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Enrico Bracalente, patron di Nero Giardini
Le Pmi italiane resistono alla crisi: il 2009 è stato difficile, ma non sembra aver intaccato la solida struttura finanziaria delle 4.483 medie imprese industriali italiane. Inoltre il 64% si è detto pronto a investire nel 2010. Questi i dati dalla nona indagine di Mediobanca e Unioncamere. Il problema però rimane l’export, soprattutto verso i mercati emergenti. Continua

Operai di un laboratorio di confezioni in Toscana (ansa)
All’estero sì, ma allo sbaraglio.
Le Pmi (piccole e medie imprese) devono fare ancora molta strada per aggredire al meglio i mercati stranieri: oltre il 90%, infatti, cerca nuovi clienti fuori confine, ma il 43% va alla cieca, con informazioni di seconda mano o provenienti esclusivamente dai canali di vendita. È quello che emerge dal primo studio, presentato in anteprima da Panorama.it, condotto su 900 Pmi dall’Osservatorio sulle Imprese della Facoltà di Economia dell’Università di Macerata, in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Continua

Il premier, Silvio Berlusconi, durante la IV Conferenza Italia - America Latina
Non solo Russia ed Estremo Oriente. Il nuovo Eldorado per le imprese italiane potrebbe essere l’America Latina. “Una nuova Cina, più simile a noi“, per dirla con le parole del viceministro allo Sviluppo economico, Adolfo Urso.
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Berlusconi e Gheddafi posano la prima pietra di un cantiere - (AP Photo/Ben Curtis)
“Una miniera d’oro a un passo dall’Italia altro che la Cina”.
L’avvocato Antonio de Capoa, bolognese, presidente della Camera di commercio Italo Libica, ne è più che convinto. Ha partecipato all’inaugurazione a Tripoli della seconda edizione della “Fiera italo-libica per le infrastrutture, la meccanica e le tecnologie“, durata fino al 5 novembre e che ha visto oltre 50 imprese partecipanti. Gli obiettivi sono ambiziosi. “Siamo vicini alla conclusione di commesse per le aziende italiane per almeno 1,5 miliardi di euro“, dichiara de Capoa a Panorama.it. Continua

Crisi-capestro, quella attuale. Che “rende le piccole imprese più esposte agli usura”. Nel 2008 sono state 15.000 quelle costrette a chiudere i battenti perché “sovraindebitate e spesso strozzate”. E poiché i primi dati del 2009 confermano questa tendenza, è partito l’allarme. A lanciarlo il presidente di Confesercenti Marco Venturi che chiede alle banche diverse modalità nell’erogazione del credito.
Nella sua relazione ieri all’assemblea della confederazione, dove sono intervenuti anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il ministro dello Sviluppo Claudio Scajola, Venturi ha parlato di imprenditori impauriti dalla criminalità e di “fallimenti e protesti” che “segnalano l’urgenza di contrastare la fragilità finanziaria delle piccole aziende”. “Dobbiamo evitare di rispondere alle difficoltà dando loro l’ombrello quando splende il sole e togliendolo quando comincia a piovere”, è la stoccata riservata alle banche che devono assumere “un ruolo diverso, più funzionale alle strategie di sviluppo del paese”.
“I piccoli imprenditori hanno paura, stretti tra la violenza della criminalità comune e la morsa di quella organizzata che gestisce un volume di ‘affarì di oltre 130 miliardi di euro. Buona parte di questi - dice Venturi - arrivano dal taglieggiamento imposto alle imprese e dall’usura che cresce in modo esponenziale a causa della crisi economica e delle difficoltà degli imprenditori ad accedere ai finanziamenti bancari. Se l’unica chance che ci rimane è quella del ricorso all’usuraio allora è meglio chiudere prima”. “Solo sostenendo i consorzi fidi, con adeguati finanziamenti finalizzati ad aiutare le piccole e medie imprese, si potranno evitare inutili sofferenze, minacce e ricatti”, secondo il presidente dei commercianti.
Inoltre, le Pmi “devono essere liberate anche da quell’economia sommersa, favorita da migliaia di immigrati clandestini e di furboni nostrani pronti ad alimentare la concorrenza sleale contro chi rispetta regole costose e spesso incomprensibili. è ora di dire basta a ogni illegalità e a ogni spreco del denaro pubblico versato dai cittadini e dalle imprese. La grande svolta che serve è quella di cambiare radicalmente il Paese, affrancandolo dagli sprechi e dalla pletora insopportabile di istituzioni e di nomine d’ogni tipo”. La riforma federale, che non deve servire in nessun modo a moltiplicare poltrone o aumentare la pressione fiscale, avverte Venturi, “prevede il taglio di circa 50.000 consiglieri ed assessori di Comuni, Province e Circoscrizioni. Bene, se son rose fioriranno”.
