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Agenti della Guardia di Finanza - Ansa
Non ci sono state grandi sorprese ieri in Senato: il decreto “Milleproroghe” è stato approvato senza scossoni, tranne l’accoglimento di una proposta del Pd che impegna il ministero dell’Economia a presentare entro giugno una relazione sulle operazioni di rimpatrio e regolarizzazione dovute allo Scudo Fiscale. Continua

In Italia è in arrivo un giro di vite sull’evasione prodotta da chi porta i propri capitali in uno dei tanti paradisi fiscali. Tre le ipotesi principali su cui si sta già lavorando: l’inasprimento delle sanzioni, l’inversione dell’onere della prova, la messa a punto di una “lista nera” italiana dei cosiddetti centri offshore. Ad annunciare la stretta è stato a Bruxelles il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, al termine di una burrascosa riunione dell’Ecofin, in cui sulla delicata questione del segreto bancario si è sfiorato lo scontro.
Da una parte il ministro tedesco, Peer Steinbrueck, ha provocatoriamente paragonato al Burkina Faso la Svizzera e i Paesi dell’Ue che praticano il segreto bancario (Austria, Belgio e Lussemburgo), facendo innanzitutto infuriare il premier del Granducato e presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker.
Dall’altra il presidente di turno dell’Ecofin, Miroslav Kalousek, ministro delle Finanze ceco, ha difeso gli stessi Paesi attaccati dal collega tedesco, sottolineando come sia stato un errore al G20 di Londra inserire tre Stati Ue nella “lista grigia” dei Paesi non cooperativi sul fronte del fisco.
Proprio nel momento - ha aggiunto - in cui questi Paesi stanno ammorbidendo le proprie posizioni, lasciando intravedere una loro presa di posizione definitiva in favore della fine del segreto bancario.
Tutto slitterà a giugno. Tremonti è comunque fiducioso: “Le pressioni sono così tante che sono convinto della caduta del segreto molto prima del 2014″, data indicata di recente dal Parlamento europeo. Ma il ministro spiega come ci vorrà del tempo perchè l’Europa raggiunga una posizione comune, visto che per le decisioni in materia fiscale serve l’unanimità. E l’Italia non può aspettare. “Credo sia giunto il tempo che ogni Paese cominci a fare per conto suo”, afferma il ministro, confermando che il governo italiano “sta ragionando e valutando” alcune misure.
Cita il piano anti-evasione appena presentato dall’amministrazione Obama: “Ha parti di grande interesse, e su alcune di esse noi stiamo già lavorando”. Tremonti parla dell’inversione dell’onere della prova: deve essere chi esporta capitali all’estero a dimostrare di non aver evaso il fisco. Perchè “se un capitale viene esportato in un paradiso fiscale, si presume sia il prodotto di evasione”. E poi, aggiunge il ministro: “se uno evade e mette il frutto dell’evasione in uno dei paradisi, è giusto che ci sia un’aggravante specifica, con un inasprimento delle sanzioni”.
Inoltre, l’Italia potrebbe mettere a punto una propria ‘lista nerà di Paesi considerati non cooperativi fiscalmente: “Del resto” spiega Tremonti “ogni Paese ha la sua lista”.
Sul fronte dei conti pubblici, il ministro ha quindi ribadito come le ultime previsioni della Commissione Ue mostrino un’Italia che “nella media ha numeri relativamente migliori degli altri Paesi”: “Per la prima volta facciamo meglio sia come deficit che come debito”. Sul primo fronte il ministro sottolinea come il deficit corretto per il ciclo sia sotto il 3% sia nel 2009 che nel 2010. E sul fronte del debito, che per Bruxelles salirà al 116% nel 2010, “nessuno in questa fase chiede manovre. Tanto meno all’Italia - aggiunge - che ha un debito pubblico che cresce a una velocità inferiore a quella degli altri”. “Anche sulla crescita” insiste il ministro “facciamo meglio di altri. Troppe volte Paesi indicati come modello avevano una crescita à la carte, basata sul debito privato. Con la crisi si vede che la nostra economia si rivela più solida”. Infine, la disoccupazione: “In Italia i numeri non sono catastrofici”, assicura Tremonti, che ribadisce come “il Governo ha messo da parte 9 miliardi di euro per gli ammortizzatori che, se necessario, saranno utilizzati”.
