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di Donatella Marino ed Edmondo Rho
Sarà il tema del 2008: che cosa fare per aumentare i salari degli italiani. Perché ormai è sotto gli occhi di tutti che le retribuzioni sono mediamente basse, inferiori rispetto ai principali paesi europei: come mostrano i dati di una ricerca esclusiva della Mercer, operai, impiegati, quadri e perfino dirigenti sono tutti pagati meno di inglesi, tedeschi, francesi e spagnoli. E questo accade sebbene le aziende italiane stiano andando tutto sommato bene e siano sempre più competitive all’estero. Del resto, il problema del recupero del potere d’acquisto, per rilanciare i consumi, non è solo italiano ma è nell’agenda dei governi europei: come dimostrano le proposte del presidente francese Nicolas Sarkozy per aumentare i salari.
“Io lo vado dicendo da almeno due anni prima di Sarkozy” sostiene Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl. “Bisogna lavorare meglio, lavorare di più e guadagnare di più”. Il viaggio di Panorama per “salvare il soldato salario” comincia proprio dai sindacati. Che però non la pensano tutti allo stesso modo.
Marigia Maolucci, segretario confederale Cgil di cui è responsabile per fisco e politica economica, ricorda che “Sarkozy ha deciso di monetizzare tutti gli straordinari, ma ha le imprese contro. La vita è complicata: imitare in Italia i progetti francesi non funziona”.
In realtà la Cisl punta sugli aumenti salariali soprattutto con i contratti aziendali e con una riforma che sembra evocare quasi la cogestione: secondo Bonanni, “o difendiamo il lavoro italiano con un sistema di partecipazione e qualità, oppure saranno le crisi a determinare il nostro futuro. La partecipazione dei lavoratori all’impresa deve tornare a essere un valore positivo: vanno costruiti nuovi modi di lavorare in team”.
Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, sostiene che “ci sono due cose da fare: la prima rinnovare il contratto nazionale per oltre 7 milioni di persone che lo aspettano. La seconda è diminuire le tasse: non solo sui salari più bassi, ma su tutto il lavoro dipendente”. E il primo sistema possibile, secondo il leader della Uil, è “prevedere che per 3 o 4 anni non si paghino tasse sugli aumenti contrattuali di stipendio”.
Questa idea della Uil, all’apparenza ragionevole, non è appoggiata dalla Cgil, che la ritiene “una soluzione non efficace per i lavoratori” come dice Maolucci: “Così gli aumenti diventerebbero elementi distinti della retribuzione senza incidere sui minimi”.
Sul piano fiscale Angeletti non demorde e rilancia con un secondo sistema possibile: “Prevedere una detrazione Irpef per il lavoro dipendente, pari ad almeno l’1 per cento del pil ogni anno” cioè circa 15 miliardi di euro. Un’idea, come vedremo, su cui la risposta della politica è ancora tutta da verificare.
Ci sono anche altre idee per aumentare gli stipendi. Per esempio la Confindustria propone di agevolare gli straordinari, ma la Cgil ribatte: “La proposta non ci piace, pensiamo invece che sugli aumenti dati in base alla produttività ci debba essere un contributo fiscale” afferma Maolucci, ricordando però che “solo il 35 per cento delle aziende italiane ridistribuisce la produttività con gli aumenti di secondo livello”.
Intanto ci sono anche da rinnovare i contratti nazionali, quelli di primo livello. E fra gli imprenditori ci sono sia i falchi, come le aziende metalmeccaniche (la Fiat ha concesso un aumento di 30 euro come anticipo sui 117 richiesti dai sindacati, che hanno proclamato sciopero per l’11 gennaio), sia le colombe, come gli industriali chimici, che hanno chiuso l’accordo con un aumento di 103 euro dopo un negoziato di soli 20 giorni, il quinto contratto consecutivo stipulato senza un’ora di sciopero.
Giorgio Squinzi, presidente della Federchimica, racconta a Panorama: “L’accordo è stato così rapido che mi ha preso in contropiede. Ero in Austria per lavoro, mi hanno chiamato dicendo che si poteva chiudere e ho risposto: allora chiudete. Non abbiamo mai fatto una notte di trattativa, il modello contrattuale dei chimici è di assoluta eccellenza e questo accordo, con un costo per le imprese inferiore nel biennio al 5 per cento, conferma che nella chimica abbiamo fatto sempre contratti innovativi: nel 1998 accettammo una riduzione sulla carta dell’orario in cambio di una grande flessibilità, infatti oggi si va da un minimo di 28 a un massimo di 48 ore, la media di lavoro è 37,5 ore”.
Insomma, la chimica italiana è un’isola felice delle relazioni sindacali? Nel settore da molti anni si sviluppa quello che Squinzi chiama il “welfare chimico”: previdenza integrativa (è stata la prima categoria a contrattualizzare il fondo pensione Fonchim) e cassa sanitaria integrativa (si chiama Faschim, nell’ultimo contratto ha avuto ulteriori versamenti da parte delle aziende). Ma è anche prevista per contratto la possibilità di guadagnare meno in caso di crisi.

