
Mutui e compravendite in calo
Panorama.it per Mutui.it
La crisi economica che attanaglia il nostro Paese sta mettendo in seria difficoltà il mercato dei mutui e delle compravendite immobiliari: in altre parole, gli italiani stanno perdendo la fiducia nel mattone. I dati diffusi dall’Istat non lasciano spazio a dubbi e indicano come i finanziamenti per la casa siano drammaticamente tornati ai livelli di inizio 2009, quando il primo colpo sferrato dalla crisi fece precipitare gli investimenti in questo settore. Continua

Il dato preuccupante, dal punto di vista della crescita, è il forte calo a settembre della domanda di credito da parte delle famiglie italiane. In particolare, la brusca battuta d’arresto della richiesta di mutui , che ha segnato un calo del -23% rispetto allo stesso periodo del 2010, dopo un semestre in cui la decrescita è risultata già doppia cifra. Continua

Panorama.it per Mutui.it
È necessario garantire una tutela maggiore per i consumatori che desiderano sottoscrivere un mutuo. Queste alcune delle parole usate da Antolín Sánchez Presedo, eurodeputato del partito socialista, per proporre un provvedimento che servirà a migliorare la trasparenza nel sistema dei mutui e di conseguenza la concorrenza nel mercato. Continua
Panorama.it per Mutui.it
Sarà colpa della crisi, o sarà perché l’Italia invecchia, ma sempre più mutui hanno i capelli bianchi. Mutui.it, il comparatore di mutui online, ha analizzato i preventivi di mutuo compilati sul sito negli ultimi 12 mesi, scoprendo che il 3% di questi arriva da cittadini con più di 60 anni. Tradotta in numeri, in base ai dati di mercato, la percentuale indica che sono state circa 15.000 le richieste di mutuo provenienti da persone in questa fascia di età. L’analisi di Mutui.it traccia il ritratto di un soggetto che, arrivato alla soglia della pensione, è finalmente pronto per un investimento importante; il 41% degli over 60 che chiedono un mutuo lo fa per acquistare la prima casa. Continua
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La crisi dei mutui ipotecari Usa, “è seria” e potrebbe avere un impatto di deciso rallentamento sulla crescita Usa, del mondo ma anche dell’Europa. Il doppio allarme è stato ribadito oggi dalla Commissione europea e dal Fondo monetario internazionale che potrebbero limare verso il basso le stime di crescita.
Il commissario europeo, Joaquin Almunia, da Bruxelles ha nuovamente levato il suo grido sui rischi che ora “sono effettivamente aumentati”. E’ comunque troppo presto per valutare le conseguenze sull’economia reale, dal momento che non si sa ancora quanto durerà l’impatto dei “subprime”, ma, come ha anche detto,da Lisbona, il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Rodrigo De Rato, le economie degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone di sicuro cresceranno più lentamente e non si esclude anche una revisione al ribasso delle stime di crescita, con conseguenze però più limitate per Europa e Giappone.
“Anche se la stabilità tornerà presto - ha sottolineato Rato - è probabile che il processo di correzione e le implicazioni delle turbolenze sui mercati finanziari si protraggano e che non siano uniformemente distribuite”.
Se già domani si conosceranno gli orientamenti della Commissione Ue che pubblicherà le sue stime “interinali” sulla crescita, arrivano oggi le prime indiscrezioni sulle stime del Fmi che verranno diffuse a Washington a metà ottobre. Secondo il Financial Times Deutscheland il Fondo potrebbe effettivamente tagliare le previsioni degli Usa per quest’anno all’1,9% dal 2% previsto a luglio ma confermare quelle dell’Europa al 2,6%.
Un rialzo invece potrebbe riguardare invece la crescita globale al 5,4%, forse per via del forte traino delle economie emergenti: la Cina infatti dovrebbe crescere al ritmo dell’11,5% quest’anno dalla previsione dell’11,2% di luglio.
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Quando arrivano le tempeste di borsa come quella di questi giorni tutti si chiedono che diavolo stia combinando il guardiano del faro. In realtà bisognerebbe domandarsi se esiste, e come funziona, il servizio meteo.
I fari delle borse sono costituiti dalla banche centrali: vedono la burrasca quando è già sugli scogli, inondano i mercati di denaro a basso interesse per evitare naufragi peggiori. È quanto stanno facendo la Fed americana e la Banca centrale europea. Ma agiscono a cose fatte.
Il servizio meteo, che dovrebbe individuare le perturbazioni in anticipo, è composto da due sistemi: di nuovo le banche centrali e le agenzie di rating. Queste ultime sono quelle che danno le pagelle ad aziende, fondi e governi, attestandone il grado di affidabilità, invitando i consumatori a comprare o vendere.
Nel ruolo di meteorologi le banche centrali continuano ad essere di gran lunga meno efficaci che in quello di guardiani dei fari. Per cambiare metafora, sono forti negli interventi da pronto soccorso ma non sulla prevenzione. Da mesi ci dicono, la Fed e soprattutto la Bce, che il vero rischio è l’inflazione: eppure ora il timore è di una frenata generale dell’economia mondiale, a sua volta collegata soprattutto alla preoccupazione crescente dei consumatori e delle loro famiglie.