Il VIDEO servizio:
G20: scontri a Londra con la polizia
Le fortezze impenetrabili del segreto bancario sono nel mirino dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: le new entries nella lista nera finora sono Malaysia, Costa Rica e Filippine. Marcia indietro sull’Uruguay, prima aggiunto all’elenco e poi ritirato. Il giro d’affari dei paradisi fiscali è di circa 11mila miliardi di dollari: più del doppio di quanto i governi di tutto il mondo stanzieranno nei prossimi due anni per trascinare i propri Paesi fuori dalla crisi (qui il report). Un forziere distribuito tra oltre 40 roccaforti delle agevolazioni finanziarie sparse nel mondo, divise fra ‘neri’, ‘grigi’ e ‘grigio chiaro’, a seconda delle modalità con cui vengono rispettati gli standard fiscali internazionali. Secondo Tremonti, la lista stilata dall’Ocse rappresenta solo un inizio, perché quello utilizzato dall’organizzazione è “un criterio empirico ma non sarà l’unico”.
Anche se stilare cifre precise sui fondi che affluiscono ai paradisi fiscali è estremamente difficile (tanto che le stime Ocse variano da un minimo di 1.700 miliardi fino ad un massimo di 11.500 miliardi), il fenomeno ha nel tempo assunto dimensioni preoccupanti: come emerge dal recente annuncio del Senato degli Stati Uniti, secondo il quale ogni anno il fisco a stelle e strisce potrebbe perdere circa 100 miliardi di dollari, a tutto vantaggio dei paradisi fiscali. Senza contare che Christian Aid, una delle maggiori agenzie per lo sviluppo nel mondo, ha dichiarato nei giorni scorsi che la fuga di capitali verso i paradisi fiscali costa ogni anno ai paesi in via di sviluppo circa 160 miliardi di dollari, molto di più di quanto ottengano dagli aiuti umanitari.
Basta un veloce giro su Google per capire quanto sia esteso il problema, con siti che propongono investimenti mirati in determinati paesi del mondo, elencando le ’specialità della casa’ di ogni singolo Stato o di singole località, ad esempio l’Isola di Man o Campione d’Italia che ricorrono spesso fra le mete più consigliate. Se infatti, secondo l’Ocse, un paradiso fiscale è un luogo caratterizzato da tassazione nulla o minima, da una totale assenza di trasparenza finanziaria e dal rifiuto di fornire informazioni alle autorità fiscali internazionali, i ‘tax havens’ finiscono poi per differire molto uno dall’altro. Da chi offre la possibilità di aprire conti correnti senza l’obbligo di residenza a chi consente l’avvio di società senza alcun capitale di partenza, fino a chi permette la nascita di attività di intermediazione bancaria, assicurativa in totale deroga ai principi internazionali (all’interno dei cosiddetti fondi off-shore).
La lista nera. Singapore, Svizzera, Hong Kong, Bahamas, Andorra, le isole Cayman Islands e il principato di Monaco restano i nomi più famosi, ma sono fra i Paesi che hanno accettato e sottoscritto accordi per il rispetto degli standard fiscali, senza peraltro applicarli sinora. Nella lista nera dell’Ocse rimangono quindi Costa Rica, Filippine e l’isola Labuan della Malaysia: la prima è specializzata in società che consentono di aggirare la limitazione imposta alle banche nazionali di non accettare valute estere; l’ultima prevede una tassazione massima di 4.200 euro a prescindere dall’utile conseguito da società o persone fisiche, che comunque non hanno alcun obbligo di fornire le proprie generalità. I Paesi finiti nel mirino dell’Ocse, però, non ci stanno e fanno sentire la propria voce: se San Marino e Monaco si dicono “soddisfatti” per non essere stati inclusi nella lista nera, “la Svizzera non è un paradiso fiscale, rispetta sempre i propri impegni ed è disposta al dialogo”, afferma il ministro delle Finanze, Hans-Rudolf Merz, mentre il governatore della Banca centrale dell’Uruguay, Mario Bergera, sottolinea la “solidità” e la “serietà” del sistema finanziario del Paese.
Gli Stati Uniti. Che il Delaware sia una sorta di paradiso fiscale lo sanno benissimo gli americani: quasi la metà delle società quotate a Wall Street e al Nasdaq hanno la sede nello Stato del vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden, per pagare meno tasse locali, non essendo gli utili imponibili. Che il piccolo Stato a sud della Pennsylvania offra grossi vantaggi alle società offshore, presentandosi come una alternativa alle isole Cayman o alle Bermuda, sono in meno a saperlo, ma chi opera nel settore ne è al corrente da tempo. Stabilire una società offshore nel Delaware permette infatti di non pagare quasi un centesimo di imposte a parte bassissime tasse sulla concessione e sul deposito.
