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Cala il fatturato. E Google rallenta la sua corsa sul mercato

Sergey Brin e Larry Page

I fondatori di Google, Sergey Brin (a destra) e Larry Page (a sinistra)

La spettacolare corsa di Google rallenta: per la prima volta il motore di ricerca deve annunciare un calo del fatturato, complice la crisi economica che investe i mercati globali. Ma i profitti di “Big G” sono cresciuti: adesso vale 1,4 miliardi di dollari la bussola che orienta i navigatori nel web . All’orizzonte, però, si addensano alcune nubi. Come il rischio di incappare in un’indagine dell’Antitrust negli Stati Uniti. Un pericolo finora evitato. Nel mirino degli ispettori è finita la proposta di accordo per la pubblicazione di libri in pubblico dominio o fuori commercio: Google è disposta a pagare 125 milioni di dollari ai detentori dei diritti. Ma, in cambio, si riserva i proventi derivanti commercializzazione delle opere. Potrebbe, quindi, trarre profitto per la pubblicità online o lavori derivati. Il concordato permette di evitare il processo per una causa lanciata contro Google dall’Associazione americana degli editori nel 2005. Ma l’idea non va giù a molti, come il gruppo di Internet Archive, un’organizzazione non profit che sta immagazzinando le pagine web nei suoi archivi: come una sorta di museo da visitare per trovare siti internet ormai scomparsi. E gli autori sono ancora scettici. “Big G”, però, può contare sui legami con l’entourage del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che ha nominato come consigliere per il neonato Comitato scienza e tecnologia Eric Schmidt, amministratore delegato di Google. Dall’Estremo Oriente, poi, arrivano rivali minacciosi: il motore di ricerca più usato in Cina, Baidu, ha dichiarato una crescita dei profitti del 24 per cento nella nazione con la popolazione sul web più numerosa. E al Nasdaq le sue azioni volano: sono aumentate del 72 per cento nell’ultimo anno. A rasserenare le prospettive arrivano i dati sulle vendite per il Googlefonino (G1), rivale dell’Iphone: a pochi mesi dal lancio è stato acquistato un milione di esemplari in Germania.

La catena di San Madoff e un crac da 50 miliardi

Bernard Madoff
Forse è solo la punta visibile. La colossale truffa che ha fatto sparire 50 miliardi di dollari versati nei fondi hedge (o meglio, presunti tali) di Bernard Madoff potrebbe nascondere sott’acqua altre sorprese. Alla base di tutto c’è ovviamente la mancanza di controlli. In cima alla piramide c’è l’avidità degli investitori. In mezzo c’è molto altro. Le inchieste in corso proveranno a chiarire, ma non sarà facile.
Il meccanismo della truffa è quello che Panorama ricostruisce nello schema a fondo pagina, dal finanziere americano, ex presidente del Nasdaq (il mercato azionario delle società hi-tech), al risparmiatore finale, spesso inconsapevole, in qualche caso avido. In mezzo molti gestori di fondi di fondi hedge: investivano ingolositi dai risultati dichiarati da Madoff, sempre enormemente positivi.

Il problema è che era tutto falso. I fondi gestiti da Madoff e dai suoi collaboratori, in tutto circa 15, con Feirfield e Kingate che risultavano i due maggiori, erano in realtà fondi per modo di dire. Infatti non avevano di fatto una banca depositaria: si appoggiavano a uffici di contabilità, in pratica non sottoposti ad alcun controllo (di queste pseudobanche ce ne sono sulle isole Bermuda, Cayman, Bahamas, Barbados e in tutti i paradisi fiscali), e comunque il denaro finiva direttamente nelle società del gruppo. Che ben si guardava dall’investire davvero nelle borse.
Il rovello che ora turba il sonno di molti operatori sul mercato è il seguente: quanto sono diffusi i prodotti (dalle obbligazioni strutturate alle polizze vita indicizzate a fondi di fondi hedge) che contengono quei fondi di Madoff? Secondo gli esperti interpellati da Panorama, di polizze del genere ce ne sono parecchie in Italia, ma chi ammetterà di essere vittima della truffa? I primi gruppi italiani costretti a fare i conti sul danno subito sono il Banco Popolare (anche tramite la controllata Aletti Gestielle, per un totale di oltre 60 milioni di euro) e l’Unicredit, per cifre maggiori: la controllata Pioneer aveva investito 280 milioni di dollari nei fondi di Madoff, la Bank Medici (partecipata del gruppo Unicredit) ha un’esposizione per oltre 2 miliardi di dollari. Altri gruppi, plausibilmente, dovranno ammettere la botta.
Ma come è possibile che la truffa sia potuta andare avanti per anni senza che nessuno se ne accorgesse? Racconta a Panorama un gestore di fondi: “Io Madoff l’ho incontrato nel 1997 a New York, quando ero responsabile delle gestioni di un’importante banca italiana. Ero andato a trovarlo su indicazione di alcuni clienti, in particolare della comunità ebraica, che mi consigliavano di puntare su di lui”. E che tipo era? “Una persona squisita che però, quando gli ho chiesto come investiva, mi ha detto che il suo era un processo proprietario molto sofisticato e riservato, quindi non lo poteva rivelare. Sono tornato in Italia e ho detto ai miei clienti: vi consiglio di lasciar perdere”.

