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Benetton, via dalla Borsa: conviene di più. L’ennesimo schiaffo a Piazza Affari

Una foto storica dei 4 fratelli Benetton: da sinistra Carlo, Giuliana, Gilberto, Luciano (Credits: Imagoeconomica)

Una foto storica dei 4 fratelli Benetton: da sinistra Carlo, Giuliana, Gilberto, Luciano (Credits: Imagoeconomica)

di Sergio Luciano

Articolo quinto: chi g’ha i sghei, ha vinto! recita l’antico proverbio veneto, che poi funziona benissimo anche tradotto in italiano. Chissà che sui poster Benetton in giro per il mondo non decidano di cambiare slogan: via il mitico “United colors“, così equo e solidale, e dentro quest’altro, terra-terra, ruspante, e così adeguato a questi tempi di crisi. Già, perchè sicuramente qualcuno ha vinto, su quest’annuncio di offerta pubblica di acquisto (opa) che ieri sera il colosso di Ponzano Veneto ha diramato, su pressioni delle autorità di Borsa che avevano sospeso il titolo dalle contrattazioni, dopo un balzo del 23% in poche ore registrato dal titolo. Continua

Fondi sovrani, ecco la lista dei “buoni”

Borsa di Dubai

Mentre il ministro degli Esteri Franco Frattini annuncia un “bollino blu” da applicare ai fondi sovrani amici, ecco che i capitali libici, sauditi e magari anche orientali (Singapore e Cina) stanno esaminando il loro nuovo bersaglio italiano: la Telecom. Con la capitalizzazione di borsa scesa dai 28 miliardi di euro di gennaio agli 11 attuali, e con un azionariato debole e diviso, il gruppo telefonico guidato da Franco Bernabè è il bersaglio più vulnerabile. Per intenderci: se ai libici l’acquisto del 4,23 per cento dell’Unicredit è costato meno di 1,5 miliardi, basterebbero appena 550 milioni per prendersi il 5 per cento della Telecom diventandone i secondi azionisti a fianco della famiglia Fossati. Subito dietro al nocciolo duro costituito dalla Telco (23,5 per cento delle azioni), che tuttavia ha al primo posto la spagnola Telefonica, tre gruppi bancari-assicurativi (Generali, IntesaSanpaolo e Mediobanca) e la Sintonia, finanziaria dei Benetton. E proprio nella Sintonia è già entrato il Gic, uno dei due fondi del governo di Singapore, forte di 100 miliardi di dollari (l’altro è Tomasek).
Singapore, che ha fatto shopping nell’Ubs, nella Merrill Lynch, nella Citigroup e nella Barclays, ha firmato con i Benetton un contratto per salire al 14 per cento della holding. È chiaro che se fossero proprio i fondi asiatici ad interessarsi alla Telecom, la loro presenza dentro e fuori il nucleo di controllo si farebbe ingombrante. Il gruppo telefonico, da anni in crisi di strategie e liquidità, avrebbe gli occhi a mandorla: a quel punto l’unica via per scongiurare il “pericolo giallo” sarebbero la fusione con la spagnola Telefonica (finora contrastata dal governo), o la resa alla Vodafone.
