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Il progetto di federalismo fiscale in Italia deve essere “coerente” con l’obiettivo di finanze pubbliche sostenibili nel medio termine. A quanto risulta a Radiocor sarà questa una delle indicazioni contenute nel rapporto comunitario sull’attuazione in Italia della strategia di Lisbona.
Nel giudizio Ue che sarà approvato dal collegio dei commissari mercoledì, Bruxelles chiede a Roma di proseguire con il miglioramento dello stato delle finanze pubbliche, anche alla luce dell’alto debito. Ma i fari sono puntati sulla scarsa produttività del Belpaese: le politiche chiave per aumentarla, sostiene l’esecutivo Ue, consistono in un rafforzamento della concorrenza, meno costi burocratici, miglior funzionamento del mercato del lavoro, ricerca e sviluppo.
Servono poi misure di lungo termine per spingere la transizione verso l’economia a bassa emissione di CO2.
In tutto saranno quattro le raccomandazioni all’Italia. La prima riguarda il consolidamento del bilancio pubblico inteso come obiettivo a “medio termine”: è implicito che questa azione dovrà essere intrapresa una volta lasciata alla spalle la crisi attuale. D’altra parte, si ribadisce che l’aggiustamento di bilancio è stato assicurato e, anzi, si tratta dell’azione di politica economica più evidente rispetto all’azione intrapresa in altri settori. La seconda indicazione riguarda la necessità di migliorare la crescita della produttività che comporta una maggiore “efficienza” del sistema scolastico e formativo. La sfida dell’efficienza deve riguardare anche la pubblica amministrazione. La terza riguarda gli interventi per migliorare il livello di concorrenza. I settori indicati sono i servizi professionali e finanziari, la distribuzione al dettaglio, la distribuzione dei carburanti, i servizi del gas, del trasporto aereo e quelli locali. Infine le misure all’insegna della flexicurity (flessibilità e sicurezza del lavoro) con l’obiettivo generale di adottare un sistema di protezione “uniforme”. Dopo dieci anni di calo continuato, il tasso di disoccupazione è aumentato l’anno scorso e aumenterà ancora a causa della recessione. Bruxelles ritiene che siano stati fatti dei progressi per migliorare quello che viene chiamato “ambiente pro business”. Per far risalire l’economia dall’attuale debolezza competitiva, la commissione rileva anche l’importanza che la crescita dei salari resti allineata alla crescita della produttività attraverso “un ulteriore decentramento” dei livelli ai quali vengono fissati. Nel rapporto Lisbona 2008 che sarà pubblicato mercoledì la commissione europea analizza i progressi compiuti nella Ue e in ogni singolo paese nell’attuazione della strategia per migliorare la competitività delle economie.
Bruxelles spiega che nel 2008 sono diminuiti i consumi privati, gli investimenti e le esportazioni. La situazione non è rosea neanche nel 2009, quando dovrebbe aumentare il tasso di disoccupazione. Per contrastare questa tendenza, secondo la Commissione, andrebbe inoltre posto l’accento sulla forza lavoro non utilizzata, in particolare nel Mezzogiorno. L’approvazione del giudizio sull’Italia era attesa per metà dicembre scorso, ma a causa della crisi economica l’esecutivo Ue ha deciso di rimandarla a fine gennaio per consentire una valutazione approfondita per ciascun paese, sulla base di criteri ben più ampi: macroeconomici, microeconomici e sociali.
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Se per Tremonti “non è il Medioevo”, per il premier un calo del pil nel 2009 del 2% “non è così drammatico” anche perché le stime indicano una ripresa per la fine dell’anno e un miglioramento per il 2010. Berlusconi, parlando all’inaugurazione al Pio Albergo Trivulzio di Milano di una sezione dedicata alla memoria della madre Rosa (per la quale ha fatto una donazione di 500mila euro), ha sottolineato che la “crisi riguarda tutto il mondo” ma proprio a fronte di questo scenario nero “la situazione italiana non è così drammatica come tutti pensano”.
Quel calo del 2% del pil che si paventa in Banca d’Italia, significherebbe “tornare indietro di due anni e noi allora non stavamo così male”. Il premier invita anche a considerare che “un momento di riflessione in un’epoca di consumismo non è affatto drammatica”. Piuttosto “la profondità della crisi dipende da noi, dai consumatori europei. Per questo l’unica paura che dobbiamo avere è di avere troppa paura”. Insomma l’appello è a non ridimensionare i consumi, a non cambiare lo stile di vita, per timore delle previsioni negative perché questo non farebbe altro che aggravare la situazione.
Poi ha risposto alle richieste dell’Unione europea di intervenire sulle pensioni. Berlusconi ha assicurato che il sistema pensionistico italiano non verrà cambiato (”non si può cambiarlo ogni due anni”) ma “certamente ci sono delle cose che dobbiamo fare, per esempio l’Europa ha ritenuto discriminante il fatto che le donne italiane vadano in pensione cinque anni prima degli uomini. L’Europa ci costringerà a rivedere questa situazione”.
Il premier ha però precisato che se la riforma pensionistica con l’innalzamento a 65 anni dell’età della pensione per le donne dovesse andare in porto, la scelta sarebbe volontaria. “L’età della pensione a 65 anni” ha spiegato “è da intendersi come un diritto delle lavoratrici che possono continuare a lavorare fino a 65 anni come gli uomini. Non ci sarà una imposizione”.
Poi in risposta a quanti, dal centrosinistra alla Confindustria, criticano il governo per aver fatto poco, Berlusconi ha ricordato che “la Ue apprezza i nostri interventi, quello che abbiamo fatto sia sul fronte del rigore e della prudenza, sia per il sostegno dell’economia e delle famiglie bisognose.
Le parole del premier hanno scatenato le repliche dell’opposizione. Per il leader del Pd Walter Veltroni “sta sminuendo la drammaticità della situazione e non capisce che, invece, si tratta di posti di lavoro, aziende che chiudono, il Paese vero che va in crisi”. A rincalzare le accuse anche il ministro dell’economia del governo ombra, Pier Luigi Bersani: “La lettura che punta a minimizzare la gravità della crisi economica è inaccettabile”.
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La Commissione europea pubblica in anticipo le previsioni economiche intermedie, e i numeri di Bruxelles gelano Eurolandia, ma il patto di stabilità resta in vigore e, dice il Commissario Ue Joaquín Almunia, “continueremo ad applicarlo”, usando però “tutta la flessibilità che il patto consente”.
L’Italia, in particolare, torna a sforare i parametri di Maastricht.
Dopo il 2,8% del 2008, il rapporto deficit-pil sarà del 3,8% nel 2009, per poi scendere leggermente al 3,7% nel 2010. “Gli stabilizzatori automatici porteranno il deficit del governo ben al di sopra del 3% del pil nel 2009, con un miglioramento solo marginale previsto nel 2010″, si legge nel rapporto stilato dalla Commissione. Nei dati pubblicati il 3 novembre scorso, l’esecutivo comunitario puntava su un deficit al 2,6% nel 2009 e al 2,1% nel 2010. L’Italia “è entrata in recessione nel 2008″, chiudendo l’anno con un Pil a quota -0,6%. Pil che nel 2009 precipiterà a quota -2%. Ma tutte le economia europee soffriranno la crisi internazionale. In dettaglio tra i principali Paesi la Germania accuserà nell’anno in corso una contrazione del Pil del 2, 3% per risalire nel 2010 con un +0,7%. In calo dell’1, 8% il Pil della francia nel 2009 e un +0, 4% l’anno prossimo. Contrazione del 2% anche per il Pil spagnolo che anche nel 2010 continuerà ad avere una variazione negativa con un calo dello 0, 2%.
La recessione, secondo le stime della Commissione europea, avrebbe avuto un impatto ancora più negativo se già a partire dallo scorso agosto vari Paesi non avessero cominciato ad adottare misure di bilancio finalizzate al sostegno dell’economia. Senza questi interventi, per Bruxelles la flessione della crescita nel 2009 sarebbe stata più marcata in misura pari a circa tre quarti di punto percentuale, ovvero si sarebbe attestata su un valore superiore al 2,5% rispetto all’1,8% indicato nelle stime rese note oggi.
