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Moduli per la dichiarazione dei redditi / Ansa
Il 53% del reddito delle famiglie in Italia è concentrato nelle Regioni del Nord. Il restante 47% è diviso tra il Centro (21%) e il Meridione (26%). Sono i risultati di un monitoraggio dell’Istat sul periodo 2005-07. Continua

Grafico sull'emigrazione dal Sud al Nord Italia tratto dal paper di Sauro Mocetti e Carmine Porello per la Banca d'Italia
Le hanno raccontate in molti, le speranze frustrate dei ragazzi del Sud. Di quelli che hanno studiato e fatto le valigie, destinazione nord. Europa, o Italia. Quindi non è una sorpresa. Ma i dati esposti nello studio della banca d’Italia intitolato “La mobilità del lavoro in Italia: nuove evidenze sulle dinamiche migratorie” curato da Sauro Mocetti e Carmine Porello fanno comunque impressione. Continua

Neve a Milano in Piazza Castello. Ansa
Treni con ritardi biblici, aerei che non partono, autostrade a passo d’uomo. Le abbondanti nevicate che hanno colpito il Nord Italia nell’ultima settimana hanno creato un bel paesaggio natalizio. Ma non hanno fatto un bel regalo all’economia delle regioni settentrionali, in particolare al commercio. Continua

La crisi economica brucia altri 204 mila posti di lavoro nel primo trimestre del 2009. Secondo l’Istat (qui il documento integrale in .pdf) il primo trimestre c’è stata una diminuzione di 0,9 in percentuale rispetto allo stesso periodo del 2008. Il dato risente della diminuzione dei posti di lavoro degli italiani di 426 mila unità e del complessivo aumento dell’occupazione degli stranieri che raggiunge quota 222 mila.
Si riduce al 57,4% il tasso di occupazione
Il risultato, spiega ancora l’istituto di statistica, trova ragione nella caduta dell’occupazione autonoma delle piccole imprese. Il tasso di occupazione della popolazione tra 15 e 64 anni scende di nove decimi di punto rispetto al primo trimestre 2008, portandosi al 57,4%. Il numero delle persone in cerca di occupazione registra il quinto aumento tendenziale consecutivo, portandosi a 1.982.000 unità, con un incremento del 12,5 per cento nei confronti del primo trimestre 2008.
Il tasso dei disoccupati è il più alto dal 2005
Il tasso di disoccupazione passa dal 7,1% del primo trimestre 2008 all’attuale 7,9%. Rispetto al quarto trimestre 2008, al netto dei fattori stagionali, il tasso di disoccupazione aumenta di tre decimi di punto, dal 7% al 7,3%. Il tasso di senza lavoro e’ il più alto dal 2005.
Dinamismo al Nord e al Centro, arretra il Mezzogiorno
L’indicatore si posiziona al 30,7 per cento nel Nord e al 33,1 per cento nel Centro, in entrambi i casi sostanzialmente stabile rispetto a un anno prima. Nel Mezzogiorno
invece il tasso di inattività registra un significativo incremento (dal 47,9 per cento del primo trimestre 2008 al 48,8 per cento) al quale contribuiscono entrambe le componenti di genere.Il tasso di inattivita’ femminile nelle regioni meridionali rimane pertanto particolarmente elevato e pari al 63,7 per cento.
Sacconi: meno peggio del temuto
Attenzione, ma nessun allarme da parte del governo. Secondo il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, “Il dato indica quello che sappiamo: una contrazione del lavoro ma in misura minore di quanto potevamo temere”.
“Il 7,9% dell’Italia” ha aggiunto Sacconi “ci deve preoccupare ma va anche paragonato ad una crisi globale che vede negli altri Paesi cifre più alte. Solo pochi anni fa la disoccupazione da noi era al 12,5%. Ovviamente questo costituisce un motivo di preoccupazione, per questo siamo impegnati a rafforzare la ’cassetta degli attrezzì per affrontare questa situazione”. La strada da percorrere, ha aggiunto, “È valorizzare i contratti di apprendistato da parte delle Regioni e le imprese devono utilizzarle. Per questo il Governo quanto prima rafforzerà la propria ‘cassetta degli attrezzi’ a ridare ad un ‘patto Stato-Regioni’ sulla formazione”. Sacconi ha aggiunto che “bisogna incentivare a rimanere nell’ambiente lavorativo, per questo stiamo pensando ad un premio di occupabilità”.
