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(Credits: kevindooley by Flickr)
A dispetto di un commercio bilaterale che continua a crescere e frequentissimi incontri al vertice in cui si parla di amicizia e coesistenza pacifica, Cina e India non vanno d’accordo su nulla. Competono in Asia, in Africa e in America Latina per il controllo di risorse energetiche, materie prime e rotte marittime; restano fedelissime ai propri interessi nazionali e, sul piano internazionale, vanno in cerca di alleanze trasversali in grado di aiutarle a controbilanciare quello che percepiscono come un vicino scomodo.
Nella lotta al riscaldamento globale, complice la necessità di salvaguardare un interesse comune, quello di rilanciare, soprattutto in tempi di crisi, la crescita nazionale, i due colossi orientali hanno deciso di allearsi. I delegati di Pechino e Nuova Delhi si sono infatti trovati d’accordo nel comunicare alla Segreteria Generale delle Nazioni Unite di non essere disposti ad approvare nessuna intesa ambientalista che possa comportare un rallentamento della loro crescita economica, in conseguenza del quale potrebbero ritrovarsi entrambi sulla strada della povertà anzichè su quella del progresso.
In realtà, a bloccare lo sviluppo dei due paesi ci sta già pensando la crisi. Stando alle stime della Banca Mondiale, in Cina la crescita è crollata in pochi mesi dal +10/11 per cento al +6,5 per cento, in India dall’ +8/9 per cento al +4. Valori positivi, ma insufficienti sia per continuare la lotta alla povertà estrema sia per mantenere la stabilità sociale.
Tuttavia, per evitare di dipingersi come paesi irresponsabili, i delegati di Pechino e Nuova Delhi hanno specificato che i loro governi sono da tempo impegnati nella lotta al riscaldamento globale. Allo stesso tempo, però, per tutelare il benessere delle rispettive popolazioni, si trovano costretti a porre un limire alle possibili ingerenze della comunità internazionale sulle politiche verdi nazionali.
Alla ricerca di un’intesa che vada bene a tutti, Yvo de Boer, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ha lanciato l’ipotesi della crescita verde. Ma bisognerà vedere se, entro il vertice di Copenhagen di fine anno in cui la comunità internazionale verrà chiamata a prendere una decisione sul protocollo post-Kyoto, riuscirà a trovare una strategia efficace per concretizzarla.

Ancora un record negativo per la produzione industriale: a febbraio ha segnato un calo del 23,7% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. A lanciare l’allarme è l’Istat sottolineando che si tratta del crollo peggiore dal 1990, da quando cioè iniziano le attuali serie storiche. Diminuendo del 3,5% rispetto a gennaio, il mese di febbraio risulta così il decimo mese di calo consecutivo a livello congiunturale.
Rispetto a gennaio, la produzione industriale a febbraio è diminuita del 3,5%, è il decimo mese di calo consecutivo a livello congiunturale. L’indice della produzione corretto per gli effetti di calendario ha registrato una diminuzione tendenziale del 20,7%. I giorni lavorativi sono stati infatti 20 contro i 21 di febbraio 2008. Anche in questo caso si tratta del calo maggiore dal 1990. Per quanto riguarda i raggruppamenti principali di industrie rispetto a gennaio le variazioni destagionalizzate sono state tutte negative: -6,5% per i beni intermedi (metallurgia tessile base, gomma e chimica) i più colpiti, -4,2% per i beni strumentali, -2,4% per l’energia e -1,2% per i beni di consumo. All’interno di quest’ultimo raggruppamento i beni durevoli hanno registrato un calo del 4,3%, mentre per i beni non durevoli la discesa è più lenta (-0,1%). Rispetto a febbraio 2008 i cali corretti per giorni lavorativi sono stati invece del 30,2% per i beni intermedi, del 22,5% per i beni strumentali, del 10,4% per l’energia e del -8,4% per i beni di consumo (-23,5% per i durevoli e -5,5% per i non durevoli).
La produzione di autoveicoli è diminuita a febbraio del 42% rispetto allo stesso mese del 2008. L’Istat ha, tuttavia, specificato che nei primi due mesi del 2009 il calo è stato del 48,4%. A gennaio, infatti, si era registrato un crollo ancora più significativo, pari a -54,7%.
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Sono fra i 18 ed i 20 milioni in totale gli italiani che si prenderanno una vacanza, anche breve, per questa Pasqua e partiranno già da questo week end. Queste le stime di Telefono Blu, secondo il quale i viaggi a lungo raggio riguarderanno circa 3,5 milioni di viaggiatori (quasi un milione in più rispetto al 2008 ), mentre gli altri si muoveranno in Italia, ma con una media di soli 3-4 giorni, riducendo quindi i tempi di vacanza di almeno 2 giorni rispetto allo scorso anno.
