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Nymex
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Nuovi ribassi per i carburanti. Agip taglia ancora i “prezzi consigliati” sia della benzina che del gasolio, rispettivamente a 1,109 euro (-1,5 centesimi) e 1,057 (-2,2 centesimi). Il risparmio per il pieno è di circa 13 euro rispetto alle festività 2007. E chi, dei 4 italini su 10 in viaggio per Natale, userà l’auto potrà tirare un sospiro di sollievo.
Complice la brusca frenata delle quotazioni dell’oro nero, un litro di benzina costa oltre 25 centesimi in meno di un anno fa, un litro in meno di gasolio invece costa 24 centesimi in meno. Oggi i prezzi del petrolio sono scesi sotto i 38 dollari al barile sul New York Mercantile Exchange (Nymex), dopo una serie di dati economici che suggeriscono come la recessione dell’economia americana sia destinata a peggiorare.
“I mercati dell’energia stanno reagendo soprattutto alle cattive notizie economiche, e sembra quasi che stiano aspettando che accada qualcosa di negativo”, ha detto l’analista petrolifero Peter Beutel della società Cameron Hanover.
La recessione degli Stati Uniti e una serie pressoché ininterrotta di dati nefasti sulla situazione economica mondiale ha fatto scendere i prezzi dai livelli record toccati in luglio, quando il greggio arrivò a 147,27 dollari al barile. Da allora i prezzi sono scesi del 73%, sull’onda di centinaia di migliaia di licenziamenti e un crollo delle spese dei consumatori, che hanno trascinato con sé il consumo di energia.
Il dipartimento del Commercio americano ha detto che il prodotto interno lordo, la somma totale dei beni e dei servizi prodotti da un’economia, nel periodo tra luglio e settembre è diminuito negli Stati Uniti dello 0,5 per cento. Si e’ trattato della flessione peggiore dal terzo trimestre 2001, quando la contrazione registrata fu dell’1,4 per cento.
Ad affiancare le notizie sul Pil sono arrivate poi quelle sul settore immobiliare, il cui crollo e’ alla base della crisi finanziaria. Le vendite di case nuove negli Stati Uniti nel mese di novembre sono calate arrivando al livello minimo in quasi 18 anni, mentre le vendite di case esistenti hanno riportato un tonfo dell’8,6 per cento.
Ma il peggio sembra dover ancora arrivare, e per molti l’attuale trimestre potrebbe essere il punto più basso di tutta la recessione, iniziata ufficialmente nel dicembre 2007. Alcuni analisti prevedono un crollo del Pil fino al 6% nel quarto trimestre, che ne farebbe il peggiore dal -6,4% dell’ultimo trimestre del 1982.
Se la recessione terminerà nel giugno 2009, come molti economisti prevedono, sarà durata 18 mesi, il periodo più lungo dal termine della Seconda Guerra Mondiale.
E i prezzi del greggio continuano così a crollare nonostante la settimana scorsa l’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio, abbia deciso di ridurre la produzione giornaliera di 2,2 milioni di barili, il più grande taglio di sempre.
Il crollo dei prezzi del petrolio ha fatto calare decisamente il prezzo della benzina, fornendo ai consumatori uno dei pochi aspetti positivi in un’economia che soffre della crisi peggiore in almeno 25 anni.

Avvio in ribasso per Piazza Affari e per le Borse europee, dopo la chiusura in forte calo accusata nella notte da Wall Street e dopo lo scivolone di Tokyo (-6,8%). L’inquietudine per l’imminente impatto di una recessione di larga portata ha di nuovo preso il sopravvento sui mercati del Vecchio Continente. Il Mibtel perde il 2% e l’S&p/Mib il 2,14% (in apertura -1,8% e -1,98%), Parigi arretra del 2,9% e Francoforte del 2,5%.
La Borsa di New York ha chiuso in forte calo ieri, penalizzata dai titoli tecnologici dopo una serie di dichiarazioni di imprese molto prudenti sulle loro prospettive: il Dow Jones ha perso il
2,40%, il Nasdaq il 4,14%.
