
Il premio nobel per l'economia Paul Krugman (Credits:Imagoeconomica)

Barack Obama ha fallito. Il suo cambiamento basato su due pilastri, redistribuzione e crescita o, nell’analisi di Paul Krugman, “redistribuzione e, quindi, crescita” non c’è stato. Ancora, quando Obama, appena un paio di settimane fa, ha ricordato in un suo discorso le idee riformiste di Theodore Roosevelt, ha dimostrato di non essersi ancora reso conto che mentre il Presidente di inizio ‘900 desiderava davvero creare una società “capace di offrire uguali opportunità a tutti gli americani”, lui, nelle parole del politico repubblicano Mitt Romney, “è convinto che debba essere il governo a creare pari opportunità per tutti, ma in una società in cui ogni cittadino possa ottenere il medesimo risultato indipendentemente dal suo livello di istruzione, di impegno e di volontà ad assumersi dei rischi”.
La domanda che si pone Krugman è però ancora più interessante. Continua

Il premio nobel per l'economia Paul Krugman (Credits:Imagoeconomica)
Economista, professore di Economia e Affari internazionali, nonchè Premio Nobel per l’economia: Paul Krugman è abituato a uno sguardo allargato sulle dinamiche dei mercati. Non fa eccezione il suo ultimo commento apparso sulle colonne di The New York Times di cui è affermato opinionista. Questa volta, Krugman punta il dito contro i tecnocrati: «Rimuoverli dal loro piedestallo è il primo passo per salvare il mondo», scrive.
Ma chi sono i tecnocrati? «Sono esperti così esperti da non riuscire a tenere conto del fattore umano e culturale nelle loro decisioni», sintetizza il professore e li fotografa sul campo: «Sono quelli che hanno convinto l’Europa ad adottare l’euro e sono quelli che adesso stanno convincendo l’Europa e gli Stati Uniti a puntare sull’austerità». Continua

Il petrolio in Arabia Saudita (Credits: LaPresse)
L’andamento del prezzo del petrolio viene da sempre considerato un buon indicatore per prevedere future difficoltà economiche. La guerra dello Yom Kippur del 1973, la rivoluzione iraniana del 1979 e l’aumento record del prezzo del petrolio registrato nel 2008 hanno tutti aperto la strada a periodi di grandi difficoltà. Ecco perché alcuni analisti temono che l’ennesimo aumento registrato in questi giorni possa creare nuovi problemi a un mercato internazionale già instabile.
Rispetto alle difficoltà anni ‘70, dovute essenzialmente ad anomalie dell’offerta, quelle più recenti dipendono esclusivamente da un problema di domanda globale, ha confermato un economista autorevole del calibro di Paul Krugman. Dal momento che la quantità di idrocarburi presenti sulla terra è limitata, l’aumento delle importazioni da parte dei paesi in via di sviluppo sta creando scompensi difficili da eliminare.
Ma il problema del 2011, purtroppo, coinvolge sia la domanda che l’offerta. Non solo, l’aumento dei prezzi non riguarda solo il petrolio ma anche i generi alimentari, il cotone e molte materie prime in generale. Continua
La recessione incominciata nell’aprile 2008 assomiglia alla grande Depressione degli anni ‘30?
Le differenze, già sottolineate da parecchi economisti, sono chiare, anche a occhi profani, guardando questo grafico pubblicato da *Paul Krugman sul suo blog*.

La produzione industriale a confronto
La partenza è stata dunque simile, poi però le cose sono migliorate.
Come sottolinea Free exchange, *uno dei blog dell’Economist*, la differenza nei risultati, a fronte di una partenza con il medesimo impatto sulla produzione industriale, è dovuta a:
1) la stabilizzazione automatica prodotta dalle reti di protezione sociale; 2) migliori difese contro i crolli bancari, compresi gli interventi dei governi; 3) l’assenza del “Gold standard”: i governi non sono dovuti intervenire con politiche monetarie restrittive ed è stato estremamente ridotto il ricorso ad azioni protezionistiche.
Lo statunitense Paul Krugman ha vinto il Nobel per l’Economia per i suoi studi sui modelli di commercio e sulla localizzazione delle attività economiche. Krugman, neokeynesiano, ha 55 anni e insegna all’Università di Princeton. Nei suoi studi indica modelli nei quali i Paesi potrebbero guadagnare dall’imposizione di barriere protezionistiche.
Il premio Nobel per l’economia a Krugman, annunciato dall’accademia Reale delle Scienze svedese, è stato attribuito per “i lavori sugli scambi commerciali”.
Krugman è noto nel mondo accademico per i suoi studi riguardanti la teoria del commercio, in particolare per i modelli in base ai quali i paesi potrebbero guadagnare dall’imposizione di barriere protezionistiche. Noto anche per i suoi libri di testo sulle crisi valutarie e sull’economia internazionale, Krugman è stato critico della New Economy degli anni novanta del XX secolo, dei regimi di cambio fisso dei paesi insulari asiatici e della Thailandia prima della crisi del 1997, dell’affidamento ai governi per difendere i cambi fissi sul quale si sono basati investitori (quali i gestori di capitali a lungo termine) prima della crisi debitoria russa del 1998. Il suo testo Economia internazionale: Teoria e Politica (scritto insieme a Maurice Obstbeld) è un libro molto diffuso riguardante, appunto, l’economia internazionale. Nel 1991 ha ottenuto il prestigioso riconoscimento denominato John Bates Clark Medal dall’Associazione americana per l’economia.

