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Paolo-Scaroni

di Roberto Seghetti
Il presidente della Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani, può sperare di rimettere nel cassetto la dichiarazione di guerra. Dopo due anni di polemiche contro la riforma del catasto e per l’ulteriore abbassamento dell’Ici, la vittoria del Centrodestra gli regala un governo più vicino alle sue posizioni. Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, ha invece di fronte una strada tutta in salita: fino a ieri era un interlocutore scomodo per il governo di Romano Prodi, ma anche uno degli azionisti di riferimento della maggioranza. Ora è solo il capo del sindacato confederale con il maggior numero di iscritti.
Eh sì, quando cambia il governo si rimescolano le carte del gioco sociale. Pur senza contare le conversioni, sempre numerose in questi casi, muta inevitabilmente la mappa delle affinità elettive e si alternano i gruppi di interesse che vengono considerati, a torto o a ragione, più vicini alla linea dell’esecutivo. Il processo è rapido e coinvolge buona parte del ceto dirigente. Prendete per esempio i manager delle grandi aziende dove lo Stato ha ancora un peso. Sono tutti o quasi in scadenza. Con il governo Prodi era in discussione la loro permanenza. Nel nuovo esecutivo hanno invece amici ed estimatori.
Uno di questi è sicuramente Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni dal giugno del 2005, dopo essere stato al vertice dell’Enel: un manager che può vantare risultati economici brillanti. Fulvio Conti, dal 2005 numero uno dell’Enel, è un altro manager che ha all’attivo buoni risultati, ma anche amicizie nella maggioranza che ha vinto le elezioni. Lo stesso si può dire di Flavio Cattaneo, oggi a capo di Terna, o di Massimo Sarmi, amministratore di Poste Italiane. Per non parlare di Pier Francesco Guarguaglini, presidente di Finmeccanica, il manager italiano che durante il passato governo di Silvio Berlusconi ha venduto agli Usa il nuovo elicottero presidenziale. Diverso è invece il caso di altri manager di quelle stesse società o di altre aziende. Come Piero Gnudi, presidente di Enel e considerato vicino a Prodi. Come Vittorio Mincato, presidente di Poste. O come i due manager che oggi siedono al vertice delle Fs, il presidente Innocenzo Cipolletta e l’amministratore delegato Mauro Moretti. Anche tra gli industriali privati e tra le associazioni di categoria emergono maggiori o minori affinità potenziali col nuovo governo.
Marco Tronchetti Provera, presidente del gruppo Pirelli ed ex nume tutelare del colosso Telecom Italia, ha da sempre un ottimo rapporto con Silvio Berlusconi. Lo stesso si può dire per la famiglia Benetton e per il gruppo che fa capo alla famiglia Ligresti. Sicuramente vicina al nuovo governo per affinità e sensibilità è la manager che oggi guida l’Assolombarda, la più importante associazione territoriale della Confindustria, Diana Bracco. Più legati a una visione bipartisan appaiono invece Francesco Gaetano Caltagirone, editore, banchiere e grande immobiliarista, il presidente uscente della Confindustria Luca Cordero di Montezemolo e soprattutto Emma Marcegaglia che a maggio ne prenderà il posto, da molti considerata per sensibilità più vicina al centrosinistra. Senza contare gli imprenditori che si sono espressi a favore di Veltroni, a cominciare da Carlo de Benedetti. Tra i banchieri, ad aver espresso opinioni personali più vicine al Centrosinistra vi sono tra gli altri l’amministratore delegato dell’Unicredit, Alessandro Profumo, o il presidente del consiglio di sorveglianza del colosso Intesa San Paolo, Luigi Bazoli, tradizionalmente considerato vicino a Prodi.
