questioni economiche. La Cri è un ente pubblico, offre servizi di qualità alla popolazione. Il governo deve farsi carico di tutto ciò”.

Non solo non c’è stato lo sbarco in Borsa come prevedeva la legge Gasparri, ma ora per la Rai potrebbe mettersi male anche dal punto di vista finanziario. A lanciare l’allarme è stato lo stesso direttore generale della tv pubblica, Claudio Cappon, ascoltato dalla Commissione Vigilanza Rai: “Se andiamo avanti con una logica di produzione inerziale” ha detto Cappon “siamo di fronte al rischio reale di declino economico”.
Dati alla mano, afferma il dg Rai: “Il primato delle tv generaliste è stato già messo in discussione. Basti pensare che, in un giorno medio, il 17% dei telespettatori non guarda né la Rai né Mediaset”. Inoltre la raccolta pubblicitaria è rimasta pressoché stabile per la televisione generalista, mentre è salita del 90% per i canali satellitari e del 160% per Internet.
La Rai ha cercato di mettere una pezza a questa situazione con il nuovo piano industriale che, come afferma Cappon: “Introduce un elemento di discontinuità che deve riflettersi anche sulla qualità dei programmi, tema allo studio del cda che sta analizzando la politica editoriale della nuova Rai”. Tutto sembrerebbe andare per il verso giusto se non fosse che proprio quel cda che sta rifacendo il palinsesto della Rai è nell’occhio del ciclone.
A cominciare dal presidente, Claudio Petruccioli, sfiduciato dalla commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai e dall’ex consigliere, Angelo Maria Petroni, che è ancora alle perse con la battaglia legale per la nomina, al suo posto, di Fabiano Fabiani.
Nomina che ha mandato su tutte le furie l’opposizione. Questa sarebbe dovuta essere la settimana decisiva per riportare la legalità nell’organo di gestione della tv pubblica. Ma molto probabilmente neanche in questi giorni succederà nulla, come se niente sia successo.
Un pronunciamento quello su Petruccioli che rappresenta un chiaro segnale politico, sia verso il gradimento del presidente Rai che verso la tenuta della maggioranza, ma non ha valore vincolante e non obbliga il presidente a farsi da parte. Palazzo Chigi è rimasto fermo sulla linea che, nonostante il voto della Vigilanza, non si pongono conseguenze. Cioè Petruccioli continua a tenersi stretta la poltrona, forte dell’appoggio che il premier Romano Prodi continua a manifestargli. Anche perché le redini dell’azionista Rai, il Tesoro, sono in mano al ministro Tommaso Padoa-Schioppa, che di Prodi è amico: sonni tranquilli per Petruccioli, quindi.
Anzi la maggioranza sta anche lavorando alle modifiche sul tetto agli stipendi dei dipendenti pubblici, che interesserebbe anche i vertici della Rai e gli artisti che lavorano per le emittenti pubbliche.
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di Angelo Pergolini
All’Associazione bancaria italiana, presieduta da Corrado Faissola, ostentano tranquillità. Il Crif (Centrale rischi finanziari) sforna dati rassicuranti. E pressoché tutti i banchieri ripetono all’unisono che no, un “problema mutui” in Italia non c’è. O meglio: c’è, ma in termini “fisiologici e non patologici”. Al contrario, le associazioni dei consumatori denunciano quasi ogni giorno (seppure con toni diversi) che il “caro mutui” è ormai insostenibile per i bilanci familiari. E paventano un’impennata di vendite di immobili ipotecati da parte delle banche.
Esagerazioni? Non si direbbe proprio, stando almeno a un recente studio della Nomisma: secondo il centro studi bolognese presieduto da Gualtiero Tamburini, su 4 milioni di famiglie che hanno sottoscritto un mutuo quelle in difficoltà nel pagare le rate hanno ormai superato quota 400 mila. Sono cioè una su dieci. E il loro numero cresce a un ritmo superiore al 7 per cento.

