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Obama

”La Fiat è pronta a trasferire la sua tecnologia di punta alla Chrysler e, dopo aver lavorato in stretta collaborazione con il mio team, si è impegnata a costruire nuove auto a basso consumo di carburante e motori qui in America”. Le parole di Barack Obama suonano come musica al Lingotto. Quella del presidente americano è piú di un’apertura per l’azienda italiana. Di fatto il governo americano ha già dimostrato il suo potere di influenza sui giganti dell’auto made in Usa, chiedendo e ottenendo le dimissioni di Rick Wagoner, ad della General Motors. L‘intesa con Fiat dello scorso gennaio viene considerata dalla squadra di Obama cruciale per le sorti di una Chrysler vicina alla bancarotta.
L’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne ringrazia Obama ”per il suo incoraggiamento” e parla di un’alleanza che non solo permetterà a Chrysler di rafforzare la propria solidità finanziaria, ma contribuirà anche a salvaguardare posti di lavoro negli Stati Uniti e riuscirà ad accelerare in modo significativo gli sforzi per produrre veicoli a basso consumo”. L’accordo di gennaio, definito ”una pietra miliare” da Marchionne, prevede che il gruppo torinese, in cambio di tecnologia per auto di piccole dimensioni, abbia una quota iniziale del 35% nel capitale della Chrysler senza alcun investimento in contante. L’alleanza prevede che i due gruppi sfruttino le rispettive reti di distribuzione e dà in questo modo alla Fiat la possibilità di accedere in futuro al mercato Usa, dove da tempo vuole portare l’Alfa Romeo ma anche la Cinquecento. Secondo il Wall Street Journal, la quota di Fiat in Chrysler sarebbe inizialmente pari al 20% in base al nuovo accordo che le due case automobilistiche starebbero trattando in queste ore.
La Chrysler, fondata nel 1925, è uno dei principali gruppi automobilistici mondiali, che ha controllato per anni il marchio italiano Lamborghini. Nel 2007 si è conclusa l’alleanza con i tedeschi della Daimler, tramite la cessione dell’azienda americana a un fondo di private equity, Cerberus. Prima che la crisi del mercato accelerasse un declino in atto da tempo.
La borsa non ha reagito con favore alle notizie in arrivo da Washington, con il rischio bancarotta evocato per i giganti dell’auto: il titolo della casa torinese ha perso il 9,35%, in linea con i cali delle altre case automobilistiche in Europa. Le azioni della General Motors, antico partner di Fiat, hanno registrato un vero e proprio crollo a Wall Street: -25,97%. Scetticismo anche da parte dei lavoratori italiani: dal segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo: ”l’intesa non cambia molto per l’Italia e per i lavoratori. E’ un’opportunità per la Fiat, ma bisogna verificare se le condizioni poste dall’amministrazione americana siano più impegnative di quanto il Lingotto avesse immaginato. Non bisogna sottrarre risorse agli investimenti in Italia e in Europa” commenta il segretario generale della Fiom di Torino, Giorgio Ariaudo.

Aig fa marcia indietro sui superbonus. Almeno per metà: Ed Liddy, il Ceo del colosso assicurativo americano, ha chiesto ai manager che hanno ricevuto bonus 2008 per 165 milioni di dollari di restituirne la metà allo Stato. Non si sa se abbia pesato di più la campagna mediatica (scatenati i comici degli show serali), l’”arrabbiatura” pubblica del presidente Obama o le minacce di morte che i dirigenti Aig hanno ricevuto in questi giorni. Di certo, la notizia che l’azienda avrebbe concesso i bonus per il 2008 ai manager dopo aver inghiottito come un buco nero 170 miliardi di dollari concessi dal Tesoro americano aveva scaldato gli animi e suscitato indignazione. Il tutto in un periodo in cui i contribuenti americani si chiedono perché nessun supermanager stia pagando per gli errori di gestione e si cercano “mostri” da incolpare per la loro avarizia, come nel caso di Bernard Madoff.
