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Paolo-Scaroni

Snam separata da Eni? Ecco i pro e contro per l’Italia

(foto Impulsiv/Lapresse)

(foto Impulsiv/Lapresse)

La novella della (possibile) separazione proprietaria di Snam Rete Gas da Eni è tornata alla ribalta nelle ultime settimane. Lo scorso anno erano stati in molti a chiedere lo split tra le due società, dall’Autorità per l’energia al fondo attivista americano Knight Vinke, che detiene l’1% di Eni. E pochi giorni fa il numero uno di San Donato, Paolo Scaroni, che aveva sempre risposto picche a questa proposta, sembra averci ripensato. Continua

Incontro Berlusconi-Putin: l’energia è il tema centrale

Un gasdotto

Oggi Silvio Berlusconi va a Sochi per incontrare il premier russo Vladimir Putin e discutere con lui di diversi temi, ma soprattutto di energia. Alla presenza dei due premier Paolo Scaroni, Ad di Eni e Alexej Miller, alla guida di Gazprom, dovrebbero firmare l’accordo finale su South Stream.
In realtà l’accordo avrebbe dovuto essere già firmato il 7 aprile, al Forum economico italo-russo a Mosca, ma è slittato per l’assenza di Berlusconi che era in Abruzzo sui luoghi del terremoto. Nonostante sia passato del tempo, ci sono ancora divergenze tra due partner del progetto. Eni vorrebbe avere più poteri sul territorio di passaggio, sul marketing e la distribuzione, e vorrebbe dividere i profitti di 10 miliardi di metri cubi di gas al anno. Gazprom ha disposto condividere una fetta di soli 6 miliardi e di limitare la comune distribuzione solo all’Italia.
Le trattative andranno avanti fino all’ultim’ora, le parti vogliano arrivare ad un accordo non facile. Che, in ogni caso, ci sarà, e si potrebbe iniziare subito la realizzazione del progetto, faccendo un passo avanti rispetto ad un altro gasdotto, Nabucco, che evita il territorio della Russia.
Il Summit energetico “South corridor - new silk way” tenutosi a Praga il 8 maggio ha rianimato il progetto Nabucco. L’accordo è stato firmato da Egitto, Azerbaijan e Georgia, con si formale della Turchia e la firma probabilmente il 25 giugno da Ankara. Ma non hanno siglato l’accordo i principali produttori di gas, Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Il presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, ha minimizzato, spiegando che - pur senza firma - l’interesse a negoziare da parte dei paesi in questione esiste. Ma dietro le parole c’é la preoccupazione, visto che Turkmenistan e Kazakistan da tempo stanno negoziando con la Russia, che mira ad acquisire tutto il gas della regione del Caspio per poi esportarlo a sua volta in Europa. Infatti per gli osservatori e la stampa russa, i risultati di questo summit mostrano che “Nabucco è ancora sensa gas, con i tubi vuoti”.
Come scrive il quotidiano economico russo Kommersant, una fonte di Gazprom sottolinea che l’Eni “non ha apprezzato”come doveva che Gazprom senza grandi discussioni ha comprato il 20 per cento di GazpromNeft per 4,1 miliardi di dollari (quasi il doppio del prezzo di mercato) e “chiede ancora di più”. Infatti, come cita Kommersant, in Gazprom stanno “seriamente pensando, se comprare la quota di maggioranza in Severenergia da Enel pel 1,2 miliardi di dollari o lasciare questo business agli italiani e vedere come loro riusciranno farele estrazioni in Siberia” (con meno 60 gradi sotto zero). Anche questo accordo doveva essere firmato il 7 aprile scorso ma è slittato in data da definirsi.
Eni e Gazprom hanno firmato l’accordo per la realizzazione del South Stream, un sistema di gasdotti che collegheranno Russia ed Europa attraverso il Mar Nero il 23 giugno del 2007. Il 18 gennaio 2008 hanno costituito la società South Stream AG (50% Eni, 50% Gazprom), operatore del progetto. Adesso Gazprom ha firmato accordi con Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovenia per la realizzazione sul loro territori i gasdotti, per partire da 2015 con capacità 30 miliardi di metri cubi di gas al anno. Ma per Mikhail Korchemkin, presidente di East European Gas Analysis, “adesso il progetto South Stream economicamente non conviene a Gazprom”.

