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Donazioni: aumentano le richieste dal terzo settore. Ma come fidarsi?

È la più grande township del Sudafrica e racchiude tutte le contraddizioni del Paese<br /> [i](Foto da Flickr di [url=http://www.flickr.com/photos/aprillynn77/402547097/]aprillynn77[/url])[/i]

Ogni anno un italiano riceve circa 40 richieste di donazioni da parte di associazioni senza scopo di lucro. Chi crede siano troppe, si consoli. Perché a un cittadino americano, invece, ne arrivano almeno 400. Dalle e-mail, alle lettere, dalla telefonata all’sms, dai banner online al faccia a faccia, le tecniche per raccogliere fondi si sono moltiplicate. Nel nostro Paese, infatti, il terzo settore è in crescita: sono circa 250 mila le associazioni che operano nel non profit realizzando il 3,5 per cento del pil. Dietro a questa attività ci sono professionisti specializzati. Che ora si sono dati appuntamento al primo festival dedicato al tema (dall’8 al 10 maggio) a Castrocaro Terme. L’adesione ha superato ogni aspettativa. Sono 300 i partecipanti, e altri 100 sono in lista d’attesa, che potranno assistere alle 60 ore di seminari in programma tenute da 50 relatori tra cui l’inglese Stephen Pidgeon, uno dei massimi esperti a livello mondiale. “Sino a dieci anni fa questo mestiere praticamente non esisteva. Oggi, invece, il settore è in evoluzione e il fund raiser è diventata una figura chiave per quasi tutte le organizzazioni. Uno dei motivi risiede nel fatto che gli italiani stanno diventando donatori sempre più esigenti e, soprattutto, pretendono maggiore trasparenza”, spiega Valerio Melandri presidente del comitato organizzatore del festival e direttore del master in fund raising dell’università di Bologna

Chi sceglie di fare un atto di generosità aderendo a una giusta causa e mettendo mani al portafoglio vuole, infatti, conoscere con esattezza dove andranno a finire i soldi e, soprattutto, se saranno realmente destinati alla costruzione dell’ospedale, del pozzo o a finanziare un’attività di ricerca, così come promesso. Eppure le truffe in questo campo non sono rare, complici persone senza scrupoli disposte ad approfittarsi della generosità altrui. “Dal 2005 abbiamo dato vita alla cosiddetta carta delle donazioni. Sottoponiamo a un attento processo di verifica alcune organizzazioni e, se rispondono a determinati requisiti, gli assegniamo il nostro marchio di qualità. Ne abbiamo già attribuiti oltre 30”, racconta Franco Vannini, consigliere dell’Istituto Italiano delle Donazioni. E aggiunge: “Il suggerimento, prima di fare il versamento o di elargire i contanti, è quello di raccogliere il maggior numero di informazioni, fare molte domande e pretendere una ricevuta che riporti tutti i dati, anche quelli fiscali, dell’associazione”. La prudenza, in questi casi, non è mai troppa.

No profit ? Non so. Gli incomprensibili bilanci di chi fa beneficenza


Che si tratti di un ente pubblico o un ente no profit il risultato non cambia: bilanci e rendiconti appaiano alla maggior parte dei cittadini come una nebulosa incomprensibile. Eppure in mezzo a quelle tabelle, numeri e tecnicismi c’è scritto come vengono spesi i nostri soldi.
E così dalla categoria “portatori d’interesse” si passa troppo spesso in quella meno convenzionale di portatori di disinteresse. Di chi deve garantire la trasparenza e spesso anche di chi ne subisce la mancanza. La conferma arriva da uno studio, presentato oggi, elaborato dall’ordine dei commercialisti di Milano e dall’università Bocconi.
“Ci giungono segnali sempre più frequenti” spiega il presidente dell’Ordine, Luigi Martino “che sottolineano come il cittadino non abbia conoscenza di come vengono spesi i denari dei tributi dagli enti pubblici e i denari volontariamente elargiti in beneficenza agli enti no profit. Questa sete di informazione diventa sempre più pressante se consideriamo che nel 2006 l’incidenza della spesa pubblica sul Prodotto Interno Lordo (PIL) ha superato la soglia del 50% ed è ulteriormente cresciuta nel 2007; sempre nel 2007 la pressione fiscale apparente è salita al 43% del PIL; rispetto alla Francia e alla Germania, l’Italia ha il più basso livello di PIL per abitante e la più bassa crescita dello stesso negli ultimi 6 anni”.
E alla fine, conclude Martino, “si sta soffocando l’iniziativa privata”. Se il confronto con gli enti pubblici anglosassoni posiziona l’Europa nel “paleolitico” della trasparenza, ben più complicato è il settore no profit.

L’indagine dello Sda Bocconi si è concentrata su 153 Onlus (destinatarie del 38 per cento delle preferenze dei contribuenti italiani) e 40 aziende no profit. Nel primo caso soltanto il 33 per cento delle organizzazioni pubblica il bilancio sul proprio sito web e solo il 23 per cento mette online documenti di rendicontazione integrativi. In controtendenza gli enti principali che pubblicano sia il bilancio di esercizio che il bilancio sociale.
Nel settore delle aziende no profit risulta che più del 60 per cento ha un’attività di rendicontazione da almeno quattro anni mentre il 23 per cento è alla prima edizione. Alla fine la trasparenza dei bilanci negli enti no profit appare più come un esperimento che un metodo consolidato. Mentre in quelli pubblici un obiettivo di lunga data ancora lontano dal raggiungimento.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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