Dopo tre sedute positive, chiudono con il segnale negativo anche le principali borse asiatiche. Sulla scia di Wall Street, l’incubo recessione si abbatte soprattutto sulla Borsa di Tokyo, che chiude la sessione odierna in forte calo, in coincidenza con la progressiva rivalutazione dello yen su euro e dollaro che penalizza i grandi esportatori nipponici. L’indice Nikkei dei 225 titoli guida ha registrato alla chiusura una perdita di 631,56 punti, pari al 6,79%, scendendo a
8.674,69 punti.
Pesanti le perdite anche a Seul, con l’indice Kospi che ha chiuso in territorio negativo a -5,1%, e ad Hong Kong, dove l’Hang Seng ha perso il 2,8%. Ma ribassi, a contrattazioni ancora
in corso, si registrano anche in Australia, Cina, Singapore e Taiwan.
I prezzi del petrolio sono diminuiti oggi in Asia mettendo da parte il timore che l’Opec deciderà la riduzione della produzione nella prossima riunione straordinaria e tenendo invece conto del calo della domanda legato alla crisi finanziaria.
Nel dopomercato elettronico che fa riferimento al Nymex, la Borsa merci di New York, a Singapore il greggio per consegna a dicembre e’ stato trattato oggi a mezzogiorno (ora locale) a 69,45 dollari a barile, con un ribasso di 2,73 dollari. A New York ieri sera il greggio per consegna a novembre aveva fatto registrare un ribasso di 3,36 dollari a barile portando il prezzo a 70,89 dollari.
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Il petrolio torna a volare, e lo fa rapidamente. Meno di una settimana fa si festeggiava la discesa sotto i 90 dollari e oggi il greggio distrugge ogni certezza e vola, in una sola seduta, da 105 a 130 dollari. In termini assoluti è il maggior rialzo giornaliero da quando sono state aperte le contrattazioni al Nymex di New York nel 1983, mentre per ritrovare una crescita percentuale del 23% - pari a quella messa a segno oggi con il picco a quota 130 - bisogna scorrere indietro il calendario di 17 anni, per arrivare al 1991.
Dopo tre rialzi consecutivi, la performance odierna azzera due mesi di ribassi, gelando ogni euforia e riportando nuovi timori su crescita e inflazione su scala globale. Sceso sotto i 90 dollari martedì scorso, in scia all’annuncio del fallimento di Lehman Brothers ed ai timori sulle possibili ripercussioni negative sulla crescita mondiale, l’oro nero ha bruciato le tappe in una corsa senza precedenti, che si è arrestata solo pochi minuti prima della chiusura, avvenuta a 122,6 dollari al barile, in crescita del 17%.
Il vero traino della rimonta del petrolio è il maxi-piano da 700 miliardi di dollari annunciato dal governo statunitense per ridare ossigeno ad un mercato finanziario ormai disastrato dai fallimenti, la cui ultima vittime illustre è stata proprio Lehman Brothers. Un crack da 630 miliardi di dollari che ha convinto il Tesoro Usa della necessità di correre ai ripari e varare un piano per il riacquisto di titoli il cui valore è crollato a seguito della crisi dei mutui subprime.
L’eventuale successo del piano messo a punto dal segretario del Tesoro Usa, Henry Paulson, potrebbe ridare ossigeno all’economia e spingere nuovamente al rialzo la domanda di petrolio. E fra gli operatori di Wall Street “regna l’ottimismo sulla possibilità che il piano Usa possa realmente trainare l’economia”, spiegano un analista di Bnl, sottolineando come un’ulteriore spinta al rally del petrolio arrivi dalla ritrovata debolezza del dollaro, sceso a 1,4672 euro, contro gli 1,4466 del 19 settembre scorso. Anche in questo caso, sul bando degli imputati si trovano i 700 miliardi di dollari messi sul tavolo dal governo a stelle e strisce: questa somma, infatti, amplierebbe ulteriormente il deficit di bilancio degli Stati Uniti.
A complicare ulteriormente il quadro, le indiscrezioni pubblicate da Reuters, secondo le quali l’Arabia Saudita avrebbe ridotto del 5% le forniture alle maggiori società petrolifere internazionali ed alle raffinerie Usa. Intanto in Italia, sulla scia di quanto successo nei giorni scorsi, sono proseguiti oggi i ribassi dei carburanti, con Q8, Shell e Tamoil che hanno ridotto di un cent il prezzo della benzina.