Anche sul fronte dei conti pubblici la crisi presenta un costo elevato. Il rapporto deficit/Pil nell’area euro nel 2009 si attesterà al 4% dall’1, 7% del 2008. La Germania riuscirà a contenere il deficit al 2, 9% mentre la Francia accuserà un balzo del deficit al 5, 4% per attestarsi al 5% nel 2010. Ancora peggio la situazione della Spagna che nel 2009 vedrà il Pil salire al 6, 2% e consolidarsi al 5, 7% l’anno prossimo. Secondo le stime della Commissione balza anche la disoccupazione europea. Nel 2009 nella zona euro il dato sarà del 9,3% e nei Ventisette dell’8,7%, con 3,5 milioni di posti di lavoro in meno. In Italia il tasso di disoccupazione sarà dell’8,2%, contro il 6,7% del 2008. Nel 2009 salirà ulteriormente all’8,7%, a politiche invariate, mentre per Eurolandia sarà al 10,2% e nell’Ue al 9,5%.
Per l’Italia “l’impatto del rallentamento economico sul mercato del lavoro è stato fino ad ora più visibile in termini di ore lavorate che di numero di occupati”, si legge nel documento, che aggiunge: “Le perdite di posti di lavoro dovrebbero accelerare nel 2009, risultando in un significativo aumento del tasso di disoccupazione. Nel 2009, il costo del lavoro per unità dovrebbe rallentare, dopo la forte accelerazione registrata nel 2008. Tuttavia, dati gli sviluppi avversi dei tassi di cambio, la situazione competitiva del paese non dovrebbe migliorare”.
Insomma, la Commissione europea vede nero. Secondo Almunia “alla metà del 2009 dovrebbe esserci una ripresa dell’attività economica che però sarà graduale e modesta”. Il commissario ue agli affari economici spiega che il primo semestre dell’anno in corso sarà la fase peggiore della crisi che ha investito l’economia mondiale. Per rafforzare la fiducia economica, dunque, è “fondamentale che gli Stati membri s’impegnino esplicitamente a risanare, non appena la situazione economica sarà tornata alla normalità, le proprie finanze pubbliche, in modo da garantirne la sostenibilità a medio-lungo termine”. Attenzione, dice inoltre Almunia, ad eventuali ricapitalizzazioni bancarie perchè “potrebbero far salire ancora di più l’alto debito”. In particolare, “il debito pubblico molto elevato impedisce al governo italiano un utilizzo discrezionale degli strumenti fiscali”, scrive Eurostat nell’ultimo paragrafo della pagina dedicata all’Italia.
Proprio sulla situazione italiana Almunia ha detto che “il governo italiano ed in particolare Tremonti sanno molto bene cosa fare”. Affinchè l’Italia sia in un’adeguata posizione economica vi è bisogno, ha detto il commissario Ue: “Di una combinazione tra stimolo e prudenza”. Per Almunia questo mix “è già previsto nelle misure finora adottate dal governo e penso che l’Italia continuerà su questa strada”.
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Silvio Berlusconi ha sempre detto di ammirare L’Utopia di Tommaso Moro, opera del 1516 che si svolge in un teatro di 54 città (le contee inglesi). Berlusconi di città ideali ne immagina 100 e non ha intenzione di lasciarle sulla carta: vuole costruirle. Il premier ha in mente un new deal che si muove su due linee: attenzione alle classi sociali sulle quali impatta la crisi, lancio di un piano di opere pubbliche e investimenti per stimolare la crescita e aumentare i posti di lavoro. Il piano casa fa parte di questo progetto.
Lo scenario economico. Se il 2008 si chiude con la grande crisi e un governo impegnato a fronteggiarla con una serie di misure “cash”, l’anno prossimo per il presidente del Consiglio deve essere quello del rilancio dell’economia con una serie di misure, tra le quali il piano di infrastrutture. Il premier parlando alla platea degli industriali di Roma ha ribadito “che non dobbiamo nasconderci le difficoltà”; ma da uomo che ha le sue radici nella cultura d’impresa cerca di infondere fiducia al Paese. Se la crisi c’è, il miglior antidoto non è certo quello del pessimismo (a mezzo stampa o tv) o degli scioperi generali autoreferenziali (quello della Cgil).