La guerra anti-inflazione di Fed e Bce si è svolta a colpi di rialzo dei tassi d’interesse, e altri ne sono annunciati per autunno. Forse ora ci sarà un ripensamento (e infatti la Federal reserve americana ha deciso di tagliare il tasso di sconto di 50 punti base, portandolo al 5,75%), ma non si direbbe che fosse quello il primo problema. Né è facile capire come si concilia il denaro a basso prezzo iniettato sui mercati a disposizione delle banche, per fronteggiare la crisi di borsa, e quello sempre più salato fatto pagare ai consumatori. Un esempio: è vero che i tassi sono un terzo di 15 anni fa, ma gli interessi su un mutuo, da noi, sono aumentati del 50 per cento in dodici mesi. Su un muto normale, garantito da ipoteca, non su un mutuo ad alto rischio.
E veniamo alle agenzie di rating. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha interrotto le vacanze negli Usa per rientrare a Parigi, scrivendo al cancelliere tedesco Angela Merkel una lettera in cui, appunto, chiede di vigilare sul ruolo di queste agenzie (e infatti la commissione europea ha aperto un’inchiesta).
Nessuna di loro, da Standard & Poor’s a Moody’s a Ficht, si era accorta del meccanismo perverso dei mutui immobiliari americani, né del rischio dei fondi ed essi collegati. In passato questi stessi giudici dei mercati avevano chiuso gli occhi di fronte a scandali come quelli di Enron negli Usa o della Parmalat in Italia.
In Italia siamo abituati a dare un grande risalto alle agenzie di rating, soprattutto quando valutano il governo in carica (non importa di quale colore): una “a” o un “più” in meno nelle loro pagelle fa più sconquassi che una bocciatura alla maturità. A loro volta i piccoli investitori si affidano spesso ciecamente (e colpevolmente) ai perentori consigli a vendere, comprare, tenere.
Tutti sanno che spesso le agenzie di rating agiscono in conflitto d’interessi, cioè sono parte in causa con le aziende – e perfino con i governi – che giudicano.
Ecco, perché questa crisi sia davvero salutare, come molti si augurano, bisognerebbe ridimensionare il ruolo di queste agenzie a quello di aziende private e non di arbitri super partes (l’istituzione di un’autorità di controllo mondiale sui rating appare francamente velleitaria): insomma, prenderle con le molle. E se si ravvisa qualche dolo, perseguirle.
Quanto alle banche centrali, si mettano un po’ daccordo: la priorità non può essere contemporaneamente l’inflazione o un’imminente recessione, il denaro troppo caro o troppo a buon mercato.
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Può la crisi dei mutui-casa americani colpire anche l’Italia, al di là di tempeste di borsa come quelle di questi giorni? Le rassicurazioni, doverose, si moltiplicano: ma qualche rischio in realtà c’è.
Negli Usa tutto è partito dai mutui “subprime”, dati cioè a clienti che stanno peggio di quelli a cui viene applicato uno dei tassi più cari (”prime”). Si tratta dei cosiddetti “ninja”, ma le tartarughe non c’entrano: è gente “No Income, No Job or Assets” (in italiano: uno che non ha un lavoro, né un reddito né un patrimonio). Ci si può chiedere perché le banche prestino soldi a persone tanto poco affidabili, e la risposta sta appunto negli interessi salatissimi che i ninja accettano di pagare.
Quanto al rischio, alle prime insolvenze gli istituti di credito si disfano dei mutui rivendendoli a fondi specializzati nell’alto rischio. Questi o recuperano i prestiti o si rifanno sulle proprietà degli immobili. In Italia esistono meccanismi simili, si chiamano “pro-soluto”, ma riguardano in genere una clientela professionale.
I fondi che acquistano i mutui subprime sono come gli hedge fund aziendali: si quotano sul mercato ripartendo a loro volta il rischio. È naturalmente un meccanismo estremo, che prima o poi scoppia quando il business di partenza raggiunge il limite: è accaduto all’inizio della new economy, sta accadendo adesso con gli immobili.
E l’Europa, e in particolare l’Italia? Le banche sono molto più rigorose nel concedere mutui – non esiste per esempio la “caccia al povero” – e normalmente si caricano in proprio il rischio di insolvenza. Ma un po’ di esposizione c’è, anche se marginale. Il pericolo è però indiretto. Che cioè i fondi ad alto rischio – hedge fund e simili – entrino in settori promettenti quali, per esempio, il recentissimo fronte della previdenza integrativa. Ma soprattutto nel credito al consumo: il moltiplicarsi di offerte speciali, mini-rate, finanziamenti posticipati e formalmente a tasso zero, è sotto gli occhi di tutti. Anche in questo caso il guadagno per le finanziarie comincia non tanto quando i clienti pagano, ma quando ritardano una rata o due, e allora scattano interessi a due cifre spesso legate a carte di credito di tipo “revolving”, cioè a pagamento rateale. Nulla ancora a che fare con i mutui americani, ma sarebbe il caso che le autorità di vigilanza e i consumatori prestassero attenzione.
Ultimo punto: la Banca centrale europea ha già previsto per autunno un nuovo aumento dei tassi dello 0,25 per cento. In questa situazione sarebbe forse meglio cambiare strategia, spostando l’ottica dal rischio di inflazione al pericolo di mancanza di liquidità. Già ieri la Bce ha erogato al sistema bancario 95 miliardi di euro, quasi quanto (109 miliardi in due giorni) fece dopo l’11 settembre 2001. Tra alzare i tassi e poi aprire i cordoni c’è una contraddizione evidente: sarebbe meglio ridurre prima e non essere costretti in corsa a misure di emergenza.
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