Scaroni: con il calo del petrolio ogni famiglia “guadagnerà” 1.500 euro

Barili di petrolio
“Ancora per alcuni mesi prevediamo un prezzo del petrolio che dovrebbe attestarsi sui 40 dollari al barile”. È quanto ha dichiarato l’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, nel corso del suo intervento al convegno Risorse per il futuro organizzato da Confindustria.
La caduta dei prezzi del petrolio porterà una sorta di bonus nelle tasche dei cittadini di 1.500 euro. Per Scaroni “si tratta di una buona notizia per consumatori, aziende e paesi schiacciati da una montagna di debito, i bassi prezzi del petrolio, del rame, dell’acciaio rappresentano un primo e concreto stimolo economico”.
“Il rischio” ha aggiunto Scaroni “è che un periodo prolungato di prezzi troppo bassi scoraggerà nuovamente gli investimenti e porterà nel tempo ad un nuovo ciclo di prezzi alti come avvenuto nel 2008, con il petrolio a 127 dollari”. “Un effetto yo yo” ha rilevato “non certo benefico per le imprese energetiche siano esse dei Paesi produttori che da quello dei Paesi consumatori, in particolare visti i circa 1,5 trilioni di dollari di investimenti che l’industria petrolifera si appresta a fare nel prossimo quadriennio”.

Crisi del gas, Scajola: “Garantiremo le forniture a imprese e famiglie”

Un gasdotto

Pima l’ammissione, poi, subito, la rassicurazione: “È una crisi difficile ma passeremo l’inverno, riusciremo a garantire gas ed energia a famiglie ed imprese”. Le parole sono del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, che alla luce della crisi del gas fra Mosca e Kiev e dei riflerssi sull’Europa, dice: “Oggi stiamo meglio” rispetto
all’inverno 2005-2006, “abbiamo riserve che durano ancora per due mesi e questo nell’ipotesi in cui non ci fosse alcuno spiraglio positivo”. Ma il problema “si risolverà”.
Il Governo ha modificato la norma contenuta nel ddl sviluppo con l’obiettivo di consentire le estrazioni nell’Alto Adriatico. Bisogna “sfruttare meglio” le risorse energetiche che l’Italia “ha sotto i piedi”, ha sottolineato Scajola nel corso della trasmissione di Canale 5 Panorama del giorno, di Maurizio Belpietro. “Purtroppo paghiamo, in materia energetica, scelte miopi del passato”, ha spiegato il ministro aggiungendo che nel provvedimento in discussione al Senato è stata inserita la possibilità di utilizzare le riserve italiane come quelle “dell’Alto Adriatico, della Basilicata o di altre regioni”. Queste scelte vanno fatte, ha precisato, “condividendole con i territori”.
Un altro errore, ha aggiunto il ministro, “è stato quello di non dare l’esclusività allo Stato delle decisioni in materia energetica”. Infine, Scajola si è soffermato sul nucleare definendo “una scelta folle” il no a questa fonte energetica e confermando la volontà del governo di procedere in questa direzione.
L’approvvigionamento del gas in Italia è basato su pochi punti di ingresso di gasdotti e su un unico terminale di rigassificazione del Gnl. Ecco la mappa delle porte di accesso al nostro Paese per la materia prima che arriva da Russia, Olanda, Norvegia, Algeria e Libia:
- TARVISIO (Friuli): punto di arrivo del gas provenienete dalla Russia tramite il TAG;
- PASSO GRIES (Piemonte): punto di arrivo del gas del Nord (Olanda e Norvegia);
- MAZARA DEL VALLO (Sicilia): punto di entrata del gas dell’Algeria (TRANSMED)
- GELA (Sicilia): punto di ingresso del gas dalla Libia (GREENSTREAM)
- PANIGAGLIA (Liguria): punto di attracco delle navi metaniere e rigassificazione del GNL (Gas Naturale Liquefatto)
- GORIZIA (Friuli), punto di scambio con la Slovenia non puo’ essere considerato un vero e proprio ingresso.
In futuro l’entrata del gas in Italia e lo scambio tra i diversi paesi sarà molto diverso. Il l sistema avrà altri due gasdotti di ingresso: GALSI dall’Algeria tramite la Sardegna e IGI dalla Turchia alla Puglia tramite la Grecia. Inoltre, sono previsti altri terminali di rigassificazione in Adriatico. Cambieranno gli scambi con gli altri paesi: l’Italia potrà sfruttare la sua posizione geografica che la caratterizza come “ponte” tra l’Europa ed i paesi mediterranei dell’Africa del nord e diventare un importante hub anche per l’esportazione del gas verso i paesi del Nord che in questo momento sono forti produttori ma per i quali si profila un esaurimento dei giacimenti.