Altri, presi dall’avidità, si sono però fidati: “Conosco un investitore italiano che ci ha rimesso 15 milioni di dollari, e il suo family office ancora di più” racconta a Panorama un banchiere. “Il mio amico italiano ha sposato la figlia del presidente di una casa d’investimenti americana e Madoff glielo aveva presentato il suocero”.
Secondo John Rekenthaler, padre della metodologia della società di analisi Morningstar e ideatore del rating (voto) sugli hedge fund, il caso Madoff “è la prova che il settore fa affidamento più sulle strette di mano e i rapporti di amicizia che sulle analisi dei fondi e la competenza professionale. Questa superficialità permette ai gestori più scaltri, che non sono sempre i più capaci, di attrarre investitori”.
Già: i fondi di Madoff guadagnavano sempre, il finanziere s’inventava un risultato positivo anche quando il mercato scendeva del 35 per cento, come a novembre 2008. E il bello è che sui prospetti informativi del fondo Kingate è esplicitamente indicata la possibilità di frode o appropriazione indebita: “Il fondo non ha un custode del patrimonio, ma resta in affidamento all’advisor”, cioè a Madoff e ai suoi affiliati; e “c’è l’eventualità che questi soggetti possano fallire o essere truffati”. Peccato che nessuno legga i prospetti dei fondi.

Come funzionava il trucco: la vecchia catena “di Sant’Antonio”
I fondi di Madoff erano fittizi. Grazie ai risultati dichiarati, sempre molto positivi, ogni mese affluivano più soldi (dalle sottoscrizioni di nuovi clienti) di quelli necessari per far fronte alle richieste di riscatto. La classica catena di Sant’Antonio.

Gli investimenti dei fondi sono fatti normalmente tramite una banca depositaria. Invece con Madoff si utilizzavano conti delle società di gestione del gruppo, senza alcun controllo.

Anche la società di revisione dei fondi di Madoff era fittizia: di fatto era controllata dallo stesso finanziere. E nessuno sembra aver letto i prospetti sul rischio di truffa e appropriazione indebita. Clienti ingolositi dai guadagni Madoff, oltre a dichiarare risultati stratosferici, anticipava ricche cedole agli investitori. In questo modo anche molti fondi di fondi hedge hanno comprato le quote, ingolositi dai guadagni dichiarati.

Un’obbligazione indicizzata ai fondi di Madoff, oppure una polizza vita che investe in questi prodotti: sono i derivati finanziari della grande truffa, ancora sparsi per il mondo.

La signora Maria ha comprato una polizza o un’obbligazione: era inconsapevole che i prodotti fossero legati ai fondi di Madoff. Rischia di non avere alcun guadagno, oppure di perdere tutto.

