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Dieci anni di euro. Cosa significano per le tasche degli italiani? Che rispetto al 2002 oggi una penna a sfera costa il 207,7% in più, un tramezzino il 198,7% in più, un cono gelato il 159,7% in più. Continua

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Buste paga italiane un po’ più pesanti nel 2009, grazie al blocco dell’inflazione. Ma sempre più leggere di quelle della maggioranza dei paesi industrializzati riuniti nell’Ocse. Continua

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Più poveri e più parsimoniosi. Il vento di crisi si placa appena, ma influisce sulla spesa delle famiglie e sulla loro ricchezza. Lo dicono i dati Istat diffusi oggi relativi al terzo trimestre del 2009. Nel periodo tra ottobre 2008 e settembre 2009 - svela l’istituto di statistica- il potere d’acquisto delle famiglie (ovvero il reddito disponibile in termini reali) è diminuito dell’1,6% rispetto al periodo tra ottobre 2007 e settembre 2008. Continua
Il grano costa meno ma il livello dei prezzi della pasta e del pane non fa registrare il segno negativo. Un aumento “ingiustificato” secondo il garante dei prezzi Antonio Lirosi, che oggi ha incontrato pastai e panificatori al ministero dello Sviluppo economico. Dal dossier messo sul tavolo da Lirosi “emerge che l’attuale livello dei prezzi al consumo di pane e pasta non trova più giustificazione nell’andamento del mercato delle materie prime che da tre settimane ha iniziato una fase di discesa”. Di conseguenza s’impone, secondo il Garante, “un’immediata inversione di tendenza”.
Da Mister prezzi arriva dunque l’invito a tutte le categorie dell’industria di trasformazione e distribuzione “di fare il loro compito per favorire questo rientro”.
Da parte sua il Garante attiverà, a settembre, un piano di controlli per verificare che l’andamento dei prezzi nei passaggi di filiera sia coerente con l’andamento dei mercati internazionali che hanno già iniziato una fase di rientro. Sulla stessa lunghezza d’onda le associazioni dei produttori agricoli.
“Con il prezzo del grano che è oggi lo stesso di quello rilevato all’inizio dell’anno non esiste dalle materie prime nessun alibi per ulteriori aumenti dei prezzi del pane e della pasta al consumo”, sottolinea Coldiretti, ricordando che “gli acquisti familiari di pane si sono ridotti del 2,5%, mentre si registra una inversione di tendenza per la pasta che fa segnare un aumento dell’1,4% nel primo semestre del 2008″.
“Mentre si discute di inflazione da pasta la quotazione media del frumento duro a giugno 2008 si è ridotta di oltre il 14% su base mensile ed a luglio ha subito un’ulteriore riduzione dell’8,4%”. Nel frattempo le associazioni dei consumatori denunciano che, a causa dei continui rincari di prezzi e tariffe, le famiglie italiane, nel 2008, perderanno potere d’acquisto per 2.085 euro. In particolare secondo Adusbef e Federconsumatori, per sostenere gli aumenti del settore energetico e agro-alimentare serviranno 1.813 euro.

Il governo Prodi “elaborerà, per proporle all’opposizione, al fine di emanare un decreto legge in materia, una serie di strumenti e di iniziative per sterilizzare la quota fiscale di alcune tariffe, in particolare nel settore dell’energia, così da alleviare il peso degli aumenti sulle famiglie, sulla falsariga di quanto abbiamo fatto per i carburanti”. Argomenta così ministro per l’Attuazione del programma, Giulio Santagata, la decisione dell’esecutivo Prodi di mettere in atto all’opposizione un pacchetto di misure urgenti per intervenire sul caro prezzi.
E, a fianco a lui, il collega all’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio della Sinistra Arcobaleno rilancia: “Visto che con l’extragettito i soldi in cassa ci sono, è doveroso ridurre subito i rincari che pesano nelle tasche dei cittadini. La Sinistra Arcobaleno ha chiesto al governo di intervenire con un decreto”.
E tuttavia, dal momento che quello attuale è consapevole di essere “un governo in uscita”, nel corso del Consiglio dei ministri di stamane è stata assunta la “decisione di elaborare una serie di possibilità e strumenti da proporre all’opposizione, un pacchetto di iniziative per alleggerire il peso delle famiglie”. Misure che, sempre attraverso una “valutazione con l’opposizione” potrebbero essere varate con un “eventuale decreto”. Tenendo conto naturalmente della “compatibilità di bilancio”.
