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Liberalizzazioni: una brutta marcia indietro del Governo - L’OPINIONE

Il ministro per lo sviluppo economico Corrado Passera (Credits: Roberto Monaldo/LaPresse)

Il ministro per lo sviluppo economico Corrado Passera (Credits: Roberto Monaldo/LaPresse)

Ennesima delusione per chi da tempo aspetta delle liberalizzazioni che possano aprire il mercato delle professioni in Italia. Anche il governo Monti infatti alla fine ha dovuto fare marcia indietro su tutti quei provvedimenti della manovra Salva Italia, che potevano intaccare i privilegi di qualcuna delle tante corporazioni professionali. In nottata con un emendamento ad hoc, è stato annacquato anche l’ultimo provvedimento che riguardava i farmacisti, con la sospensione della liberalizzazione nella vendita dei farmaci di fascia C. Continua

Il secondo senso - Opposizione di cuore

“Il governo non va al cuore del problema sociale” .
(Pierluigi Bersani, Pd, ex ministro dello Sviluppo Economico commentando la Finanziaria)
Voleva dire:
“L’opposizione o è insieme alla Cgil o non è”.

L’Isvap chiude, dal governo un boccone amaro per Draghi

Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia
I maligni vi hanno visto un’altra vendetta a orologeria per l’affare Unipol. Con un emendamento alla Finanziaria voluto dal ministro ex ds Pierluigi Bersani, il governo sopprime con effetto immediato l’Isvap, l’autorità di controllo sulle assicurazioni.
Nell’estate 2005 fu l’organismo guidato da Giancarlo Giannini a ritardare di 3 mesi il via libera alla scalata (poi fallita) di Giovanni Consorte alla Bnl. La Quercia se l’è legata al dito: il segretario Piero Fassino ne propose subito l’abolizione, mentre Bersani tuonò contro quel nullaosta che tardava. Ma i veri retroscena sono altri. Giannini, ex manager dell’Ina-Assitalia nominato dal centrodestra dopo anni di quieto governo del ds Gianni Manghetti, è in rotta con l’Ania, la lobby delle assicurazioni. Spiegazione: gli oltre 5 milioni di multe inflitte in pochi mesi alle compagnie.
Però la soppressione non piace al governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Impegnato a ridurre sedi e organici, Draghi si vedrebbe ora assegnare le funzioni finora svolte dall’Isvap. E anche i suoi 350 funzionari.

Il governo promette guerra al carovita. Con altre liberalizzazioni flop?


Il centrosinistra si è accorto che i prezzi (in vertiginoso aumento) stanno più a cuore agli italiani della diatriba sulla legge elettorale. E Romano Prodi, prima ancora che la Finanziaria riceva l’approvazione definitiva, mette le mani avanti: “È inutile ridurre le tasse se i prezzi mangiano tutto”. Meglio tardi che mai.

Il ministro dello Sviluppo, Pierluigi Bersani, annuncia interventi in particolare su banche e assicurazioni “senza alibi” a suo dire (e non è il solo). Tutto giusto. E poi fa intravvedere una terza lenzuolata di liberalizzazioni dopo la prima dell’estate 2006 e la seconda del marzo 2007. Ma che fine hanno fatto le prime due? Che risultati hanno avuto?

La prima si occupava di taxi, trasporti pubblici, farmaci, banche, assicurazioni, pane, passaggi di proprietà, distribuzione commerciale. La questione taxi l’abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: dovevano essere liberalizzate le licenze per aumentare la concorrenza e ridurre i prezzi. A Roma il sindaco Walter Veltroni sta negoziando un rincaro delle tariffe, subito in cambio di un gradualissimo aumento delle licenze in futuro. I farmaci da banco sono effettivamente venduti anche nei supermercati; non in tutti per la verità, e non tutti i farmaci. Banche: il decreto prometteva la portabilità dei conti correnti senza spese per i clienti. Soprattutto, obiettivo dichiarato era la riduzione delle spese ingiustificate per interessi applicate dagli istituti di credito. Solo una parte delle misure è stata applicata, spostare un conto da una banca all’altra resta ancora affidato alla buona volontà degli istituti. Quanto all’obiettivo di ridurre gli interessi, è lo stesso Bersani a certificarne il fallimento: “I tassi italiani restano i più cari d’Europa, senza alcuna giustificazione”.