Si tratta di un dato che sembra fare a pugni con l’andamento delle insolvenze stimato dal Crif. Secondo la centrale rischi (a cui si appoggiano tutte le banche italiane), i mutui non onorati sono appena l’1,1 per cento del totale. E questa percentuale non appare affatto in significativo aumento. Chi ha ragione allora? Per quanto possa apparire paradossale, tutti e due. Perché da un lato è vero che il caro mutui rende sempre più arduo per le famiglie italiane, e in particolare per quelle monoreddito, far quadrare il bilancio. Ma dall’altro le “insolvenze restano pochissime” spiega il segretario dell’Adiconsum Paolo Landi con un sorriso amaro “perché le famiglie, piuttosto che non pagare la rata e correre il rischio di perdere la casa, si svenano. Tagliano ogni tipo di consumo: non solo quelli superflui, c’è chi sacrifica anche le medicine”.
Sarà anche una situazione “fisiologica” come dicono i banchieri. Ma dovrebbero andare a spiegarlo a Davide D., 31 anni, impiegato con regolare contratto e 1.170 euro netti al mese in busta paga. Nel 2005 ha acceso un mutuo a tasso variabile: 110 mila euro di importo, 505 euro l’ammontare della prima rata. Ma adesso quella rata è lievitata a 710 euro. “Pago alla banca 200 euro al mese in più e il mio stipendio è rimasto lo stesso. Come faccio? Ho abolito tutto: pizzeria, cinema, uscite del fine settimana”. Meglio: l’unica uscita rimasta a Davide è quella che fa per giocare a calcio con gli amici in un campetto spelacchiato alla periferia di Bologna. L’unica che non costa un euro.
Quanto ai numeri del Crif, saranno certamente assai rassicuranti per le banche. Ma di certo non lo sono altrettanto per Monica M., un’energica quarantenne, emiliana, madre di quattro figli. Nel 2004 ha sottoscritto un mutuo per un importo di 140 mila euro, durata 25 anni. “Quando ho chiesto il finanziamento avevo fatto bene i conti: potevo permettermi una rata di 850 euro. L’ultima che ho pagato era di 1.100″.
Come riesce a far quadrare i conti? “Grazie alla mamma che paga le spese per i bimbi, e non solo, e fa da baby sitter. Poi mettendo mano a vecchi risparmi, che però non dureranno ancora per molto”.
“Di richieste d’aiuto da parte di famiglie che non ce la fanno a pagare il mutuo all’Adiconsum ne arrivano sempre di più” dice Landi. “Con le altre associazioni dei consumatori abbiamo proposto all’Abi di aprire un tavolo per discutere il problema. La nostra proposta è semplice: fare un accordo quadro con cui le banche si impegnano a rimodulare le rate dei mutui in modo che siano compatibili con i redditi delle famiglie. La parte eccedente dovrebbe essere messa poi in coda al prestito, prolungandolo, ma senza balzelli o costi aggiuntivi”. Risultati? “La scorsa settimana il tavolo si è fermato: se non sono previste penalità, ci hanno detto le banche, non vale la pena di discutere”.
Se i mutui sono aumentati e sempre più famiglie sono schiacciate dal fardello delle rate, dicono in sostanza all’Abi, non è affar nostro. Si tratta di conseguenze della politica monetaria della Banca centrale europea, che nell’arco di 24 mesi ha fatto lievitare i tassi d’interesse dell’euro dal 2 al 4 per cento.
Vero? Certamente, ma quella delle banche italiane è una autodifesa quantomeno fragile. Per almeno due buoni motivi. Corroborati da parecchi numeri.
Il primo riguarda le caratteristiche, o meglio le anomalie, del mercato italiano dei mutui. Da un lato è il più caro in assoluto di tutta l’area euro: secondo la Banca d’Italia, il tasso d’interesse medio di un mutuo è pari al 5,35 per cento, mentre in Eurolandia lo stesso identico prestito costa il 4,46 per cento. Se a questo dato s’aggiunge quello relativo al costo del credito al consumo (8,27 per cento in Italia contro una media europea del 6,02) la conclusione è una sola: in Italia il denaro costa troppo. Ma c’è di più: sempre secondo Bankitalia la differenza del tasso d’interesse fra i mutui variabili e quelli fissi in Italia è quasi il triplo rispetto all’area euro.
Questo scarto è alla base di una ulteriore anomalia: mentre in Europa il 70 per cento circa dei mutui è a tasso fisso e la quota restante a tasso variabile, in Italia le proporzioni sono quasi esattamente invertite. E questo spiega perché l’aumento del costo del denaro deciso dalla Bce ha avuto un effetto devastante solo nel nostro Paese.
