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New-York

Anche l’arte occidentale è in mano ai cinesi

Una tela di Monet (Credits: La Presse)

Particolare di una tela di Monet (Credits: La Presse)

Chi sono i cinesi che stanno svaligiando le aste e le gallerie d’arte di tutto il mondo? E quali sono gli autori che possono, per una serie di coincidenze, sognare di vendere ai nuovi appassionati d’arte d’Oriente? Rispondere queste domande non è così semplice, anche perché la maggior parte dei cinesi che va oggi a caccia di opere d’arte a Londra o a New York lo fa non tanto perché affascinata dalle pennellate degli Occidentali, quanto per mettere in cassaforte, in un momento di forte crisi economica, una serie di tele preziosissime da poter eventualmente rivendere in caso di difficoltà. Pur senza nascondere la soddisfazione di strappare agli ex-colonizzatori qualche importante pezzo della loro tradizione artistica e culturale. Continua

L’investimento perfetto? Vendere vino ai cinesi

Hong Kong, degustazone di vini italiani (Credits: AP Photo/Kin Cheung)

Hong Kong, degustazone di vini italiani (Credits: AP Photo/Kin Cheung)

La maggior parte del vino migliore, italiano e non, vola oggi verso la Cina. E da quando Hong Kong si è trasformata nel fulcro del commercio internazionale del vino, la nuova sete asiatica potrebbe progressivamente svuotare le cantine dell’Occidente.

Le aste del vino organizzate nella ex colonia inglese incassano molto più denaro rispetto a quello che viene di solito raccolto a Londra o a New York. I vertici del partito comprano le bottiglie più care solo per dimostrare il loro potere, mentre gli uomini d’affari amano spendere i loro capitali per costruirsi riserve che possano competere con quelle dei rivali d’oltre oceano. Riuscendo con facilità ad accaparrarsi i pezzi migliori Continua

Il petrolio torna a infiammarsi dopo il rialzo record

Economia

Il petrolio torna a volare, e lo fa rapidamente. Meno di una settimana fa si festeggiava la discesa sotto i 90 dollari e oggi il greggio distrugge ogni certezza e vola, in una sola seduta, da 105 a 130 dollari. In termini assoluti è il maggior rialzo giornaliero da quando sono state aperte le contrattazioni al Nymex di New York nel 1983, mentre per ritrovare una crescita percentuale del 23% - pari a quella messa a segno oggi con il picco a quota 130 - bisogna scorrere indietro il calendario di 17 anni, per arrivare al 1991.

Dopo tre rialzi consecutivi, la performance odierna azzera due mesi di ribassi, gelando ogni euforia e riportando nuovi timori su crescita e inflazione su scala globale. Sceso sotto i 90 dollari martedì scorso, in scia all’annuncio del fallimento di Lehman Brothers ed ai timori sulle possibili ripercussioni negative sulla crescita mondiale, l’oro nero ha bruciato le tappe in una corsa senza precedenti, che si è arrestata solo pochi minuti prima della chiusura, avvenuta a 122,6 dollari al barile, in crescita del 17%.

Il vero traino della rimonta del petrolio è il maxi-piano da 700 miliardi di dollari annunciato dal governo statunitense per ridare ossigeno ad un mercato finanziario ormai disastrato dai fallimenti, la cui ultima vittime illustre è stata proprio Lehman Brothers. Un crack da 630 miliardi di dollari che ha convinto il Tesoro Usa della necessità di correre ai ripari e varare un piano per il riacquisto di titoli il cui valore è crollato a seguito della crisi dei mutui subprime.

L’eventuale successo del piano messo a punto dal segretario del Tesoro Usa, Henry Paulson, potrebbe ridare ossigeno all’economia e spingere nuovamente al rialzo la domanda di petrolio. E fra gli operatori di Wall Street “regna l’ottimismo sulla possibilità che il piano Usa possa realmente trainare l’economia”, spiegano un analista di Bnl, sottolineando come un’ulteriore spinta al rally del petrolio arrivi dalla ritrovata debolezza del dollaro, sceso a 1,4672 euro, contro gli 1,4466 del 19 settembre scorso. Anche in questo caso, sul bando degli imputati si trovano i 700 miliardi di dollari messi sul tavolo dal governo a stelle e strisce: questa somma, infatti, amplierebbe ulteriormente il deficit di bilancio degli Stati Uniti.