Italia maglia nera tra i maggiori paesi industrializzati per la produttività: è quanto emerge dalle statistiche diffuse dall’Ocse nel “factbook 2008″. La penisola risulta all’ultimo posto per la crescita della produttività del lavoro (Pil per ora lavorata) che è stata praticamente nulla (”inferiore allo 0,5%”) nel periodo 2001-2006. La situazione mostra miglioramenti nel 2006 (+1%) rispetto agli anni precedenti (dal -1,2% del 2002 al +0,4% del 2005), ma l’Italia resta ben al di sotto della media Ocse (+1,4%) e dell’Europa a 15 (+1,7%), per non parlare del 5,2% segnato dalla Repubblica Slovacca e del +3,4% di Corea e Ungheria. Prendendo in considerazione la cosiddetta “produttività multifattoriale”(che include fattori quali l’innovazione tecnologica e organizzativa), l’Italia accusa addirittura una flessione media dello 0,5% nel 2001-2006, confermandosi fanalino di coda.
Anche in questo caso il trend, peraltro, dà segnali di miglioramento, come mostra il 2006 che ha registrato una crescita dello 0,6%, mentre gli anni peggiori del periodo sono stati il 2002 (-1,4%) e il 2003 (-1,6%). Senza sorpresa, l’Italia è ultima anche per crescita (molto vicina allo zero) del Pil pro capite nel 2001-2006. Il declino emerge anche se si considerano le differenze di produttività e reddito rispetto agli Usa: il Pil per ora lavorata nel 1995 era pari a 91 (contro 100 degli Usa), nel 2006 era sceso al 76. Ugualmente il pil pro capite nel 1995 era pari a 74 e nel 2006 era sceso a 66. In base alle statitische Ocse, il peggioramento del trend della produttività nel 2000-2005 è riscontrabile sia nel settore manifatturiero, dove il valore aggiunto per lavoratore è diminuito di poco meno del 2%, sia nei servizi dove la flessione è dell’1% circa. In entrambi i casi l’Italia è a fondo classifica tra i maggiori paesi industrializzati. Nel ‘factbook’, come di abitudine, l’Ocse sciorina numeri e classifiche facendoli precedere solo da brevi cenni esplicativi. Ma per la produttività fa un’eccezione e fa precedere l’introduzione da una frase dell’economista Paul Krugman: “la produttività non è tutto, ma a lungo andare è quasi tutto. La capacità di un paese di migliorare il suo standard di vita nel tempo dipende quasi interamente dalla sua capacità di aumentare la produzione per lavoratore”.
Ma dal Factbook escono anche altri dati, meno noti, ma parimenti inquietanti: come quello dei “giovani inattivi”, ovvero nullafacenti, auspicabilmente non per scelta. La Penisola, secondo l’Ocse, è seconda solo alla Turchia con il 10,9% dei ragazzi e l’11,4% delle ragazze tra i 15 e i 19 anni che non vanno nè a scuola, nè lavorano. E i coetanei che frequentano una scuola certo non brillano, se paragonati agli altri studenti dei maggiori Paesi, come annualmente confermano i test di Pisa che vedono i liceali italiani nelle ultime posizioni (24esimi) per abilità e conoscenze.
L’Italia del resto non appare all’altezza neppure negli investimenti nella conoscenza (quart’ultima tra i 18 big, con poco più del 2% del Pil), nè per numero di ricercatori (24esima su 30). In compenso abbondano i telefoni (quarta per accessi telefonici). Ad avere segnato il passo, secondo l’Ocse, sono invece le autostrade: penultimo posto per crescita della rete. Non fa certo onore, poi, la terzultima posizione per gli aiuti allo sviluppo (0,20% del Pil nel 2006). Dalle statistiche Ocse emerge, infine, che gli italiani spendono poco anche per i divertimenti e la cultura: le famiglie solo il 4,1% del Pil nel 2005 e lo Stato si ferma allo 0,8%. È un’Italia un pò triste quella che finisce così terzultima.
Il VIDEO servizio: