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pasta

6,9 - 20,2 - 29,1

Ricordate questi tre numeri. Sono la dimostrazione di una straordinaria speculazione messa a segno ai danni dei consumatori e degli agricoltori ( fonte: ministero dello Sviluppo economico): 6,9 per cento, e cioè il rincaro subito da marzo a giugno dalla pasta venduta al dettaglio ai cittadini; 20,2 per cento, il ribasso subito dalla semola di grano duro all’ingrosso nello stesso periodo; 29,1, per cento il ribasso di prezzo subito dal frumento duro all’origine.

6,9. A marzo il prezzo medio di un chilogrammo di pasta era in media in Italia di 1,50 euro. A giugno lo stesso chilo di pasta costava 1,60 euro, con un incremento pari al 6,9 per cento.

20,2. A marzo, in Italia, un chilogrammo di semola di grano duro costava all’ingrosso 0,72 euro. A giugno costava invece 0,58, con un ribasso del 20,2 per cento.

29,1. A marzo, un chilogrammo di frumento duro all’origine costava 0,49 euro. A giugno lo stesso quantitativo di materia prima all’origine veniva 0,35 euro, con un ribasso pari al 29,1 per cento.

Latticini a peso d’oro, pasta alle stelle: +30,4% rispetto al 2007

Un carrello vuoto

Sempre più inarrivabile il vecchio e “caro” piatto di spaghetti. Continuano a salire i prezzi della pasta che, nei primi sei mesi dell’anno, hanno messo a segno un rincaro del 30,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Un aumento enorme certificato dal Tesoro nell’ultimo documento sui prezzi, che mostra un dato ancora più allarmante di quello dell’Istat che a luglio ha evidenziato un incremento annuo intorno al 25%. Dal Dipartimento di Via XX Settembre arriva anche la conferma dell’allarme per tutti i generi di prima necessità: il costo del pane cresce del 13,2% e il latte registra un +11,8.
Quello della pasta è un rincaro da record, il secondo maggior aumento registrato nel primo semestre dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2007. Solo il gasolio, che ha segnato un +31,9%, è riuscito a batterlo. Il piatto di spaghetti è aumentato molto di più anche del prezzo della benzina (+24,5%). Nei primi sei mesi - secondo i dati del Tesoro che esaminano l’indice dei prezzi del paniere delle famiglie e impiegati - mostrano un inflazione al 3,8%. Con una spinta che arriva dai prezzi dei prodotti liberalizzati. Sul fronte di quelli “controllati”, il Tesoro fotografa infatti un aumento del 2,8% mentre per i “liberalizzati” la corsa dei prezzi, in media è stata dell’8,1%.

Volano anche i pedaggi autostradali che sono lievitati del +7,7% e l’istruzione secondaria (+7,5%). Sono aumentati, anche a causa del caro carburanti, tutti i trasporti che hanno marcato un +9,2% per quelli urbani e un +6,2% per i traghetti. Seguono i treni (+6,4%). In netta flessione, invece, i medicinali controllati (-8,6%). Scendono per la prima volta in dieci anni gli alberghi: -0,8% contro il +1,6% del 2007 ed il 2,5% dell’anno prima. E i “servizi di deposito incasso e pagamento” (-0,8). Sostanzialmente fermi invece lo zucchero (+0,5%) ed i medicinali a prezzo libero (+0,7%).

Il VIDEO servizio:

Mister Prezzi denuncia: pasta e pane, aumenti ingiustificati

In calo il consumo di pane

Il grano costa meno ma il livello dei prezzi della pasta e del pane non fa registrare il segno negativo. Un aumento “ingiustificato” secondo il garante dei prezzi Antonio Lirosi, che oggi ha incontrato pastai e panificatori al ministero dello Sviluppo economico. Dal dossier messo sul tavolo da Lirosi “emerge che l’attuale livello dei prezzi al consumo di pane e pasta non trova più giustificazione nell’andamento del mercato delle materie prime che da tre settimane ha iniziato una fase di discesa”. Di conseguenza s’impone, secondo il Garante, “un’immediata inversione di tendenza”.

Da Mister prezzi arriva dunque l’invito a tutte le categorie dell’industria di trasformazione e distribuzione “di fare il loro compito per favorire questo rientro”.
Da parte sua il Garante attiverà, a settembre, un piano di controlli per verificare che l’andamento dei prezzi nei passaggi di filiera sia coerente con l’andamento dei mercati internazionali che hanno già iniziato una fase di rientro. Sulla stessa lunghezza d’onda le associazioni dei produttori agricoli.
“Con il prezzo del grano che è oggi lo stesso di quello rilevato all’inizio dell’anno non esiste dalle materie prime nessun alibi per ulteriori aumenti dei prezzi del pane e della pasta al consumo”, sottolinea Coldiretti, ricordando che “gli acquisti familiari di pane si sono ridotti del 2,5%, mentre si registra una inversione di tendenza per la pasta che fa segnare un aumento dell’1,4% nel primo semestre del 2008″.
“Mentre si discute di inflazione da pasta la quotazione media del frumento duro a giugno 2008 si è ridotta di oltre il 14% su base mensile ed a luglio ha subito un’ulteriore riduzione dell’8,4%”. Nel frattempo le associazioni dei consumatori denunciano che, a causa dei continui rincari di prezzi e tariffe, le famiglie italiane, nel 2008, perderanno potere d’acquisto per 2.085 euro. In particolare secondo Adusbef e Federconsumatori, per sostenere gli aumenti del settore energetico e agro-alimentare serviranno 1.813 euro.