Spiega Squinzi: “Se c’è un’azienda o un settore della chimica in crisi si può, per un periodo limitato, derogare al contratto nazionale di lavoro e dare una retribuzione più bassa. Io spero che non si debba usare, ma la possibilità c’è. E devo dare un grande merito alle organizzazioni sindacali dei chimici che hanno costruito con noi un sistema di relazioni molto avanzato e pragmatico”.
Infatti il problema è aggiornare il sistema della contrattazione. L’economista Tito Boeri non è del tutto convinto dall’accordo raggiunto nella chimica, “in cui si prevede, in caso di crisi, anche un incremento degli stipendi minore del tasso d’inflazione”.
Secondo Boeri, bisogna trovare un meccanismo diverso. Due le strade possibili: la prima è stabilire nel contratto nazionale una soglia minima di garanzia sotto la quale la retribuzione non possa scendere. “Significa che, per chi guadagna più della soglia minima, il contratto nazionale vale solo come parte normativa e la parte economica si fa a livello aziendale” spiega l’economista.
La seconda strada possibile, secondo Boeri, è stabilire a livello nazionale “anche la scala retributiva, non solo i minimi, dando un ulteriore aumento a chi lavora in aziende dove non si applica il secondo livello. Prevedendo invece, nella contrattazione aziendale, incrementi ma pure decrementi”.
In pratica, la seconda via proposta da Boeri funzionerebbe così, per ipotesi: un aumento del 2,5 per cento legato all’inflazione, più un premio dell’1,5 per cento per chi non fa la contrattazione di secondo livello, totale 4 per cento di aumento. Invece chi fa la contrattazione di secondo livello prende comunque il 2,5 per cento mentre per il resto l’incremento è legato alla produttività: se l’azienda va molto bene, si può arrivare per esempio al 7,5 per cento, come si può rimanere al 2,5 se invece va male.
E il governo cosa ne pensa? Il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, dice a Panorama che vuole “agire su due versanti per migliorare il potere d’acquisto. Uno è il modello contrattuale, l’altro è la pressione fiscale”.
Il confronto su come cambiare la struttura dei contratti, già iniziato tra le parti sociali, è valutato dal ministro “positivamente: si tratta di dissodare il terreno. Ma per arrivare a una revisione del protocollo del 1993 (quello attualmente in vigore per regolare gli aumenti del costo del lavoro, ndr) il tavolo dovrà necessariamente diventare triangolare coinvolgendo in corso d’opera il governo che non può essere solo chiamato a fare l’ufficiale pagatore”.
Quindi Damiano punta all’aggiornamento del patto del 1993? “Non va messo in discussione il doppio livello di contrattazione, ma va sicuramente aggiornato quel modello, che ha funzionato egregiamente negli anni Novanta. Poi ci sono stati l’avvento dell’euro e un cambiamento di rotta nelle politiche governative, con il precedente governo che ha interrotto la restituzione del drenaggio fiscale, cui si sono aggiunti ritardi fisiologici mediamente di 12 mesi per il rinnovo dei contratti. Tutto ciò provoca un inevitabile abbassamento delle retribuzioni”.
E allora qual è la proposta del ministro per ridare slancio agli stipendi? “Caldeggio un ritorno alla cadenza triennale dei rinnovi contrattuali. Questo consentirebbe di nuovo di allineare le parti normativa e salariale, facendo anche rinnovare nell’arco dei 3 anni il contratto aziendale” risponde il ministro.

Insomma, considerando che le aziende italiane vanno perlopiù bene, Damiano punta nei prossimi 3 anni a “remunerare la produttività accertata, là dove è effettivamente realizzata nell’impresa”.
La parte fiscale è la più impegnativa per il governo. Damiano sostiene che, “avendo deciso che le risorse aggiuntive della lotta all’evasione vanno a favore del lavoro dipendente, le due possibilità sono: revisione delle aliquote oppure restituzione del fiscal drag”.
Il problema sarà trovare le risorse: è possibile un patto bipartisan per ridare forza al potere d’acquisto? Dall’opposizione Mario Baldassarri, senatore di An e già viceministro dell’Economia nel governo Berlusconi, è scettico: “Nel centrosinistra ci sono quelli che anzi le tasse vogliono aumentarle, per continuare a far crescere la spesa pubblica. Invece la gente va a fare la spesa con il reddito disponibile e non a caso i consumi diminuiscono. è ora che anche la politica inizi a spendere meno, e meglio”.
In altre parole, il prossimo tesoretto deve finire nelle tasche dei lavoratori invece che nei rivoli della spesa pubblica.
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Guarda il VIDEO servizio sui rincari di bollette e trasporti:
e il VIDEO servizio sull’ultimatum di Raffaele Bonanni al Governo:
- Mercoledì 2 Gennaio 2008

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