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Giocare con la crisi, la rivincita del divertimento domestico

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C’è un posto in cui il settore immobiliare non va mai in crisi: è tra Vicolo Stretto e Parco della Vittoria. Il Monopoli, così come gli altri grandi “classici” tra i giochi da tavolo, è tra i prodotti che meno risentono della crisi. Dalle carte agli scacchi al “Cluedo”, la riscoperta dei giochi tradizionali va di pari passo con la loro versione più digitale. Ma il divertimento assume una dimensione sempre più casalinga: il poker on-line, ad esempio, registra livelli di crescita incredibili (+150% nei primi due mesi del 2009), ma è un dato che va in parallelo al calo a livello mondiale dei Casinò: in un incontro a Sanremo tra le principali sale da gioco italiane con il sottosegretario agli interni Michele Davico è stato stabilito che entro l’estate sarà istituito un tavolo di lavoro tra le proprietà, le società di gestione dei 4 casinò italiani e il governo per studiare la riorganizzazione del gioco d’azzardo, oggi in crisi sia per la recessione economica sia per la concorrenza dei nuovi giochi on line.
E se questi ultimi sono un lato della medaglia, l’altro sono i giochi da tavolo. Cinema, teatro, eventi sportivi risentono della crisi, si passa più tempo in casa e si riscopre il divertimento casalingo, al computer o intorno a un tavolo: “Giochi intelligenti e duraturi” scriveva lo scorso dicembre il Washington Post al seguito dell’imponente Toy Fair di New York, “le famiglie non sono più disposte a spendere come in passato per i gusti ipertecnologici dei figli, c’è una voglia di semplicità e di condivisione”.
Un’idea condivisa dalla psicologa Monica Zentellini: “Oggi più che mai si sente la ricerca di aggregazione” commenta, “e nell’epoca dei social network e dei videogiochi on line, i giochi in scatola vincono perché sono economici e favoriscono la socialità”. Da uno studio condotto dall’Osservatorio Metropolis per la casa produttrice di giochi Hasbro, emerge che 7 intervistati su 10 in Italia dichiarano di comprare almeno un gioco in scatola all’anno. Dai sempreverdi Monopoli , Risiko e Trivial Pursuit a quelli tratti da programmi televisivi come “Chi vuol essere milionario?” La maggioranza dei compratori ha tra i 25 e i 45 anni. Rispetto ai videogiochi, i punti che sono considerati “di forza” sono la durata di ogni partita, la possibilità di giocare ovunque, la transgenerazionalità. Oltre, ovviamente, al divertimento.

L’Italia che gioca: “Vogliamo essere milionari”

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La crisi? E chi l’ha vista? Se le banche soffrono, le fabbriche traballano e la cassa integrazione aumenta, per il settore dei giochi è sempre primavera. Quarantasette miliardi e mezzo di euro di giocate nel 2008, più 12,7 per cento, 50 miliardi a fine 2009 secondo le previsioni degli esperti confermate dall’andamento dei primi mesi dell’anno. Nel primo bimestre sono stati complessivamente giocati altri 8,6 miliardi, più 9,5 per cento rispetto allo stesso periodo di un anno fa.
Non sono fiammate o bolle destinate a rapido sgonfiamento. è una tendenza stabile, il fenomeno di massa più vistoso degli ultimi anni. “La crescita non sembra destinata a fermarsi, almeno in tempi brevi” sintetizza Paolo Franci, direttore dell’Agipronews, agenzia di stampa specializzata in giochi e scommesse. Nel 2008 sono stati venduti 2 miliardi e mezzo di tagliandi del Gratta e vinci, i giocatori sono stati 17 milioni, un italiano su tre compresi bambini e lattanti. Le “new slot”, le macchinette di bar e tabaccherie, hanno incassato da sole quasi 22 miliardi di euro (più 15,2 per cento). Le scommesse sportive sono cresciute del 51 per cento rispetto all’anno precedente e il Superenalotto, che sembrava destinato a una tranquilla maturità, è tornato a correre grazie al montepremi da 100 milioni dell’inizio d’autunno, e tuttora fila spedito sfruttando l’onda lunga di quel fortunato successo.
A ottobre 2008 è stato lanciato in rete il poker e l’impatto è stato così travolgente, a colpi di decine di milioni di giocate di euro in più da un mese all’altro, da lasciare esterrefatti i più ottimisti. Anche le donne sono entrate in partita, protagoniste di tornei seguitissimi, tanto che ora sta nascendo una specie di Facebook del poker in rosa, un luogo dove le giocatrici si scambiano esperienze e consigli.