Sul fronte della crisi economica il presidente di Confesercenti fa una richiesta precisa al governo: un bonus fiscale alle imprese che non riducono gli occupati e uno sgravio ulteriore per chi aumenta i dipendenti. Una soluzione adottata in Spagna che si dovrebbe attuare all’interno della manovra già annunciata dall’esecutivo. “E non ci si venga a dire” ha incalzato “che non ci sono risorse. Servono soldi? Allora via le Province e le comunità montane, insomma via le troppe poltrone”. “È ora di dire basta a ogni illegalità e a ogni spreco di denaro pubblico”, ha detto, e serve una “grande svolta” per “cambiare radicalmente il Paese, affrancandolo dagli sprechi e dalla pletora insopportabile di istituzioni e di nomine d’ogni tipo. “Gli italiani sono stufi e le istituzioni devono prenderne coscienza”.

Meno pressione fiscale, minori vincoli burocratici e una contrattazione salariale decentrata.
A fotografare le richieste delle Piccole e medie imprese italiane per far fronte alla crisi è il terzo Rapporto nazionale “Sussidiarietà e pmi” presentato questa mattina, a Roma, nella Sala Regina della Camera, dalla Fondazione Sussidiarietà nell’ambito del convegno “Quale strada per affrontare la crisi economica”.
Il decentramento salariale, in particolare, è fortemente auspicato dalle imprese del Nord-Est e del Centro (rispettivamente 42 e 43 per cento) e nelle medie imprese (il 44 per cento è molto favorevole, il 53 per cento abbastanza) rispetto alle piccole (34 per cento molto favorevoli). Il 43 per cento delle aziende si dichiara inoltre disposto a investire in risorse umane se questo serve ad aumentare il profitto. “Questa crisi internazionale ha messo in evidenza la grande forza delle piccole e medie imprese italiane che hanno maggiore solidità rispetto ad altre realtà e che stanno dando un contributo importante per ricostruire dalle fondamenta la nostra economia” sostiene Maurizio Lupi, vice presidente della Camera. “La sussidiarietà rappresenta un tema da sviluppare e valorizzare per queste imprese che non devono perdere le loro quote di mercato e devono sentire lo stato sempre al fianco delle loro difficili decisioni”.
L’indagine è stata effettuata su di un campione di 1600 aziende distribuite su tutto il territorio nazionale e così suddivise: piccole imprese (15-50 addetti) pari all’80 per cento del campione; medie imprese (51-250 addetti) pari al 20 per cento del campione. Per il 50 per cento sono società di capitali, per il 37 per cento società di persone, per il 13 per cento imprese individuali e per lo 0,4 per cento società cooperative. Cosa chiedono, in concreto, le pmi di fronte alla crisi? Il 54,5 per cento delle aziende vuole più semplificazione amministrativa e fiscale per favorire lo sviluppo. Tra i loro obiettivi prioritari c’è la crescita del profitto, delle quote di mercato e del fatturato, elementi essenziali per la competitività. Ma dalle risposte date intorno al sistema di valori sui quali si basa questo mondo emergono anche molti altri spunti. “Per lungo tempo si è alimentata la sociologia del piccolo è bello, poi c’è stato un cambio radicale e adesso non si fa altro che parlare che la grande impresa è meglio” spiega l’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema. “Sarebbe opportuno creare un sistema in cui ci sia la capacità di fare leva su grandi imprese competitive e internazionalizzate sostenuta dalla piccola e media impresa. In questo, la politica, e anche la finanza e l’economia, hanno fatto poco fino adesso, ma serve un cambio di passo, serve accompagnare le pmi nella crescita tecnologica, dando servizi più efficaci e favorendo lo sviluppo non solo con la politica dei bassi salari, ma premiando le idee e la produttività”.