A complicare ulteriormente il quadro, le indiscrezioni pubblicate da Reuters, secondo le quali l’Arabia Saudita avrebbe ridotto del 5% le forniture alle maggiori società petrolifere internazionali ed alle raffinerie Usa. Intanto in Italia, sulla scia di quanto successo nei giorni scorsi, sono proseguiti oggi i ribassi dei carburanti, con Q8, Shell e Tamoil che hanno ridotto di un cent il prezzo della benzina.

Euro, oro e petrolio senza freni: segnati nuovi record

Nuovo record per il petrolio, che ha superato il massimo di 98 dollari. Si fa sempre più vicina quindi la soglia dei 100 dollari al barile. I valori dell’oro nero negli scambi elettronici sui mercati asiatici si sono ulteriormente impennati fino a toccare, anche se per poco, il massimo di tutti i tempi, vale a dire 98,03 dollari.
Dalla chiusura della borsa di New York, in poche ore il prezzo si è innalzato di 1,16 dollari, passando cioè da 96,70 a 98 dollari dollari. Ad accelerare la corsa sono stati la debolezza del dollaro e la tempesta che ha costretto all’evacuazione le piattaforme petrolifere del Mare del Nord.
Il Brent a sua volta ha superato per la prima volta il limite dei 94 dollari al barile arrivando a essere scambiato a 94,48 per le consegne a dicembre.
E mentre il petrolio non arresta la sua corsa, il dollaro è sempre più in caduta libera sull’euro. Sui mercati asiatici la valuta europea ha rotto al rialzo anche la soglia di 1,46 dollari segnando un nuovo record a 1,4665.
Anche l’ oro, come il petrolio e come l’ euro, sembra non voler arrestare la sua corsa e oggi è salito all’ennesimo record da 27 anni a questa parte, con una quotazione di 826,4 dollari a New York. Il rialzo rispetto a ieri è dell’1,7%; il record assoluto per la quotazione dell’oro è a 873 dollari, raggiunto il 21 gennaio del 1980. Il prezzo dell’oro segue di pari passo quello del petrolio e dell’ euro. L’oro infatti è un investimento di rifugio, il cui prezzo è denominato in dollari.

Il VIDEO servizio:

Milano e Roma? Sempre più care, ma Mosca batte tutti

Roma, il Colosseo di notte
La città più cara al mondo? Mosca, che per il secondo anno consecutivo straccia le altre 142 metropoli prese in considerazione dalla Mercer Human Resource Consulting, storica azienda statunitense fondata nel 1937 e leader mondiale nella consulenza finanziaria legata alle risorse umane. In base al “Cost of Living Survey”, studio che calcola il “caro vita” nelle principali metropoli mondiali, la capitale russa è seguita da Londra che, rispetto al 2006, passa dal quinto al secondo posto tra le città più care in assoluto. Il calcolo è stato reso possibile inserendo in una matrice matematica circa duecento parametri indicizzati, “pesati” in base all’importanza. Tra i principali i prezzi delle abitazioni e degli affitti, del trasporto urbano, del cibo, dell’abbigliamento e di alcuni beni di largo consumo quali il prezzo di biglietto per vedersi un buon film al cinema o di una pizza al ristorante.

Stupisce il balzo in avanti compiuto dalle uniche due città italiane in graduatoria, nonostante i dati statistici che vorrebbero in Italia un’inflazione bassa, al 1,9 per cento: Milano è infatti passata in dodici mesi dal tredicesimo all’undicesimo posto, mentre Roma ha fatto il suo ingresso nelle “top twenty”, guadagnando tre posizioni ed issandosi in diciottesima posizione. La metropoli lombarda, dunque, risulta essere più cara di altre tradizionalmente più “salate” come Parigi, Singapore e New York e si piazza appena di un soffio dietro a Oslo, Zurigo, Osaka e Ginevra.

Roma, invece, scavalca Vienna, Sidney e Kiev, lasciandosi dietro in quanto a “caro vita” Helsinki, Stoccolma ed Amsterdam. Da segnalare, infine, il passo indietro compiuto dalle uniche due città statunitensi presenti tra le 50 città più care al mondo: New York è uscita dalle “top ten”, posizionandosi in quindicesima posizione, mentre Los Angeles è scesa dal 29esimo al 42esimo posto.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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