Il dossier Telecom, predisposto dal presidente della Consob Lamberto Cardia e integrato con un rapporto dei servizi segreti, è da alcuni giorni sul tavolo di Berlusconi e del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. È alla Telecom che si riferiva il capo del governo quando ha lanciato l’allarme-scalata da parte dei fondi sovrani, che con i loro circa 4 mila dollari di liquidità - frutto dei profitti petroliferi dei paesi arabi e dei surplus commerciali di Cina e Russia - sono diventati il grande spauracchio dei governi occidentali, che vedono il capitale delle loro aziende ridotti ai minimi termini. In realtà fra Berlusconi e Tremonti il più irrequieto è il ministro. Se potesse, attuerebbe un piano di difesa delle aziende strategiche simile a quello messo in campo dalla Francia, che nel perimetro ha incluso perfino il colosso alimentare Danone. O prenderebbe esempio dalla Germania, dove il cancelliere Angela Merkel ha inviato al Bundestag un decreto legge contro le scalate ad aziende “sensibili per sicurezza nazionale e ordine pubblico”.
La Telecom può essere certamente considerata strategica. Per di più Tremonti, da sempre diffidente nei confronti della Cina, sospetta (e non è il solo) che dietro ai fondi di Singapore si nascondano anche capitali di Pechino e Shanghai. Ed i cinesi sono già presenti nel mercato italiano con la 3, del gruppo di Hong Kong Hutchinson Wampoa.
Ma come difendere l’interesse nazionale quando, come per l’Unicredit, sono gli azionisti stessi ad invocare il soccorso di arabi o orientali, informando il governo a cose fatte?
Il ministro ha stilato una propria lista di fondi sovrani “buoni” e “meno buoni”. Tra i primi c’è ovviamente quello norvegese, ma anche la Libia, i sauditi e gli Emirati Arabi, nonostante i timori che nel Golfo Persico confluiscano capitali dell’Iran. Tra i secondi Tremonti ha messo la Russia, per le sue mire sulla distribuzione dell’energia. Ma, soprattutto, cinesi e Singapore. Di strumenti a disposizione, però, il ministro non ne ha molti: le misure che porterà al consiglio dei ministri vanno dall’obbligo di ridurre dal 2 all’uno per cento le quote azionarie da dichiarare alla Consob, la discesa dal 30 al 20 per cento di azioni rastrellate che obbligano a lanciare un’Opa, e la modifica della “passivity rule”: una regola che impone ai manager di aziende sotto scalata di non attuare azioni difensive senza il consenso di maggioranze qualificate dei soci. Norma che non esiste nel resto d’Europa.
Palazzo Chigi e Farnesina puntano invece su un approccio più diplomatico e caso per caso. Berlusconi vanta con i fondi arabi storici rapporti, che passano quasi tutti per il finanziere Tarak Ben Ammar. Scontato che colossi pubblici come Eni, Enel, Terna e Finmeccanica non corrono rischi, l’obiettivo principale del premier è il mantenimento dell’italianità di Mediobanca.
Della trincea contro i fondi sovrani si stanno occupando Frattini, su mandato di palazzo Chigi, e Tremonti. Quanto al bollino blu, il ministro degli Esteri vorrebbe darlo a quei fondi che a Santiago del Cile hanno firmato sotto l’egida del Fmi un protocollo che li impegna a garantire trasparenza alle autorità dei paesi dove investono; a puntare i loro capitali in base a criteri non speculativi e a rendere noti i criteri di gestione e governance. A molti è parsa una dichiarazione di buona volontà un po’ generica. Berlusconi aggiunge che i fondi non dovranno superare il 5 per cento del capitale delle eventuali prede. A vigilare il governo ha nominato una task force di 12 esperti: tra loro Giancarlo Innocenzi, commissario dell’Authority per le telecomunicazioni, ex parlamentare di Forza Italia. Tremonti, ad ogni buon conto, ha ottenuto la presidenza per Enrico Vitali, professore a Pavia e partner storico dello suo studio tributario.

Berlusconi: “Gli aiuti di Stato alle imprese sono un imperativo categorico”

Silvio Berlusconi

Gli aiuti di Stato sono ora “un imperativo categorico”. Quello che prima veniva considerato un “peccato” è ora l’unica ricetta per salvare l’economia reale. Parola di Silvio Berlusconi. Il premier sceglie la capitale delle Istituzioni europee, da sempre vigili sull’intervento pubblico degli Stati membri, per sottolineare come il tabù ormai sia stato infranto.

Una scelta, spiegherà qualche minuto dopo il ministro dell’Economia Giulio Tremtonti, dettata dalle contingenze: “Con la crisi il mondo è cambiato”. Se l’emergenza finanziaria “è ormai sotto controllo” dopo gli interventi degli Stati Uniti e dell’Europa, “l’andamento negativo dei mercati ora riflette la paura per i dati dell’economia reale”.
A fornire l’esempio del nuovo corso intrapreso dall’economia è lo stesso Tremonti, ricordando il 2001, quando volevano cacciare l’Italia “dal tempio del dio mercato” per aver chiesto la diminuzione del costo delle assicurazioni per gli aerei. L’invito rivolto dal governo italiano ora è all’Europa, affinché faccia quadrato contro la crisi. “Non esiste una via nazionale” per risolvere il problema, taglia corto Tremonti. A fornire però qualche rassicurazione ci pensa direttamente il Cavaliere che annuncia lo stanziamento di fondi della Banca europea degli investimenti a favore delle infrastrutture degli Stati membri: “Una cifra pari a 30-40 miliardi di euro, di cui il 15-20% per l’Italia”.
Il premier mette poi sul tavolo l’ipotesi che gli aiuti di Stato possano estendersi anche al settore automobilistico. Sull’esempio dell’America, osserva Berlusconi “Non c’è da scandalizzarsi - dice nel corso di una conferenza stampa al termine del Consiglio - se le nostre imprese verranno aiutate, ove necessario, anche se non so ancora come”.
A difendere l’italianità delle aziende contro le opa ostili ci penserà poi una modifica della normativa vigente. Una iniziativa annunciata ieri, e ribadita anche oggi. “C’è il nostro impegno a modificare questa normativa”, dice il titolare di Via XX Settembre, precisando però che l’intervento avverrà “all’interno di uno schema europeo”. L’Italia, osservano il premier e Tremonti, è però al momento l’unico Paese Ue ad impegnarsi. Al contrario, nel resto d’Europa “la materia è solo oggetto di seminari”.
Oltre alle questioni internazionali però, il premier coglie l’occasione per ricordare gli obiettivi raggiunti fino ad ora dal governo. Approfittando della presenza di Tremonti, Berlusconi si concentra sul pacchetto di misure economiche messe in campo dall’esecutivo. Una serie di provvedimenti a cui dovrà aggiungersi, “bilancio permettendo”, anche il quoziente familiare.
Nell’elenco delle misure già adottate, il Cavaliere ricorda l’abolizione dell’Ici sulla prima casa, l’abolizione dei ticket. La parola passa poi a Tremonti che completa l’elenco: modifica delle politiche bancarie, una finanziaria “di stabilita”‘, ma soprattutto “l’introduzione della social card a dicembre”. La misura, annuncia il ministro dell’Economia “sarà retroattiva per i due mesi precedenti all’entrata in vigore”. Tra gli sgravi previsti ci sarà la possibilità di usufruire della tariffa sociale dell’Enel.

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Yahoo respinge l’ultimatum di Microsoft: più soldi, grazie


Picche. Yahoo risponde così a Microsoft dopo l’ultimatum sull’accettazione dell’offerta: la proposta di acquisto deve riflettere il valore del gruppo.
Sabato scorso l’azienda di Redmond aveva infatti minacciato di tagliare l’offerta iniziale da 42 miliardi di dollari e di presentarsi direttamente agli azionisti di Yahoo, se non arriverà a un’intesa di fusione entro tre settimane. “Continuiamo a pensare” scrivono Roy Bostock, presidente di Yahoo e l’amministratore delegato, Jerry Yang, in una lettera all’amministratore delegato di Microsoft, Steve Ballmer, il numero uno della società internet californiana, “che la vostra proposta non è nel migliore interesse di Yahoo e dei suoi azionisti”.
Nella lettera Yang assicura: “Siamo aperti a tutte le alternative che possano massimizzare il valore a favore dei nostri azionisti”. “Per esser chiari” prosegue Yang “questo include una transazione con Microsoft che rifletta pienamente il valore di una Yahoo autonoma da Microsof, che sia superiore alle altre offerte e che assicuri certezza di perfezionamento”. Secondo Yang Microsoft ha però male interpretato la natura delle trattative tra le due società, e la sua minaccia di avviare un tentativo di take over ostile è “controproducente”.
Nell’ultimatum di sabato scorso Ballmer era stato chiaro: accordo entro il 26 aprile oppure Microsoft procederà con un’offerta senza il loro consenso, e a livelli più bassi rispetto ai 41 miliardi di dollari finora prospettati.

Google corre in aiuto di Yahoo! per ostacolare Microsoft

Google ha offerto a Yahoo! aiuto per contrastare l’offerta di acquisto lanciata dal colosso software Microsoft.
E adesso tutti contro Microsoft. Dopo la proposta di acquisto lanciata dal colosso di Redmond su Yahoo!, in soccorso della società californiana accorre il concorrente numero uno dell’azienda di Bill Gates, il gigante di Mountain View Google. Il gruppo capeggiato da Larry Page e Sergy Brin lancia la sua ancora di salvataggio a Yahoo! per contrastare l’offerta.
La notizia arriva dal New York Times. Sembra che il numero uno di Google, Eric Schmidt, si sia messo in contatto con il suo collega di Yahoo!, Jerry Yang, proponendogli l’ipotesi di una partnership tra le due società proprio allo scopo di scalzare l’offerta da 44,6 miliardi di dollari che era stata lanciata da Microsoft. Se Google riuscisse a concludere l’accordo, verrebbe salvaguardata l’indipendenza della società californiana.
I vertici di Mountain View, sempre secondo il New York Times, avrebbero contattato anche altre società, tra cui la Time Warner, proprietaria di America Online.