La bussola di Berlusconi è sempre quella del programma elettorale, rivisto e corretto alla luce della recessione e delle difficoltà strutturali in cui si dibatte l’Europa (vedi alla voce patto di stabilità e Banca centrale europea). Quando Berlusconi dice che l’Italia se la passa meglio di altri paesi, ha pienamente ragione. Come anticipato da Panorama, la crisi finanziaria sta assorbendo risorse ben più consistenti rispetto al bail-out (salvataggio) da 700 miliardi di dollari pensato in origine dagli Stati Uniti. Secondo le stime dell’analista Barry Ritholtz, fondatore del sito di analisi finanziaria The big picture (11 milioni di visitatori), la Casa Bianca finora ha impegnato nella cura del sistema finanziario oltre 4.600 miliardi di dollari. Una cifra che non ha precedenti nella storia dell’economia: basti pensare che il piano Marshall, attualizzando i costi, si fermò a 115 miliardi di dollari e il New deal di Franklin Delano Roosevelt è stimato in circa 500 miliardi di dollari. L’Italia è rimasta al riparo dai fallimenti delle banche, ma è colpita da credit crunch e recessione.
Debito pubblico e deflazione. Mentre Giulio Tremonti sorveglia la cassa, presenta la social card e spiega che la Robin Hood tax ha dato un gettito di 4 miliardi di euro, il presidente del Consiglio può guardare all’altra faccia della crisi, agli effetti positivi che può produrre. In particolare sul costo del debito pubblico e i consumi.
Come? La diminuzione del tasso ufficiale di “policy” (1 punto nell’ultimo quadrimestre) operata dalla Bce e la diminuzione dei prezzi. Secondo le stime di Angelo Baglioni e Luca Colombo per Lavoce.info, porterà nel 2009 un risparmio netto di circa 4 miliardi di euro. Rispetto alle stime fatte in giugno nel Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef), lo scenario è cambiato radicalmente: in scadenza per il 2009 ci sono titoli di Stato per 280 miliardi di euro e l’onere per interessi sul debito da rinnovare si ridurrà con un risparmio di 3,82 miliardi di euro.
All’effetto positivo sul debito pubblico si accompagna una diminuzione dei prezzi. Nel mese di ottobre in Europa e in Italia i prezzi sono rimasti fermi. Questo fenomeno nel breve-medio periodo sarà un sollievo per i consumatori, che hanno perso potere d’acquisto durante i mesi di decollo verticale dei prezzi delle materie prime.
L’economista Geminello Alvi riconosce entrambi gli elementi, tuttavia giudica “ancora più importante che il governo riesca ad accompagnare i suoi lodevoli inviti all’ottimismo con un’autentica politica di economia sociale di mercato. Qui la concretezza è decisiva perché modifica lo stato d’animo degli italiani, influenzando la tenuta della situazione e il giudizio dei mercati”.
Infrastrutture e casa. Il governo al piano di infrastrutture (Berlusconi ha annunciato che il Cipe darà il semaforo verde a opere per 16,6 miliardi) farà seguire il piano casa. Purtroppo la rinegoziazione dei mutui finora non ha avuto le adesioni sperate (soltanto 30 mila famiglie su 2 milioni di mutui a tasso variabile sottoscritti), anche a causa delle resistenze del settore bancario. Tuttavia, come ha ricordato a fine ottobre il governatore di Bankitalia Mario Draghi, “il 70 per cento delle famiglie possiede un’abitazione di residenza. Quelle che hanno contratto un mutuo non raggiungono il 15 per cento” (circa 3 milioni, ndr). Secondo Draghi, inoltre, “la forte crescita dei mutui registrata in questo decennio ha riguardato principalmente le famiglie che appartengono alle classi di reddito e di ricchezza medio-alte, meglio in grado di far fronte all’onere del debito”.
