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Guida alla pensione integrativa: Per un assegno in più

Persona anziana al bar (foto flickr/luiginter)

Persona anziana al bar (foto flickr/luiginter)

Una rendita pensionistica in più, oltre a quella di base, e non per vivere meglio, solo per vivere bene. Il problema riguarda migliaia di persone tra i 50 e i 65 anni: ci si ritrova prepensionati, spesso ancora giovani e con la necessità di ridurre le spese con una rendita Inps che, mediamente, fa calare di oltre un quarto le entrate mensili rispetto allo stipendio.
Ma il problema in futuro sarà ancora più forte. Dopo il 2015 chi andrà in pensione subirà infatti un doppio effetto negativo.
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Brunetta sfida le statali: “Basta spesa in orario di lavoro”. E in pensione più tardi

Renato Brunetta

“Protestate pure, ma è così”. Parla dinanzi a una platea composta quasi esclusivamente da donne, in un convegno sulle pari opportunità. E ancora una volta il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta scatena proteste, fischi, critiche ma non si ferma: “Io” ripete “non voglio più che le donne scappino dall’ufficio per fare la spesa, per poi tornare a casa all’una e mezza e avere difficoltà a gestire la famiglia e tutto il resto”.
Parla chiaro, come suo solito, il ministro: “Il lavoro pubblico è stato usato per tanto tempo come un ammortizzatore sociale, soprattutto da parte delle donne che uscivano a fare la spesa in orario di lavoro”.
E a quel punto dalla platea si sono alzate forti le contestazioni da parte del pubblico femminile presente: “Ci sono tante donne nella scuola e nella pubblica amministrazione perché vinciamo i concorsi e siamo più brave degli uomini”. Pronta la replica del ministro: “Se si vincono tanti concorsi come mai sono così poche le donne ai vertici della carriera?”.
Domanda retorica, alla quale Secondo Brunetta la vera parita’ e l’innalzamento dell’eta’ pensionabile delle donne vanno di pari passo, perche’ “per la parita’ occorrono soldi”.
Brunetta ha osservato che e’ necessario “rompere l’equilibrio attuale, per cui le donne vanno in pensione prima degli uomini come compensazione della mancata carriera e dei carichi familiari”.

Ma le dichiarazioni di Brunetta hanno provocato la reazione del ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna presente in sala, che non ha direttamente risposto al collega, ma rivolta alle donne in platea ha detto: “Non fatevi scoraggiare. Non cadiamo nelle facili provocazioni”. Per poi aggiungere, in contrasto con Brunetta che aveva parlato di “chiacchiere sulla parità”, che “i gap esistono, non sono chiacchiere, soprattutto nel mondo del lavoro”.
Poi però la Carfagna ha tenuto, con una nota, a smorzare i toni: “Nessuna polemica con il ministro Renato Brunetta. Siamo entrambi d’accordo sul fatto che esista un gap tra uomo e donna nel mondo del lavoro, ma che, allo stesso tempo, lo scopo dell’attività del nostro governo deve essere quello di eliminare sprechi e inefficienze nella pubblica amministrazione”. Ovviamente: “Chi va a fare la spesa durante l’orario di lavoro commette una truffa e va censurato” precisa la Carfagna “ciò non toglie che in Italia vi siano milioni di donne che lavorano seriamente, si distinguono per la loro professionalità, e che vadano aiutate a conciliare meglio i tempi di lavoro e di cura familiare”. “Per questa ragione” aggiunge “il mio ministero, insieme con quello del Welfare, sta per far approvare misure di conciliazione”.

Anche il tema delle pensioni al femminile torna di nuovo d’attualità. Entro l’estate la sentenza dell’Unione europea sull’aumento dell’età pensionabile per le statali “dovrà essere rispettata” ha aggiunto Brunetta sottolineando che “dopo si aprirà il dibattito sul resto del sistema”. Successivamente quindi potrebbe cominciare la discussione su una possibile armonizzazione del settore pubblico con quello privato, elevando anche in quest’ultimo l’età delle donne lavoratrici. Brunetta ha affermato comunque di non essere sicuro “di avere la maggioranza nel resto del governo e nel resto del paese”. Il ministro della Funzione Pubblica ha infine affermato che tra le ipotesi c’è quella di una convergenza tra età pensionabile degli uomini e delle donne da realizzare “nell’arco di un decennio”. La convinzione del ministro è che “tutti i risparmi che si ricaveranno da questa convergenza dovranno essere investiti a favore del ruolo della donna, all’interno del suo ciclo di vita nel mondo del lavoro, del welfare e della famiglia”.