La liberalizzazione dei panificatori è stata formalmente approvata, eppure il pane tra tutti gli alimentari fa registrare gli aumenti record: +12% rispetto a un anno fa. Rincari superiori al 5% per assicurazioni, distribuzione commerciale, trasporti pubblici. L’unico altro successo, se così si può chiamare, assieme ai farmaci al supermarket viene dall’abolizione delle spese notarili per i passaggi di proprietà delle auto: restano però quelle, non lievi, di trascrizione al pubblico registro automobilistico.

Veniamo alla seconda lenzuolata. Riguardava cellulari e telecomunicazioni, carburanti, tariffe aeree, etichette alimentari, ancora assicurazioni, mutui, apertura di imprese, parrucchieri e guide turistiche, costi del gas, sgravi per le iscrizioni alle scuole, la rinegoziazione degli appalti per l’alta velocità ferroviaria, la rottamazione delle auto inquinanti. Inoltre il ministro aveva promesso un giro di vite sulle compagnie petrolifere che aumentano i prezzi dei carburanti.

Si può dire che hanno avuto successo l’abolizione dei costi di ricarica dei cellulari e una parte del pacchetto mutui. Le penalità per l’estinzione anticipata sono state abolite o ridotte, mentre resta complicato trasportare un mutuo da una banca all’altra. Nel frattempo, però, anche in questo campo - anzi, soprattutto qui - sono esplosi gli interessi che hanno messo in ginocchio migliaia di famiglie. Agli aumenti del tasso di sconto decisi via via dalla Banca centrale europea, contro i quali il governo non può nulla, si aggiunge il famigerato spread, denunciato dallo stesso Bersani. Un’ammissione di impotenza.
I taxi di Roma in protesta contro le nuove licenze di Veltroni |Ansa
Un fallimento anche la campagna di contenimento dei costi della benzina. Siamo a livelli record, ma soprattutto non c’è traccia di quel minimo di concorrenza tra compagnie e tra gestori. Idem per la pubblicità di tariffe aeree a basso costo, che non indicano le tasse (del divieto si è persa traccia, perfino ad opera dell’Alitalia controllata dallo Stato). Conclusione: abbiamo più date di scadenza sui prodotti alimentari, in compenso ci teniamo i mutui, il carburante, i costi bancari e assicurativi più salati d’Europa. E un aumento del costo della spesa che, per ammissione di Prodi, “si mangia tutti i benefici della Finanziaria”.

Ora Bersani annuncia che il governo “è pronto a intervenire contro banche e assicurazioni”. Qualcuno, nella maggioranza, chiede la riesumazione del Cip, il comitato interministeriale sui prezzi: figuriamoci, non funzionava neppure negli anni Ottanta, con l’inflazione a due cifre. Bersani, inoltre, promette una terza lenzuolata. Forse farebbe meglio a verificare perché le prime due hanno funzionato a scartamento così ridotto. Per esempio sulle banche: magari scoprirebbe (se già non lo sa) che sono protette da una lobby politica e parlamentare influentissima. E già che c’è, che tutti i maggiori numeri uno del credito si sono dichiarati vicini all’Ulivo prima, al Partito democratico ora.
Perché il governo non si fa rispettare almeno da loro?

Il VIDEO servizio:

Incentivi alle aziende e frodi fiscali, ecco come si fa strada l’Italia truffaldina

Ventotto frodi accertate su 28 ispezioni e 341 milioni di contributi irregolari ad aziende fantasma. Nel 2005, conferma una recente indagine della Confesercenti, la Commissione ha eseguito un controllo a tappeto sui fondi strutturali comunitari, rilevando su tutti i progetti campionati irregolarità diffuse. Di queste, circa il 68 per cento presenta irregolarità di tipo sanabile e il restante 32 per cento irregolarità insanabili, in quanto violano i regolamenti comunitari. E nel 2006 la tendenza ha segnato un netto peggioramento. Nel periodo finanziario 2007-2013 solo per l’Italia sono in ballo oltre 124 miliardi di euro. Bruxelles ne mette appena 25, il resto spetta allo Stato e alle Regioni. L’evaso, è facile intuire, potrebbe essere altissimo. Per questo ai piani alti di Palazzo Chigi si sono affrettati a prevedere norme ad hoc per intensificare i controlli e reinvestire tutte le risorse recuperate. “L’articolo 70 della Finanziaria 2008 – spiega Filippo Bubbico, sottosegretario allo Sviluppo Economico – prevede che l’85 per cento delle economie derivanti da provvedimenti di revoca delle agevolazioni previste dalla legge 488 siano destinate annualmente a giovani imprenditori e a iniziative ad alto contenuto tecnologico”. Il punto è proprio la legge 488 del 1992, lo strumento attraverso il quale lo Stato distribuisce alle aziende italiane la gran parte degli aiuti a fondo perduto e a tasso agevolato. Molte delle frodi comunitarie riportate dalle cronache sono violazioni di questa norma. Il ruolo più importante nell’assegnazione delle risorse è delle banche. Quelle a cui è stato affidato il compito di istruire le pratiche e controllare. Ma chi controlla, di solito almeno due volte, ricorda Bubbico, “è una persona fisica incaricata dalla banca. Ora non vogliamo dire che le irregolarità nascano da una volontaria negligenza ma è facile immaginare che questa sia la causa di molte frodi”. La soluzione, secondo il sottosegretario allo Sviluppo Economico, può essere soltanto il superamento della 488 con il placet di Confindustria. L’idea di riforma del ministro Bersani è quella di creare un meccanismo automatico di incentivazione che riduca al minimo le possibilità di violazione. Furbetti permettendo.