Così come sarà interessante vedere come si muoverà per recuperare prima possibile il rapporto con il nuovo governo il colosso multinazionale Goldman Sachs, banca d’affari nella quale il presidente del Consiglio uscente ha numerosi amici. Sicuramente già in sintonia con Silvio Berlusconi è invece il nume tutelare della Mediobanca, Cesare Geronzi, mentre l’amministratore delegato di Intesa, Corrado Passera, da sempre per sensibilità più bipartisan può oggi vantare con il nuovo governo il ruolo di sponda alla eventuale formazione di una cordata italiana nella vicenda della privatizzazione dell’Alitalia. A parte la Confindustria, anche altre associazioni di categoria si stanno posizionando in questi giorni. Giorgio Guerrini, presidente della Confartigianato, può ben vantare una certa sintonia con la nuova maggioranza. Più bipartisan per statuto, ma con il corpaccione della categoria che pende verso il nuovo governo, è Carlo Sangalli, presidente della Confcommercio, che ha iscritto nelle proprie richieste il pagamento dell’Iva per cassa, una dei punti salienti del programma elettorale del Pdl. Apertamente schierate con il centrosinistra la Cna e la Confesercenti, ma con possibilità di dialogo anche con il nuovo governo, soprattutto su temi fiscali e delle procedure burocratiche. Molto più problematico appare invece il rapporto della Lega delle Cooperative con il nuovo governo. Il presidente Giuliano Poletti avrà da fare nel difendere il modello produttivo ed economico delle coop. Anche se nella difesa delle norme attuali potrà avere come alleato la Concoopertive, l’associazione che rappresenta il mondo delle coop bianche. Infine, i sindacati. Scontato il cambiamento di orizzonte per Guglielmo Epifani, sicuramente si consoliderà il ruolo di Renata Polverini, segretaria dell’Ugl, la confederazione vicina al Centrodestra. Ma sarà interessante verificare anche come si evolverà il rapporto con il nuovo governo della Cisl di Raffaele Bonanni e della Uil di Luigi Angeletti.
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L’appuntamento è di quelli che creano scompiglio anche tra le coalizioni di governo più affiatate. Per questo il buon senso dice che sarebbe il caso di rinviare la scelta a dopo le elezioni politiche del 13 aprile, se non fosse che sulla partita delle nomine pubbliche vigila un arbitro come la Borsa che non vede di buon occhio il fatto che si resti nell’incertezza per tanto tempo. Il risultato? Riconfermare o sostituire i grandi manager pubblici di Eni, Enel, Finmeccanica e Terna sarà quest’anno più arduo del previsto.
Un primo assaggio della gran mole di interessi che circonda la partita si è avuta dallo stesso premier uscente, Romano Prodi, che ha detto chiaramente che “si cercherà di raggiungere con un accordo, o quanto meno avere un approfondito scambio, con l’opposizione”. Il percorso si annuncia però più tortuoso del previsto. Infatti se finora il leader del partito democratico, Walter Veltroni, aveva mantenuto una posizione defilata, negli ultimi giorni avrebbe inviato segnali per niente velati sul fatto di volere voce in capitolo in scelte strategiche per i big di Piazza Affari controllati dallo Stato. Nel dubbio che le prossime lezioni le possa vincere il Pd, meglio non rischiare di trovarsi manager scomodi tra i piedi.
Questo significa che la fila di chi spinge per avere incarichi pubblici crescerà, e un accordo su tre tavoli in una materia del genere potrebbe complicare non poco le cose. Al momento l’unico manager che gode di buone entrature sia nel centrodestra che nel centrosinistra è l’amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, che peraltro si è guadagnato la riconferma con l’operazione spagnola su Endesa. Più difficile che possa rimanere al suo posto il presidente del gruppo elettrico, Piero Gnudi. Bolognese come Prodi avrebbe avuto più chance se l’inquilino di Palazzo Chigi non fosse cambiato. Ora la sua posizione è in bilico e si vocifera che il suo posto possa essere preso dall’avvocato Augusto Fantozzi. E comunque il grande sogno di Gnudi resta la Rai.
Buone le prospettive anche per Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni, che fu messo alla guida del cane ai sei zampe proprio dal governo Berlusconi. Il manager ha continuato a mantenere buoni rapporti con tutti gli schieramenti, ma le vicende in campo internazionale potrebbero pesare sulla riconferma. Non è escluso che possa crescere qualche seconda linea del gruppo Eni.
Il ritorno in campo di Silvio Berlusconi aumenta la chance per il presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, molto vicino al centrodestra. Se fosse rimasto Prodi, era certo il passaggio di consegne con l’attuale condirettore, Giorgio Zappa. A Guarguaglini, al limite, sarebbe stato offerto solo il ruolo di presidente. Ora le carte si rimescolano.