Manifestando la preoccupazione del governo “sul versante del potere di acquisto delle famiglie”, Santagata ha ricordato la “positiva attività svolta tanto dal ministro delle Politiche agricole quanto da Mister Prezzi”. “Tuttavia” ha rilevato “si sente l’esigenza di un intervento urgente”. Da qui la decisione di “verificare la praticabilità di sterilizzare la quota fiscale di alcune tariffe, in particolare quelle energetiche, sulla falsariga di quello che abbiamo già fatto per i carburanti”. nella consapevolezza che il governo è “in uscita”, ha aggiunto, verranno elaborate “delle proposte per alleggerire il peso sulle famiglie che saranno avanzate all’opposizione, con l’obiettivo di varare un decreto legge condiviso”.
“Abbiamo chiesto il blocco degli aumenti dei prezzi, e quindi il presidente del Consiglio si rivolgerà anche all’opposizione per fare un decreto legge e bloccare le tariffe di luce, gas e carburanti”, ha aggiunto Pecoraro-Scanio, spiegando che “l’unica strada è intervenire sulle tasse”.
Sabato scorso l’Autorità per l’energia ha comunicato che le tariffe per luce e gas saliranno da aprile di oltre il 4% per effetto del caro-petrolio. Lunedì 31 marzo, l’Istat ha fornito le stime sull’inflazione di marzo che con un aumento del 3,3% su base annua ha segnato il livello più alto da settembre 1996.
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Il reddito delle famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente ”è rimasto sostanzialmente stabile” (+0,3%) dal 2000 al 2006, considerando l’aumento del costo della vita. Lo sottolinea la Banca d’Italia nell’indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane nel 2006. Nello studio si evidenzia che invece il reddito delle famiglie con capofamiglia autonomo, nello stesso periodo, sempre in termini reali, è cresciuto del 13,1%.
Le famiglie che devono contare su un capofamiglia a libro paga da sei anni debbono contare dunque più o meno sempre sullo stesso budget. Nell’ultimo biennio (2004-2006) si è registrata, per la precisione, una crescita dei redditi del 4,3% in termini reali. Ma questo incremento, osserva lo studio di Bankitalia, ”compensa soltanto in parte la riduzione osservata fra il 2000 e il 2004”.
Nella eterogenea categoria dei lavoratori ‘indipendenti’ va meglio alle famiglie di artigiani e titolari di imprese familiari e imprenditori che hanno visto il loro reddito crescere dell’11,2% dal 2004 al 2006. Addirittura ”negativo” invece l’andamento del bilancio familiare per le altre tipologie, come i liberi professionisti o i lavoratori atipici.
Dallo studio di Palazzo Koch emerge anche una novità: il reddito familiare medio mostra una crescita in termine reali maggiore al Sud e alle Isole (5,6%) rispetto al Centro (3,5%) e al Nord (0,7%). L’istituto spiega che il migliore risultato, relativo sempre al biennio 2004-2006, registrato dai nuclei del Sud ”è in misura significativa legato alla maggiore crescita del numero medio di percettori per famiglia”.
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di Anna Maria Angelone
Mettiamoci l’anima in pace: siamo i meno pagati d’Europa. E anche per il 2008 il salario degli italiani è destinato a crescere poco o nulla. Stando alle elaborazioni della Mercer, società leader globale della consulenza nelle risorse umane e nell’investment consulting, l’Italia ha gli stipendi più bassi fra i principali paesi Ue. Perfino la Spagna, fino a qualche anno fa indietro nella classifica europea, ora ci batte. E la differenza fra le retribuzioni medie delle quattro categorie di lavoratori prese in esame dall’indagine (operaio, impiegato, quadro e manager) può arrivare a pesare fino a 15 mila euro netti in meno.
Qualche esempio? Il salario lordo di un operaio di livello base, ovvero non specializzato, in Italia è mediamente di 14.018 euro all’anno: 8.068 euro meno di quanto percepisce un collega di pari grado in Germania.