L’offerta di Microsoft è molto generosa: i vertici hanno voluto puntare su una cifra molto alta cercando così di indurre Yahoo! ad accettare la proposta, come ha spiegato l’amministratore delegato Steve Ballmer durante una conference call. Ma per riuscire a realizzare un’offerta così alta Microsoft ha dovuto, per la prima volta nella sua storia, fare ricorso ai debiti. Lo ha spiegato il direttore finanziario, Christopher Liddell, come spiega l’agenzia Bloomberg. Il dirigente ha infatti detto che il big di Redmond farà probabilmente ricorso a prestiti “per la prima volta” nella sua storia.
Per finanziare parte dell’offerta da 31 dollari ad azione presentata su Yahoo! Microsoft utilizzerà i contanti disponibili in cassa e metterà poi in campo uno scambio di azioni (gli investitori possono scegliere se prendere i 31 dollari cash o se accettare 0,9509 azioni Microsoft per ogni azione Yahoo).
Per coprire il resto della somma pari in totale a 44,6 miliardi di dollari, la società dovrà invece indebitarsi. Al 31 dicembre 2007, Microsoft, come ricorda ancora Bloomberg, poteva contare su 21,1 miliardi in contanti e in investimenti a breve termine. L’acquisto di Yahoo! aumenterà la competizione sul mercato, ha aggiunto Ballmer, precisando che l’operazione permetterà a Microsoft di migliorare la sua posizione nel settore di Internet. “Abbiamo bisogno di innovare come matti”, ha aggiunto, per raggiungere finalmente Google”.

Il VIDEO servizio:

Enel-Acciona, via libera su Endesa. Ma con queste 12 condizioni

L'Italia fa i conti con la minaccia black out per la mancanza di nuovi investimenti nella rete elettrica
Mentre l’Italia fa i conti con la minaccia black out per la mancanza di nuovi investimenti nella rete elettrica, entra nel vivo l’Opa da oltre 40 miliardi di Enel in Spagna.
Nel mirino dell’amministratore delegato del colosso italiano, Fulvio Conti, e del suo partner spagnolo, Acciona, è finita Endesa, una delle maggiori società energetiche iberiche che ha in portafoglio, tra l’altro, importanti partecipazioni in tutte le centrali nucleari del paese. La Commissione nazionale per l’Energia spagnola ha dato il via libera all’offerta di Enel e di Acciona. E il sì è venuto anche dalla Ue: dopo aver esaminato l’operazione, la Commissione ha infatti concluso che la transazione proposta “non ostacolerà in maniera significativa l’effettiva concorrenza nello Spazio economico europeo”.

L’autorizzazione della Cne è però subordinata a 12 condizioni e, tra queste il fatto, che i due gruppi tengano costantemente informato il governo Zapatero su tutte le decisioni strategiche che saranno adottate nel tempo, che il marchio Endesa non venga soppresso e che nella scelta delle fonti di approvvigionamento si prediliga la Spagna. La decisione ha però spaccato in due i componenti dell’Authority energia. I cinque membri del board vicini al governo Zapatero, compreso il presidente Maria Teresa Costa, hanno approvato l’operazione. Altri quattro, collegati al partito popolare, hanno votato contro. L’ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse stato bisogno, che lo sbarco dell’Enel in Spagna ha avuto fin dal primo momento l’appoggio del governo Zapatero mentre è stato ostacolato in ogni modo dall’opposizione.
Per il lancio dell’offerta manca ora l’ultimo passaggio. Il verdetto della Cnmw, la Consob spagnola. Per la fine di luglio l’autorizzazione dovrebbe essere sul tavolo di Conti che punta a chiudere l’offerta per il controllo di Endesa entro settembre. L’operazione coinvolge direttamente la tedesca E.On. Quest’ultima aveva lanciato a sua volta un’Opa su Endesa all’inizio dell’anno, per poi ritirarla quando si è affacciata all’orizzonte Enel.
In cambio avrà da Conti asset molto importanti in Spagna, in Francia e il controllo di Endesa Italia. Il nostro paese avrà un nuovo operatore elettrico mentre il sistema si trova a fare i conti con la possibilità che Terna e Enel Distribuzione possano interrompere da un momento all’altro l’erogazione di energia perché non riescono a fronteggiare l’aumento dei consumi per il grande caldo.

