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Pechino

Particolare di una tela di Monet (Credits: La Presse)
Chi sono i cinesi che stanno svaligiando le aste e le gallerie d’arte di tutto il mondo? E quali sono gli autori che possono, per una serie di coincidenze, sognare di vendere ai nuovi appassionati d’arte d’Oriente? Rispondere queste domande non è così semplice, anche perché la maggior parte dei cinesi che va oggi a caccia di opere d’arte a Londra o a New York lo fa non tanto perché affascinata dalle pennellate degli Occidentali, quanto per mettere in cassaforte, in un momento di forte crisi economica, una serie di tele preziosissime da poter eventualmente rivendere in caso di difficoltà. Pur senza nascondere la soddisfazione di strappare agli ex-colonizzatori qualche importante pezzo della loro tradizione artistica e culturale. Continua

(Credits: Matt Cetti-Roberts/LNP)
Fra meno di un anno toccherà all’Inghilterra essere giudicata per la capacità con cui sarà riuscita a organizzare le Olimpiadi del 2012. Già a dodici mesi di distanza dalla cerimonia di inaugurazione è impossibile negare l’intelligenza con cui il governo di Londra ha sfruttato questa importante manifestazione sportiva per rilanciare lo sviluppo economico del paese e proteggersi dall’effetto domino della crisi che ha inesorabilmente colpito una buona parte del Vecchio Continente. Continua

Cavalli a Parigi, Galeries Lafayette (Credits: AP Photo/Christophe Ena)
Entro il 2015 la Repubblica popolare cinese dovrebbe diventare il primo mercato al mondo per i beni di lusso, e gli storici grandi magazzini francesi Galeries Lafayette non vogliono lasciarsi sfuggire l’opportunità di offrire i loro prodotti a una buona fetta di nuovi ricchi orientali. Continua

Si parla di una clamorosa fuga di Zhou Xiaochuan, governatore della banca centrale cinese
Zhou Xiaochuan, governatore della banca centrale cinese (People’s Bank of China, Pbc), sarebbe scomparso. Le voci di quella che potrebbe essere una fuga clamorosa hanno cominciato a circolare quando, due giorni fa, un dispaccio della Ming Pao, accreditata agenzia giornalistica di Hong Kong, annunciava che il governo cinese era pronto a prendere duri provvedimenti nei confronti di alcuni alti dirigenti dell’istituto (tra i quali lo stesso Zhou Xiaochuan) in seguito alla scoperta di un «buco» di 430 miliardi di dollari causato da investimenti sui titoli di stato americani: la Cina, è noto, è il primo possessore al mondo di buoni del Tesoro statunitensi.
Panorama non ha trovato conferme ufficiali alla notizia, ma sul sito della Pbc l’ultima notizia riguardante il governatore risale al 3 agosto, quando ha incontrato i suoi omologhi giapponese e coreano. Intanto il nome di Zhou Xiaochuan risulta bloccato su tutti i motori di ricerca cinesi. «Comunque sia, il fatto che tali voci siano state fatte trapelare e abbiano avuto ampia eco in tutta la Cina è significativo» commenta il think tank americano Stratfor, che ha ripreso la notizia sul suo sito web.
«Soprattutto dal momento che il partito comunsta cinese si sta preparando a un cambiamento di leadership entro il 2012». E Zhou Xiaochuan è certamente uno degli uomini oggi più potenti a Pechino, gran navigatore della politica cinese, di cui conosce tutte le asprezze: nemico di Hu Jintao, prima che questi diventasse numero uno del partito, pare abbia scontato un periodo agli arresti domiciliari nel 2006, quando Hu sconfisse la cosiddetta «banda di Shangai». Allora non si ebbero conferme del provvidemento: se però oggi fosse davvero fuggito all’estero il controllo, per quanto stretto, di Pechino sull’informazione non potrebbe tenere a lungo nascosta la notizia. (Gianluca Beltrame)

