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Tifoso sfegatato dell’Independiente e del suo miglior calciatore (el maestro Ricardo Bochini); capelli lunghi alla Batistuta; un’età – 37 anni compiuti il giorno dell’Immacolata - che da noi lo farebbe rientrare di diritto nella categoria dei “bamboccioni” di Padoa-Schioppa; un passato da corrispondente di guerra in Afghanistan per il settimanale argentino El Planeta urbano; istruttore di tennis mancato in un club esclusivo del quartiere Palermo, a Buenos Aires, dopo una brutta lesione al ginocchio che gli fece appendere la racchetta al chiodo.
Stiamo parlando del nuovo ministro dell’Economia argentino - o flamante, come dicono più pomposamente sulle sponde del Río de la Plata.
Neanche a Buenos Aires, dove negli ultimi 50 anni di ministri dell’Economia ne sono succeduti 53, uno come Martín Lousteau lo avevano visto mai. Non fosse altro che per l’età dal momento che ha già infranto un record, quello di più giovane ministro argentino dell’Economia di tutti i tempi. Comunque, dati i finali ingloriosi dei suoi predecessori, è difficile che possa far peggio.
Dal ministro dell’Economia del genocida Videla, Martinez De Hoz, denunciato di recente per apologia della dittatura, a quello di Menem e De La Rúa, Domingo Cavallo, ricordato più per il “corralito”, ovvero il blocco dei conti bancari, che per i meriti accademici, la storia dei ministri dell’Economia argentini è degna di un thriller alla Stephen King.
Pastore, Pugliese, Rapanelli, Cavallo I, Machinea, Cavallo II, Frigeri, Lavagna I, Lavagna II, Miceli, Peirano. Non fatevi ingannare, non si tratta di una squadra di calcio, bensì degli undici ultimi ministri dell’Economia di origine italiana che negli ultimi 25 anni si sono succeduti al comando del dicastero che decide le politiche monetarie e fiscali per dare all’Argentina la stabilità e il futuro radioso che meriterebbe questo paese ricco di risorse e di terra.
Invece della stabilità, tuttavia, le performance economiche del Paese del Tango negli ultimi 25 anni ricordano quelle di un ottovolante. Prima l’epoca della plata dulce, ossia dei “soldi facili”, di inizio dittatura (1976-1980) quando era sufficiente mettere i risparmi in banca perché, con rendimenti di gran lunga superiori all’inflazione reale, il denaro si moltiplicasse. Poi la crisi del 1989, quando dopo una svalutazione del cambio ricordato ancora oggi come “Rodrigazo”, l’inflazione superò il 2mila% in un anno. A seguire il boom degli anni Novanta sino a quando, a causa di una insostenibile parità di 1 a 1 nel rapporto peso-dollaro, il sistema crollò a fine 2001. “Corralito”, default e i tristemente noti tango bond furono la conseguenza di quell’ultima crisi in cui in 12 mesi al ministero dell’Economia si succedettero addirittura in sette: Manichea, López Murphy, Cavallo II, Capitanich, Frigeri, Lenicov e Lavagna…
In quanto a stabilità dunque, il giovane Lousteau difficilmente potrà far peggio. Inoltre, il ministro dell’Economia uscente Peirano gli lascia un Paese il cui Pil cresce dal 2003 a ritmi quasi cinesi (una media del 9% l’anno), con un ciclo che appare dunque fortunato. Il condizionale è però d’obbligo sull’ottovolante argentino e le sfide che ha di fronte Lousteau sono tante: dall’inflazione (che, dopo quella venezuelana, è la più alta del Continente), all’ammodernamento dell’apparato produttivo.
Di sicuro il ragazzo ci sa fare – un master alla London School of Economics, in politica dal 1996 e più giovane presidente (dal 2005 al 2007) del Banco de la Provincia de Buenos Aires – e ha le idee chiare. I suoi obiettivi, più volte ribaditi, sono una politica monetaria che favorisca la svalutazione del peso per spingere le esportazioni delle commodities agricole che, a loro volta, devono essere tassate per garantire entrate fiscali. Sarà questa la ricetta giusta che consentirà al giovane Lausteau dalla folta chioma di restare in sella più a lungo dei suoi predecessori?
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Mentre il vice premier, Francesco Rutelli, chiede a gran voce l’abolizione dell’Ici sulla prima casa e il premier, Romano Prodi, gli risponde di portar pazienza e di rinviare tutto all’anno prossimo (con la Finanziaria 2008), va avanti la riforma del catasto, un provvedimento che al di là delle dichiarazioni ufficiali e delle rassicurazioni, potrebbe riservare sorprese amare all’80 per cento circa delle famiglie proprietarie di una casa. Quando Panorama rivelò che si stava profilando il rischio molto concreto di un aumento generalizzato dell’Ici (qui la guida del Dipartimento per le politiche fiscali), proprio per effetto della sostanziale modifica dei criteri catastali, il sottosegretario Alfiero Grandi (Ds), che al ministero delle Finanze segue in particolare la delicata partita delle tasse sulla casa, cercò di rassicuare i possessori di immobili dichiarando all’Ansa che l’operazione in corso sarebbe avvenuta in un regime di “invarianza di gettito” e che comunque era improntata a criteri di giustizia.