“Fino al gennaio del 2006″ ricorda Stefano Curti, responsabile prodotti e servizi di Banca per la casa (Unicredit group), “il tasso variabile era conveniente. Chi ha sottoscritto nel 2003 un mutuo a 20 anni per un importo di 100 mila euro in 4 anni ha risparmiato 7 mila euro. Le banche hanno venduto mutui a tasso variabile perché la differenza di costo rispetto a quelli a tasso fisso era enorme”. Calcolo e ragionamento sono ineccepibili. Però andrebbero aggiunte almeno due considerazioni.
La prima: sottoscrivere un mutuo a tasso variabile vuol dire assumere un rischio (quello che i tassi aumentino) e allo stesso tempo tenere aperta la porta per cogliere un’opportunità (ovvero che calino). Il boom italiano dei tassi variabili è iniziato quando il costo dell’euro era pari al 2 per cento: qualcuno ha informato i sottoscrittori di quei mutui che le possibilità di un ulteriore calo dei tassi (l’opportunità) erano assai ridotte mentre quelle di un loro aumento (il rischio) ben più elevate?
La seconda osservazione riguarda il fatto che le banche, a partire dall’inizio dell’anno, hanno capovolto il loro atteggiamento: oggi spingono a sottoscrivere mutui a tasso fisso. Peccato che anche la situazione dei mercati finanziari, secondo molti economisti e banchieri, sia rovesciata rispetto a quella di due anni fa: ovvero che i margini di un ulteriore aumento dei tassi siano ormai molto risicati, mentre nel medio periodo sono assai elevate le probabilità di un nuovo ciclo al ribasso. Una combinazione che penalizzerebbe ancora una volta le famiglie (e come quasi sempre accade ingrasserebbe ancor di più i conti delle banche).

“Il vero problema” sostiene Roberto Anedda, direttore marketing della società Mutuionline, “è che si ragiona molto sulla rata iniziale del mutuo. Poco sulle prospettive di lungo periodo. Da un lato pesa la scarsa cultura finanziaria delle famiglie italiane, certamente. Ma c’è anche, bisogna pur dirlo, un problema di formazione dei funzionari bancari”.
Il cocktail fra questi due elementi può avere conseguenze micidiali quando le famiglie escono dal terreno dei mutui tradizionali (che pure, come abbiamo visto, a volte si rivela minato) per avventurarsi in quello dei cosiddetti prodotti flessibili.
Negli ultimi anni le banche hanno affiancato ai due mutui di tipo tradizionale, fisso e variabile, una offerta di prodotti con caratteristiche, costi, e soprattutto rischi, estremamente differenziati. Così si possono trovare sul mercato mutui a “rata costante” e durata flessibile; altri che permettono di rimborsare il capitale a seconda dell’andamento delle proprie disponibilità finanziarie. Altri prodotti ancora che consentono di saltare una rata, in tutto o in parte, o di passare dal tasso fisso a quello variabile o viceversa. In comune questi prodotti hanno due caratteristiche: prevedono commissioni a vantaggio della banca superiori ai mutui tradizionali; in secondo luogo, hanno strutture complesse che rendono molto difficile a un normale risparmiatore valutare il rischio implicito nel contratto di finanziamento. Che sulla carta rappresenta spesso una magnifica opportunità. Ma nella pratica può trasformarsi in una tagliola.
È l’amara scoperta che stanno facendo, per esempio, molti di coloro che negli anni scorsi hanno acceso mutui con il cosiddetto preammortamento. In pratica si tratta di questo. Per chi chiede un finanziamento per l’acquisto della casa i primi anni, di norma, sono i più duri: dopo avere comprato l’agognato appartamento poi bisogna ristrutturarlo; oppure, è questo il caso di molte giovani coppie, vanno trovati i soldi per acquistare, dopo l’immobile, anche i mobili che lo rendono abitabile. Il mutuo con preammortamento nasce per risolvere questo tipo di problemi. Stabiliti importo, tasso e durata del finanziamento, è possibile concordare un periodo di uno o più anni nel corso dei quali il sottoscrittore paga i soli interessi sul prestito. Il mutuo entrerà a regime, ovvero inizierà la restituzione del capitale, solo nella fase successiva. Bello, no?
Già. Peccato che quando il mutuo va a regime la rata aumenti anche del 30-40 per cento. E se a questa batosta si aggiunge pure la crescita degli interessi (come accade oggi in seguito all’aumento dei tassi) allora la rata può anche raddoppiare. Altro che bello.