La ripresa, rispetto al 2008, secondo l’associazione, è dovuta al minor costo della benzina, alla riduzione delle tasse nazionali e dei prezzi, tre fattori invece fortemente presenti lo scorso anno. Per Telefono Blu si tratta però di una ripresa che considera il momento difficile dell’economia mondiale e quindi senza eccessi, anche se la spesa procapite per viaggio passa da 400 a 450 euro. Gli alberghi e le strutture ricettive italiane, secondo l’associazione, tireranno quindi una boccata d’ossigeno, ma le difficoltà nel settore rimarranno.
Comunque, chi viaggerà in Italia cercherà di risparmiare recandosi presso le seconde abitazioni, a casa di parenti ed amici come lo scorso anno e ridurra del 20% le spese pasquali rispetto a 4 o 5 anni fa. Complessivamente gli italiani, secondo le stime di ‘Telefono Blù, andranno a spendere 1,7 miliardi per le loro vacanze pasquali, 400 milioni in più dello scorso anno.
Fa “il tutto esaurito” l’agriturismo con 4 milioni di vacanzieri (+8%) che hanno scelto la campagna per il prossimo week-end. Saranno soggiorni brevi, non più di 4 giorni, ma intensi, tra piaceri della tavola e tanto relax. È quanto rileva un’indagine di Turismo Verde, l’associazione agrituristica della Cia-Confederazione italiana agricoltori, che prevede un nuovo “boom” dovuto soprattutto ai prezzi che, a differenza di altre strutture, sono rimasti pressocchè invariati. Bene le presenze italiane, 1 famiglia su 5, ma anche le straniere pari al 25%, con i tedeschi in testa, in crescita del 5% rispetto al 2008. Ad oggi, se Toscana, Marche e Sicilia registrano già il ‘pienonè, in altre regioni si aspettano invece le offerte del ‘last minutè anche per capire le previsioni meteo.
Intanto l’offerta si fa ricca, con aziende che si sono date da fare per organizzare tutta una serie di attività: in Sicilia nel Parco delle Madonie si raccoglierà la biblica “manna”, in Calabria si assisterà alla cattura e all’ inanellamento degli uccelli, nelle Marche ci saranno percorsi didattici per imparare a riconoscere e saper utilizzare le piante officinali, mentre in Lombardia si potrà “adottare” un vero e proprio orto.
A scoraggiare gli italiani ci penserà il meteo. Il bel tempo e le temperature primaverili si manterranno da sabato 4 fino a martedì 7 aprile; ma per le prossime festività sono previste nuvole, pioggia e temporali. Almeno così prevede il meteorologo del Centro Epson Meteo, Andrea Giuliacci. Il vortice di bassa pressione che nei giorni scorsi ha insistito sul Mediterraneo occidentale spingendo nubi e piogge sull’Italia nelle prossime ore si indebolirà e si sposterà lentamente verso est, favorendo così un miglioramento del tempo su gran parte della nostra Penisola.
“Sarà quindi un fine settimana discreto” afferma Giuliacci “con alternanza di nuvole e momenti di sole, pochissime piogge e temperature gradevoli, tipicamente primaverili. Poi all’inizio della prossima settimana l’alta pressione occuperà l’Italia, garantendo lunedì e martedì bel tempo e temperature miti quasi dappertutto.
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Crollo del Pil, peggioramento dei conti pubblici e aumento della disoccupazione. Non sono rosee le previsioni di Confindustria per l’economia italiana nel 2009, anche se non mancano i segnali di ripresa a partire dal 2010 e buone notizie dal calo dei tassi e del petrolio.
In particolare, per il prodotto interno lordo, il Cestro Studi ha rivisto al ribasso le stime del 2009: quest’anno il pil dovrebbe diminuire del 3,5% mentre le stime dello scorso dicembre parlavano di un calo dell’1,3% e quelle di febbraio indicavano una contrazione del 2,5%. Uno scenario che si spiega con la marcata contrazione delle attività nella seconda parte del 2008 e della prima parte del 2009. Tuttavia, dal secondo semestre dell’anno, ci saranno segnali di ripresa e nel 2010 il Pil dovrebbe registrare una crescita dello 0,8%.
Come ha spiegato il direttore del Centro studi di Confindustria Luca Paolazzi il dato risente degli effetti del picco recessivo che si è avuto a cavallo tra il 2008-2009. “La marcata contrazione dell’attività”ha spiegato, “in questo periodo, ha lasciato una eredità negativa di quasi due punti. Qualunque cosa succeda ha poca incidenza sulla media. Anche in presenza di una ripresa molto forte nella seconda metà dell’anno, la flessione potrebbe attestarsi dal 3,5% al 3,2%”. Inoltre, la produzione industriale ha continuato a registrare una forte caduta e gli indicatori, dagli ordini alla fiducia del manifatturiero (il minimo a febbraio è stato pari a 63,2), indicano che non ci sarà una svolta prima dell’estate.
In peggioramento anche i conti pubblici. A causa delle minori entrate e delle maggiori spese pubbliche dovute alla cattiva congiuntura, il deficit è destinato ad aumentare nel corso di quest’anno al 4,6% del Pil, dal 2,7% nel 2008 per poi iniziare a rientrare nel 2010 (4,3%). Il debito pubblico cresce dal 105,8% del Pil nel 2008 al 112,5% nel 2009 fino a toccare nel 2010 il 114,7%, valore di poco inferiore a quello del 1998.