LEGGI ANCHE: G20, entrare nei paradisi fiscali e riportarne i conti a terra

(Credits: grittycitygirl by Flickr)
Rare sono le volte in cui un vertice internazionale riesce ad attrarre l’attenzione dell’intero pianeta, e ancora più rare sono le volte in cui il medesimo vertice riesce a portare a casa almeno un risultato tangibile rispetto ai proclami sventolati tra i media alla sua vigilia. Su entrambi i fronti, il Summit del G20 in programma a Londra il 2 aprile per lanciare un’azione coordinata contro la crisi e rifondare il sistema finanziario, può già ritenersi un successo. Certo, è ancora troppo presto per dire se questo vertice entrerà di diritto nella Storia, ma è altrettanto certo che una vittoria i leader delle venti nazioni economicamente più potenti del mondo se la sono già aggiudicata. Al termine di un braccio di ferro durato settimane, Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno finito per mettere le mani su una realtà finanziaria diventata simbolo di tutte le derive dell’attuale sistema economico: i paradisi fiscali. In nome della concorrenza imprenditoriale, della libera circolazione dei capitali e della necessità di ridurre al minimo l’intervento dello Stato nell’economia di mercato, dagli anni ‘80 i paradisi fiscali sono diventati roccaforti inespugnabili. Ma con la crisi economica, i governi si sono accorti della necessità di regolare queste piazze finanziarie situate ai margini del sistema. Al di là dell’ostilità crescente dell’opinione pubblica, gli Stati occidentali attualmente costretti a prelevare centinaia di milioni di euro dalle casse pubbliche per rilanciare la loro economia, non possono più tollerare la presenza di “buchi neri fiscali” che alimentano la fuga di capitali consentendo a grandi fortune, banche e multinazionali di pagare meno tasse. Se per gli Stati Uniti il mancato guadagno ammonterebbe a circa 100 miliardi di dollari, l’evasione fiscale costerebbe alla Germania 30 miliardi di euro e 20 miliardi a testa a Francia e Regno Unito. Una bella botta, e meritata se è vero secondo quanto sostengono alcuni analisti che ognuno di questi paesi ha coltivato per anni legami stretti con paradisi fiscali: Isole Bermude e Stato del Delaware per gli USA, Andorra e Monaco per la Francia, le Isole anglo-normanne (Jersey e Guerseney) per la Gran Bretagna, Svizzera, Lichtenstein e Lussemburgo per la Germania, al quale si aggiungono Hong Kong e Singapore per la Cina. Ma l’affiliazione è per la verità molto più trasversale sul piano geografico. La maggioranza delle multinazionali quotate in borsa possiedono filiali in paradisi fiscali. È il caso delle grandi imprese francesi iscritte al CAC 40 (il listino borsistico di Parigi), che detengono 1.470 filiali in territori ‘extrafiscali’. In Italia, si calcola che oltre il 50% delle aziende iscritte sul listino di Piazza Affari, nonché il 25% dei gruppi bancari, possiedono una partecipata in un paradiso fiscale.
Di fronte all’entità del fenomeno, ecco un “viaggio” tra i paradisi fiscali per capirne meglio l’identità, la dimensione e il modo con cui combatterli.
Quanti sono. Secondo una Black List pubblicata a metà marzo dall’Organizzazione della cooperazione e dello sviluppo economico (Ocse), nel mondo ci sono 46 paradisi fiscali. Si va dai fazzoletti di terra noti per accogliere centri urbani ridotti a una via centrale costellata da migliaia di buste lettere (è il caso delle Isole Cayman) allo Stato del Delaware, passando per la Svizzera e paesi ‘insospettabili’ della zona UE (Belgio e Austria) che hanno fatto del segreto bancario uno strumento irresistibile per banche e multinazionali.
Peso finanziario. Il loro peso finanziario varia dai 1.700 miliardi di dollari calcolati nel 2000 dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) ai 11.500 miliardi stimati dalla Rete mondiale per la giustizia fiscale nel 2005. Questi attivi finanziari vedono in prima linea 4.000 banche, 2.000 fondi speculativi e circa 2 milioni di società fittizie. Si calcola che oltre il 50% dei flussi finanziari del pianeta transitano per i paradisi fiscali.
