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Poste Mobile, lo sportello sempre in tasca con il cellulare

Ufficio postale
di Guido Castellano
Arriva il telefonino delle Poste. Lunedì 26 novembre l’amministratore delegato della società, Massimo Sarmi, annuncia l’avvio del servizio di telefonia mobile reso possibile da un accordo con la Vodafone. Dalla prossima settimana negli oltre 14 mila sportelli delle Poste Italiane ci si potrà abbonare a Poste Mobile, nuovo marchio che farà concorrenza agli altri operatori mobili.
Oltre a tariffe che si annunciano competitive, i telefonini con la sim card delle Poste (va bene qualsiasi modello) offriranno la possibilità di effettuare pagamenti: bisognerà avere una carta di debito PostePay o un conto corrente postale. Bollette e pedaggi potranno così essere pagati con un clic. È probabile che il sistema di pagamenti venga aperto successivamente anche ad altre banche.
L’ingresso delle Poste nel settore della telefonia mobile virtuale è un primo passo nel settore dei servizi: presto ci sarà anche l’offerta di energia elettrica.

Il VIDEO servizio:

Liberalizzazioni anno primo. Cosa resta delle lenzuolate di Bersani?

Un distributore di benzina. Lo sciopero è stata la risposta dei benzinai alle misure esaminate oggi dal Consiglio dei ministri in materia di distribuzione carburanti nell'ambito del pacchetto liberalizzazioni.
L’Istituto Bruno Leoni ha raccolto a Milano uomini d’impresa ed esponenti politici, per parlare di che cosa (e quanto) sia cambiato il capitolo delle liberalizzazioni, a un anno dal decreto Bersani.
L’Ibl ha infatti creato l’indice delle liberalizzazioni, tema tanto caro a tutti i cittadini-consumatori (e alle loro tasche), con una metodologia di carattere quantitativo, mettendo cioè a paragone l’Italia non con un paese idealmente liberalizzato (che neanche esiste), ma con un paese europeo campione in materia (per esempio il Regno Unito, la Svezia o, solo nel trasporto aereo, l’Irlanda).
L’indice si propone di valutare un aspetto particolare della libertà economica, vale a dire “il livello della libertà di iniziativa in alcuni settori chiave dell’economia italiana”. E già da questa breve frase, contenuta nell’introduzione di Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell’Ibl, si capisce cosa si debba intendere parlando di liberalizzazioni: l’assenza di vincoli e barriere a intraprendere, di ostacoli all’ingresso in un determinato mercato e alla sua concorrenza, intralci che nella quasi totalità dei casi sono prodotti dallo Stato. L’istituto torinese ha quindi applicato l’indice a otto settori in cui il decreto del ministro dello Sviluppo avrebbe dovuto liberalizzare il mercato: elettricità, gas, telecomunicazioni, trasporto ferroviario e aereo, poste, professioni intellettuali e lavoro. Il risultato?
L’Italia è un paese liberalizzato a metà: precisamente al 52%. Il motivo? Riforme iniziate ma non terminate, che hanno portato notevoli costi, e pochi benefici.
“Che il cammino parlamentare delle liberalizzazioni sia stato difficile è un dato di fatto”, dice Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “ma c’è stata grande confusione anche fra tentativi di vera liberalizzazione e provvedimenti invece di sapore più populista”.
Spiega Carlo Stagnaro: “Nel caso dell’elettricità l’Italia ha fatto più della maggior parte degli Stati membri ed è andata oltre quello che la Commissione chiedeva di fare; nel caso dei trasporti aerei, siamo stati costretti a liberalizzare dalla presenza di direttive europee che regolamentano il settore”.
Cioè: non esiste una strada unica per le liberalizzazioni: a volte esse possono essere fatte grazie alle pressioni di Bruxelles, altre volte grazie al verificarsi di congiunture politiche favorevoli a livello nazionale. “L’importante è saper cogliere entrambe le opportunità per aumentare gli spazi di libertà all’interno di un paese” aggiunge Stagnaro.
Di fronte alla fotografia di Ibl, il presidente di Astrid Franco Bassanini (ex pluriministro nei governi di centro-sinistra), vede il “bicchiere mezzopieno”, contrariamente alla visione del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, che si iscrive “parte di quell’Italia che sente il bicchiere troppo vuoto”.
Un’idea simile a quella del presidente della Banca Popolare di Milano Roberto Mazzotta, che ironicamente ha osservato: “Gli italiani sono favorevoli alle liberalizzazioni degli altri”.
E dunque le lenzuolate di Bersani sono servite o no? “Si può dire, senz’altro, che abbiano reso popolare la parola liberalizzazione”, conclude Carlo Stagnaro. “L’unico punto sul quale abbiamo potuto testare la loro efficacia è, però, la regolazione delle professioni. In Italia le professioni liberali sono libere al 46%, rispetto all’Inghilterra. Prima che Bersani ponesse mano alla libertà di pubblicità per i professionisti, e ne rilassasse i vincoli alla libertà di associazione, lo erano assai di meno”.
Già, liberalizzare cambia anche la struttura del mercato, determinando incentivi all’efficienza - sia a livello di imprese che di lavoratori: potendone raccogliere i frutti, gli occupati sono spinti a diventare più produttivi, mentre i “fannulloni” possono essere identificati e sanzionati. Non è per questo che le riforme si bloccano?