E stiamo parlando di retribuzione fissa, senza benefit previsti o variabili. Se si prende a riferimento il netto a parità di potere d’acquisto, cioè il reddito realmente disponibile una volta eliminate le tasse e uniformato il costo della vita, la differenza sfiora i 7.500 euro. Situazione analoga per l’impiegato: la paga lorda o netta, una media calcolata su tutti i settori industriali, relega l’Italia in fondo a tutti.
Le cose cambiano (ma solo in apparenza) quando si passa alle categorie più alte. Un quadro, per esempio, in Italia costa più che in Francia: oltre 64 mila euro lordi all’anno contro poco più di 61 mila (media fra le retribuzioni più basse dei giovani e le più alte di chi ha maggiore anzianità professionale). Va ancora meglio alle posizioni dirigenziali: capi d’azienda, direttori e amministratori delegati sono più pagati in Italia che altrove. Un italiano arriva a prendere 30 mila euro lordi all’anno in più di un francese. Peccato che tasse e costo della vita rosicchino questo vantaggio fino ad azzerarlo: alla fine quadri e manager italiani hanno in tasca meno reddito disponibile di tutti gli altri.
“Le retribuzioni nette indicano che, a parità di posizione e fisco, il lavoratore italiano è più povero degli altri” riassume Elena Oriani, principal della Mercer Italia. “Ma mentre sulle posizioni più alte incide in modo significativo il peso delle tasse, quelle basse sono penalizzate piuttosto dal carovita”.
D’altronde una recente indagine dell’Eurostat, su un paniere di 500 prodotti alimentari, ha certificato che l’Italia ha i prezzi più alti dopo la Gran Bretagna. Milano e Roma appaiono fra le città più care al mondo nelle ultime classifiche mondiali della Ubs e della stessa Mercer. Anche se in Italia ci sono sensibili differenze di prezzo fra grandi centri urbani e provincia (vedere la tabella a fianco) che incidono non poco sul potere d’acquisto.
Poi c’è la “ciliegina” dei servizi. “Dubito che il costo della vita sia il vero responsabile della bassa crescita dei nostri salari” commenta Tommaso Monacelli, docente presso l’Igier-Bocconi. “Ma è vero che l’Italia ha pesanti sacche di inefficienza e molti servizi, come quello bancario e l’accesso al credito, restano troppo cari”.
A conti fatti, un operaio spagnolo vede lievitare i suoi 2.627 euro netti all’anno in più rispetto all’operaio italiano a 3.772, tenendo conto della differenza del potere d’acquisto, cioè grazie ai prezzi più bassi della Penisola Iberica.
Inoltre, negli ultimi anni si è assistito all’aumento del divario fra livelli retributivi alti e bassi. “In Europa si è verificato un raffreddamento dei salari per le posizioni più basse perché le pretese sono state spesso calmierate dal timore della delocalizzazione delle imprese verso paesi più economici” continua Oriani. “Al contrario le retribuzioni manageriali, almeno sul lordo, tendono ad avvicinarsi per effetto della globalizzazione che ha portato maggiore omogeneità sulle figure più richieste dal mercato”.
Uno sguardo più lontano nel tempo conferma la lentezza italiana. Secondo i calcoli Ires-Cgil, su dati Ocse, fra il 1998 e il 2006 le retribuzioni lorde reali al netto dell’inflazione sono cresciute meno in Italia: appena il 2,6 per cento contro il 5 per cento della Germania e addirittura il 16-18 di Gran Bretagna e Francia.
“In Italia i salari hanno perso terreno per due ragioni: scarsa redistribuzione della ricchezza delle imprese verso il lavoro e produttività più bassa” sintetizza il presidente dell’Istituto di ricerche economiche e sociali, Agostino Megale. “Frutto anche di un peso eccessivo nel nostro sistema delle piccole imprese, parte delle quali è stata incapace di investire in ricerca e innovazione tecnologica a differenza di quanto hanno fatto le inglesi”.
E per il 2008? Le proiezioni della Mercer indicano che a livello globale gli stipendi saliranno in media del 6 per cento. Ma, scremata dall’inflazione, la crescita si arresterà all’1,9. In Europa occidentale l’aumento retributivo reale più robusto è previsto in Irlanda. In Italia, invece, l’aumento al netto dell’inflazione sarà di appena l’1,2 per cento. Come dire: se volete guadagnare di più, forse è il caso di preparare la valigia per Dublino.