Aig nei giorni scorsi era stata costretta a mettere guardie armate a vigilare sugli edifici della compagnia. “Non faremo i nomi dei manager che hanno percepito i bonus” ha detto Liddy in audizione alla Commissione finanza della Camera Usa, “ma quelli che hanno avuto più di 100mila dollari (298 sui 418 totali) si impegneranno a restituire la metà di quanto percepito allo Stato”. Liddy spera così di evitare la ritorsione della politica: esponenti democratici del Congresso avevano già allo studio una tassazione del 90% “ad aziendam” sui bonus dell’Aig, ma la misura sarebbe stata difficile da realizzare e a rischio incostituzionalità: i bonus erano già stati stanziati dall’azienda a inizio 2008, prima che la crisi travolgesse una delle principali compagnie assicurative del mondo. Trovatasi sull’orlo della bancarotta, Aig ha beneficiato degli aiuti governativi per tre volte,per un totale di più di 170 miliardi di dollari. Quando si è saputo che i suoi manager avevano ricevuto i bonus accordati a inizio anno come niente fosse, lo stesso Obama ha fatto sapere di essere “molto arrabbiato” e ha colto il pretesto di Aig per lanciare un monito a tutto il mondo della finanza: “Se a Wall Street pensano che quando sarà passata la crisi si tornerà al business-as-usual” ha detto, “si sbagliano”. Mentre montava la rabbia della gente, alcuni senatori e deputati si sono espressi pubblicamente per “requisire” i bonus o trovare una maniera legale perché venissero restituiti. “Dopotutto” ha detto il deputato Barney Frank, “noi (ovvero i contribuenti, ndr) siamo i veri proprietari di Aig”. Adesso dopo essersi cosparso il capo di cenere e aver fatto parziale marcia indietro, il management di Aig spera di tenersi fuori dalla politica e dalla furia dell’uomo comune, almeno fino al prossimo salvataggio.
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Dirigono il dipartimento Prodotti finanziari di Aig, il colosso assicurativo americano che, per evitare il fallimento, ha ricevuto dal piano salvataggio del Governo Usa circa 173 miliardi di dollari. Un settore difficile e delicato, quello in mano ai top manager dell’Aig finiti al centro di una polemica sui media americani: sarebbero stati loro ad aver dato il via libera, secondo le accuse del Governo Usa, alla maggior parte delle operazioni che nel 2008 hanno portato la società al collasso.
Eppure, rispettando il contratto stipulato coi propri top manager, il colosso assicurativo ha deciso lo stesso di destinare loro un bonus di 165 milioni di dollari. Il presidente Obama e il suo staff grida allo scandalo. “I bonus distribuiti ai trader di derivati da Aig sono un oltraggio, un’offesa”, attacca il presidente Obama. “Aig è una società che si trova in difficoltà a causa della sua imprudenza e avidità. Come possono giustificare un oltraggio ai contribuenti che tengono la società in vita? Negli ultimi sei mesi Aig ha ricevuto consistenti somme dal Tesoro e ho chiesto al segretario Geithner di seguire tutte le strade per bloccare questi bonus”. Il Governo, per ora, non mette in discussione i contratti dei dirigenti. “Piaccia o no, non siamo in un paese dove i contratti possono essere cancellati. Ciò deve servire da lezione: il nostro sistema di regole è insufficiente”, aggiunge Larry Summers, direttore del Consiglio Economico di Obama. Non è detto, comunque, che il “tesoretto” dei top manager dell’Aig sia del tutto garantito: Barney Frank, presidente della Commissione Servizi Finanziari della Camera Usa, ha chiesto al Governo di trovare un modo per costringere i manager a restituire i bonus.
Aig ha ricevuto dal governo 173 miliardi di dollari. Oltre la metà sono finiti nelle casse delle banche. Il colosso assicurativo Usa, infatti, è stato costretto a cedere alle pressioni della Casa Bianca e a rendere pubblico l’elenco dei beneficiari dei pagamenti effettuati dal 16 settembre scorso, ovvero da quando lo stato è entrato in suo soccorso, al 31 dicembre: in tale periodo ha versato 93 miliardi di dollari, come copertura di emissioni azionarie e garanzie su derivati, a una lista di istituti finanziari tra cui Goldman Sachs (12,9 miliardi in tre operazioni distinte), Société Générale (11,9 miliardi di dollari), Deutsche Bank (11,8 miliardi) e Barclays (8,5 miliardi).
Aig due settimane fa ha annunciato una perdita trimestrale di 61,7 miliardi di dollari e si è giustificata affermando di essere obbligata contrattualmente a versare gli incentivi, ma di essere pronta a stabilire nuove regole per il futuro.