Alle lavoratrici europee meno soldi e pensioni inferiori

Pensione dell'Inps

Mentre ferve il dibattito sull’età da pensione per le donne (statali), si scopre che in Europa guadagnano in media il 17,4% in meno rispetto agli uomini, e hanno pensioni inferiori. Questi i dati della tavola rotonda “Donne contro i razzismi e le discriminazioni”, organizzata dall’Inca Cgil, in corso a Roma.
E proprio contro le disparità retributive fra uomini e donne, in occasione dell’8 marzo, sul tema “stesso guadagno per un lavoro dello stesso valore” la Commissione europea ha lanciato una campagna in tutta la Ue.
In Europa, sono diminuiti i casi di discriminazione diretta, come le differenze salariali tra uomini e donne che svolgono esattamente lo stesso lavoro, ma resta una disparità retributiva che riflette discriminazioni e disuguaglianze nel mercato del lavoro.
E la disparità salariale, riducendo reddito e pensioni durante la vita attiva delle donne, causa povertà in età avanzata: il 21% delle donne di oltre 65 anni d’età rischia la povertà, contro il 16% degli uomini.
Le donne lavorano a orario ridotto più spesso degli uomini (31,2%, contro 7,7% per gli uomini) e predominano in settori in cui i salari sono inferiori (oltre il 40% delle donne lavora nella sanità, nell’istruzione e nella pubblica amministrazione, valore doppio degli uomini). Le donne rappresentano però il 59% di tutti i nuovi laureati.
L’Italia si caratterizza per l’assenza di forme strutturate di welfare familiare e per una spesa sociale complessivamente più bassa degli altri Stati europei, con scarse risorse destinate al sostegno delle famiglie.

Pensione a 65 anni? L’altolà di Bossi: “Decidano le donne”

Un modulo della pensione

Chi meglio delle donne protagoniste, fa intendere Umberto Bossi, per decidere se sia giusto o meno che vadano in pensione (nel 2018) a 65 anni.
Insomma, l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego, al leader del Carroccio non va giù. “Devono essere le donne a scegliere”. Ha tagliato corto così il ministro per le Riforme commentando la proposta caldeggiata (anzi, quasi imposta) dall’Europa. Sull’emendamento alla legge comunitaria, che potrebbe essere presentato dalla senatrice Cinzia Bonfrisco (Pdl), Bossi dice: “Vedremo”. E poi chiosa con una battuta fra il serio e il faceto: “In Aula ci azzufferemo”. Poi si corregge: “Discuteremo”. Bossi ha parlato delle pensioni nel pubblico impiego a margine dei lavori in Senato sulle quote latte, rimarcando che la Lega in questa materia “è per la libera scelta delle donne”. Ci possono essere donne che vogliono andare in pensione dopo, ha spiegato, ma la scelta deve essere la loro.
A dare man forte al leader della Lega anche la fedelissima Rosi Mauro che aggiunge: “Vada l’Europa in pensione a 65 anni. Non ci piacciono le imposizioni di stampo europeo, che poco conoscono la realtà del nostro Paese”. E Rosi Mauro ribadisce che se verrà presentato all’Aula del Senato un emendamento della maggioranza alla Comunitaria, per innalzare la pensione delle donne nel pubblico impiego, rispondendo al richiamo dell’Europa, “ci sarà da discutere”.
Cerca di smorzare i toni il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, che intervenendo a Radio 24, si è detto “contrarissimo all’equiparazione del trattamento pensionistico di uomini e donne nel settore privato. Le donne vanno quasi sempre in pensione di vecchiaia, non contributiva come gli uomini, e se facessimo l’equiparazione l’effetto paradossale sarebbe che le donne andrebbero in pensione più tardi degli uomini”.