Altra nota dolente riguarda l’occupazione: nel periodo che va dalla seconda metà del 2008 alla seconda metà del 2010 verranno persi 507mila posti, il 2,2% dell’occupazione totale e l’anno prossimo il tasso di disoccupazione salirà al 9%, un valore analogo a quello del 2001, dal 6,1%di minimo toccato nel 2007. Se si considerano anche le persone in cassa integrazione che quindi conservano formalmente il rapporto d’impiego, nel biennio considerato le unità di lavoro a tempo pieno calano del 2,8% (con 867 mila posti in meno)
Fortunatamente, nonostante la crisi, una buona notizia c’è. Grazie a tassi di interesse più bassi e ad una bolletta energetica più leggera, le famiglie italiane potranno infatti risparmiare fino a 4.000 euro l’anno. In particolare, spiega Confindustria, la discesa dei prezzi dei prodotti energetici consentirà alle famiglie di risparmiare 850 euro l’anno per le bollette. E complessivamente il risparmio energetico per l’Italia sarà pari a 35 miliardi di euro. Grazie al calo dei tassi d’interesse, invece, le famiglie italiane che hanno mutui ipotecari risparmieranno in media 3.200 euro.
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Un crollo degli iscritti negli ultimi 10 anni. Una rappresentanza scarsissima fra i precari e i contrattisti a termine. Ma anche una considerazione positiva da parte della maggioranza degli occupati, visto che il sindacato svolge un ruolo utile per lo sviluppo dell’Italia secondo il 51,7 per cento degli intervistati.
È questa la fotografia dell’orientamento dei lavoratori verso le organizzazioni sindacali che emerge dalla ricerca condotta a dicembre dalla Fondazione Nord Est su un campione di 1.009 intervistati su scala nazionale. Il risultato più significativo?
Complessivamente gli iscritti al sindacato nel 2008 sono il 26,2 per cento del totale dei lavoratori, contro il 41,9 per cento registrato in un’analoga ricerca svolta dalla Fondazione Corazzin nel 1998 su un campione di 1.200 lavoratori. Di più: rispetto a 10 anni fa c’è un 11,6 per cento di persone che ora non è più iscritto, ma in passato lo era.
Sintetizza Daniele Marini, direttore scientifico della Fondazione Nord Est e docente all’Università di Padova: “Per la prima volta abbiamo dei dati che fotografano i cambiamenti avvenuti sul mercato del lavoro, visto che nel campione sono compresi gli atipici, gli irregolari, i senza contratto”. Proprio tra i meno garantiti gli iscritti al sindacato sono pochissimi: il 6,7 per cento del totale nel precariato globalmente inteso (compresi i cosiddetti collaboratori e i lavoratori in nero), poco di più tra quanti hanno un contratto a termine, dove la sindacalizzazione arriva al 13,8 per cento.
Decisamente più alti i livelli di adesione considerando i lavoratori stabili: fra quanti hanno un contratto a tempo indeterminato gli iscritti al sindacato sono il 32,1 per cento e nel settore pubblico arrivano al 43. E per quanto riguarda le fasce d’età? Largo agli anziani: oltre i 55 anni è iscritto il 51 per cento dei lavoratori, mentre tra i 25 e i 34 anni si scende al 13,9 per cento e sotto i 25 anni si crolla al 5,9 per cento d’iscrizioni.
“I sindacalizzati sono per lo più maschi, sopra i 50 anni e impiegati nella pubblica amministrazione” fa notare Marini. Nonostante la crisi di adesione, la maggioranza assoluta del campione (51,7 per cento) pensa che “se i sindacati non ci fossero, le cose in questo Paese andrebbero peggio”.
E il 57,5 per cento ritiene che il governo debba trovare l’accordo con imprenditori e sindacati per le riforme in tema di lavoro, previdenza e stato sociale. Come si spiegano questi risultati, apparentemente contraddittori? Spiega Marini: “Il sindacato non riesce a intercettare le nuove figure del mercato del lavoro, ma nell’immaginario collettivo degli occupati resta sostanzialmente inalterato il ruolo delle confederazioni nel nostro Paese”. Una contraddizione che fa il paio con il giudizio sull’azione del governo sui temi del lavoro: è ritenuta poco adeguata dal 51,4 per cento degli intervistati, per nulla adeguata dal 22,2 per cento.
I NUMERI
Alcuni risultati della ricerca condotta dalla Fondazione Nord Est: 26,2% gli iscritti al sindacato sui 1.009 intervistati. Dieci anni fa in un’analoga indagine gli iscritti erano risultati il 41,9%.
51,7% la quota di lavoratori secondo i quali i sindacati svolgono un ruolo positivo. 43,7% i lavoratori che valutano inutile l’azione di tutela del sindacato; erano al 26,3% nel 1998.