Damiano: in autunno brutte sorprese
Di tutt’altro avviso l’opposizione: “Un nuovo allarme viene dall’Istat: per la prima volta, dopo 14 anni, l’occupazione è in calo in Italia” ha evidenziato il responsabile lavoro del Pd, Cesare Damiano. “Tutte le associazioni del lavoro e dell’impresa, oltre che gli osservatori più attendibili, sono concordi nel ritenere che l’autunno ci riserverà purtroppo brutte sorprese. Il tempo per agire prima dell’estate è breve e il governo continua a barcamenarsi tra false illusioni e silenzi imbarazzanti”. Sul fronte sindacale c’è preoccupazione ma non allarmismo. Per la leader dell’Ugl, Renata Polverini, è necessario un confronto con il Governo per fermare questa emorragia, mentre per Giorgio Santini della Cisl, non c’è il temuto crollo anche se preoccupa il dato sui giovani.
La tabella Istat con la rilevazione sulle forze di lavoro - I trimestre 2009
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975mila famiglie italiane. Cioè 2 milioni e 427mila individui. Vale a dire il 4,1% della popolazione italiana. Che nel 2007 hanno vissuto in condizioni di povertà assoluta. La stima viene dall’Istat che oggi ha presentato un rapporto sulla povertà assoluta riferito al 2007 e nel quale sottolinea che rispetto al 2005, “la povertà assoluta è rimasta stabile e sostanzialmente immutata”.
Il fenomeno è più diffuso nel sud e nelle isole, dove l’incidenza di povertà assoluta (5,8%) è circa due volte superiore a quella rilevata nel resto del Paese: nel 2007, tra le famiglie residenti al nord la percentuale delle famiglie povere si attesta infatti al 3,5%, mentre al centro si ferma al 2,9%.
Tra il 2005, primo anno di rilevazione, e il 2007, l’incidenza di povertà assoluta in Italia è rimasta stabile, anche se ci sono stati dei miglioramenti e dei peggioramenti nelle condizioni di alcune tipologie di famiglie. “Peggiorano” spiegano i ricercatori dell’Istat “le situazioni delle famiglie con a capo un adulto di età compresa tra i 45 e 54 anni o un lavoratore con basso profilo professionale, mentre si rileva un miglioramento nelle famiglie giovani”.
E la notizia preoccupante è che l’Istat ha sottolineato che la fotografia sulla povertà assoluta in Italia si riferisce a un periodo precedente all’insorgere della crisi economica esplosa nel 2008.
Le incidenze più elevate si osservano comunque tra le famiglie di maggiori dimensioni, in particolare con tre o più figli soprattutto se minorenni. Anche tra le famiglie con componenti anziani i valori di incidenza sono superiori alla media, soprattutto se si tratta di anziani soli. La povertà è fortemente associata a bassi livelli di istruzione, a bassi profili professionali (working poor) e all’esclusione dal mercato del lavoro.
Le stime dell’Istat sono state definite in base a una nuova metodologia messa a punto da una commissione di studio ad hoc, che ha avuto il compito di valutare insieme con l’Istituto di statistica i requisiti di minimalità di un paniere di povertà assoluta, rivedendo e modificando il precedente approccio anche attraverso l’aggiornamento della sua composizione con l’inclusione o esclusione di beni e servizi che avevano acquistato o perso carattere di essenzialità. In sostanza, il dato non definisce una soglia di sopravvivenza, cioè la mancanza di risorse tali da mettere in pericolo le persone, ma delinea il minimo accettabile. Nel paniere individuato ci sono diverse componenti: alimentare, abitazione e una componente residuale che comprende voci come trasporti, scuola e sanità.
Tutto questo per una famiglia formata da una sola persona, fra i 18 e 59 anni, in un’area metropolitana del nord, significa vivere con meno di 724.29 euro al mese. Se invece la stessa famiglia vive in un piccolo comune la soglia è di 650.04 euro. Se la stessa persona vive in un grande comune del mezzogiorno la soglia scende a 520.18 euro. La soglia varia anche con il numero dei componenti della famiglia. Per una famiglia di tre componenti con età sotto i 59 anni, la soglia di povertà assoluta è stabilita in 1.158,71 euro se vive in un’area metropolitana nelle regioni centrali, mentre è a 966,20 euro se risiede nelle regioni settentrionali.