Brividi per l’Europa: stop alle forniture di gas. Chi ha chiuso il rubinetto?

Un gasdotto russo

La Russia ha bloccato tutte le forniture di gas verso l’Europa che transitano attraverso l’Ucraina. Lo ha riferito alla AFP un portavoce della Naftogaz, la società di Stato dell’Ucraina. “La Russia ha fermato l’intero transito di gas alle ore 7,44″ ha detto il portavoce “la Russia ha lasciato l’Europa senza gas”.
Intanto le forniture sono già interrotte sia in Austria, che Repubblica Ceca che in Romania. Gazprom non ha interrotto completamente i rifornimenti di gas destinati all’Europa occidentale che passano attraverso l’Ucraina ma li ha ulteriormente ridotti, dice invece alla tv Vesti News, così riferisce l’agenzia russa Ria Novosti, il portavoce di Gazprom, Sergei Kupriyanov: “Nelle ultime 24 ore Naftogaz, con la scusa di problemi tecnici, ha rubato altri 21 milioni di metri cubi di gas diretti in Europa” afferma Kupriyanov. “In queste condizioni non abbiamo scelta e abbiamo deciso di ridurre le consegne di altri 21 milioni di metri cubi”.
Il presidente ucraino Viktor Yushchenko ha chiesto alla Russia di far ripartire “immediatamente” le forniture di gas verso l’Europa. L’appello è lanciato in una lettera indirizzata all’omologo russo Dmitri Medvedev e al presidente della Commissione Ue Josè Manuel Barroso.

Anche l’Italia, come molti paesi europei, è rimasta a secco di gas russo per la nuova guerra tra Mosca e l’Ucraina. Non sono stati cioè recapitati i 45 milioni di metri cubi di gas attesi per oggi, vale a dire circa un quinto del fabbisogno del paese. Ma al momento la situazione è sotto controllo e “non ci sono preoccupazioni per le prossime settimane”, rassicura il ministro per lo sviluppo economico, Claudio Scajola, che annuncia di aver già preso contromisure. A cominciare dalla “massimizzazione” delle forniture da parte di paesi diversi dalla Russia, grazie ad un decreto ad hoc già messo a punto.
“Possiamo guardare alle prossime settimane con serenita”‘, gli fa eco Paolo Scaroni, l’ad dell’Eni che oggi ha riunito a Milano il comitato di crisi del gruppo. Al momento dunque non sembrano paventarsi particolari allarmi e sembrerebbe per ora scongiurato il rischio di dover ricorrere a misure più incisive come quelle prese nel 2006, quando la prima crisi del gas Russia-Ucraina obbligò l’Italia anche a tagliare di due gradi la temperatura dei termosifoni.