In casa in sicurezza: ecco l’assicurazione per le casalinghe

La chiamata è per oltre 5 milioni di casalinghe, anche se ne risultavano iscritte all’Inail a fine dicembre 2008 solo 2,1 milioni. Cadute, scottature ma anche incidenti mortali: sono 358 le rendite già riconosciute per infortuni sul lavoro accaduti tra le mura domestiche. Indennizzato anche l’infortunio capitato durante un lavoro di ‘bricolage’ o nella casa al mare, per fare alcuni esempi. La scadenza è per il 31 gennaio prossimo, data entro la quale versare il premio per l’assicurazione contro gli infortuni domestici.
Sono chiamati ad assicurarsi presso l’Inail tutti coloro, tra i 18 e i 65 anni, che svolgono non occasionalmente, gratuitamente e senza vincolo di subordinazione, il lavoro di cura della propria famiglia e della propria casa. Interessa per lo più le donne ma l’assicurazione non è preclusa agli uomini se svolgono esclusivamente lavoro domestico.

Ecco un pro-memoria dell’assicurazione rivolta alle casalinghe.
Quanto si versa. Il versamento è di 12,91 euro ma è a carico dello Stato nel caso di redditi bassi (reddito personale inferiore a 4.648,11 euro e familiare inferiore a 9.262,22 euro). Il premio assicurativo si paga attraverso bollettino postale, Bancoposta o anche con la carta di credito via Internet.
Otto milioni di casalinghe, due milioni quelle iscritte. Le casalinghe in Italia, secondo i dati Istat, sono 8.256.000 ma non tutte hanno i requisiti, per l’età o per la condizione soggettiva, per l’assicurazione. Assicurabili sono 5.423.000 ma al 31 dicembre 2008 risultavano solo 2.168.591 iscrizioni.
Rendite in caso di infortunio. L’Inail paga una rendita che va da 166,79 euro al mese in caso di invalidità permanente pari al 27% (per esempio, perdita del pollice), fino ad una rendita di 1.158,33 euro nel caso di invalidità al 100%. L’infortunio mortale è equiparato al 100% di invalidità e la rendita va ai superstiti. Le infortunate hanno nel 63% dei casi tra i 56 e i 65 anni. Nell’86% dei casi, l’infortunio è causato da scivolamento caduta.

Pensioni, l’impegno del governo con l’Ue: salirà l’età per le statali

Renato Brunetta

Graduale e flessibile, ma inevitabile: la riforma per allineare il requisito per la pensione di vecchiaia di uomini e donne del pubblico impiego. Cioè, scrive il Sole24Ore, il governo assicura all’Ue, in una comunicazione inviata ieri a Bruxelles dal ministro per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, che sarà elevata l’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego.
La nota prende atto della sentenza dell’Alta corte di giustizia del Lussemburgo che il 13 novembre scorso aveva individuato nella differenza d’età minima (60 anni per le donne e 65 per gli uomini) una violazione dell’articolo 14 del Trattato.
Le nuove norme per allineare i trattamenti, sottolinea il Sole24Ore, saranno presentate nelle prossime settimane in consiglio dei ministri dal titolare della Funzione Pubblica Renato Brunetta dopo una verifica su costi e compatibilità. L’ipotesi più accreditata è che le modifiche verranno inserite nel disegno di legge comunitario 2009.
Delle mosse del governo per adeguare l’età pensionabile delle donne del pubblico impiego a quanto richiesto dalla Corte di giustizia europea, ha parlato lo stesso Brunetta, ai microfoni di Radio24, sottolineando come “la materia è di competenza del Consiglio dei ministri che ha aperto un’istruttoria per cercare nel più breve tempo possibile una soluzione progressiva e flessibile al problema”, ha spiegato Brunetta, precisando che “bisognerà tener conto del ciclo di vita delle donne, rispettando la parte di vita lavorativamente attiva e quella familiare”. “Cercheremo di cambiare le regole in maniera equa, equilibrata e corretta, superando le discriminazioni che ci sono state nel passato nei confronti delle donne”, ha concluso Brunetta.
Per i sindacati, qualsiasi adeguamento dell’età di pensionamento di vecchiaia tra uomini e donne impiegati nella pubblica amministrazione deve essere negoziato e avvenire su base volontaria. “Le armonizzazioni sono certamente all’orizzonte” afferma il segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini “ma ci sono margini per trattare e discutere. C’è ancora spazio per un confronto tra le parti perché la cosa deve essere affrontata senza fretta e senza trovarsi davanti a fatti compiuti”.
Secondo il segretario confederale della Uil Domenico Proietti, “ogni intervento sull’età pensionabile delle donne deve essere fatto esclusivamente su base volontaria, nel rispetto dello spirito della legge Dini. Già la legge 903 del 1977 garantisce la possibilità per le donne di continuare a lavorare fino ai 65 anni e, in alcuni casi, anche fino ai 67″. Per Proietti “l’attuale situazione non rappresenta quindi una discriminazione ma un’opportunita’ offerta alle donne in ragione di particolari condizioni sociali e lavorative tipiche del nostro Paese. Riteniamo pertanto che sia sbagliato parlare di modifiche in un momento in cui il sistema previdenziale ha invece bisogno di certezze e stabilità”.
Per modificare l’attuale regime, comunque, il Ministro della Funzione Pubblica ha già costituito una commissione tecnica. Le norme di adeguamento potrebbero essere presentate agli altri ministri competenti nelle prossime settimane per cercare di inserirle nel testo del ddl comunitario 2009.
Una prevede un adeguamento scaglionato, con l’aumento di un anno ogni due del requisito per l’accesso alla vecchiaia delle donne. La seconda punta a un primo aumento da 60 a 62 anni per la vecchiaia da accompagnare con una fascia flessibile di pensionamento di anzianità tra i 62 e i 67 anni uguale per tutti i dipendenti pubblici.