Aziende in crisi, tutte le grane sul tavolo del ministro Bersani

Tutte le crisi sul tavolo del ministro dello Sviluppo

di Leo Soto

L’ultima riunione si è tenuta a fine settembre per il caso Elitel, l’operatore telefonico alternativo al quale la Telecom Italia ha interrotto l’interconnessione per non aver pagato al gruppo presieduto da Pasquale Pistorio un debito commerciale di 100 milioni. Ma la crisi dell’Elitel è solo la più recente a essere finita sul tavolo del ministero dello Sviluppo economico, in particolare di quello che al dicastero retto da Pierluigi Bersani chiamano “ufficio grane”. La direzione guidata da Paolo Ruta, infatti, si occupa delle aziende che hanno in corso processi di ristrutturazione, spesso con ricorso alla cassa integrazione e talvolta sull’orlo di chiusura.
Così capita che i sindacati, come pure esponenti della maggioranza di centrosinistra e politici locali, invochino un vertice governativo per cercare di tranquillizzare i lavoratori a rischio di esubero e magari per tentare di far fare una marcia indietro su tagli e riorganizzazioni agli amministratori delle società in crisi. Tanto che si arriva a volte, come è capitato ai vertici della Bayer Biologicals, a richieste esplicite del governo di “trovare una diversa soluzione industriale” promettendo “un potenziamento del polo farmaceutico senese” in collaborazione con gli enti locali.
Il governo si è dovuto interessare pure di ghiaccioli. Alla Unilever, intenzionata a smantellare a Cagliari lo stabilimento di gelati, il sottosegretario allo Sviluppo economico Alfonso Gianni (Rifondazione comunista) ha intimato: occorre “rendere eludibile la decisione di chiusura dello stabilimento”, invitando i rappresentanti della multinazionale “a fornire gli esiti dei richiesti approfondimenti”. Ma il gruppo ha fatto presente “la sovraccapacità produttiva dello stabilimento di Cagliari, nonché l’insussistenza delle condizioni che possano consentire la destinazione del complesso ad altre attività del gruppo”.
L’esecutivo non esita a dispensare consigli e intimazioni pure alla Parmalat capitanata da Enrico Bondi: “Si è convenuto sull’esigenza che Parmalat proceda con la massima sollecitudine nelle necessarie verifiche sulle manifestazioni di interesse sin qui acquisite” è scritto nel verbale della riunione governativa con i manager del gruppo quotato in borsa. Le “manifestazioni di interesse” riguardano il complesso agroindustriale di Lodi che fa parte dello stabilimento della Polenghi Lombardo, marchio della Parmalat.