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Dopo nove anni di “ininterrotta diminuzione”, che proseguiva dal 1999, il numero dei senza lavoro torna a crescere. Il tasso di disoccupazione nel quarto trimestre del 2008 sale al 7,1% contro il 6,6% dello stesso periodo 2007. Il dato è stato fornito dall’Istat (qui il documento in .pdf) che segnala anche come il numero delle persone in cerca di occupazione registri il quarto aumento tendenziale consecutivo, portandosi a 1.775.000 unità.
Nel 2008 il tasso di disoccupazione risulta così pari al 6,7% contro il 6,1% del 2007: si tratta del primo incremento dal 1999. Nella media dell’anno, le persone in cerca di occupazione aumentano del 12,3%, pari a 186.000 unità. Tra ottobre e dicembre 2008 la crescita del numero delle persone in cerca di occupazione interessa nella quasi totalità la componente maschile (15,1%, pari a 118.000 unità) e in misura del tutto ridotta quella femminile (0,2%, pari a 2.000 unità). L’allargamento dell’area della disoccupazione riguarda gli uomini ex-occupati non solo, come nel precedente trimestre, nelle regioni settentrionali (+64.000 unità) e centrali (+21.000 unità) ma anche in quelle meridionali (+32.000). Per quanto riguarda il tasso di disoccupazione, nel quarto trimestre, aumenta rispetto a un anno prima di 0,8 punti percentuali per gli uomini mentre scende di 0,1 punti percentuali per le donne, posizionandosi rispettivamente al 6 e all’8,6%.
Nel Nord l’innalzamento dell’indicatore (dal 3,8 al 4,3%) riguarda sia gli uomini sia le donne; nel Centro il tasso di disoccupazione si porta al 6,3% dal 6,1 di un anno prima, a sintesi di una crescita per la componente maschile e di una stabilità per quella femminile. Nel Mezzogiorno il rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le forze di lavoro risulta pari al 12,3%, cinque decimi di punto in più rispetto al quarto trimestre 2007. La crescita riguarda esclusivamente gli uomini. Per gli stranieri il tasso si attesta all’8,8% (6,8% per gli uomini e 11,5% per le donne). Il numero di inattivi in età compresa tra i 15 e i 64 anni scende nel Nord (-0,3%, pari a -14.000 unità) e in misura più evidente nel Centro (-1,5%, pari a -38.000 unità), dove interessa entrambe le componenti di genere. Nel Mezzogiorno il numero degli inattivi aumenta nuovamente (2,3%, pari a 149.000 unità).
Nel quarto trimestre del 2008 il numero di occupati si è attestato a 23.349.000 unità, lo 0,1% in più rispetto allo stesso periodo del 2007 (pari a 24.000 unità), ai minimi da 13 anni. L’Istat precisa che il dato segnala «una sostanziale interruzione della crescita su base annua». Il risultato, spiega l’Istat, è sintesi di una dinamica ancora positiva nel Nord e nel Centro, dove risulta determinante il contributo fornito dai lavoratori stranieri, e fortemente negativa nel Mezzogiorno con una discesa tendenziale dell’1,9%, pari a -126.000 unità. In termini destagionalizzati e in confronto al terzo trimestre 2008, l’occupazione nell’insieme del territorio nazionale registra una flessione pari allo 0,2%. Il tasso di occupazione della popolazione tra 15 e 64 anni è sceso di tre decimi di punto rispetto al quarto trimestre 2007, portandosi al 58,5%. Il numero delle persone in cerca di occupazione registra il quarto aumento tendenziale consecutivo, spiega l’Istat, portandosi a 1.775.000 unità (+120.000 unità, pari al +7,3% rispetto al quarto trimestre 2007).
Raddoppia poi il numero di cassintegrati nell’industria nel quarto trimestre 2008. Gli occupati che dichiarano di non avere lavorato, nella settimana di riferimento dell’indagine, o di avere svolto un numero di ore inferiore alla norma perchè in Cassa integrazione guadagni, segnala l’Istat, sono passati da 53 mila del corrispondente trimestre 2007 a 115.000.
Il VIDEO servizio:

Meno pressione fiscale, minori vincoli burocratici e una contrattazione salariale decentrata.