“L’acquisizione può avere un’influenza negativa sulla concorrenza e non è consentita dalla legge antimonopolio”. Suona curioso pensare che queste parole siano state pronunciate dalla Cina (Paese in cui la legge in questione è in vigore solo da agosto 2008) in relazione al tentativo di acquisto, da parte della Coca Cola, della più grande compagnia locale di bevande alla frutta, la Huiyuan Juice Group Ltd, che nel settore controlla in 40% del mercato.
Il gigante statunitense pianifica da tempo l’idea di entrare sul mercato cinese acquistando un’azienda che gli permetta di ampliare la propria fetta di mercato locale in un ramo in cui si sente particolarmente debole. Per il controllo di Huiyuan Coca Cola ha offerto nel settembre del 2008 2,4 miliardi di dollari. Ma il governo ha deciso di fermare quella che si sarebbe configurata come la più grande acquisizione di una compagnia cinese da parte di un investitore straniero. Secondo il Ministro del Commercio di Pechino, se l’accordo fosse stato raggiunto la Coca Cola si sarebbe assicurata una posizione dominante sul mercato, e i consumatori cinesi sarebbero poi stati costretti ad acquistare i prodotti del gigante americano al prezzo sicuramente più alto che quest’ultimo avrebbe imposto.
I rappresentanti di Huiyuan e Coca Cola hanno fatto sapere che rispetteranno la decisione del Ministro, ma mentre Huang Wei, analista cinese specializzato nel mercato delle bevande, sostiene che l’investimento americano avrebbe senza dubbio favorito la competitività sul mercato cinese o quanto meno la modernizzazione degli stabilimenti Huiyuan, è evidente quanto nella loro le autorità cinesi abbiano considerato altre variabili e giudicato il mercato dei succhi di frutta troppo redditizio per essere lasciato nelle mani degli statunitensi. Dal 2004 ad oggi, in Cina le vendite in questo settore sono aumentate dell’89%, quelle di bevande gassate “solo” del 42%.
E mentre i cinesi si rassegnano all’idea di continuare a bere succhi di frutta locali, a pochi chilometri di distanza, a Pyongyang, i coreani del Nord sperano di ricevere un altro tipo di autorizzazione dal loro regime: quella di assaggiare qualche specialità italiana in un nuovissimo ristorante appena aperto nella capitale. Secondo quanto diffuso dalla stampa giapponese, nel 2008 Kim Jong-il avrebbe spedito un paio di chef coreani in Italia ad imparare i segreti della nostra cucina per poi metterli a disposizione del suo popolo. Una dimostrazione di magnanimità da parte del Caro Leader? No. È più probabile che si tratti del suo ennesimo capriccio, visto che la maggior parte della popolazione, in Corea del Nord, continua a vivere nella povertà (e nel terrore) più assoluti.
Wei zhong zhi ji. In italiano, opportunità nella crisi. È questa la nuova parola d’ordine del Governo cinese, che ha recentemente studiato un piano per ristrutturare la politica energetica nazionale sfruttando quanto di favorevole è emerso dalla crisi finanziaria globale. Il nuovo piano prevede l’aumento delle importazioni per incrementare le riserve di risorse energetiche, la costruzione di nuove infrastrutture e la diversificazione del paniere dei combustibili utilizzati nel Paese.Il crollo del prezzo del petrolio, che in soli cinque mesi è passato da 150 a meno di 40 dollari al barile, ha convinto la Cina, secondo Paese al mondo dopo gli Stati Uniti nella classifica dei principali consumatori di greggio, della necessità di sfruttare una quotazione favorevole per riempire i depositi nazionali. Non solo: per avvantaggiarsi della buona congiuntura, il partito ha in mente di costruire nuovi magazzini per lo stoccaggio dei barili. Attualmente la Cina è in grado di accumulare un massino di cento milioni di barili, ma nelle nuove strutture verrà creato lo spazio per altri centosettanta milioni di botti: in previsione di un nuovo aumento della quotazione del petrolio, a Pechino sembra conveniente accumularne il più possibile.
Almeno sessanta miliardi di dollari verrano destinati alla realizzazione di nuove infrastrutture. Tra queste, tre impianti per la produzione di energia nucleare e un secondo gasdotto (di 5.300 chilometri) per collegare l’est e l’ovest del Paese. Infine, il Governo vuole diversificare il paniere dei combustibili utilizzati ampliando gli impianti termoelettrici più efficienti e chiudendo quelli più piccoli, accorpando le miniere di carbone già esistenti per gestirne poi soltanto tredici, seppure di dimensioni enormi, e potenziando il consumo di corrente elettrica generata dai reattori nucleari e di energie rinnovabili. Il tutto verrà gestito dalla National Energy Administration, agenzia (governativa) creata apposta per facilitare l’implementazione della nuova politica energetica cinese.

Prendendo spunto dai cugini di Hong Kong, un gruppo di nove studenti universitari cinesi è andato ad intervistare i dipendenti di cinque fabbriche della Coca-Cola nelle regioni del Guangdong e dello Zhejiang, scoprendo che, nonostante la legge lo proibisca, lì chi lavora alla catena di montaggio continua ad essere trattato come uno schiavo.
A conclusione della loro inchiesta sul campo, gli studenti di Pechino hanno presentato un rapporto di 28 pagine in cui chiedono alla multinazionale americana di intervenire per migliorare al più presto la situazione. A stare peggio, come sempre, sarebbero i salariati occasionali o assunti a tempo determinato, nella maggior parte dei casi con contratti irregolari. A detta degli studenti che li hanno incontrati, questi lavoratori oltre ad essere sfruttati con gli straordinari sarebbero anche sottopagati e malnutriti. Nondimeno, sarebbero loro ad occuparsi, in fabbrica, delle mansioni più dure, pericolose o noiose.
Per sensibilizzare il Paese alla gravità della questione, gli universitari hanno scritto una lettera aperta ai campioni Yao Ming e Liu Xiang, entrambi profumatamente sponsorizzati dalla multinazionale statunitense, invitandoli a smettere di rappresentare il marchio nel caso in cui non verranno presi provvedimenti seri per risolvere il problema.
Tuttavia, dall’altra sponda del Pacifico segnali incoraggianti stentano ad arrivare. Secondo il China Daily, la Coca-Cola si è difesa accusando i ragazzi di aver condotto una ricerca inaccurata e parziale, visto che “la multinazionale rispetta alla lettera le normative cinesi che regolamentano i contratti di lavoro”. Allo stesso tempo, gli americani si sono lamentati di un presunto appello al boicottaggio delle bevande del gruppo lanciato dagli studenti come ritorsione. Questi ultimi, al contrario, offesi per essere stati accusati ingiustamente, hanno chiesto oggi, rivela il South China Morning Post, che il quartier generale della Coca-Cola si scusi pubblicamente con loro.
Difficile prevedere come si chiuderà questa vicenda. Ad aprile, quando gli studenti di Hong Kong avevano denunciato alcuni stabilimenti industriali della Cina continentale per la violazione delle leggi sul lavoro, la Disney (che in quelle fabbriche produceva i gadgets venduti nei parchi giochi di tutto il mondo) fu costretta a cambiare fornitori. La Coca-Cola, invece, potrebbe cavarsela uniformando i contratti di lavoro dei suoi dipendenti.