A Piazza affari tira aria buona. Ecco perché

Dodici quotazioni in sei mesi: una buona media per la Borsa di Milano, il mercato azionario che gli operatori d’oltremanica usano chiamare scherzosamente la “borsetta” dell’Europa. Da Aicon a Prysmian, da IW Bank a Landi Renzo , da Rdb a Ponte Lambro che ha scelto di piazzarsi al Mac. Queste sono solo alcune delle società che negli ultimi mesi hanno deciso di rafforzarsi emettendo delle azioni. Tra le matricole, c’è Zignago Vetro del gruppo Zignago Santa Margherita di Fossalta di Portogruaro in provincia di Venezia: una multinazionale che produce barattoli di vetro per uso alimentare e cosmetico, che ha debuttato in Borsa il 6 giugno scorso registrando una domanda di azioni da parte degli investitori privati sei volte superiore all’offerta e la totale sottoscrizione della quota riservata ai dipendenti. Panorama.it ha intervistato il suo amministratore delegato, Franco Grisan, che ha spiegato le ragioni della ventata d’ottimismo che sta attraversando Piazza Affari. La società di Grisan oggi fattura 209 milioni di euro, un valore significativo se si considera che incide per il 64 per cento sul bilancio del gruppo. È leader del mercato dei barattoli degli omogeneizzati e, dopo l’acquisizione di un’omologa francese, la Verreries Brosse, sono sue anche le bottiglie dei profumi Ipnose e Angel. La capogruppo in Borsa ci arrivò già negli anni ‘80 ma in vista del passaggio generazionale che fu risolto tramite una offerta pubblica d’acquisto (Opa) e una contro offerta, è uscita dai mercati regolamentati secondo quanto previsto per legge. Ora il gruppo torna a Piazza Affari in grande stile e lo fa mandando avanti la sua società più forte, la Zignago Vetro.

Come era quotarsi negli anni ‘80 rispetto ad oggi?
Allora era molto più semplice, i vincoli erano meno restrittivi e c’erano meno controlli. Poi, anche a seguito dei crack di alcune importanti aziende, il mercato si è evoluto e la Consob ha cominciato a pretendere, giustamente, più trasparenza sui dati e compiti di controllo fiscale.
Ma la trasparenza è un bene…
Se il mercato è trasparente, gli investitori hanno più strumenti per scegliere ed essere tutelati. E questo potrebbe spiegare la rinnovata attenzione nei confronti del mercato azionario. Il boom di quotazioni a cui stiamo assistendo in questi mesi è infatti motivato sia dall’interesse degli investitori che hanno non solo le disponibilità ma anche la fiducia per investire in Borsa sia dall’attivismo delle Pmi che in questa fase storica si trovano ad affrontare un passaggio generazionale (moltissime sono nate negli anni ‘60-’70 e per loro è arrivato il momento del cambio la vertice) o che semplicemente vogliono rafforzarsi.
Zignago però il passaggio generazionale lo ha già affrontato due volte.
Il gruppo nasce negli anni ‘40 per volontà di Gaetano Marzotto che per sfruttare i suoi appezzamenti di terreno distribuiti tra Trieste e Venezia ha messo in piedi un’industria agroalimentare, una latteria, la produzione di vini e di succhi di frutta e una vetreria per confezionare tutti i prodotti semilavorati. Da allora si sono avvicendate due generazioni. Il secondo cambio della guardia è avvenuto nel 2005, tramite un’offerta pubblica d’acquisto (Opa) che per legge ci ha fatto uscire dal mercato azionario.
Come vede gli accordi tra la Borsa Italiana e la City?
Un’opportunità enorme perché la borsa anglosassone è una delle più importanti al mondo e quindi se chi è quotato a Milano riuscirà ad avere una certa visibilità anche oltremanica, otterrà indubbi vantaggi. Poi al piccolo investitore inglese sono sempre piaciute le Pmi italiane, come amano tutte le cose piccole e ben gestite. Molte Pmi rispondono a questi requisiti. Anche la Zignago Vetro ha avuto un’ottima risposta dall’estero che ci fa ben sperare. Noi infatti abbiamo puntato a quotarci nel segmento Star proprio perché riteniamo che sia un mercato premiante e dia accesso anche ai mercati esteri.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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