Gli stoccaggi, ovvero le riserve, sono state rafforzate in questi anni - anche alla luce della crisi di tre anni fa - e oggi i livelli “sono elevatissimi”, spiega il ministero dello sviluppo economico sottolineando che anche sul fronte dei consumi si registra una domanda “molto bassa”. Soprattutto per la crisi economica - fanno notare tecnici di settore - che ha visto molte imprese sospendere la produzione, come dimostrano i crescenti ricorsi alla cassa integrazione. Mentre al ministero per lo sviluppo economico si è comunque deciso di convocare - probabilmente domani - la prima riunione “tecnica”, il comitato “per l’emergenza ed il monitoraggio gas”, Scajola sta anche “accentuando tutte le iniziative in corso in sede europea per risolvere il problema e assicurare la normalità degli approvvigionamenti”.
L’Italia non presenta quindi “particolari preoccupazioni per le prossime settimane”, ribadisce il ministero di Scajola che avrebbe anche provveduto a vietare precauzionalmente agli operatori - come fu fatto tre anni fa - di vendere il proprio gas oltre frontiera. Sul fronte delle riserve - secondo dati di settore - l’Italia conterebbe in questo momento su circa 13 miliardi di metri cubi di gas e di questi 3-4 miliardi potrebbero essere resi disponibili senza problemi.
Un “tesoretto” di metano quindi in grado di sostenere i tagli russi per un periodo abbastanza lungo, considerato che da Mosca le importazioni previste in questo periodo si aggirano mediamente sui 60 milioni di metri cubi al giorno (oggi ne erano previsti 45 milioni in base ai consumi ridotti per la festivita” della Befana). Mentre la notte scorsa, intorno alle 4, si è registrato un blocco totale della fornitura dalla Russia, intorno alle 10 di questa mattina - ha precisato un portavoce dell’Eni - le forniture di gas russo che arrivano in Italia dal gasdotto Tag erano al “10% di quello che normalmente ci arriva”.

Gas: Catricalà lancia la rete europea e una centrale unica di acquisto

Centrale a gas

Una rete unica europea per il trasporto del gas che in prospettiva possa trasformarsi in una centrale unica di acquisto per aumentare il potere contrattuale nei confronti dei grandi produttori. È l’idea lanciata da Antonio Catricalà, presidente dell’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato, intervenendo ad un convegno promosso dall’Isimm, l’Istituto per lo studio dell’innovazione – Media, economia, società, istituzioni, sul mercato del gas e il futuro delle reti europee.

Secondo Catricalà, “l’ipotesi di una semplice separazione proprietaria della rete italiana del gas si scontra con ”il vero tema che non è vendere, ma come vendere e soprattutto chi compra. Questo perché c’è il rischio che un operatore dominante a livello continentale o mondiale potrebbe decidere di acquistare la nostra piccola rete del gas”.
“Noi abbiamo trovato una possibile soluzione che è quella della creazione della rete europea del gas con una società europea che la possa gestire secondo regole di governance molto dure che garantiscano assoluta neutralità di gestione”, aggiunge il numero uno dell’Antitrust. “Questo sarebbe un primo passo per una presa di posizione dell’Unione europea nelle politiche energetiche mondiali”. Parole che trovano pieno sostegno da parte di Claudio Scajola, ministro per lo Sviluppo Economico, secondo il quale “occorre accelerare il processo di formazione del mercato interno integrato dell’energia e, in tale ottica, è certamente auspicabile l’obiettivo di una rete integrata europea. È un processo che richiederà tempo per essere realizzato, ma armonizzerà la gestione delle reti di trasporto, avvierà a soluzione i problemi di congestione e soprattutto stabilirà regole uniche per il trasporto e il transito, in modo da facilitare l’operato delle imprese, a vantaggio della concorrenza e quindi dei consumatori”.