Il problema casa in Italia dunque riguarda in larga parte non chi ce l’ha e la deve pagare, ma chi non la possiede e la vuole acquistare. Le soglie d’accesso all’acquisto infatti sono altissime, soprattutto nelle grandi città. Il governo sta pensando di costruire, entro il 2013, 100 mila nuovi alloggi grazie a una riforma che prevede la cooperazione di fondi immobiliari pubblici e privati. Il dossier è nelle mani del ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli e del sottosegretario con la delega alle politiche abitative, Mario Mantovani. “Berlusconi ha compreso che per vent’anni in Italia il problema della casa è stato trascurato” dice Mantovani a Panorama “e ora il governo punta a far diventare questo piano opera strategica di interesse nazionale”.

Così il presidente del Consiglio tornerà alla sue origini di costruttore, indosserà il casco da capocantiere e… prenderà l’elicottero.Vuole infatti individuare dall’alto le aree dove costruire nuovi quartieri. “Berlusconi vuole sorvolare le città: lui ha sempre costruito così i suoi centri residenziali. Non c’è strumento migliore per individuare le zone dove sviluppare un nuovo aggregato urbano” racconta Mantovani. “Abbiamo visto le periferie che cosa sono, rattristano e accumulano disagio sociale. Grandi agglomerati senza collegamenti e servizi, non armonici, e quindi abbiamo Quarto Oggiaro a Milano e il Corviale a Roma e lo Zen a Palermo e Scampia a Napoli. Berlusconi pensa alle 100 città, vuole andare incontro alla grande richiesta di abitazioni. Vuole acqua, verde, rispetto della natura, abitazioni basse, contenimento energetico e domotica”.
Per avviare il piano il governo deve sbaraccare l’attuale sistema di edilizia popolare, vendere il patrimonio pubblico, trovare un accordo con le regioni e coinvolgere i privati. A regime, secondo Mantovani, “il fondo potrebbe superare il miliardo di euro”. Dove costruire? Ovviamente dove c’è più richiesta, nelle aree metropolitane. A metà dicembre si terrà un incontro con le regioni, nel frattempo il governo lavora alla costituzione di una commissione di esperti, della quale faranno parte gli architetti del Politecnico di Milano Luigi Chiara e Paolo Caputo.
La palla, come si vede, non la gioca solo il governo. Se gli enti locali accettano la scommessa si apre una partita di notevole dimensione. In caso contrario l’Italia resterà ferma all’edilizia impopolare.

“Abbiamo fatto una cosa buona” senza toccare la finanziaria. Il premier Silvio Berlusconi presenta così, con una punta d’orgoglio, il pacchetto di misure anti crisi varato dal Consiglio dei ministri. Il provvedimento contiene le misure per rafforzare il patrimonio delle banche, un bonus fiscale per famiglie e pensionati, la riduzione di 3 punti degli acconti di novembre Ires e Irpef e la proroga della detassazione dei premi di produzione. Consiglio dei ministri ha approvato le misure anticrisi economica. E ancora: “Non intendiamo” aggiunge il premier “usufruire dell’allentamento dei parametri di Maastricht approvato in sede Ue“. Attraverso il federalismo fiscale “daremo un grande colto all’evasione fiscale”, puntualizza il presidente del Consiglio, che ricorda inoltre che l’imponibile evaso in Italia ammonta a circa 100 miliardi di euro.
In tutto, nel decreto, sono 35 gli articoli (36 dei quali uno stralciato, il 33) della bozza del decreto anticrisi che è stata discussa durante il preconsiglio dei ministri. Secondo quanto l’agenzia Ansa è in grado di anticipare, dopo il primo esame, il testo verrà modificato tenendo conto dei rilievi tecnici emersi.
Dopo una gestazione durata circa due settimane prende quindi corpo il piano del governo per contrastare la grave crisi economica. Quattro i capitoli principali del provvedimento: sostegno alle famiglie, sostegno all’economia, ridisegno in funzione anticrisi del quadro strategico nazionale, protezione del capitale umano e domanda pubblica accelerata per grandi e piccole infrastrutture con priorità per l’edilizia scolastica, servizi pubblici. Chiude un quinto titolo con le disposizioni finanziarie.