A fotografare le richieste delle Piccole e medie imprese italiane per far fronte alla crisi è il terzo Rapporto nazionale “Sussidiarietà e pmi” presentato questa mattina, a Roma, nella Sala Regina della Camera, dalla Fondazione Sussidiarietà nell’ambito del convegno “Quale strada per affrontare la crisi economica”.
Il decentramento salariale, in particolare, è fortemente auspicato dalle imprese del Nord-Est e del Centro (rispettivamente 42 e 43 per cento) e nelle medie imprese (il 44 per cento è molto favorevole, il 53 per cento abbastanza) rispetto alle piccole (34 per cento molto favorevoli). Il 43 per cento delle aziende si dichiara inoltre disposto a investire in risorse umane se questo serve ad aumentare il profitto. “Questa crisi internazionale ha messo in evidenza la grande forza delle piccole e medie imprese italiane che hanno maggiore solidità rispetto ad altre realtà e che stanno dando un contributo importante per ricostruire dalle fondamenta la nostra economia” sostiene Maurizio Lupi, vice presidente della Camera. “La sussidiarietà rappresenta un tema da sviluppare e valorizzare per queste imprese che non devono perdere le loro quote di mercato e devono sentire lo stato sempre al fianco delle loro difficili decisioni”.
L’indagine è stata effettuata su di un campione di 1600 aziende distribuite su tutto il territorio nazionale e così suddivise: piccole imprese (15-50 addetti) pari all’80 per cento del campione; medie imprese (51-250 addetti) pari al 20 per cento del campione. Per il 50 per cento sono società di capitali, per il 37 per cento società di persone, per il 13 per cento imprese individuali e per lo 0,4 per cento società cooperative. Cosa chiedono, in concreto, le pmi di fronte alla crisi? Il 54,5 per cento delle aziende vuole più semplificazione amministrativa e fiscale per favorire lo sviluppo. Tra i loro obiettivi prioritari c’è la crescita del profitto, delle quote di mercato e del fatturato, elementi essenziali per la competitività. Ma dalle risposte date intorno al sistema di valori sui quali si basa questo mondo emergono anche molti altri spunti. “Per lungo tempo si è alimentata la sociologia del piccolo è bello, poi c’è stato un cambio radicale e adesso non si fa altro che parlare che la grande impresa è meglio” spiega l’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema. “Sarebbe opportuno creare un sistema in cui ci sia la capacità di fare leva su grandi imprese competitive e internazionalizzate sostenuta dalla piccola e media impresa. In questo, la politica, e anche la finanza e l’economia, hanno fatto poco fino adesso, ma serve un cambio di passo, serve accompagnare le pmi nella crescita tecnologica, dando servizi più efficaci e favorendo lo sviluppo non solo con la politica dei bassi salari, ma premiando le idee e la produttività”.
Non è tutto rose e fiori quel che viene dal mondo della piccola e media impresa. Ci sono zone grigie e elementi di fragilità che emergono dall’analisi dei dati. Una parte delle imprese, soprattutto al centro e al sud, non condivide i valori di questo mondo, cioè né la valorizzazione delle risorse umane, né l’internazionalizzazione e nemmeno la necessità di progetti comuni per la ricerca e sviluppo. Le maggiori criticità delle piccole e medie imprese è dato dalle dimensioni: il 50 per cento di esse, infatti, non supera i 2 milioni di euro del fatturato. Le nostre imprese sono ancora poco internazionalizzate: il 79 per cento ha fatturato estero pari a zero. Il 39 per cento non spende nulla per ricerca e sviluppo, seguito dal 34 per cento che spende fino al 5 per cento del proprio fatturato. “Negli ultimi mesi del 2008 abbiamo stanziato 150-200 milioni di euro per il sostegno ai Confidi, i Consorzi di garanzia dei Fidi, per far fronte all’emergenza credito delle imprese” sottolineato il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli. “Le pmi sono il baricentro della nostra economia. La crisi sta facendo emergere alcune priorità. Oltre al credito, quella del presidio dei mercati, per non far perdere alle imprese quote di export; la semplificazione; la risoluzione del problema dei tempi di pagamento della Pa; il coinvolgimento dei lavoratori nei nuovi strumenti di welfare per il lavoro, che devono interessare anche i lavoratori delle pmi”.