Avvertendo inoltre che se fosse salito il valore delle rendite per effetto della revisione degli estimi, sarebbero state abbattute le aliquote Ici in modo tale da non penalizzare, appunto, i proprietari di case. A questo proposito promise che per evitare inutili sospetti e polemiche, il governo avrebbe concordato con la relatrice della legge, Donatella Mungo, di Rifondazione comunista, gli emendamenti opportuni.
Ora quegli emendamenti sono stati presentati, ma la sostanza non è cambiata di una virgola, anzi il rischio che gira e rigira una revisione degli estimi così come viene realizzata possa portare ad un aumento dell’Ici non solo resta, ma diventa sempre più concreto.
Per aggiornare la valutazione degli immobili ed evitare quelle stridenti sperequazioni che in realtà esistono e che in alcuni casi portano un proprietario di una casa di lusso nel centro cittadino a pagare meno di un proprietario di un immobile normale in un quartiere periferico, la via maestra potrebbe essere quella della revisione del classamento degli immobili.
Possibilità concessa ai comuni con la legge Finanziaria di alcuni anni fa firmata dall’allora ministro del Tesoro, Domenico Siniscalco, ma di cui si sono avvalsi pochissimi sindaci di grandi città.
La revisione degli estimi affidate per legge alle amministrazioni comunali che nello stesso tempo hanno il potere di fissare anche l’entità dell’aliquota nell’ambito di un range imposto dallo Stato rischia, invece, di creare le premesse per un aumento generalizzato della tassa.
In altre parole, sembra un modo concesso ai comuni di fare cassa tutte le volte che ne hanno necessità. E siccome molti comuni si trovano in condizioni finanziarie non proprio floride c’è il rischio che l’Ici venga scambiato per una specie di bancomat comunale.

Gira e rigira l’Ici aumenterà.
A dispetto delle rassicurazioni del governo, l’imposta comunale sugli immobili, già ritoccata di recente da molte amministrazioni locali, è destinata a crescere ancora (qui la guida del Dipartimento per le politiche fiscali). Come se lo stesso esecutivo avesse consapevolezza del vespaio che sta andando a toccare, la decisione è stata inserita quasi di soppiatto in un provvedimento ipertecnico, il decreto della presidenza del Consiglio dei ministri in corso di emanazione sul decentramento delle funzioni catastali.
In quel testo si introduce una novità tanto semplice quanto carica di conseguenze per i contribuenti: in futuro gli estimi catastali dei singoli immobili potranno essere determinati direttamente dai comuni, senza il coinvolgimento di organi dello Stato. Escludendo, cioè, l’intervento degli uffici provinciali dell’Agenzia del territorio. E siccome i sindaci hanno un bisogno disperato di soldi e l’occasione fa l’uomo ladro, non è difficile prevedere che in molte situazioni useranno la facoltà che viene loro concessa per reperire risorse fresche.
Da tempo i comuni stavano premendo sul governo attraverso la loro associazione (l’Anci guidata dal primo cittadino di Firenze Leonardo Domenici, ds) perché fosse introdotta un’addizionale Ici. Ora le richieste dei sindaci vengono almeno in parte soddisfatte proprio alla vigilia delle elezioni amministrative fissate per la fine di maggio.
Se la novità dovesse passare in Parlamento così come è stata preparata dal ministero dell’Economia guidato da Tommaso Padoa-Schioppa, essa potrebbe cominciare a pesare sulle tasche dei contribuenti a partire dal 2008. E c’è da scommettere che questi ultimi non saranno affatto contenti, perché fra tutte le tasse in circolazione l’Ici è una delle più invise. Per il semplice motivo che è una specie di “piccola” patrimoniale sulle spalle di quasi tutti i cittadini (l’80 per cento degli italiani è proprietario di casa), a prescindere dalle loro condizioni di vita e di reddito.
Fino a oggi per l’Ici i comuni avevano la possibilità di fissare l’aliquota in un ambito predeterminato dallo Stato tra lo 0,4 e lo 0,7 per cento di una base imponibile collegata al valore catastale. In passato questo valore era stabilito dagli uffici statali a cui con la Finanziaria 2007 si sarebbero potuti affiancare i comuni. La nuova norma, invece, concede alle amministrazioni locali addirittura la possibilità di stabilire autonomamente aliquota e base imponibile.
Tra i più critici nei confronti della novità c’è la Confedilizia, organizzazione dei proprietari di case. Il presidente, Corrado Sforza Fogliani, ha inviato una nota a Romano Prodi e Padoa-Schioppa invitandoli a fare marcia indietro. E ora dice a Panorama: “Se il governo non volesse ascoltarci, impugneremo la decisione davanti al tar”.