Cosa sono. Sotto questo vocabolo si nascondono non soltanto dei paesi dotati di un regime fiscale vantaggioso, se non addirittura inesistente, ma anche dei centri finanziari meglio noti come “offshore”. In senso stretto, appartengono alla categoria dei paradisi fiscali quei paesi e territori che accolgono non-residenti (individui, imprese) che vogliono fuggire alle tasse di un paese terzo. I non-residenti finiscono per ottenere un regime fiscale simile a quello dei residenti, se non più vantaggioso. Gli offshore (letteralmente “lontano dalle coste”) invece sono composti da Stati e territori che accolgono banche, compagnie di assicurazione e gestionari di fondi (special modo gli hedge funds, i fondi speculativi), senza disporre né imporre nessun tipo di regole fiscale. In questo caso, il regime amministrativo si applica all’attività economica prodotta sul territorio degli offshore. A un’impresa basta quindi aprire una semplice casella postale e creare cosi’ una società fittizia con lo scopo di nascondere il proprietario o il benefeciario di determinati beni con motivi che vanno dal riciclaggio di denaro sporco all’occultamento di proprietà. Riassumendo, come sottolinea Le Monde, “se i paradisi fiscali non sono tutti dei ‘paradisi regolamentari’, al contrario i centri finanziari offshore sono nella maggior parte del caso dei paradisi fiscali”.
Come identificarli. Secondo l’Ocse, tre parametri accomunano i paradisi fiscali: una tassazione nulla o molto bassa; la poca trasparenza e sopratutto la scarsa volontà di comunicare la benché minima informazione fiscale a un’autortià straniera. L’Ong Trasparency International ha aggiunta due altri parametri: i paradisi sono solitamente paesi dotati di una buona stabilità politica ed economica; hanno poi in comune un segreto bancario inviolabile, il che ne fa anche dei “paradisi giudiziari”.
Come colpirli. Questo il cuore del problema. Molti si sono sorpresi di vedere affiancati nella lista nera stilata dall’Ocse veri e propri buchi neri della finanza internazionale come le Isole Cayman, e la Svizzera, ardua difensore del segreto bancario ma irritata - e riprendiamo le parole del ministro degli Affari esteri svizzero, Micheline Calmy-Rey - all’idea di essere assimilata a “un paradiso fiscale”. In realtà, includendo nel gruppo dei paradisi fiscali quei paesi arroccati al segreto bancario, la presidenza britannica del G20 ha voluto colpire i governi europei che da sempre rifiutono qualsiasi collaborazione per lo scambio di informazioni fiscali con paesi terzi. In cambio della promessa di non essere iscritti sulla nuova Black list dei paesi “non cooperanti” che verrà pubblicata durante il Summit di Londra, prima il Belgio e l’Austria, e poi la Svizzera si sono piegati alle esigenze del G20 dicendosi aperti a collaborare (gli svizzeri solo “caso per caso”). Un altro successo è stato quello incassato con Andorra, il cui premier liberale, Albert Pintat si è impegnato a favore dell’approvazione entro novembre 2009 di un progetto di legge che prevede la fine del segreto bancario nel quadro di accordi bilaterali di scambi di informazioni fiscali con altri Stati. Ma per gli Stati Uniti non basta. A Londra, il presidente Barack Obama proporrà ai membri del G20 un sistema di valutazione sulla conformità di ogni paese alle regole internazionali in materia fiscale, di regulation e di riciclaggio di denaro sporco. “Tuttavia” ricorda Le Monde, “il G20 dovrà fare i conti con Brasile, India, Russia e Cina”, alcuni dei quali contrari alla creazione di una lista nera di ‘paesi canaglia’. La partita contro i paradisi fiscali non è ancora chiusa.
“En toute confidentialité”, con la massima riservatezza. Si chiama Seb trust limited la società che sul sito internet reclamizza la bravura dei propri specialisti nel mettere il patrimonio dei clienti al sicuro, nel modo meno eclatante possibile. È domiciliata nell’isola di Jersey, uno dei paradisi fiscali più conosciuti, e fa capo alla Société Européenne de Banque, impresa che ha sede in un altro paese a fiscalità favorevole, il Lussemburgo. La testa della catena di comando, però, sta da un’altra parte: in Italia. Come si legge nel bilancio consolidato 2007, queste società fanno parte del gruppo Intesa Sanpaolo.