Per i mutui sulla prima casa in essere “il tasso variabile non potrà superare per il privato il 4%. Se supera il 4% il governo interviene e si accolla il debito differenziale” ha spiegato il ministro dell’Economia Tremonti. Per quanto riguarda i mutui futuri, “da qui in avanti il tasso base di riferimento è il tasso di sconto della Bce”. Quindi “ci sarà una base trasparente e sicura”: “Introduciamo due diritti che non sono delle convenzioni graziose. Non passare sopra al 4% per vecchi mutui e il diritto a trattare i nuovi sulla base dei tassi ufficiali di sconto”. “Noi” ha aggiunto “diamo per scontato che il tasso di interesse debba scendere”.
Da 200 a mille euro per famiglie (comprese quelle con portatori di handicap), pensionati e lavoratori dipendenti disagiati. E questo riguarda il capitolo del “Bonus familiare”. Per il 2009 il bonus sarà alimentato con un fondo di 2,4 miliardi e riguarderà poco meno di 8 milioni di soggetti. Si tratta di un bonus di 200 euro a componente del nucleo familiare con tetti differenziati a seconda dei redditi, fino a un massimo di 22mila euro. Esclusi dal beneficio i lavoratori autonomi, i titolari di partita iva e chi ha redditi fondiari superiori a 2.500 euro. La richiesta va presentata entro il 31 gennaio con autocertificazione mediante modulo dell’agenzia delle entrate e il beneficio sarà erogato da sostituti d’imposta e enti pensionistici.
Nel primo semestre del 2009 resteranno ferme le tariffe autostradali. Entro giugno, inoltre, sarà approvato un dpcm che crei “le condizioni per accelerare i piani di investimento dell’intero comparto autostradale”.
Dal 2009, prevede inoltre il testo, sarà tagliata del 15% la tariffa agevolata per le forniture di energia elettrica che sarà estesa anche alla fornitura di gas.
Deduzione dall’Ires della quota Irap che insiste sul costo del lavoro e degli interessi. Il pacchetto fiscale dedicato alle imprese contiene anche la riduzione dell’acconto di Ires e Irap del 3% per il periodo di imposta 2008. Inoltre, per il periodo 2009-2011, in via sperimentale, il pagamento dell’Iva avverrà al momento dell’effettiva riscossione del corrispettivo.
Il decreto legge introduce una deroga per gli studi di settore. “Prevediamo una revisione congiunturale degli studi di settore. Hanno funzionato fino a ora, ma il presupposto era che l’economia cresceva. Data la situazione eccezionale, per particolari settori, e sempre con una contrattazione con le categorie, si può pensare a un adattamento degli studi di settori alla congiuntura economica” ha spiegato il ministro dell’Economia.
Arrivano fondi per la messa in sicurezza delle scuole ma anche per l’edilizia carceraria, le opere di risanamento ambientale, museali e archeologiche ed interventi di innovazione tecnologica. Lo prevede l’articolo 18 della bozza di decreto esaminata stamane in Cdm. Il Cipe, presieduto “in maniera non delegabile” dal premier, entro un mese dall’entrata in vigore del decreto assegnerà per questo “una quota delle risorse disponibili del Fas”.

Quattro miliardi per famiglie e imprese: il pacchetto anti crisi che venerdì 28 novembre il governo varerà in Consiglio dei ministri resta invariato. Riunioni su riunioni non hanno spostato di un millimetro il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, da giorni irremovibile sulla necessità di non mobilitare altre risorse per rispettare gli impegni europei.
“Avrei voluto fare la detassazione delle tredicesime” conferma il premier Silvio Berlusconi facendo rientro nella sua residenza romana “ma con i fondi disponibili l’incidenza sarebbe stata minima. Credo si procederà con i bonus familiari”. Il pressing dei ministri e dello stesso presidente del Consiglio ha dunque incassato risultati parziali: l’ultima bozza del decreto legge prevede infatti un bonus per pensionati e famiglie numerose, così come già individuato nei giorni scorsi, ma con un tetto un pò più elevato: il massimo sarà di mille euro e la soglia dei redditi che potranno usufruire dello sconto è salita a quota 22mila euro. Il tutto per un costo di circa 2,3 miliardi, ai quali occorre aggiungere il miliardo (lievitato forse a 1,2) per gli ammortizzatori e le risorse per le imprese.
Il governo avrebbe voluto fare di più, spiega Berlusconi, ma “tutti hanno a cuore le necessità del proprio ministero. Bisogna mediare e non è colpa mia se abbiamo ricevuto solo - ribadisce con ironia - il 106 per cento del debito sul Pil”.
L’ultima fatica per trovare un punto di equilibrio fra le varie esigenze è stata una riunione durata oltre tre ore a Palazzo Chigi e che si è trasformata in una sorta di mini Cdm con la presenza di mezzo governo. In arrivo alle famiglie italiane con un reddito basso, al massimo di 22.000 euro l’anno, un bonus, un contributo sotto forma di assegno che arriverà direttamente a casa. In una famiglia con almeno 5 persone il contributo aggiuntivo alla tradizionale tredicesima di fine anno arriverà a 1.000 euro. Ma comunque al minimo sarà almeno di 200 euro.
Previsto anche il silenzio-assenso per le opere di interesse locale e potrebbe anche arrivare una stretta sulla spesa dei farmaci per finanziare le misure sociali. Anche se questa norma potrebbe essere stralciata, secondo quanto riferito dai rappresentanti delle Regioni che oggi hanno incontrato il governo a Palazzo Chigi. Per quanto riguarda le tariffe, in particolare quelle autostradali, è previsto un blocco di quattro mesi. Sono queste alcune delle novità trapelate oggi sul decreto anti-crisi, domani al vaglio del consiglio dei ministri.
Ecco in pillole le principali misure domani sul tavolo del consiglio dei ministri.
Bonus, massimo 1.000 euro, tetto reddito sale a 22.000. Un assegno cash che potrebbe arrivare nelle buche delle lettere degli interessati anche prima di Natale. L’importo varierà a seconda del reddito e verranno premiati i nuclei più numerosi.
Un pensionato solo con un reddito annuo massimo di 15.000 euro riceverà 200 euro, secondo l’ultima bozza del provvedimento. Una famiglia con 5 o più persone ne intascherà 1.000 e il reddito massimo in questo caso è di 22.000 euro. La misura sarebbe destinata ai soli titolari di reddito da pensione o da lavoro dipendente. Fuori dunque i titolari di partita Iva o di redditi fondiari oltre i 2.500 euro. La misura è il grosso dell’aiuto alle famiglie e costerebbe 2,3 miliardi di euro.
Tariffe, blocco 4 mesi. Il blocco, a partire dai pedaggi autostradali, dovrebbe durare quattro mesi.
Infrastrutture locali, silenzio-assenso. Gruppi di cittadini organizzati potranno formulare all’ente locale territoriale proposte operative per la realizzazione di opere di interesse locale, indicandone costi e mezzi di finanziamento. In altri termini arriva il principio del silenzio-assenso da parte degli enti locali. La condizione sarebbe che comunque non ci sia nessun onere a carico degli enti.
Farmaci, tagli alla spesa? Tra le ipotesi un taglio del prezzo dei medicinali generici del 7%. Il tetto di spesa farmaceutica a carico dello Stato scenderebbe dell’1,4% e gli introiti servirebbero per finanziare le misure sociali e, secondo alcune fonti, l’abolizione del ticket sulla diagnostica per il prossimo anno. Sarebbe previsto infine un obbligo per l’industria farmaceutica di rispettare i margini fissati dalla legge. Ma il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, sostiene che questa parte del decreto verrà “stralciata” dal governo.
Ammortizzatori sociali, tra 1 e 1,2 mld, anche a precari. Raddoppia la dotazione prevista inizialmente per gli ammortizzatori sociali e si lavora ad un’estensione anche a quelle categorie che ora non ne hanno diritto, dai lavoratori delle pmi agli atipici (co.co.pro compresi).