Il ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani

Il ministero dello Sviluppo, attraverso l’ex deputato Gianfranco Borghini, ora alla testa del gruppo per l’occupazione della presidenza del Consiglio, si è anche affrettato a convocare i vertici della Michelin Italia dopo alcune indiscrezioni che parlavano di un possibile ridimensionamento dei quattro siti piemontesi del gruppo francese. Nel corso dell’incontro i sindacati hanno sottolineato che “il gruppo non potrà realizzare il recupero di efficienza e di competitività che è necessario e soprattutto non potrà garantire il mantenimento in tutti e quattro i siti della produzione di pneumatici”.
Il presidente della Michelin Italia, Joel Pouget, ha invece rimarcato che l’azienda francese “intende agire nell’immediato per ridurre i costi di produzione, a cominciare da quelli energetici e per mettere in efficienza gli impianti”. Gli uomini di Bersani hanno detto ai sindacati di essere disposti a verificare in concreto le parole degli amministratori del gruppo. Il colosso transalpino è quindi sotto osservazione.
Ancor più netta la posizione dell’esecutivo nel caso dell’Agfa Graphic di Sulmona: “L’intendimento del ministero” ha scandito il sottosegretario Gianni durante la riunione “è quello di assumere più incisive azioni nei confronti dell’Agfa Graphic per sbloccare una situazione che di fatto non lascia prospettive di un recupero produttivo dello stabilimento”. E l’esponente del partito guidato da Franco Giordano ha fatto mettere a verbale di “stigmatizzare i comportamenti tenuti dall’azienda nei confronti del ministero”.
Altra grana alla Delphi di Livorno: se entro 10 mesi non si trova una soluzione, i 270 operai ora in cassa integrazione entreranno in mobilità. La giunta regionale della Toscana si è dichiarata disponibile ad assumere una quota di partecipazione nel progetto di recupero, insieme con una cordata di imprenditori capeggiata da Gianmario Rossignolo. Ma dal ministero dell’Ambiente guidato da Alfonso Pecoraro Scanio è partita una richiesta: è indispensabile prima un’opera di bonifica e messa in sicurezza di tutta la zona industriale.
L’attività dell’ufficio grane non si ferma. Una delle prime riunioni previste entro metà ottobre servirà a fare il punto sulla Isotta Fraschini, società che produce motori marini e industriali controllata dal gruppo statale Fincantieri. La perdita di una commessa per l’Iran (il governo ha revocato l’autorizzazione all’export) aggraverà i conti già in rosso dell’azienda: guai in vista.

Fare impresa, perché l’Italia è al palo

Riforme poco incisive e tasse troppo alte. Così avviare nuove aziende resta difficile

di Marco Cobianchi

Alla Banca mondiale del riformismo di Pierluigi Bersani non si sono quasi accorti. Uno dei capitoli più corposi del suo ultimo rapporto su dove è più facile e dove più difficile fare affari riguarda le azioni intraprese dai vari stati per favorire le imprese. E il capitolo dedicato alle riforme italiane è lungo, si fa per dire, appena due righe, nelle quali viene citato un solo provvedimento: la riforma del diritto fallimentare varata l’anno scorso. Punto e basta.
Le due “lenzuolate” liberalizzatrici del ministro dello Sviluppo economico non si sono guadagnate nemmeno una citazione. Il motivo sta probabilmente nel fatto che i provvedimenti del governo hanno finora avuto come beneficiari i cittadini e non le imprese. Da qui il giudizio poco lusinghiero della Banca mondiale, secondo la quale i paesi più riformisti del mondo sono quelli asiatici e quelli dell’Europa dell’Est. Il 79 per cento degli stati in quelle aree ha varato, nell’ultimo anno, almeno una legge che facilita l’intrapresa di nuove iniziative rispetto al 63 per cento dei paesi dell’area Ocse.
Nella classifica generale dei paesi dove le imprese sono più coccolate l’Italia si colloca al 53° posto. Purtroppo un raffronto con l’anno precedente è inutile (eravamo all’82°) perché nel frattempo la Banca mondiale ha cambiato la metodologia della graduatoria che, nel 2007, vede nelle prime posizioni Singapore, Nuova Zelanda e Usa. Prima di noi figurano la maggior parte dei grandi paesi europei: il Regno Unito è sesto, la Germania ventesima, la Francia 31esima e la Spagna 38esima.
A zavorrare la competitività italiana è soprattutto un fattore: le tasse. Per la Banca mondiale un’impresa italiana paga, complessivamente, considerando quindi anche le trattenute e le imposte sul lavoro, il 76 per cento dei profitti, rispetto a una media Ocse del 46,2 per cento. Un’enormità. In Germania le imprese pagano il 50,8 per cento, in Francia il 66,3, in Spagna il 62 e nel Regno Unito il 35,7.
Inoltre in Italia per fondare una società occorre espletare 9 procedure che portano via in media 13 giorni. In Francia è tutto più veloce: 5 procedure e 7 giorni, ma in Spagna occorrono 10 documenti e 47 giorni, in Gran Bretagna ne occorrono 6 e 13 giorni, mentre in Germania 9 procedure e 18 giorni.
Per chiudere un affare in Italia un’impresa straniera impiega quasi due anni di tempo mentre nei paesi Ocse basta poco più di un anno.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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