Secondo Fabio Felici, direttore dell’Agicos, l’altra agenzia specializzata nei giochi, la crescita è così tumultuosa che a fine 2009 il fatturato del poker online sarà di almeno 2 miliardi di euro. Sono anni che il settore va avanti così, un record dopo l’altro, con incrementi impressionanti: 19 miliardi e mezzo giocati nel 2004, 27 l’anno successivo, 34 nel 2006, 40 nel 2007, 47 nel 2008 (vedere la tabella nella pagina accanto).
Sembra che le aziende del settore, le tre storiche, Lottomatica, Sisal e Snai, le straniere, come la greca Intralot, e le ultime arrivate, tipo la Gioco digitale, si divertano un mondo a sfatare una teoria consolidata, e cioè che il “gambling” per sua natura sia anelastico e quindi raggiunto un certo livello si fermi. Invece, i giochi sembrano senza fondo, come il pozzo di San Patrizio.
Ci sono almeno tre modi di interpretare il fenomeno, non necessariamente in contrasto. Prima spiegazione: il boom è frutto di un gigantesco effetto di sostituzione. Al posto di quel mare torbido costituito dall’azzardo, in mano da decenni alla camorra e alla delinquenza organizzata, si sono imposti giochi regolari e puliti. Solo per quanto riguarda le macchinette da bar, per esempio, in un quinquennio sono stati sequestrati 700 mila videopoker illegali e la loro eliminazione ha aperto le porte a una generazione di 300 mila new slot legali, poi in parte di nuovo inquinate dall’illegalità e ora in via di sostituzione con impianti presentati come a prova di truffa. Idem le scommesse sportive, soprattutto quelle online, lanciate da siti improbabili a Malta o nell’Isola di Man e via via sostituite da un’offerta trasparente affidata a 130 concessionari riconosciuti dai Monopoli di Stato.
L’emersione dal sottoscala del gioco nero, però, da sola non basta a spiegare il boom. Neppure gli effetti psicologici prodotti dalla congiuntura economica sfavorevole aiutano a capire fino in fondo il fenomeno. Economisti e sociologi sostengono che proprio nei momenti di crisi come questo, quando le prospettive di crescita e le aspettative di benessere diventano incerte, la gente si tuffa sulla fortuna non rinunciando almeno al sogno, magari sottraendo quattrini alle spese impegnative, ai beni durevoli come l’automobile o i grandi elettrodomestici, oppure alle uscite voluttuarie, ma costose, come i viaggi verso mete esotiche. è insomma lo stesso meccanismo che gli esperti di marketing notano a proposito dei prodotti alimentari: quando le cose non girano per il verso giusto, i consumatori si gratificano con la tavola. Però la crisi è roba recente, mentre i giochi crescono ininterrottamente da anni.
Il boom ha una terza spiegazione, più profonda e in parte collegata alle due precedenti. Fino alla fine degli anni Novanta l’Italia era un paese sostanzialmente disinteressato al gioco, fenomeno considerato moralmente poco raccomandabile e osteggiato dalla Chiesa. L’idea che si potesse giocare alla luce del sole, sotto la sorveglianza dello Stato, che oltretutto ci guadagna riscuotendo le tasse, si è fatta strada piano piano e alla lunga è stata dirompente perché non solo ha dato un’alternativa pulita a molti clandestini assatanati, ma ha sdoganato il gioco avvicinandolo a chi ne era lontano.
Oggi il giocatore non è più considerato un reietto, anzi la figura del maniaco incallito è stata sostituita da un identikit più sfumato, meno preciso e marcato. Giocatori possono essere tutti e nessuno; giocare non è più ritenuto per forza un vizio, l’inevitabile anticamera di ludopatie devastanti, ma un’attività come un’altra per chi è appassionato, un passatempo, di tipo particolare quanto si vuole, da regolamentare con oculatezza e da tenere sotto controllo tramite un’agenzia statale, ma non da ostacolare o sabotare. Il gioco, in sostanza, è diventato una componente della quotidianità di molti italiani, che lo hanno accettato così come 20 anni prima avevano scoperto che comprare azioni in borsa o quote di fondi di investimento non era un tabù o una faccenda di pochi, ma una scelta e un’opportunità.
Nessuno poteva prevedere che finisse così quando, una decina di anni fa, pronubo Massimo D’Alema, il governo di centrosinistra si fece promotore del lancio del Bingo, che con il Superenalotto irruppe su una scena polverosa dominata dai vecchi concorsi a pronostico, tipo Totocalcio e Totip. Senza saperlo avevano scoperto un filone d’oro. Che come tutti i filoni ha bisogno di cure e di uno sfruttamento razionale per essere coltivato al meglio.
Non tutti i giochi sono uguali e non tutti sono destinati ad avere fortuna; proprio la vicenda del Bingo, che vivacchia senza infamia e senza lode con appena poche centinaia di sale aperte rispetto alle 1.000 e passa dell’inizio, sta a dimostrarlo.
Ci sono giochi che, mentre il settore galoppava, sono stati praticamente spazzati via, come il Totocalcio e il Totogol. Altri che stanno cercando un livello di stabilità dopo aver raggiunto la maturità, come il Lotto. E altri, infine, che stentano dopo avere vissuto giorni di gloria, tipo le scommesse ippiche. Gli esperti dicono che ora è il tempo dei giochi veloci e comodi, perché i giocatori non hanno tanta voglia di aspettare per sapere se hanno vinto o perso, magari puntano pochi euro alla volta, ma vogliono il responso immediato. Oppure si siedono sul divano di casa davanti al computer e dedicano al gioco il tempo che ci vuole, anche lunghe sedute se si tratta di “skill game” (giochi di abilità) come il poker.
Ogni grande concessionario ha la sua strategia di mercato, partendo dal presupposto che i giocatori si conquistano e si perdono come qualsiasi altro tipo di cliente, tutto dipende dalla qualità e dalla specificità dell’offerta.
Per esempio alla Sisal guidata da Emilio Petrone, per non disperdere il boom innescato dal jackpot da 100 milioni, a metà gennaio hanno lanciato un nuovo modo di puntare, il Gioca facile, con tagliandi molto simili a quelli del Gratta e vinci della rivale Lottomatica. E ora aspettano di capire se la trovata funziona o meno.
Per le scommesse sportive Snai e Lottomatica si contendono il mercato con strategie quasi opposte. Alla Snai il patron Maurizio Ughi sta elaborando una formula battezzata Fai con me per consolidare la posizione di leadership detenuta in questo settore ormai da anni. L’idea si basa sulla convinzione che il cliente vada coccolato in un luogo tutto dedicato a lui. In pratica il giocatore entra in un’agenzia, si trova davanti a un monitor da 32 pollici e può effettuare le sue scelte e la sua puntata che poi viene convalidata dal personale di sala con giubbotto e cappellino con il marchio.
Alla Lottomatica, invece, le agenzie dedicate non piacciono: “Ci sembrano borderline e rischiano di allontanare il cliente normale a cui puntiamo. Preferiamo gli spazi aperti dentro bar e tabaccherie” spiega Renato Ascoli, direttore del servizio giochi. Dopo nemmeno 2 anni di attività la Lottomatica ha conquistato una quota di mercato di quasi il 20 per cento, mentre la Snai conserva nelle scommesse il suo punto di forza con il 35.
I giochi sono aperti.