Borse asiatiche ancora giù. Le piazze europee aprono tutte in calo

Borsa di Tokyo

Avvio in ribasso per Piazza Affari e per le Borse europee, dopo la chiusura in forte calo accusata nella notte da Wall Street e dopo lo scivolone di Tokyo (-6,8%). L’inquietudine per l’imminente impatto di una recessione di larga portata ha di nuovo preso il sopravvento sui mercati del Vecchio Continente. Il Mibtel perde il 2% e l’S&p/Mib il 2,14% (in apertura -1,8% e -1,98%), Parigi arretra del 2,9% e Francoforte del 2,5%.
La Borsa di New York ha chiuso in forte calo ieri, penalizzata dai titoli tecnologici dopo una serie di dichiarazioni di imprese molto prudenti sulle loro prospettive: il Dow Jones ha perso il
2,40%, il Nasdaq il 4,14%.
Dopo tre sedute positive, chiudono con il segnale negativo anche le principali borse asiatiche. Sulla scia di Wall Street, l’incubo recessione si abbatte soprattutto sulla Borsa di Tokyo, che chiude la sessione odierna in forte calo, in coincidenza con la progressiva rivalutazione dello yen su euro e dollaro che penalizza i grandi esportatori nipponici. L’indice Nikkei dei 225 titoli guida ha registrato alla chiusura una perdita di 631,56 punti, pari al 6,79%, scendendo a
8.674,69 punti.
Pesanti le perdite anche a Seul, con l’indice Kospi che ha chiuso in territorio negativo a -5,1%, e ad Hong Kong, dove l’Hang Seng ha perso il 2,8%. Ma ribassi, a contrattazioni ancora
in corso, si registrano anche in Australia, Cina, Singapore e Taiwan.
I prezzi del petrolio sono diminuiti oggi in Asia mettendo da parte il timore che l’Opec deciderà la riduzione della produzione nella prossima riunione straordinaria e tenendo invece conto del calo della domanda legato alla crisi finanziaria.
Nel dopomercato elettronico che fa riferimento al Nymex, la Borsa merci di New York, a Singapore il greggio per consegna a dicembre e’ stato trattato oggi a mezzogiorno (ora locale) a 69,45 dollari a barile, con un ribasso di 2,73 dollari. A New York ieri sera il greggio per consegna a novembre aveva fatto registrare un ribasso di 3,36 dollari a barile portando il prezzo a 70,89 dollari.

Cala il gelo a Wall Street. Il piano Bush non convince i mercati

Wall street

Cresce la febbre a Capitol Hill in attesa del voto della Camera americana sul piano di salvataggio di Wall Street, mentre sui mercati cala il gelo: alla borsa di New York, il Dow Jones è in calo all’apertura dell’1,13% e il Nasdaq perde il 4%, una vero e proprio tracollo. Come su tutte le piazze europee. Che hanno bruciato 320 miliardi di euro di capitalizzazione. E’ una giornata drammatica per l’economia statunitense, ma anche per il sistema finanziario globale. Al Congresso è atteso per dopo le 18.30 ora italiana, il primo importante voto sul piano voluto dall’amministrazione Bush per evitare il collasso del sistema finanziario statunitense. Prima dell’apertura dei mercati americani, il presidente George W. Bush è apparso in televisione per lanciare un appello ai deputati del Congresso in mano ai democratici e fare pressione su di loro affinché approvino il pacchetto di misure volute dal Tesoro. La nuova legge - ha detto - va ”alle radici della crisi” e manda il messaggio che gli Stati Uniti ”vogliono seriamente riportare forza e fiducia nei mercati”.

Il numero uno della Casa Bianca ha ammesso che si tratta di una misura ‘difficile’ e che non risolverà immediatamente tutte le difficoltà perché i problemi ”persisteranno per un certo tempo”, ma, ha aggiunto, il piano che prevede lo stanziamento di 700 miliardi di dollari di fondi federali, deve essere varato. Le parole di Bush sono giunte al Congresso poco dopo l’inizio della difficile seduta. “Se dovesse essere bocciato, per la nostra economia sarebbe un giorno molto nero” ha detto Barney Frank, presidente della Commissione Finanze della Camera dei Rappresentanti.