Poste, ma quanto ci costa una lettera scomoda?

Ufficio postale
Ma quanto costa davvero il servizio universale postale? Cioè qual è il prezzo giusto che lo Stato dovrebbe pagare all’operatore pubblico o privato per assicurare la consegna di lettere e pacchi a tutti i cittadini, compresi gli abitanti delle località sperdute e lontane, integrando le eventuali perdite connesse al mantenimento di prestazioni considerate economicamente non vantaggiose? Finora lo Stato ha pagato circa 370 milioni di euro all’anno alle Poste italiane come indennizzo per il mantenimento del servizio. E le Poste oggi guidate da Massimo Sarmi si sono lamentate in più di un’occasione accusando il governo di non sborsare per intero e nei tempi prefissati le somme pattuite.
Ora si scopre, però, che quegli importi pagati probabilmente sono eccessivi.
Uniposta, il nuovo operatore postale privato posseduto in parti uguali da ex manager di Poste italiane, da Ilte dello stampatore Vittorio Farina e dalla società Omnia, si fa avanti per lo svolgimento di almeno due fasi del servizio universale, la raccolta e la consegna della corrispondenza, a costo zero, cioè senza pretendere un soldo dallo Stato. In un dossier interno preparato in vista dell’invio di una richiesta formale al governo per l’apertura di una gara pubblica per il conferimento delle varie fasi del servizio universale, Giuseppe Pantano, il presidente di Uniposta, ha calcolato che quel servizio in pratica si autofinanzia, costando al massimo 160 milioni di euro e assicurando almeno 150 milioni di ricavi.
Pantano ha calcolato che le località marginali da servire siano circa 5 mila sparse su tutto il territorio nazionale abitate in totale da 4 milioni di abitanti. Per ognuno di essi ha ipotizzato una movimentazione di 70-80 pezzi postali all’anno a fronte dei 118 della media nazionale con un ricavo unitario di 0,50 euro a pezzo. Per il recapito ha ritenuto che possano essere utilizzati 2.500 portalettere con un costo del lavoro annuo di 25 mila euro a testa per un totale di circa 60 milioni. Per la raccolta ha ritenuto che possano essere sufficienti 2.000 lavoratori con un costo complessivo di 50 milioni, mentre per lo smistamento e il trasporto di 300 milioni di pezzi all’anno ad un costo unitario di 0,05 euro sono necessari 15 milioni. Aggiungendo a queste tre voci altri 35 milioni di costi vari, il totale arriva a 160 milioni di euro a fronte dei quali i ricavi sarebbero 150 milioni (300 milioni di pezzi al prezzo di 0,50 ogni pezzo).

Prioritaria o no? Per Poste un dilemma da 9 milioni di euro

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/vanz/]Vanz[/url] by Flickr)[/i]
Da quando, il 20 maggio di un anno fa, fu deciso l’aumento del 33 per cento della tariffa per la spedizione delle lettere, si è aperto non solo un problema relativo al funzionamento del servizio, ma anche una questione di tipo semantico. La tariffa unica di 0,60 euro viene pagata dai clienti per la posta prioritaria o per la posta ordinaria di nuovo tipo? E se è sopravvissuta la posta prioritaria, questa è prioritaria rispetto a che cosa? Sembra una faccenda di lana caprina, ma lo è fino ad un certo punto.
L’amministratore delegato di Poste, Massimo Sarmi, e i suoi più stretti collaboratori si rendono conto dell’incongruenza, tanto che hanno programmato un rebranding della posta prioritaria, cioè un cambiamento di nome e marchio. Un’operazione per la quale è stata preventivata una spesa di “ulteriori 9 milioni di euro in extra budget”. Secondo il progetto originario il rebranding doveva essere sviluppato entro maggio, ma probabilmente questa scadenza non sarà rispettata. Nel frattempo, infatti, c’è stato un avvicendamento proprio ai vertici della direzione corrispondenza che, inevitabilmente, sta producendo un rallentamento: al posto di Riccardo Camia, che resta amministratore di Postel, si è insediato Giovanni Cuturi ex direttore della direzione Immobili ed acquisti e successivamente solo degli Acquisti.
Posta prioritaria è stato uno dei prodotti postali di maggiore successo in questi anni. Fu inventato ai tempi della direzione di Corrado Passera da un manager, Giuseppe Pantano, uscito dall’azienda alcuni mesi fa in polemica con l’amministratore Sarmi.


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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