Resta in pole position anche l’amministratore delegato di Terna, Flavio Cattaneo, sostenuto soprattutto dalle fondazioni bancarie presenti dalla Cassa Depositi e prestiti che controlla il 29,9% del gruppo elettrico. Il Tesoro non avrebbe invece sciolto la riserva. Più a rischio il presidente di Terna, Luigi Roth. Chi invece pare sia destinato a essere sostituto è il numero uno di Poste Italiane, Massimo Sarmi, così come quello di Tirrena, Franco Pecorini. Sui sostituiti ancora non c’è un consenso condiviso. Ma c’è da giurare che anche le altre partite potranno riservare belle sorprese.
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Gas o carbone? Fino a oggi in Italia la risposta era obbligata: gas, soprattutto gas, sempre più gas. Ora il quadro cambia: dopo anni di ostracismo, il carbone sta tornando con prepotenza di moda grazie a una nuova tecnologia chiamata cattura della CO2 (anidride carbonica). Un sistema che sta funzionando bene, adottato in mezzo mondo con sempre maggiore convinzione non solo perché riduce le emissioni in modo drastico, e quindi non produce, o quasi, effetto serra, ma anche perché di mese in mese sta diventando economicamente vantaggioso.
Cinque anni fa il trattamento di una tonnellata di CO2 costava 50 euro, ora è sceso a 30, quasi al livello dei certificati verdi comprati e venduti dalle aziende che non possono fare a meno di ricorrere a processi produttivi inquinanti. E secondo gli esperti il costo diminuirà ancora in misura sostanziosa e in fretta per effetto degli investimenti massicci indirizzati al miglioramento della tecnologia.
Con entusiasmo Roberto Bencini, uno dei massimi esperti italiani e internazionali della cattura dell’anidride carbonica, sintetizza: “È come l’invenzione della macchina a vapore, una nuova rivoluzione industriale”.
La novità è così dirompente che soprattutto in Italia sta scatenando una guerra politica e di lobby. I fratelli-coltelli Enel ed Eni, cioè i giganti nazionali dell’energia, anche questa volta sono di fatto sospinti dagli interessi verso sponde opposte. All’interno del governo, invece, i Verdi del ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, si dichiarano contrari quasi in via pregiudiziale all’uso del carbone in ogni forma, anche nella versione moderna e ripulita, mentre al contrario gli industrialisti al seguito del responsabile dello Sviluppo, Pierluigi Bersani, si battono per l’introduzione della nuova tecnologia anche in Italia.
L’opposizione dell’Eni e di Pecoraro Scanio al carbone pulito non è della stessa natura. Il ministro dell’Ambiente ritiene il carbone una specie di male in sé, un mostro ecologico impossibile da domare. Ne è talmente convinto che attraverso il suo inviato a Bruxelles, Fabrizio Fabbri, cerca di instillare nell’Unione Europea l’idea che l’Italia non solo non sia entusiasta dell’attività di preparazione del quadro legislativo necessario per favorire l’introduzione su larga scala della cattura della CO2, ma abbia poca o punto voglia di impegnarsi nell’ormai imminente fase di passaggio dalla sperimentazione all’attuazione dei programmi industriali.
L’Eni, invece, è attestata su posizioni più flessibili e sfumate. Il suo amministratore delegato, Paolo Scaroni, non fa certo salti di gioia rispetto al futuro utilizzo su larga scala del carbone pulito al posto di gas e petrolio per la produzione elettrica: queste due fonti di energia sono i pilastri su cui poggia il business della società che dirige. Il metano, in particolare, ha assunto negli ultimi anni un rilievo particolare nell’ambito degli interessi Eni. Il gruppo di Scaroni è allo stesso tempo il maggior produttore nazionale, quello che detiene, in pratica, il quasi monopolio degli stoccaggi attraverso la società Stogit, e infine è il maggior importatore da quattro aree: la Russia con contratti ultradecennali con la Gazprom, l’Algeria con l’agenzia Sonatrach, la Libia di Muammar Gheddafi attraverso il Greenstream e il Mare del Nord con il Transitgas.
Nello stesso tempo Scaroni sa che non sarebbe molto popolare battersi allo spasimo per la conservazione di un mix energetico favorevole al suo gruppo (quasi il 70 per cento di elettricità prodotta da gas e petrolio), ma sfavorevole per il sistema paese essendo costosissimo e causa principale del peso esorbitante della bolletta energetica sulle famiglie e le imprese rispetto al resto d’Europa. In uno slancio di onestà intellettuale lo stesso Scaroni di recente è arrivato ad affermare che produrre elettricità bruciando gas nelle centrali è come “sfamare i maiali con il caviale”.