Il piano dovrebbe passare, nonostante le perplessità di numerosi deputati repubblicani e di qualche democratico. Superato il primo scoglio, il pacchetto Paulson andrà al Senato per essere votato mercoledì prossimo. Nonostante l’appello di Bush, i mercati internazionali però hanno continuato a perdere terreno. Wall Street ha aperto in forte ribasso. Situazione tanto difficile che la Fed e la Bce hanno dovuto concordare un intervento in comune per tentare di stabilizzare i mercati. Sulla situazione odierna pesano anche le notizie riguardanti Wachovia, una delle maggiori banche statunitensi. Per salvarla è dovuto intervenire ancora una volta lo Stato americano. Citigroup, una delle più importanti società finanziarie del mondo, rileverà le attività bancarie di Wachovia. La Fdci, l’organismo federale di assicurazione dei depositi, assorbirà - nell’ambito dell’operazione - 42 miliardi di dollari di debiti. ”Il fallimento di Wachovia avrebbe posto un rischio sistemico” - ha detto il segretario al Tesoro Henry Paulson, ribadendo ”l’impegno a prendere tutte le azioni necessarie” per la stabilita’ del sistema e a ”proteggere il sistema e l’economia”. Quello su Wachovia è solo l’ultimo intervento statale per salvare un grande istituto bancario statunitense. Ma, per aiutare l’intero sistema, ora ci vuole il si del Congresso al piano di salvataggio di Wall Street. Basterà?

Arrivano sul web le quotazioni in diretta dal Nasdaq

New York Stock Exchange

L’andamento dell’indice Nasdaq “in diretta”, ma senza pagare costi astronomici: da questa settimana i risparmiatori possono osservare dal loro computer le variazioni del prezzo e del volume degli scambi, informazioni finora accessibili gratuitamente soltanto con 15-20 minuti di ritardo. Chiunque, quindi, ha ora a disposizione notizie aggiornate per gli investimenti. È un servizio già offerto sperimentalmente (e in via di perfezionamento) dal Wall Street Journal e dall’edizione online del settimanale Barron’s, entrambi controllati dal gruppo Sky attraverso Dow Jones. Alle corazzate del magnate australiano Rupert Murdoch si è affiancato Cnbc, un canale di informazione finanziaria di proprietà della General Electric e della francese Vivendi. Partecipano all’iniziativa anche Google (che offre uno strumento per monitorare le quotazioni online, Google Finance) e Xignite. Ma è ancora attesa l’approvazione della Securities and exchange commission (Sec), l’autorità americana di vigilanza sui mercati. Non sono ancora arrivati commenti dagli operatori che forniscono a pagamento la consultazione “in diretta”, come Bloomberg e Thomson Reuters.

Per l’intero mese di giugno il Nasdaq permetterà l’accesso gratuito ai dati: l’obiettivo è di attrarre altri portali web. Da luglio farà pagare una tariffa di 150mila dollari agli operatori, ma il motore di ricerca di Mountain View ha annunciato che il servizio non prevederà comunque costi aggiuntivi per l’utente. Nel frattempo Yahoo! è passata al contrattacco: ha stretto un accordo con Bats per fornire le quotazioni in tempo reale, pagando un canone mensile, ma non a carico dell’utente finale. Il Nasdaq raccoglie circa il15% delle azioni scambiate nel mondo.

Yahoo! corre sulle onde della rete grazie a Yang


Agli albori del web era uno dei primi motori di ricerca. Poi c’è stato l’avvento di Google e i search engine si sono evoluti. Oggi, nonostante tutte le difficoltà, Yahoo! si difende e incassa qualche parziale successo.

Nel primo trimestre di quest’anno, sotto la direzione del nuovo amministratore delegato Jerry Yang, ha registrato incrementi delle vendite e dei profitti battendo le previsioni degli analisti. Le azioni del gigante di Internet, secondo solo a Google, hanno fatto registrare rialzi del 12 per cento rispetto a un anno fa. Senza contare il settore delle vendite di pubblicità, Yahoo ha registrato un incremento del fatturato di 1,28 miliardi di dollari, ossia un aumento del 14 per cento. Anche al di sopra delle stime degli analisti, che prevedevano un fatturato di 1,24 miliardi di dollari.
Secondo alcuni analisti, Yahoo starebbe perdendo terreno nel settore del social networking dominato da Facebook e MySpace. Il problema è che Yahoo! sembra in perenne conflitto di identità tra media-company e aggregatore di servizi online. Non a caso, nonostante le numerose acquisizioni e il recente lancio della versione beta di Mash, Yahoo non ha mai sfondato nel web 2.0 (leggi anche: Yahoo, un destino da numero 2 del web?). Per questo gli investitori vogliono avere notizie sui piani strategici, sulle possibili acquisizioni e sulle vendite che Yang vuole adottare per rimettere la società sul binario giusto. Cofondatore ed amministratore delegato di Yahoo


richard-branson




Giampiero Cantoni
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