Skill games: lo Stato dall’autunno gioca a poker via Internet

Sempre più diffuso il gioco on line. Una scommessa anche per i Monopoli di Stato
È cominciato il conto alla rovescia per gli skill games, i giochi di abilità introdotti dalla Finanziaria 2007 e che ora stanno per essere lanciati dai Monopoli di Stato diretti da Giorgio Tino. Prima della fine dell’estate verranno pubblicati i decreti attuativi con i quali verrà stabilito nel dettaglio quali giochi sono ammessi e quali esclusi, le modalità di svolgimento delle competizioni, la percentuale di tasse, l’incasso per i provider e le quote di vincita riconosciute ai giocatori. Subito dopo, ragionevolemente tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, gli appassionati potranno concretamente sfidarsi via internet.

Al momento è stato reso noto che dal panel dei giochi considerati leciti verrà esclusa la roulette, considerata un gioco di mera fortuna che esclude l’abilità. Disco verde, invece, per poker, black jack, dama, scacchi, briscola e tutti gli altri tipi di concorsi nei quali l’abilità è ritenuta un elemento fondamentale.

Sulla base delle prime valutazioni effettuate dall’agenzia specializzata Agicos diretta da Fabio Felici ed anticipate a Panorama.it, nella fase di avvio degli skill games, cioè nell’ultimo scorcio del 2007, i giocatori che si registreranno su un sito internet dedicato dovrebbero essere 70 mila per diventare quattro volte di più (285 mila) nel 2008. Di questi 70 mila, almeno 25 mila dovrebbero trasformarsi in giocatori attivi, cioè disposti a sfidarsi e puntare davvero una volta aperto un conto presso un provider; questa quota dovrebbe salire a 100 mila nel 2008. Nel 2007 la raccolta dovrebbe attestarsi sui 20 milioni di euro, l’anno successivo dovrebbe schizzare a 120 milioni. Il down payment, cioè il margine di incassi riconosciuto allo Stato e ai provider è del 20 per cento, di cui 3 per cento sono tasse e il resto incassi degli organizzatori; ai giocatori vincenti, quindi, in totale dovrebbe andare una quota intorno all’80 per cento della raccolta.


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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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