L’Eni, oltretutto, non può osteggiare del tutto la tecnologia della cattura della CO2 perché essa non serve solo per il carbone pulito, può avere applicazioni economicamente vantaggiose anche per petrolio e gas consentendo un migliore e completo utilizzo dei giacimenti considerati finiti o in via di esaurimento. Tanto che nel mondo intero sono state proprio le grandi compagnie petrolifere sorelle dell’Eni, tipo Bp, Total o Chevron, a credere per prime nella tecnologia del sequestro dell’anidride carbonica in cui intravedono vantaggi giganteschi.
Per motivi quasi opposti a quelli dell’Eni l’Enel di Fulvio Conti è favorevole alla cattura della CO2 e con lui sta, ovviamente, l’Assocarboni di Andrea Clavarino. Non potendo puntare sul nucleare e considerando le energie rinnovabili per quel che sono, cioè ancora una bella speranza, da tempo il colosso elettrico ha ingaggiato la scommessa strategica del carbone come combustibile a buon mercato e soprattutto di facile reperibilità in tutto il mondo, con riserve stimate per almeno due secoli. Spiega Gennaro De Michele, responsabile della ricerca dell’azienda elettrica: “Vogliamo passare nel giro di tre anni dal 14 al 30 per cento di carbone bruciato nelle centrali”. Proprio in vista di questo traguardo l’Enel ha imboccato con convinzione la strada della riconversione al carbone di diversi impianti, a cominciare da quello gigantesco di Torre Valdaliga a Civitavecchia e da quello di Porto Tolle.
In questo programma l’azienda elettrica si è sempre scontrata con l’ostilità delle popolazioni locali, contrarie al carbone ritenuto, fino a oggi non a torto, molto inquinante. L’introduzione su scala industriale della nuova tecnologia toglierebbe argomenti decisivi agli oppositori e spianerebbe la strada ai progetti Enel. Il gruppo elettrico sta autonomamente introducendo il nuovo sistema in due impianti, entrambi a Brindisi.
Il primo prevede il trattamento di 10 mila metri cubi di fumi l’ora con un investimento di 15 milioni di euro. Alla gara avviata di recente hanno aderito a sorpresa ben 10 ditte europee e italiane. Nel secondo impianto i fumi sono catturati e trattati in collaborazione con la società Itea del gruppo Ansaldo.
Per gli stessi motivi dell’Enel, il ministro Bersani è favorevole alla cattura della CO2. E per evitare che i due giganti dell’energia entrino in rotta di collisione sta cercando di convincerli a collaborare a progetti comuni; al momento pare che sia Scaroni sia Conti non gli abbiano detto di no. Ma in questa fase a Bersani interessa anzitutto tamponare l’azione di interdizione a livello europeo intrapresa dal suo collega di governo Pecoraro Scanio.
Alcuni giorni fa il ministro dello Sviluppo ha inviato una lettera di tre pagine al commissario europeo all’energia Andris Piebalgs per esporgli un concetto semplice e chiaro: il governo italiano è consapevole che la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica sono una soluzione promettente per garantire la sostenibilità ambientale della produzione di energia elettrica.
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Venerdì scorso il colosso russo Gazprom ha firmato un accordo con la francese Total: l’obiettivo è di collaborare nella prima fase dello sviluppo di Shtokman, uno dei maggiori giacimenti mondiali di gas naturale con riserve accertate per 3700 miliardi di metri cubi. La Total parteciperà alla futura società operatrice con il 25% del pacchetto azionario “a destinazione speciale”, incaricata di progettare, finanziare e costruire la prima grande struttura di Shtokman. Si parla da cinque anni di quel giacimento offshore nel mare di Barents, a 600 chilometri dalla terra ferma. Due anni fa Gazprom ha avviato le trattative con cinque grandi società occidentali: le norvegesi Statoil e Norsk Hydro, la francese Total e le americane Conoco Phillips e Chevron. In cambio della partecipazione in Shtokman i russi non hanno richiesto denaro, ma “asset validi”. Alla fine, nell’ottobre del 2006, la Gazprom aveva deciso di restare da sola senza allearsi con imprese straniere, perché “le società della short list non hanno proposto nessun asset interessante”: a loro sarebbe stato destinato solo un ruolo di semplici contractors, ma non l’entrata come azionisti. Eppure anche in queste ristrette condizioni almeno quattro imprese hanno confermato il loro interesse.