La disfida degli spaghetti: al ristorante sono un lusso, a casa costano 25 centesimi

Un piatto di spaghetti

Non ne nascerà un polverone come quello istituzional-canoro sull’inno nazionale, ma lo scontro sul piatto preferito dagli italiani è scoppiato. A dare il là, la denuncia è dell’Aduc: mangiare i due classici spaghetti al pomodoro al ristorante è ormai diventato “un lusso, come gustare un piatto di alta cucina”.

Insomma l’associazione diritti utenti e consumatori segnala un aumento del 3500% del costo del piatto al ristorante rispetto alla preparazione in casa.
Immediata la replica della Federazione italiana esercenti pubblici e turistici (Fiepet) che non si d’accordo: “La stima è esagerata, comunque al ristorante si paga anche il servizio di somministrazione”.
Per l’Aduc quello che viene praticato nei ristoranti italiani è un vero e proprio “salasso”, che peraltro avrebbe già avuto come conseguenza un crollo della clientela nei ristoranti romani (-30% solo nel giugno scorso). “Un piatto di pasta da 100 grammi - spiega l’associazione - costa mediamente 0,25 euro, contro i 9 euro in media del ristorante”.
Un aumento del 3500%, definito dall’associazione “eccessivo”, e non giustificato dalle spese sostenute dai ristoratori. L’Aduc chiede quindi agli esercenti di abbassare i prezzi, “visto che da 15 anni il reddito reale medio non è cresciuto, mentre i menu nei ristoranti sono lievitati smisuratamente e furbescamente dall’entrata in vigore dell’euro. I ristoratori - conclude - devono adeguare i prezzi alla mutata realtà economica del Paese”.
L’allarme dell’Aduc non è condiviso da Tullio Galli, direttore della Fiepet che rappresenta 50 mila pubblici esercizi. “La stima dell’associazione è esagerata - ha osservato - perché probabilmente sono stati presi a riferimento locali di centri turistici rinomati. Bisogna inoltre considerare che sui costi dei menu incide, e non poco, il servizio di somministrazione legato a coperto, personale, cuochi, camerieri, ed utenze”.

L’inflazione schizza: a maggio sale al +3,6%

In calo il consumo di pane

Prezzi al consumo sempre più cari. Schizza alle stelle infatti l’inflazione a causa soprattutto della inarrestabile corsa dei prezzi dell’energia, toccando a maggio il 3,6%, il livello più alto dall’agosto del 1996 (quando si registrò lo stesso valore). Lo rende noto l’Istat diffondendo le stime preliminari per il mese di maggio, aggiungendo che i prezzi, rispetto al mese scorso, crescono dello 0,5%, contro il +0,2% di aprile.
A spingere il livello inflattivo sono prima di tutto gli energetici che crescono del 12,9% rispetto allo stesso mese del 2007, in aumento rispetto al +10,5% di aprile. Ma contribuiscono alla nuova spinta anche gli alimentari, che registrano una crescita su base annua del 5,7% contro il +5,6% di aprile.

In particolare il prezzo della benzina sale del 5,2% su base mensile e del 10,9% su base annua, mentre il gasolio cresce del 6,7% su base mensile e del 26,2% su base annua. Effetti dei rincari energetici anche su casa (+0,6% e +6,8%) e trasporti (+1,8% e +6,2%).

Forti rincari anche per gli alimentari. In particolare crescita del 12,9% su base annua per il pane, del 20,4% per la pasta, dell’11,1% per il latte, del 6,8% per la frutta, del 3,9% per la carne. Ancora in flessione invece il pollo.

“L’aumento dei prezzi favorisce il calo dei consumi a tavola con riduzioni record per il pane (-5,5%), la pasta (-2,5%) e in generale una grave stagnazione delle quantità di prodotti alimentari acquistate dalle famiglie (-0,4%)”. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti, svolta sulla base dei dati Ismea Ac Nielsen relativi ai primi tre mesi del 2008, in occasione della diffusione dei dati Istat sull’inflazione, che registra un aumento del 5,7% per gli alimentari con punte del 20,4% per la pasta e del 12,9% per il pane. “In riduzione” continua la Coldiretti “risultano anche i consumi di ortaggi (-5,5%), di carne bovina (-3,4%) e di frutta (-1,8%) mentre una positiva inversione di tendenza si è verificata per il latte fresco i cui consumi sono aumentati dell’1,6%.
L’andamento attuale del prezzo del grano non offre alibi” sottolinea la Coldiretti “per ulteriori aumenti del pane che dovrebbe al contrario diminuire tenuto conto che le quotazioni del grano sono le stesse di inizio anno.