Non è tutto rose e fiori quel che viene dal mondo della piccola e media impresa. Ci sono zone grigie e elementi di fragilità che emergono dall’analisi dei dati. Una parte delle imprese, soprattutto al centro e al sud, non condivide i valori di questo mondo, cioè né la valorizzazione delle risorse umane, né l’internazionalizzazione e nemmeno la necessità di progetti comuni per la ricerca e sviluppo. Le maggiori criticità delle piccole e medie imprese è dato dalle dimensioni: il 50 per cento di esse, infatti, non supera i 2 milioni di euro del fatturato. Le nostre imprese sono ancora poco internazionalizzate: il 79 per cento ha fatturato estero pari a zero. Il 39 per cento non spende nulla per ricerca e sviluppo, seguito dal 34 per cento che spende fino al 5 per cento del proprio fatturato. “Negli ultimi mesi del 2008 abbiamo stanziato 150-200 milioni di euro per il sostegno ai Confidi, i Consorzi di garanzia dei Fidi, per far fronte all’emergenza credito delle imprese” sottolineato il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli. “Le pmi sono il baricentro della nostra economia. La crisi sta facendo emergere alcune priorità. Oltre al credito, quella del presidio dei mercati, per non far perdere alle imprese quote di export; la semplificazione; la risoluzione del problema dei tempi di pagamento della Pa; il coinvolgimento dei lavoratori nei nuovi strumenti di welfare per il lavoro, che devono interessare anche i lavoratori delle pmi”.
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Arrivare in ufficio quando fa comodo, lasciare il bambino al nido aziendale, sedersi alla scrivania sicuri che le lontane conseguenze del proprio lavoro non saranno la distruzione dell’ecosistema e lo sfruttamento delle popolazioni nel sud del mondo e rialzarsi per seguire il corso d’inglese due stanze più in là o per ordinare la spesa.
Un sogno? No, è realtà ed è il risultato di quella che si chiama responsabilità sociale d’impresa. Che a sorpresa, anche in Italia, prende piede e vanta illustri esempi, sia tra i colossi che tra le pmi.
Se ne parla il 27 e il 28 settembre al terzo salone “Dal dire al fare” di Milano ( presso l’Università IULM), la capitale di una regione il cui 70 per cento delle imprese ha assunto comportamenti socialmente responsabili. Due giorni di convegni, discussioni, mostre per capire a che punto sono la sensibilità e il rispetto delle aziende pubbliche e private nei confronti di lavoratori, contesto sociale e ambiente.
Nel mondo si è già fatta tanta strada: persino Chiquita, demonizzata per anni come sfruttatrice dei raccoglitori di banane, ha cominciato a costruire case e a scolarizzare i suoi lavoratori, tanto da vincere il Premio per la responsabilità sociale d’impresa nelle Americhe.
In più, il fairtrade fa scuola ormai da anni.
E in Italia? La tutela dei lavoratori comincia a essere di moda. Ecco qualche esempio da seguire.
Banca popolare di Lodi ha aperto una struttura per accogliere 80 bambini di dipendenti (e non solo) quando escono da scuola. La Computer associates Italia incentiva il personale offrendo la possibilità di un orario part time e permettere ai genitori di organizzare in maniera più consona alle proprie esigenze la vita familiare (ci si può anche assentare fino a tre giorni in caso di malattia del figlio senza perdere la retribuzione).
Extrapola ha inventato un concorso a premi per i lavoratori che arrivano in bicicletta. Il Gruppo Loccioni dà la consulenza ai dipendenti che vogliono avviare una loro impresa. Wind integra il trattamento economico per un periodo di quattro mesi e mezzo successivo all’astensione obbligatoria per la maternità. Milano ristorazione forma e assume panificatori detenuti del carcere di Opera. NaturaSì, in Swaziland, recupera e diffonde il recupero e la diffusione delle culture locali di cereali, tuberi, legumi e verdure.
L’elenco è lunghissimo. E dimostra che in fondo, dal dire al fare, c’è di mezzo molto meno che il mare.

“I grandi colossi in Turchia ci sono già, ora è il momento che le piccole e medie imprese scommettano su questo Paese. L’Italia ha i marchi e la rete di distribuzione, qui ci sono manodopera meno cara e industrie più avanzate. Bisogna che gli italiani prendano il coraggio di creare joint venture con i turchi e non rimarranno delusi”.