Fino a una telefonata di mercoledì sera era ancora in dubbio quale società sarebbe entrata come azionista. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha chiamato il capo di Stato russo Vladimir Putin e, come dice il sito ufficiale del Cremlino, “hanno discusso le prospettive di cooperazione economica, incluso settore energetico”. Una procedura che sta diventando prassi nello scacchiere energetico europeo: per esempio, il giorno prima dell’asta dell’ex compagnia petrolifera Yukos cui partecipavano Eni ed Enel, il premier Romano Prodi ha chiesto un colloquio telefonico con il presidente russo Putin. E la mattina dopo il tandem italiano ha vinto gli assets Urengoil e Arctikgas.
Secondo le dichiarazioni di Alexey Miller, amministratore delegato della Gazprom, il gigante dell’energia russo manterrà per sé, comunque, il controllo di almeno il 51% del pacchetto azionario nella nuova società mista e il possesso della licenza sulle riserve. Non è escluso che il monopolista russo ceda un ulteriore 24% di azioni alle società occidentali interessate, probabilmente alle norvegesi Statoil e Norsk Hydro, che sono in fase di fusione tra loro. I giacimenti di Shtokman, nella fase iniziale di estrazione prevista per il 2013-2014, dovrebbero produrre 23,7 miliardi di metri cubi di gas: sarà usato per riempire il gasdotto “North Stream”, presieduto dall’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder. Negli anni la produzione dovrebbe crescere a 71 miliardi di metri cubi, con possibilità di estrazione fino a 94 miliardi di metri cubi al anno. Una fonte importante per Baltic Lng, un progetto per la costruzione di impianti per la liquefazione di gas in cui l’Eni sta cercando di entrare.
Negli ultimi anni la Gazprom sta cercando di stabilire partnership privilegiate con le grandi società europee. Così ha fatto con le tedesche E.on e Basf, e con l’Eni. Adesso il colosso russo ha voluto includere tra i suoi grandi partner energetici anche la Francia. Resta ancora ignota la merce di scambio promessa alla Russia e alla Gazprom dalla Francia. Magari potrebbe valere il motto “niente politica, solo economia”. È noto che il gigante dell’energia russo riceverà tecnologia e condividerà gli investimenti, stimati in 20-30 miliardi di dollari, e i rischi. Secondo gli esperti di Mosca, inoltre, la Total potrebbe aumentare la sua capitalizzazione anche del 20 % se riesce mettere nel suo bilancio una parte del risorse di Shtokman e anche futures per il progetto Baltic Lng.

Paolo Scaroni mette un’altra ipoteca alla sua riconferma all’Eni. Il manager, arrivato alla guida del colosso italiano degli idrocarburi con il governo Berlusconi, si è saputo conquistare anche la fiducia del nuovo esecutivo, rimanendo ben saldo alla poltrona che fu di Enrico Mattei.
Il premier, Romano Prodi, con il suo insediamento a Palazzo Chigi più di un anno fa non ha fatto largo ricorso alle logiche dello spoil system, ma quando si parla di rinnovi le cose potrebbero cambiare. Il mandato di Scaroni all’Eni scade nella prossima primavera e, prima di entrare nel semestre bianco che porterà al rinnovo di tutte le cariche sociali del cane a sei zampe, sta giocando tutte le carte per assicurarsi la riconferma per altre tre anni a capo della più grande azienda a controllo pubblico italiano. Nel suo passato resta un patteggiamento per tangenti nel bel mezzo di mani pulite, ma prima l’incarico all’Enel e poi la poltrona all’Eni dovrebbero sciogliere gli ultimi dubbi sul fatto che Scaroni sia l’uomo giusto per consolidare i successi del gruppo raggiunti finora nel mondo. Per non lasciare nulla di intentato, Scaroni ha comunque chiuso nello scorso fine settimana un altro importante accordo con la russa Gazprom per la realizzazione del South Stream, un sistema di nuovi gasdotti che collegheranno la Russia all’Unione Europea attraverso il Mar Nero (nella foto è con il ministro Bersani nel corso della conferenza stampa). L’accordo prevede lo studio della fattibilità tecnica ed economica del progetto e definisce la modalità di collaborazione tra le due società per la progettazione, finanziamento, costruzione e gestione tecnica dei gasdotti. Il South Stream, nel tratto offshore, prevede l’attraversamento del Mar Nero dalla costa russa di Beregovaya a quella bulgara con un percorso complessivo di circa 900 chilometri e profondità massime di oltre 2.000 metri. Per il tratto onshore, dalla Bulgaria sono allo studio due diversi percorsi, uno verso Nord Ovest e l’altro verso Sud Ovest. Il fatto di avere chiuso un nuovo accordo che assicura più gas all’Italia, chissà se basterà a mettere un freno agli appetiti di chi mira a rispedire Scaroni a Londra dove si è fatto le ossa prima di approdare all’Enel e poi all’Eni?