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Fare la spesa costa di più al Nord. A Milano e Bolzano è caro-cibo

Il reddito medio dei nuclei italiani è di 2.311 euro al mese, ma la maggioranza ha una disponibilità inferiore | Ansa
Fare la spesa costa di più al nord. E per gli alimentari le due città più care in Italia sono Bolzano e Milano, che fanno registrare livelli dei prezzi più elevati di oltre il 10% rispetto alla media nazionale (rispettivamente +13,3% e +11,2%). A dirlo sono i primi risultati sulle differenze nel livello dei prezzi tra i capoluoghi di regione italiane per alcune tipologie di beni e in particolare per tre capitoli di spesa (alimentari, abbigliamento e calzature e arredamento) per un peso complessivo pari a circa il 35% della spesa per consumi delle famiglie. I dati, relativi al 2006, sono stati presentati da Istat, Unioncamere e Istituto Guglielmo Tagliacarne (qui il .pdf).
Dal lavoro, il primo nel genere, risulta, come sottolinea l’Istat, l’esistenza di differenze territoriali, spesso ampie, tra i diversi capoluoghi di regione. Complessivamente i livelli di prezzi registrati nelle città settentrionali risultano superiori a quelli dei capoluoghi del centro e soprattutto del Mezzogiorno del paese. Ciò vale, soprattutto per i prodotti alimentari e di arredamento.

Se Bolzano e Milano rappresentano le città in testa per il caro-cibo, le due meno care, sempre per quanto riguarda il capitolo alimentari, sono Napoli e Bari, con livelli di prezzi inferiori di circa il 10% rispetto alla media. Per i prodotti dell’abbigliamento e delle calzature, i due capoluoghi italiani con i livelli di prezzi elevati sono Reggio Calabria e Venezia (rispettivamente +6,5% e +5,4% sopra la media,) mentre per l’arredamento e articoli per la casa le due città più costose sono Milano e Roma (+25,8% e +12,8% sopra la media). In generale, un gruppo di città (Milano, Trieste, Genova e Bologna) registra livelli dei prezzi più elevati rispetto alla media nazionale in tutti e tre i capitoli considerati.
Sul fronte opposto, un secondo gruppo (Napoli, L’Aquila, Campobasso e Palermo) evidenzia i livelli dei prezzi inferiori alla media italiana sia nel capitolo alimentari che in quello dell’abbigliamento e calzature e dell’arredamento.

Dallo studio emerge inoltre che per quanto riguarda i prodotti alimentari si rilevano differenziali di prezzo “relativamente contenuti’ per i prodotti lavorati e “nettamente più ampi” per i prodotti non lavorati, per i quali “forme tradizionali di commercializzazione del prodotto, aspetti di localizzazione e caratterizzazione della merce commercializzata sembrano rappresentare fattori che comportano spinte verso una maggiore variabilità di prezzi”.

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Famiglie italiane mai così povere negli ultimi venti anni

L'inflazione, comunica l'Istat, a settembre è aumentata leggermente rispetto al mese precedente, passando da +1,6% a +1,7%. Ma il prezzo dei prodotti alimentari registrano forti rincari, primo fra tutti il pane che in un anno è aumentato del 7,5%.
Le famiglie italiane sono sempre più povere. Mai così tanto negli ultimi venti anni. I consumi sono fermi al palo e la crescita, secondo il rapporto di Confcommercio, passerà dall1,5 per cento del 2007 al 1,2 per cento del 2008. Per vedere qualche spiraglio di luce bisognerà aspettare il 2009, quando la percentuale farà un piccolo balzo dello 0,7 per cento. E intanto, i primi fare le spese della crisi, sono pane e cereali il cui prezzo negli ultimi mesi è salito alle stelle. Stessa sorte per la carne e per lo zucchero, il cui consumo scende dello 0,5 per cento. E se la crisi si vede soprattutto a tavola, resistono telefonini ed elettrodomestici. Nel primo caso si tratta di un vero e proprio trionfo tra le preferenze degli italiani che quest’anno acquisteranno cellulari il 22 per cento in più rispetto al 2007. Bene anche i servizi telefonici (+21,4%) e i vari marchingegni domestici, dalla lavatrice all’aspirapolvere (+15,6%). Non solo. Qualche euro in più verrà speso anche per le vacanze mentre si tirerà la cinghia per gli sfizi nel tempo libero. Si risparmierà poi sui pasti in casa e fuori casa (0,5% rispetto a 0,7% del 2007), sulle spese domestiche (1,4% rispetto a 1,2% del 2007) e su tutto ciò che riguarda la cura di sé, dalla palestra al parrucchiere (1,3% rispetto a 1,6% del 2007). In generale, su una spesa di 3.186 euro al mese di spese a famiglia, la fetta maggiore viene riservata alla casa (900 euro) e all’alimentare (733 euro). La ricetta anti-crisi di Confcommercio, spiega il presidente Carlo Sangalli, è “ridurre la spesa pubblica e la pressione fiscale, perché solo così si può davvero dare respiro alle famiglie, innescando un passaggio di fiducia”.


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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