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Discutine sul FORUM: “A proposito delle donne in pensione a 65 anni… E gli onorevoli?”

Le over 60 e la pensione. Ma lasciamole lavorare

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Liliana Raule ha 63 anni compiuti lo scorso ottobre. È dipendente della Onama e lavora come addetta alle mense scolastiche torinesi: per tutti è la “nonna della pastasciutta”. Una delle tante donne italiane che per obbligo, scelta o necessità continuano a lavorare oltre i 60 anni. “La vita mi ha messo nelle condizioni di dovermi cercare un lavoro a 50 anni. E per fortuna l’ho trovato”. Alzare l’età pensionabile delle donne, come ha proposto il ministro dela Funzione pubblica Renato Brunetta, dunque le sembra una buona idea: “Quale azienda infatti assumerebbe mai una donna che ha superato la mezza età se non potesse contare almeno su 15 o 20 anni del suo lavoro?”.
Liliana Raule non è una manager e nemmeno un’imprenditrice di ferro. Ma è una donna pragmatica, che per anni ha dovuto rinunciare a un impiego per curare il figlio distrofico, ha affrontato l’invalidità del marito, ex operaio edile, e per finire ha anche dovuto fare i conti con i contributi previdenziali: “La pensione sociale unita a quella di mio marito non ci avrebbe permesso di vivere. Ho soltanto la licenzia media inferiore, non restava altro da fare che rimboccarsi le maniche”.

Il 13 gennaio Brunetta dovrà rispondere alla sollecitazione della Corte di giustizia europea, che ha rilevato la disparità di trattamento in Italia per quanto riguarda l’età pensionabile nel pubblico impiego: 65 per i maschi, 60 per le donne. La sentenza europea ha spinto il ministro a proporre la parificazione a 65 anni per tutti, provocando un dibattito acceso. E in parte inutile: anche in Italia spesso il problema è già superato. Il 19 per cento delle lavoratrici nel settore pubblico va a riposo solo dopo aver compiuto i 60 anni. E se ci inoltriamo nelle statistiche Inps, scopriamo che negli ultimi 5 anni l’età media del pensionamento si è sostanzialmente parificata anche nel privato: 60,9 anni per gli uomini e 60,1 anni per le donne nel 2007.
Quella che diverge è piuttosto l’anzianità media contributiva (34,4 anni per i maschi contro i 26,8 delle donne): uno dei motivi per cui molte lavoratrici scelgono di prolungare l’attività.
“I continui trasferimenti di mio marito, impiegato nella marina mercantile, mi hanno costretto a lungo a svolgere lavori precari” racconta Giuliana Baretti, 60 anni, dipendente di un supermercato a Genova. “Ora mi sono stabilizzata, ma 26 anni di contributi sono pochi per vivere bene con la pensione. Lavorerò dunque finché avrò la salute. E finché mio figlio, lavoratore interinale, avrà la sicurezza di un posto fisso”.
Negli Stati Uniti, in Islanda e Norvegia l’età pensionabile è fissata per tutti a 67 anni, riforme per elevarla sono in discussione anche in Danimarca, Germania e Regno Unito. L’Italia invece è uno dei quattro paesi dell’area Ocse (con Svizzera, Polonia e Messico) che continuano a prevedere età di pensionamento diverse per uomini e donne.