Taglio acconti tasse fine mese. Riguarderà Ires e Irap e dunque le tasse delle imprese e dei lavoratori autonomi.
Dovrebbe essere del 3%. Non ci sarebbe invece una proroga - stante il comunicato dell’Agenzia delle Entrate - della scadenza dei versamenti prevista per lunedì primo dicembre.
Iva, versamenti per cassa. L’imposta sul valore aggiunto non si pagherà più al momento dell’emissione della fattura ma al momento dell’incasso.
Intervento sui mutui. Il governo punta ad un intervento sui mutui di natura legislativa che vada oltre la convenzione già siglata con l’Abi per stabilire un vero e proprio diritto delle famiglie di fissare la rata del mutuo.

Lo riporta anche il il sito della Commissione Ue: il piano di rilancio chiede ai 27 stati membri di mettere a disposizione di Bruxelles l’1,5% del proprio prodotto interno lordo (in tutto 170 miliardi di euro). Ieri sera, una bozza del documento parlava di un contributo pari all’1,2% del Pil. A questi 170 miliardi di euro, se ne dovrebbero aggiungere altri 30 previsti dai fondi comunitari.
Per Barroso, il pacchetto “È una risposta senza precedenti contro una crisi senza precedenti”. In altre parole, la Commissione europea infrange il tabù incarnato dal Patto di stabilità: a seconda della propria situazione economica e dello stato di salute delle finanza pubbliche, ogni Stato potrà ignorare i vincoli imposti dal Trattato di Maatstricht sul rapporto deficit pubblico e Pil, ora fissato al 3%. Detto questo, i governi europei non possono pensare di avere carta bianca: la sospensione del Patto di stabilità vale fino al 2011 e gli sforamenti previsti dovranno essere concordati assieme a Bruxelles che, in cambio, chiede un piano di rientro del disavanzo pubblico.
Su come spendere i soldi, l’invito della Commissione è quello di procedere a una riduzione dell’IVA sino al 15% a sostegno dei consumi, tagliare le tasse per sul lavoro per rafforzare il potere d’acquisto delle fasce sociali più deboli, sbloccare i prestiti a favore delle piccole e medie imprese, accrescere le spese a sostegno dell’industria e dei consumi e, infine, rinnovare “il tessuto industriale europeo” attraverso investimenti ad hoc (cioè tecnologia e infrastrutture) “nel segno dell’ambiente”.
Sul piano politico, si capisce che il piano proposto da Barroso racchiude i piani anti-crisi formulati negli ultimi giorni da Francia, Germania e Gran Bretagna. Contro il parere del presidente Nicolas Sarkozy e della cancelliera tedesca Angela Merkel, il premier inglese Gordon Brown aveva annunciato ieri una riduzione dell’IVA inglese dal 17,5% al 15% (guarda caso, la soglia massima richiesta oggi dalla Commissione). Sul pacchetto di 200 miliardi di euro, Bruxelles sembra invece rispondere alle esigenze espresse da Sarko alla Merkel durante il Summit franco-tedesco di mettere le mani nel portafoglio per rilanciare l’economia europea. Per tutta risposta, la cancelliera tedesca aveva ricordato al suo omologo francese di aver già sbloccato 32 miliardi di euro per i prossimi due anni.
L’epilogo del piano anti-crisi europeo è previsto tra l’11 e il 12 dicembre, due giorni di fuoco durante i quali il Consiglio dei ministri dell’economia Ue sarà chiamato ad approvare o meno il pacchetto di Barroso.
Di sicuro, l’Europa deve fare in fretta. Negli Stati Uniti, la squadra di Obama sta dando gli ultimi ritocchi a un vaso piano che potrebbe superare 700 miliardi di dollari su due anni, mentre Cina e Giappone sono già pronte a sborsare rispettivamente 207 e 455 miliardi di euro per scacciare i loro fantasmi. All’appello manca dunque solo il Vecchio Continente e la strada per vedere la fine del tunnel della crisi è assai stretta.
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