Eh sì, anche le migliori banche italiane hanno sedi e aziende che operano in paesi dove il fisco e le leggi societarie sono meno incombenti (leggere la tabella a destra). Questi paradisi non sono tutti uguali. Vi sono aree dove si pagano meno tasse, ma in una condizione di trasparenza. Basti pensare al Delaware, negli Stati Uniti, dove molte banche italiane hanno decine di società. Ma vi sono anche paradisi dove l’opacità è la norma, anche se per il Gafi, l’organismo Onu che valuta l’adeguatezza dei sistemi di vigilanza, le leggi appaiono a posto.
La verità è che fino a ieri tutto questo veniva sopportato (benevolmente) dalle grandi economie. Oggi non più. Di fronte alla massa di denaro pubblico che i governi devono impegnare per salvare le banche (si pensi solo a Usa, Germania e Gran Bretagna), si sono accesi i riflettori. Gli Stati Uniti hanno attaccato il segreto bancario svizzero, in un braccio di ferro con il colosso Ubs. A Berlino, domenica 22 febbraio, i leader europei hanno deciso di dare battaglia e ci si prepara alle maniere forti. “La questione va affrontata a colpi di dinamite” ha detto il direttore del Fmi, Dominique Strauss Kahn. E uno dei paladini della battaglia senza quartiere contro i “pirati” è il ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti.
Ranieri Razzante, esperto di paradisi fiscali, uno dei tecnici chiamato il 3 febbraio a parlare di questi temi in una riunione in Banca d’Italia, mette in guardia contro le generalizzazioni: “Un conto sono i paesi collaborativi, un altro conto i paradisi fiscali che presentano anche una forte problematicità sul piano della trasparenza”.
E quali sono? Razzante ne cita alcuni: “Cayman, Bermuda, Nauru, Guernesey, Jersey o Panama, solo per fare alcuni esempi. Poi vi sono paesi in mezzo al guado, come Lussemburgo o la Svizzera”.
Le banche italiane in realtà hanno società ovunque. Alle Cayman, per esempio, ci sono Intesa Sanpaolo e Unicredit. Nell’isola di Jersey si può trovare la Ubi Trust Company ltd, controllata dalla svizzera Banque de Dépôts et de Gestion, a sua volta controllata dal gruppo Ubi banca. A Monte-Carlo vi sono società del gruppo Mps o della Mediobanca. E fitta è la lista delle società partecipate in Lussemburgo.
Che cosa accadrà adesso? Una cosa è certa: anche le banche italiane dovranno fare i conti con le decisioni che il 2 aprile, a Londra, prenderanno i leader dei 20 maggiori paesi del mondo.

Altro che isole Vergini. Cambia, o meglio, si arricchisce la geografia dei Paradisi fiscali.
Ora vanno aggiunte le più remote isole del pacifico, come Tonga o Samoa, considerate povere e lontane. Il Congresso statunitense proprio in queste settimane insieme all’ufficio nazionale delle tasse sta studiando migliaia di dossier da cui emergerebbe una fuga di soldi pari a svariati bilioni (un bilione = 1.000 miliardi, ndr) di dollari l’anno. Cifre astronomiche in conti illegali e società fittizie, come conferma il quotidiano statunitense Washington Times.
Secondo il Congresso le perdite per il Tesoro Usa, derivanti dai mancati introiti fiscali, ammontano a circa cento miliardi di dollari l’anno. Intanto sono due le proposte di legge in esame alla Camera e al Senato a Stelle e strisce che intendono introdurre nuovi controlli su una trentina di isole del Pacifico tra cui, in pole position, il regno di Tonga, unica monarchia dell’intera regione e dove, sino ad oggi, è possibile introdurre quantità di denaro senza alcun limite.
Che tuttavia le cose siano destinate a cambiare lo dimostra la volontà del nuovo re George Tupou V, succeduto lo scorso anno allo “storico” ed enorme Taufaahau Topou IV che governò indisturbato per 41 anni (fino alla morte nel settembre del 2006), di fare entrare Tonga nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Dopo 18 mesi di attesa è infatti oramai ufficiale: il prossimo 27 luglio quelle che un tempo erano conosciute come le “Isole della Felicità” diventeranno il 151esimo stato a entrare nel Wto. Anche per questa maggiore integrazione, c’è da scommetterci, i magistrati “made in Usa” avranno adesso un bel viaggiare.