Oro nero senza più freni. Riparte la corsa al rialzo del barile di petrolio che stamattina mette a segno un nuovo massimo oltre la soglia dei 120 dollari, superata lunedì per la prima volta sulla scia di tensioni geopolitiche in diverse aree esportatrici del pianeta. Ma queste ultime impennate sono anche legate a rinnovati ottimismi sull’economia americana, che smorzano precedenti attese di indebolimento della domanda globale. Negli scambi dell’after hours sul Nymex, la Borsa merci di New York, il barile ha registrato un picco a 120,93 dollari. Lunedì aveva registrato un massimo a 120,36 dollari. Nuovo primato anche per il Brent, il greggio del Mare del Nord, che a Londra ha fatto segnare il nuovo massimo a 119,07 dollari al barile.
Ma se adesso il prezzo del greggio sembra astronomico, lo potrebbe diventare ancora di più in un prossimo futuro. Arjun N. Murti, l’analista di Goldman Sachs che sorprese un po’ tutti quando nel marzo del 2005 previde che il prezzo del petrolio sarebbe arrivato oltre i cento dollari, vede adesso le quotazioni del greggio proiettate addirittura fino a 200 dollari al barile. Goldman Sachs ha inoltre peggiorato le stime relative al prezzo in considerazione del fatto che ci sarebbero rischi sul versante delle forniture, in presenza di una domanda sostenuta da parte delle economie emergenti. In particolare, secondo il “report” sussisterebbero problemi per alcuni Paesi non aderenti all’Opec, come Messico e Russia. Sul prezzo inoltre pesano fattori speculativi che peraltro - rileva ancora il rapporto - dovrebbero portare ad una maggiore efficienza produttiva ed a maggiori investimenti da parte delle compagnie petrolifere in progetti di ricerca.
I nuovi massimi fanno più che raddoppiare le quotazioni dall’estate 2004, quando le conseguenze della guerra in Iraq e gli scontri con i ribelli in Nigeria lo spinsero a 50 dollari: da allora, in meno di quattro anni, i futures petroliferi sono schizzati sino a superare i 120 dollari. Una corsa senza freni: l’attuale soglia è 12 volte superiore a quella del primo shock petrolifero degli anni ‘70, quando nel 1974 l’embargo dell’Opec durante la guerra del Kippur fece volare il prezzo del barile oltre i 10 dollari.
Ecco una scheda che riassume la corsa del greggio attraverso le principali soglie toccate negli anni sul mercato di New York.
1970: il prezzo ufficiale del petrolio saudita viene fissato, secondo le cifre del ministero statunitense dell’Energia, a 1,80 dollari al barile
1974: l’embargo dell’Opec durante la guerra del Kippur provoca il primo shock petrolifero. Il prezzo del barile supera i 10 dollari. 1979: la rivoluzione iraniana rappresenta il secondo shock petrolifero. Il barile vola a 20 dollari.
1980: la guerra Iran-Iraq spinge le quotazioni del greggio sopra i 30 dollari. All’inizio del 1981 il prezzo raggiungerà i 39 dollari.
1990: con la guerra nel Golfo il barile tocca e supera i 40 dollari. 2004: il 20 agosto vengono toccati i 50 dollari al barile, pesano i timori di scarsi approvvigionamenti; il 27 ottobre supera i 55 dollari. 2005: vengono infrante le soglie psicologiche dei 60 e 70 dollari al barile, anche a causa dell’uragano Katrina e dei conseguenti problemi nel Golfo del Messico. Il 7 luglio supera quota 62 dollari; il 30 agosto si avvicina ai 70 dollari.
2006: il 5 luglio sfonda anche quota 75 dollari. 2007: anno in cui il petrolio raggiunge i 90 dollari e chiude l’anno sfiorando i 100. Il 12 settembre il barile tocca gli 80 dollari. Il 25 ottobre infrange i 90 dollari al barile. In novembre vola a un passo dai 100 dollari, toccando il record storico a 99,29.
2008: il 2 gennaio la volata del greggio, che tocca per la prima volta nella storia i 100 dollari al barile, in seguito alle tensioni in Nigeria. Il 6 marzo sfonda anche quota 105 dollari, toccando il nuovo record a 105,10 dollari al barile; pochi giorni dopo, il 12 marzo sfonda anche quella dei 110 dollari al barile, con il nuovo massimo a 110,2 dollari. Oggi il nuovo massimo a quasi 121 dollari.