(ha collaborato Simonetta Cotellessa)
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S’affolla il cielo sopra Alitalia. Aeroflot, Air France-Klm, Ap Holding (che controlla Air One), cordata Baldassarre, Lufthansa, Tpg: sono i sei pretendenti con cui Alitalia intende approfondire i contatti per la vendita. Lo ha comunicato in serata il presidente della compagnia, Maurizio Prato, al termine della riunione del Consiglio di amministrazione.
Il presidente dell’Alitalia, si legge in una nota, ha informato il Consiglio di amministrazione ”di avere avuto, anche attraverso l’advisor Citi, contatti con un numero significativo di soggetti finanziari ed industriali, sia europei che extra europei”. All’esito di tali consultazioni, ‘’sentito anche il consulente industriale Roland Berger, il consiglio ha deliberato di approfondire i contatti per verificare l’interesse dei seguenti soggetti: Aeroflot, Air France-Klm, Ap Holding, cordata Baldassarre, Lufthansa, Tpg”. Come comunicato il 30 agosto scorso, ”Alitalia si propone di completare tali approfondimenti nei tempi più brevi possibili”, conclude la nota.
Ai cinque nomi che circolavano alla vigilia si aggiunge quello di Aeroflot. Controllata al 51% dallo Stato, la compagnia russa è stata fondata nel 1923 e fa parte dell’alleanza Sky Team. Copre 93 destinazioni in 47 Paesi per 302 voli al giorno. Con la sua flotta di 90 aerei, trasporta oltre 7 milioni di passeggeri l’anno. I vertici della compagnia hanno detto di essere disposti a mettere sul piatto un miliardo di dollari per Alitalia.
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Riparte la seconda volata per la vendita Alitalia. La prima, lanciata esattamente dieci mesi fa è finita come tutti sanno: un mortificante nulla di fatto mentre le condizioni della compagnia aera continuavano a peggiorare a rotta di collo. Questa operazione bis dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno. Oggi il presidente dell’azienda, Maurizio Prato, illustra al consiglio di amministrazione l’esito del primo giro di consultazioni effettuato dall’advisor Citi per la privatizzazione; la short list, elaborata anche con la consulenza di Roland Berger, comprende i nomi già circolati alla vigilia.
AIR FRANCE - KLM Secondo gli addetti ai lavori sarebbe la soluzione migliore. Alitalia con i francesi ha stretto già da tempo una solida alleanza commerciale, consolidata anche da uno scambio azionario intorno al 2 per cento e corroborata in passato addirittura da uno scambio di posti nei rispettivi consigli di amministrazione.
Vantaggi: l’aerolinea francese è la più grande del mondo per fatturato e quindi Alitalia entrando nell’orbita di questo colosso stipulerebbe una specie di polizza di sopravvivenza. Per i clienti italiani si amplierebbe il network di destinazioni, sia quelle raggiunte direttamente dai transalpini sia quelle garantite dall’alleanza mondiale SkyTeam all’interno della quale i francesi esercitano un ruolo di guida. Il nuovo modello francese comporterebbe un miglioramento del servizio e una maggiore efficienza.
Svantaggi: la preoccupazione condivisa da molti politici è la perdita di sovranità della compagnia italiana che potrebbe essere mitigati se a fianco dei francesi scendesse un soggetto economico italiano. Alitalia finirebbe comunque per diventare, di fatto, una controllata di Air France e la sua missione di compagnia globale dovrebbe essere rivista. Per i francesi l’azienda italiana dovrebbe svolgere un ruolo ancillare nell’area del Mediterraneo, abbandonando le ambizioni sui voli di lungo raggio che dovrebbe essere in maggioranza appannaggio di Parigi Charles De Gaulle e, in misura minore, di Amsterdam. Il nuovo network avrebbe come base Fiumicino e non Malpensa.
LUFTHANSA La scesa in campo tedesca è più motivata dal desiderio di frenare le ambizioni dei francesi che dalla reale necessità di rilevare Alitalia. Con l’acquisto di Air Dolomiti, Lufthansa ha un’ottima quota di mercato sull’area del Nordest della penisola italiana per tutti i voli di lungo raggio via Monaco di Baviera.