Barack Obama in conferenza stampa
(Credits: Ansa)
Se continua così, lo obbligheranno a parlare tutti i giorni. Come nel giorno dopo l’elezione, come quando ha presentato il suo team economico: le borse accolgono con entusiasmo i programmi del prossimo presidente americano. L’annuncio di un ingente piano di investimenti pubblici in infrastrutture, energia e informatica di sabato da parte di Barack Obama ha fatto sentire i suoi effetti positivi sui mercati asiatici, europei e americani. Rialzi un po’ ovunque in apertura: la borsa di Tokyo ha chiuso con l’indice Nikkei dei 225 titoli principali salito a quota 8.329,05 dopo aver guadagnato ben 411,54 punti pari al 5,19%.A Hong Kong l’Hang Sang Index ha guadagnato il 7,80% a 1.080,64 punti. La borsa di Shanghai invece ha registrato un rialzo dell’3,57% a quota 2.090,77 punti. In Europa si accodano ai maxi-rialzi messi a segno dalle piazze asiatiche. L’indice paneuropeo Dj Stoxx avanza del 5,1% mentre Parigi sale del 6,6%, Francoforte del 6,3% e Londra del 4,7%. A Milano a metà pomeriggio il Mibtel registra un più 4,77%, a 14.796 punti, con crescite per aziende bastonate nell’ultimo mese come Fiat, Unicredit e Banca Intesa-Sanpaolo. Questo dopo una delle settimane peggiori di sempre per le borse europee che avevano lasciato sul terreno circa l’8%. La prospettiva del “più importante piano per le infrastrutture negli Usa dagli anni 50″ ha contribuito al rimbalzo dei prezzi delle delle materie prime, spingendo i titoli del comparto minerario (+8% l’indice Dj Stoxx di settore). Bene anche i petroliferi (+7,2%) che beneficiano della ripresa delle quotazioni del petrolio, tornato sopra ai 44 dollari al barile. Un rialzo che spinge l’ Eni, star dei listini con un aumento del 10%, dovuto soprattutto all’interessamento della compagnia di stato libica all’acquisto di una quota consistente della società controllata dal Tesoro. Vola anche General Motors (+20%), sembra avvicinarsi un voto favorevole del Congresso Usa per le grandi corporations del settore automobilistico, che hanno bisogno immediato di soldi per la sopravvivenza. Anche se questo potrebbe costare caro a Rick Wagoner, amministratore del gigante di Detroit, di cui il leader democratico al Senato Christopher Dodd ha auspicato le dimissioni. Intanto anche Wall Street apre con il segno più le quotazioni: a New York il Dow Jones guadagna il 2,39% e il Nasdaq il 2,21%.
Borsa di Tokyo
L’effetto Obama è durato poco. Non basta l’elezione ad allontanare lo spettro della recessione americana. La crisi dei mercati continua a trascinare verso il basso le borse: questa mattina è stata Tokyo, trascinata dalle chiusure negative di Wall Street. La borsa giapponese ha lasciato sul terreno il 6,5 per cento, con la peggior chiusura delle ultime due settimane. L’indice Nikkei si è attestato a 8.889,14 punti. Sulle vendite ha pesato il rafforzamento dello yen che penalizza le esportazioni e i timori di recessione. Il titolo della Toyota Motor ha perso il 10,4 per cento. Per la casa automobilistica, secondo costruttore al mondo, si tratta del peggior risultato da 18 anni. Le vendite hanno poi colpito gli altri grandi esportatori del Sol Levante, da Canon (-12,59 per cento) a Olympus (-11,81per cento), da Sanyo (-11,3 per cento) a Sony (-11,05 per cento), frenati dal vento di recessione negli Usa, principale mercato di riferimento. Anche le altre borse asiatiche hanno il meno davanti: Hong Kong -6,88 per cento, Shanghai -2,44 per cento (seduta in corso), Taiwan -5,71 per cento, Seul -7,56 per cento.
Previsioni negative che hanno fatto aprire in calo le principali borse europee: Londra apre con un -2,62 per cento, Parigi è a -3,05 per cento e a Milano il Mibtel segna un -2,83 per cento. Si attendono nel pomeriggio le decisioni della Bce che potrebbero dare un po’ di ossigeno alle borse del vecchio continente.