
Enrico Mattei, presidente dell'Eni nel 1953, anno di fondazione del colosso energetico italiano (Archivio Ansa)
Le grandi multinazionali italiane non superano i 100 miliardi di euro di fatturato. L’unica che si avvicina alla soglia è Eni, colosso energetico a partecipazione statale: 98 miliardi nel 2010. Comunque meno della metà, per rimanere nel settore energetico, di concorrenti del calibro di Royal Dutch Shell (237 miliardi) o ExxonMobil (226 miliardi). Le altre due big italiane in classifica sono Enel (a partecipazione statale) a 71,9 miliardi e Exor, la finanziaria (ex Ifi) azionista di maggioranza di Fiat e Fiat Industrial a 59 miliardi. Continua

La Plata, Buenos Aires (Credits: LaPresse)
Negli anni Settanta dominavano il mercato internazionale dei prodotti petroliferi, oggi subiscono la concorrenza di società dei Paesi emergenti, che molto spesso sono pubbliche e godono delle misure protezionistiche lanciate dai rispettivi governi nazionali. Insomma, nonostante i dividendi sempre in positivo, non mancano le sfide per le cosiddette supermajors: Continua
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Credits: LaPresse
Quanti dollari vale il nome di una multinazionale? Parecchi: avere un marchio conosciuto ed apprezzato significa essere capaci di attirare più clienti e, di conseguenza, moltiplicare gli affari. Le aziende investono molto per dare lustro al proprio nome e per costruirsi una reputazione proprio per questo. Più difficile è quantificare in termini monetari il valore di un buon nome. Ci ha provato la società di marketing Brandfinance, Continua

“Basta con i processi alle imprese”. E ancora: “Le imprese hanno fatto la loro parte e continueranno a farla; la ripresa è merito loro”. Così, nel suo intervento all’assemblea annuale, il presidente di Confindustria, Luca di Montezemolo.
Ma che peso hanno le aziende italiane tra le multinazionali di tutto il mondo? La risposta è nell’indagine di R&S-Mediobanca. E non è una risposta positiva: delle 335 multinazionali di tutto il mondo, solo una ventina è made in Italy, perché da noi il mondo produttivo continua a basarsi soprattutto sulla piccola e media impresa e le grandi aziende, quelle con un fatturato superiore ai 2 miliardi di euro, rappresentano una quota esigua del tessuto produttivo nazionale. Il rapporto contrappone la sparuta pattuglia tricolore (soltanto Eni, Fiat, Telecom ed Enel con l’acquisto di Endesa hanno dimensioni paragonabili alla concorrenza estera) alla tendenza globale verso la crescita, anche e soprattutto in termini di valore aggiunto dei prodotti. È proprio questa, sostiene lo studio, la chiave per mantenere alti i margini di guadagno e competere sui mercati mondiali: al contrario, le imprese italiane hanno preferito puntare sul taglio dei costi e sulla delocalizzazione.
Inoltre, nel nostro Paese c’è ancora “troppo Stato” nell’economia: le multinazionali a controllo pubblico contano per il 46,3% del fatturato totale. Così, la classifica mondiale è guidata da Toyota, con 207,6 miliardi, seguita da DaimlerChrysler: ma incalzano i grandi gruppi petroliferi, come Royal Dutch (175) e ExxonMobil(166).