Nel settembre 2007, la Commissione europea ha presentato il “Terzo pacchetto di proposte legislative in materia di energia” con lo scopo di promuovere lo sviluppo sostenibile, stimolare l’efficienza energetica, assicurare l’accesso al mercato dell’energia anche alle imprese più piccole. I principali strumenti per la realizzazione di tali obiettivi sono il cosiddetto “ownership unbundling”, ovvero lo spacchettamento proprietario della distribuzione dalla produzione di gas o, in alternativa l’istituzione di un gestore di trasmissione indipendente (Ito); la costituzione di un’Agenzia europea per la cooperazione dei regolatori; il rafforzamento dell’indipendenza e dei poteri delle autorità nazionali. Sette paesi hanno già avviato lo spacchettamento proprietario della rete di trasporto: Gran Bretagna, Olanda, Danimarca, Spagna, Portogallo, Svezia e Romani. Di questi, Olanda e Danimarca possiedono una rete pubblica al 100 per cento, la Romania al 75 per cento, il Portogallo può contare su un’unica rete , che accorpa gas ed energia, di proprietà dello stato per il 70 per cento, mentre la Spagna è dotata di un’ampia capacità di rigassificazione acquisita negli ultimi vent’anni.
Lo scorso 9 luglio, secondo quanto riferito da Romano La Russa, relatore della materia, il Parlamento europeo ha dato il via libera alle nuove regole per la separazione delle reti e ha considerato interessante l’ipotesi di istituire un unico gestore europeo di trasmissione che faccia perno sull’italiana Snam Rete Gas, la tedesca E.On, la francese Gdf, la belga Suez e l’austriaca Omv. Anche in funzione di questa ipotesi, è stato chiesto che in alternativa alla separazione proprietaria della produzione di gas dalla distribuzione, la rete sia affidata a un gestore di trasmissione indipendente, interno all’impresa, ma separato a livello contabile. Un’idea che non piace molto a Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni.

“Abbiamo sempre pensato che, ammesso si voglia fare una separazione della rete, per noi né utile, né necessaria, l’unica ipotesi che porterebbe vantaggi è quella di creare una rete europea del gas a cui tutte le società possano dare il loro contributo” dice Scaroni. “Ci sarebbero almeno tre vantaggi: si creerebbero interconnessioni europee che rendono fruibili le infrastrutture in tutto il continente, inoltre sarebbe una grande società delle reti con grandi finanziamenti per fare investimenti e infine sarebbe inattaccabile da compratori indesiderati”.

E per rafforzare l’Italia dal punto di vista degli approvvigionamenti del gas, Eni ha lanciato “un piano di investimenti colossale”. “Nel 2005 ho archiviato la parola bolla del gas che imperava allora e che lasciava presagire che vi fosse un eccesso di gas. Abbiamo sbottigliato il Tag, il gasdotto che ci lega alla Russia e il Ttpc, quello con l’Algeria” prosegue l’ad del cane a sei zampe. “Inoltre abbiamo investito 4 miliardi per aumentare la capacità della rete di trasporto e altri 2 miliardi per potenziare gli stoccaggi. Il consiglio di amministrazione comincerà a parlare della donazione da 200 milioni per il fondo di solidarietà previsto nella manovra nella riunione del 30 luglio”.
Dal convegno, partono, quindi tre sfide per il futuro: sostenibilità, con politiche di controllo e riduzione delle emissioni che incidono sui cambiamenti climatici, competitività, incentivando gli investimenti di lungo periodo per una maggiore “indipendenza energetica dell’Europa, e sicurezza degli approvvigionamenti. Su questo ultimo punto, in particolare, è noto che l’Europa dipende sempre di più dalle importazioni di idrocarburi. Se si manterranno le tendenza attuali la sua dipendenza dalle importazioni di energia passerà dal 50 per cento del consumo energetico totale attuale dell’Ue al 65 per cento nel 2030. La dipendenza dalle importazioni di gas potrebbe aumentare dal 57 all’84 per cento entro il 2030″, sottolinea Attilio Celant, preside della facoltà di Economia dell’Università “La Sapienza” di Roma. “La solidarietà tra gli stati membri qualora si verifichi una crisi energetica deve essere in ogni caso garantita da meccanismi efficaci, anche in considerazione del fatto che molti stati membri dipendono, in larga misura o completamente, da un unico fornitore di gas”. Tre sfide che l’Italia deve raccogliere, sfruttando a pieno una parte dei 600 miliardi che l’Unione europea metterà a disposizione fino al 2026 per l’ammodernamento della rete, “ottimizzando, da un lato, l’intero ciclo della mobilità con l’eliminazione della congestione stradale, il potenziamento dell’alta velocità ferroviaria e il potenziamento del trasporto marittimo e rilanciando, da altra parte, nuove forme di energia, come il nucleare, o l’avvento dei rigassificatori, pronti da tempo sulla carta, ma ancora bloccati. Diventare, insomma, un vero e proprio hub per tutto il gas europeo: da importatori, farsi produttori per paesi terzi”, come è nelle intenzioni di Altero Matteoli, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Il VIDEO servizio:

