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L’unico Paese europeo in grado di chiudere il 2009 in crescita è stato la Polonia: i dati appena pubblicati dall’Istituto Centrale di Statistica di Varsavia, infatti, dicono che il Prodotto interno lordo del Paese è cresciuto dell’1,7% nell’arco degli ultimi dodici mesi. Continua
Quante sono le banche davvero pronte per affrontare le sfide della globalizzazione? Secondo un’inchiesta dell’Economist e di Ibm appena quattro in tutto il mondo: Hsbc, JpMorgan, Citigroup e Deutsche bank. Per le altre la strada è più in salita, come rivela un sondaggio tra ottocento executive e cento manager di aziende intervistati dal settimanale britannico. Il piatto, però, fa gola: per il 2015 è prevista una crescita di 221 miliardi di euro per gli investment assets in sette paesi emergenti, tra cui Polonia e Turchia. Nel 2025 saranno 500 miliardi di euro.
Perché gli istituti di credito italiani potrebbero essere interessati alla globalizzazione? Chiarisce Anna Omarini, docente di Economia degli intermediari finanziari alla Bocconi di Milano: “Sono almeno tre i motivi che spingono una banca ad affacciarsi su nuovi mercati: abbattimento dei costi, crescita dei ricavi e aumento del valore per gli stakeholder”. Solo alcuni comparti, però, sono interessati ad entrare in nuovi territori: “In particolare - continua l’economista - il mondo assicurativo, l’investment banking e l’asset management”. L’ostacolo maggiore resta quello dell’organizzazione: “Il problema per una banca che aspira ad essere un global player resta quello di coordinare macrostrutture e microstrutture. E, contemporaneamente, di conservare i piedi nel borgo e la testa nel mondo. Finora l’istituto di credito che si è allargato di più all’estero è Unicredit” osserva Anna Omarini.