Vantaggi: vale il discorso fatto per Air France per quanto riguarda l’ingresso in una corazzata che ha grandi ambizioni di crescita e che quindi garantirebbe una solidità aziendale purtroppoi sconosciuta a Alitalia.
Svantaggi: i tedeschi sono interessati soprattutto all’area del Nord Italia, ma uno sviluppo di Malpensa potrebbe creare un problema di coabitazione con il vicino aeroporto di Zurigo (Lufthansa ha già rilevato Swiss). Inoltre l’uscita dall’alleanza di Alitalia da SkyTeam per entrare in Star Alliance comporterebbe il pagamento di penali. Andrebbe poi rivisto il ruolo di Air Dolomiti.
AIR ONE - Sarebbe la realizzazione di un sogno per Carlo Toto, l’uomo che dieci anni fa sfidò il monopolio Alitalia sulla Roma-Milano. La soluzione italiana piace molto in ambienti politici, in quanro preserverebbe l’identità nazionale di Alitalia. Non a caso l’operazione piace soprattutto in casa Ds e An.
Vantaggi: l’autorità Antitrust è severa nel sanzionare posizioni dominanti, che da noi vengono ritenute tali se si supera il 50 per cento del mercato domestico, mentre in Francia è normale che la prima compagnia abbia oltre il 90. Ammesso che la scure Antitrust non si abbatta sull’operazione, il matrimonio Alitalia-Air One permetterebbe al nuovo soggetto economico di ottenere più ricavi dai voli domestici, proventi che potrebbero essere utilizzati per l’apertura di nuove rotte internazionali.
Svantaggi: Air One ha una struttura patrimoniale debole e una condizione finanziaria molto esposta con le banche; fino a due anni fa la quasi totalità delle azioni della compagnia era in pegno a Capitalia. La struttura di costi dell’azienda di Toto ricalca quella di Alitalia e il leggero attivo degli ultimi suoi bilanci è dovuto più alla crisi dell’ex compagnia di bandiera, che all’efficienza di Air One. I voli di lungo raggio da poco introdotti volano quasi vuoti (gli ultimi dati pubblicati dalla Aea (Associazione europea delle compagnie aeree) rilevano come la sua sia la peggior performance di load factor).
TEXAS PACIFIC GROUP - Si tratterebbe della soluzione più rivoluzionaria perché comporterebbe la cessione di una delle aziende statali più lottizzate ad un fondo americano di investimento che punta solo all’efficienza e non si cura di sindacati e raccomandazioni.
Vantaggi: Tpg vanta un ottimo curriculum per i salvataggi di compagnie aeree. Per esempio, la blasonata Ryanair quando nacque voleva ricalcare lo stile di Aer Lingus e stava per fallire. Ad imporre il modello low cost, mutuato dall’americana Southwest, furono proprio i cervelli di Tpg. Grazie a loro, inoltre, Gordon Bethune ha potuto scrivere un best seller di management aziendale come “From worst to first”, per spiegare la rinascita di Continental Airlines, che sembrava destinata al default. Tpg dispone di grande liquidità e il suo piano per Alitalia, presentato durante la fallita asta messa su in precedenza dal ministro Tommaso Padoa-Schioppa, prevedeva investimenti per 5 miliardi di euro in cinque anni. Quasi una massiccia ricapitalizzazione ogni 12 mesi.
Svantaggi: Tpg, almeno durante il bando, non ha cercato sponde italiane. Senza un partner tricolore però la nuova Alitalia, per via di regolamenti vecchiotti, perderebbe buona parte dei diritti bilaterali di traffico. Prato ha sostenuto in un’audizione al Senato che obiettivo dell’azienda è quello di cercare un’integrazione con un partner industriale, lasciando quindi intendere di non essere interessato a offerte da soggetti finanziari.
BALDASSARRE-VALORI - Al momento la proposta dell’ex ministro e dell’ex manager è la più incerta, tale da rendere impossibile la valutazione di vantaggi e svantaggi, anche se il profilo delle due personalità impegnate lascia presupporre che ci sia qualcosa di concreto. L’unica cosa trapelata al momento è quella di una partecipazione della Emirates, subito smentita dagli interessati, però. C’è da sottolineare che in questa fase le smentite devono essere prese cum grano salis dal momento che perfino Air France e Lufthansa hanno tatticamente affermato di essere fuori partita.