“La realtà è più sfumata” precisa Maurizio Benetti, dell’ufficio studi Cisl. “Una legge del 1977 ha equiparato la possibilità di andare in pensione a 65 anni, lasciando alle donne la facoltà di esercitare l’opzione con preavviso di 3 mesi. La Corte costituzionale ha poi cancellato l’obbligo di preavviso, ma non sempre l’azienda ne tiene conto”.
In altre parole, oggi una donna ha diritto ad andare in pensione a 60 anni, ma se vuole può continuare a lavorare anche senza dare preavviso all’azienda. Addirittura può accadere che le donne vengano “discriminate al contrario” dalle imprese che vogliono sfoltire il personale. Come sostengono un centinaio di ex dipendenti dell’Istituto San Paolo, pensionate contro la loro volontà poco dopo la fusione con la Banca Intesa. “Tutte avrebbero voluto continuare a lavorare oltre i 60 anni” racconta la sindacalista della Uil Valeria Cabrini “ma l’azienda ha contestato loro il mancato preavviso appellandosi al regolamento Intesa. Peccato però che in San Paolo vigesse la prassi opposta, e che nessuno le avesse informate del cambiamento”. Il contenzioso si è chiuso con una transazione e le dipendenti sono state ripagate con una buonuscita tra le 12 e le 15 mensilità.
Ogni storia è un caso. Oggi le donne lavorano a lungo e volentieri, ma esistono impieghi più usuranti. Mancano gli asili nido, soprattutto al Sud. E parità di salario e di carriera si fanno attendere. “Per questo credo sia giusto lasciare alle donne libertà di scelta” commenta Rita Fiori, segretario generale del Consiglio nazionale dei centri commerciali. “Io ho 62 anni e ho firmato un contratto sino al 2010, però a condizionare le scelte altrui potrebbero anche intervenire problemi familiari o di salute”.

Sul punto la discussione è aperta. Anche Claudia Catania, professoressa di matematica nell’istituto agrario Domizia Lucilla di Roma, è contraria al principio dell’obbligatorietà: “Io continuo a lavorare serena, ma ho una figlia che frequenta ancora l’università. Al momento non ho alternative, forse, se fossi nonna, smetterei”.
I pannolini non piacciono a tutte e Maria Grazia Mastroianni, 63 anni, impiegata all’Enasarco di Roma, non li ha voluti vedere nemmeno da giovane: “Cinquant’anni fa gli asili nido non esistevano e le donne non potevano sfuggire alla cura dei figli. Oggi per fortuna è diverso: se guidiamo i tir, possiamo anche andare in pensione più tardi”.
Luigia Brunetti, 63enne buyer della Selex Sistemi Integrati, è nonna da tempo: “Ho lavorato part-time tre anni e mezzo per seguire i miei figli, ma oggi che entrambi hanno una famiglia e sono indipendenti, perché mai dovrei rinunciare alla gratificazione del mio lavoro? Il problema della maternità si affronta a trent’anni. A 60 anni, invece, le donne sono ancora giovani e all’azienda garantiscono esperienza”.
Ne sanno qualcosa i laboratori di alta moda di Valentino, dove hanno scelto di trattenere in servizio una decina di sarte esperte, ultrasessantenni. E la Edelman Italia, società di relazioni pubbliche di cui è executive vicepresident Patrizia Druetti, 60 anni: “Quando ho dichiarato l’intenzione di continuare a lavorare, mi ha colpito la reazione dell’azienda. Tutti erano convinti che il mio patrimonio di esperienza e relazioni fosse prezioso e che avrei potuto trasferirlo con più serenità restando al mio posto. A 60 anni, infatti, non susciti più gelosie”.

L’uscita di scena della donne prima dei 60 anni avviene più spesso in fabbrica o nelle aziende padronali, “mentre le aziende di maggiori dimensioni preferiscono valutare le singole prestazioni” sottolinea Paolo Citterio, presidente dell’associazione direttori del personale. E la storia di Grazia Adriana Caimi, perseverante amministratore delegato della Copyright Promotions Italia a 65 anni, non è che una conferma: “Ho lottato molto per il mio lavoro, bruciando nelle spese di asilo nido, baby sitter e colf tutto lo stipendio da impiegata. La carriera è stata una mia scelta. E non sono ancora pronta a mollare”.

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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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