Confindustria, la squadra e il programma di Emma: riformare la contrattazione

Emma Marcegaglia, in una immagine del 24 maggio 2007. Sarà la prima presidente donna di Confindustria in quasi un secolo di storia, la risposta italiana a Laurence Parisot, numero uno del Medef francese | Ansa
Una votazione bulgara (103 sì su 105 votanti) e un invito ai sindacati: è ora di riformare la contrattazione. Si è presentata così Emma Marcegaglia a Viale dell’Astronomia. E la giunta di Confindustria, con un quasi plebiscito, ha approvato la sua squadra e il suo programma. Ed è stata proprio l’imprenditrice a illustrare tutte le novità da lei voluto, a cominciare dal forte alleggerimento economico del contratto nazionale con l’obiettivo di puntare sul secondo livello: “Il sistema attuale è obsoleto e inadeguato. È necessario cambiare gli assetti. Vogliamo lavorare con il sindacato e mi sembra che oggi ci siano le condizioni per farlo”.
È lo stesso presidente designato a presentare lo staff con cui dovrà gestire la complessa macchina confindustriale in un momento certamente particolare per la vita sociale ed economica del Paese. Marcegaglia ha tenuto per sè la delega sul Centro studi e quella sull’ambiente (pro tempore). Alberto Bombassei confermato vicepresidente per le relazioni industriali, mentre la sicurezza sul lavoro è stata assegnata a Salomone Gattegno. Antonio Costato è vicepresidente per l’energia e il mercato, Cesare Trevisani per le infrastrutture. Andrea Moltrasio per l’Europa, Paolo Zegna per l’internazionalizzazione. E non mancano le novità di rilievo: nella nuova squadra c’è l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, con la delega per le dinamiche dei nuovi scenari mondiali.
Nel suo intervento alla giunta Marcegaglia ha indicato i quattro pilastri “per raggiungere l’obiettivo della crescita e di una vera modernizzazione” del Paese: “Una società aperta e integrata nel sistema internazionale; uno Stato migliore; l’investimento in capitale umano; l’elaborazione di una strategia che contemperi le esigenze di crescita con i vincoli energetici e ambientali”. La Marcegaglia ha poi sottolineato alcuni punti fondamentali per favorire la crescita: aumentare la flessibilità, il decentramento della contrattazione, il tasso di occupazione soprattutto per i giovani, donne e anziani. “Non è più possibile rimandare queste riforme” ha ribadito.
Ma per favorire la modernizzazione del Paese è necessario dunque il contributo dei sindacati. A loro la neo presidente di Confindustria chiede “di cambiare profondamente, di interpretare con chiarezza il mutato contesto sociale”, reso più evidente dal voto del 13 aprile. A tal proposito: “L’uscita della sinistra radicale dal Parlamento è positiva”, dice la Marcegaglia. “Con essa è fuori l’interdizione eretta a sistema, che ha contribuito all’arretramento del nostro Paese rispetto ai nostri concorrenti, anche europei”. Lo scenario politico dischiuso dalle elezioni è dunque “positivo”: “Il quadro politico è estremamente semplificato, la maggioranza ha i numeri per governare, l’opposizione è chiamata a svolgere la funzione di controllo, proposta, critica e stimolo che potrà essere importante se declinato in funzione dell’interesse generale. Oggi non ci sono più alibi per non fare le riforme”. A cominciare da un “vero federalismo fiscale, basato sulla responsabilità di ogni livello di governo, per le proprie entrate e per i servizi prestati”.
E la questione Alitalia? “Il prestito concesso può essere considerato sensato a patto che dietro ci sia una soluzione vera, di mercato, che possa rimettere in piedi la compagnia”. Compagnia che, aggiunge, “è stata scarnificata dall’insipienza, dall’assenza di coraggio e di senso di responsabilità di un ceto dirigente interno di cui i sindacati sono stati magna pars”.


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Giampiero Cantoni
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