L’imprenditore che ci accoglie nel suo ampio ufficio al 18esimo piano di uno dei grattacieli del distretto finanziario di Maslak, a Istanbul, è un elegante signore settantenne, presidente della Organik Holding, il principale produttore di sostanze chimiche speciali. È vicepresidente del Consiglio superiore della Tusiad (la Confindustria turca) e presidente della Tusiad International. Sull’elegante libreria, tra tanti suoi scatti a fianco di personaggi illustri del mondo politico e finanziario internazionale, ha una sua foto con papa Giovanni Paolo II. Sulla parete dietro alla sua scrivania tiene invece l’immancabile ritratto di Mustafa Kemal Atatürk. Il binomio, per chi conosce almeno un po’ questo Paese, potrebbe sembrare alquanto singolare. Ma si spiega facilmente: quest’uomo che è nato qui a Istanbul, ha costruito la sua fortuna nel Paese della mezzaluna, è stato nominato dall’ex ministro degli Esteri e attuale presidente della Repubblica Abdullah Gül ambasciatore straordinario per l’Europa, ha passaporto solo italiano. Si chiama Aldo Kaslowski ed è originario della val di Susa. Suo padre Luigi, amico personale di Atatürk, fondò a Istanbul la sua prima azienda nel 1924, a repubblica appena fondata.
A lui chiediamo di aiutarci a capire che futuro attende la Turchia, proprio nel giorno in cui il Parlamento è chiamato a votare la fiducia al nuovo Governo dell’Akp. Il programma letto venerdì scorso dal primo ministro Erdogan è tutto concentrato sullo sviluppo economico in un’ottica fortemente europeista.
“I prossimi 6 mesi saranno cruciali”, ci spiega. “L’imprenditoria ha votato l’Akp perché vuole la continuità e la stabilità offerta da questo partito. Nel 2005 si è raggiunta una crescita del 10% e attualmente è assestata intorno al 6,8%. Se il nuovo esecutivo farà le riforme che ha promesso e che deve assolutamente attuare ora, la crescita, monitorata passo passo dal Fondo monetario internazionale non sarà mai inferiore al 6,3% per i prossimi 6 o 7 anni”. Kaslowski fa in fretta ad elencare le aree nelle quali bisogna intervenire: disoccupazione innanzitutto, ancora troppo alta (circa il 9%), riduzione degli interessi come conseguenza della diminuzione delle tasse fiscali (attualmente al 20%), ridistribuzione su base regionale degli investimenti, maggiore democratizzazione e miglioramento delle condizioni dei vita generali della popolazione. “Più benessere, più libertà, più Europa, per dirla con uno slogan”, sintetizza. “Se si vogliono però attirare i piccoli e medi imprenditori stranieri, la prima cosa da fare è far emergere il lavoro nero che crea seri problemi di trasparenza”. Ma che cosa dovrebbe spingere questa tipologia di imprenditori, che costituisce la spina dorsale dell’economia italiana, a intervenire? “Una manodopera seria e qualificata e l’enorme grandezza di questo mercato. La burocrazia è stata ridotta al minimo: è stata istituita un’agenzia di promozione degli investimenti che ha uno staff composto da soli imprenditori e che è direttamente collegata all’ufficio del primo ministro. In termini di performance, le imprese che avranno più fortuna, mi creda, saranno quelle di piccola e media grandezza”.
E quali potrebbero essere i settori nei quali gli italiani avrebbero più possibilità di fare cospicui affari? “Innanzitutto il tessile. Diciamoci la verità: se resta in Italia non ha futuro. Per fronteggiare la Cina l’Italia ha bisogno di un alleato come la Turchia che oltretutto dispone di tutte le leggi del caso per difendere i marchi italiani all’estero. Offre manodopera meno cara e molto efficace, in cambio chiede le reti di distribuzione. E poi c’è il mercato del mobile: le materie prime arrivano dalla Russia dove però in pochi hanno voglia di investire perché non c’è mercato”. Ma non è tutto. “Tutte le componenti ausiliari dell’automobile offrono spazi molto interessanti: in questo settore la Turchia è quinta nel mondo. E poi c’è l’ambito turistico e quello farmaceutico, per concludere con l’Information Technology e il Biotech”. Già: la Turchia sta investendo molto nella ricerca, ha creato parchi tecnologici e ha accresciuto l’interazione tra aziende ed università. Come d’altronde suggerisce anche il nostro Istituto Nazionale per il Commercio Estero, l’Italia potrebbe sfruttare tale politica “accrescendo la collaborazione con le istituzioni, le università e le imprese turche, alcune delle quali di ottimo livello”. Il nostro Paese potrebbe dunque incrementare la penetrazione commerciale in quei settori di nicchia (pacchetti software, trasmissione dati, telecomunicazioni, sicurezza, ecc.) nei quali è maggiormente competitiva.
Approfondimenti: La nota congiunturale dell’Ice datata maggio 2007 (in.pdf)
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