Era stato lo stesso amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni a lanciare la nuova grande campagna pubblicitaria dell’azienda energetica. Obiettivo: dare 24 consigli ai consumatori per risparmiare fino al 30 per cento di energia. Ma soprattutto, rilanciare l’immagine della società in vista della liberalizzazione del mercato che partirà il primo luglio. Insomma, da quella data, marchi come Enel, Aem, Eni, Snam si potranno fare concorrenza e lotteranno, come fanno ad esempio le compagnie telefoniche per accaparrarsi ogni singolo utente.
Peccato che oggi sul marchio Eni, e non solo, sia arrivata una pubblicità tutt’altro che desiderata: l’ad Scaroni è finito sotto inchiesta a Milano con l’accusa di truffa: il sospetto è che l’azienda abbia utilizzato misuratori venturimetrici non regolari, che avrebbero conteggiato consumi maggiori rispetto alla realtà.
Unica consolazione per Scaroni, essere in buona compagnia: per quanto riguarda il Gruppo Eni le società coinvolte sono Snam Rete Gas e Italgas, ma sono indagati anche i vertici e i dirigenti di Aem e Arcalgas. Tra questi anche Giuliano Zuccoli, presidente e amministratore delegato dell’Azienda energetica milanese.
Le accuse ipotizzate dai sostituti procuratori milanesi Sandro Raimondi e Maria Letizia Mannella sono a vario titolo truffa, violazione della legge sulle accise, ostacolo all’attività di vigilanza e l’uso o detenzione di misure o pesi con falsa impronta.
Tutte le società coinvolte nelle indagini sono anche state iscritte nel registro degli indagati per la legge 231 del 2001 relativa alla responsabilità amministrativa delle società. Per intenderci quella che ha permesso alla procura di Milano di far rientrare 160 milioni di euro dalla Siemens che era finita nel ciclone per una storia di tangenti. In attesa che si concluda il procedimento a carico dei suoi manager corruttori, l’azienda tedesca ha pagato per non aver vigilato…
Hai voglia a spiegare, come fanno Scaroni e l’Aem in un comunicato, che non si tratta dei contatori usati nelle case degli italiani: per le aziende energetiche è senz’altro una batosta sul piano dell’immagine. Tanto che in Borsa i titoli delle compagnie coinvolte hanno cominciato immediatamente a perdere.
Gioie e dolori per il Tesoro. Se con Alitalia il piatto piange, a rimpinguare il tesoretto custodito gelosamente dal ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa, sta per arrivare quasi un miliardo sotto forma di dividendo da parte dell’Enel. L’assemblea ha dato il via libera al bilancio 2006 e ha deliberato un dividendo di 49 centesimi, di cui 20 già pagati a novembre. Il titolo del gruppo elettrico, da quando si è insediato l’amministratore Fulvio Conti nel 2005, ha assicurato un rendimento annuo del 20% tra cedole e apprezzamento del titolo. Se a questo aggiungiamo che l’altro colosso energetico a controllo pubblico, l’Eni di Paolo Scaroni, staccherà al Tesoro un assegno di quasi tre miliardi appare difficile immaginare che lo Stato dal prossimo anno voglia davvero battersi per ridurre le tariffe, acconsentendo incassare di meno per fare un favore ai consumatori. I due colossi energetici si preparano alla battaglia in vista della liberalizzazione del mercato e assicurano risparmi agli utenti.