
Dodici anni di lavoro e tutti gli stipendi messi uno sull’altro per comprare casa. Cresce sempre di più la distanza tra salario e valore della casa: se nel 1995 bastavano 8,4 annualità della retribuzione media netta di un lavoratore dipendente, nel 2006 ce ne volevano il 43% in più. Il valore in crescita del mercato residenziale rende anche più vulnerabili i bilanci delle famiglie e sotto i 40 anni un quinto di tutto il reddito disponibile deve essere messo da parte proprio per il mutuo.
Ma c’è anche il 12,1% delle famiglie che, oltre a possedere la casa in cui abita, ha anche una seconda abitazione. A calcolare il rapporto tra il valore delle case di residenza e le retribuzioni dei lavoratori dipendenti è la Banca d’Italia nel Rapporto sui bilanci delle famiglie.
Per avere 100 metri quadri secondo lo studio ci vogliono 12 anni di lavoro. Il parametro è la retribuzione media netta di un lavoratore dipendente.
Il 69% delle famiglie, comunica Bankitalia, ha casa di proprietà e vale 232.600 euro. Ma nelle grandi città il valore medio sale a 370.000 euro. Il debito per l’acquisto di una casa pesa il 15,7% sul reddito. E a causa della fragilità finanziaria delle famiglie (ovvero il peso del mutuo sulle uscite totali) è “più elevata per le famiglie con capofamiglia più giovane, poco istruito, lavoratore dipendente o residente nel Sud”, sottolinea l’istituto nel Rapporto. Ma le famiglie con i redditi più bassi devono destinare in media oltre il 30% del proprio reddito disponibile a sostenere gli oneri finanziari connessi al mutuo.
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Non sono briciole. Il decreto sulle liberalizzazioni firmato dal ministro per lo Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale lo scorso 2 febbraio dà una mano concreta alle famiglie italiane che si sono indebitate per acquistare casa. Il decreto elimina le penali di estinzione dei mutui e le spese di cancellazione dell’ipoteca in caso di rimborso anticipato del debito e introduce la possibilità di una scrittura privata per sostituire l’ipoteca senza passare dal notaio.
Tutto questo si traduce in un risparmio che va da un minimo di 1.200 a 4.300 euro per chi estingue anticipatamente il finanziamento, e a un abbassamento medio della rata da un minimo di 115 fino a 518 euro al mese per chi decide di sostituire il mutuo cercando tra le migliori offerte di mercato. Si tratta di un risparmio di diverse migliaia di euro. Prima del decreto Bersani, chiunque decideva di rimborsare un mutuo prima della scadenza doveva pagare alla banca una penale di almeno l’1 o il 2% del capitale residuo: 1.000 o 2.000 euro su un debito di 100 mila, tanto per fare un esempio.
C’erano poi le spese notarili, necessarie a estinguere l’ipoteca sulla casa, almeno 700-800 euro, che potevano diventare 1.000 euro per gli immobili di maggior pregio.
Anche questa voce di costo è stata eliminata: per sbrigare le pratiche, ora non è più necessario recarsi dal notaio. La banca dovrà semplicemente comunicare l’avvenuto rimborso del finanziamento alla Conservatoria, che provvederà d’ufficio e in maniera gratuita all’immediata cancellazione dell’ipoteca sull’immobile.
E il risparmio complessivo per i mutuatari parte da un minimo di 1.200 euro. Non è poco. A ben guardare, però, non molti italiani ne beneficeranno, almeno per il momento. Perché i mutuatari che decidono di rimborsare i finanziamenti prima della scadenza sono un’esigua minoranza, secondo alcune stime non più del 5%.
Inoltre, spulciando tra le righe del decreto Bersani, si scopre che le penali di estinzione applicate dalle banche sono state in realtà cancellate, dall’oggi al domani, soltanto per i mutui sulla prima casa, e in particolare su quelli ancora da stipulare.
Per i contratti già firmati, invece, il governo passa la palla alle associazioni di categoria. Entro i prossimi tre mesi, infatti, le organizzazioni dei consumatori più rappresentative dovranno confrontarsi con l’Abi, l’associazione che riunisce le principali banche italiane, per stabilire in che modo eliminare o ridurre i balzelli previsti in caso di estinzione anticipata. Se l’accordo non vi sarà, spetterà alla Banca d’Italia, e non al governo, avere l’ultima parola in proposito.
Riusciranno l’Abi e i consumatori a raggiungere un compromesso?