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precariato

Il ministro Renato Brunetta, protagonista di un diverbio con una ragazza del network dei precari che ha suscitato scandalo e indignazione in rete
Di Angelo Pasquarella, AD di Projectland
Il rifiuto al colloquio con i giovani precari e l’insulto da parte di Brunetta può essere letto come un caso emblematico.
Se da una parte infatti è sotto gli occhi di tutti l’incapacità dei nostri governanti di facilitare lo sviluppo e l’utilizzo proficuo dei giovani lavoratori della conoscenza, dall’altro le richieste avanzate da questi ultimi assomigliano molto alle aspirazioni tipiche di un mondo le cui caratteristiche trovano sempre meno riscontro nella società attuale. Continua

Un'immagine del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, icona moderna del lavoro dell'uomo (ANSA)
C’era una volta il Quarto Stato. Perché ormai siamo arrivati al Quinto, ossia la classe dei lavoratori della conoscenza (knowledge workers). Vero motore delle aziende occidentali, i soggetti di questa categoria, a cui è dedicato il ilbro di Angelo Pasquarella (Quinto Stato, Guerini e Associati, 249 pagine), non sono più definibili come lavoratori, ma piuttosto come operatori in grado di manipolare sofisticate conoscenze e produrne di nuove - possono rientrarvi i dipendenti del terziario avanzato, i liberi professionisti, i creativi e il sempre più affollato mondo delle partite Iva (comprese le “false”, ossia quelli che collaborano con una sola impresa ricevendo un compenso mensile di poco superiore a 1.000 euro). Continua

Foto d'archivio dello stand dell'Inps al Forum della Pa (Ansa/Ettore Ferrari)
Che fine avevano fatto i conti “segreti” dell’Inps, ossia le sue previsioni su quanto riusciranno a portare a casa i trentenni e quarantenni di oggi una volta ritiratisi dal lavoro? Il Corriere della sera li ha pubblicati due giorni fa. Un colpaccio, senz’altro, anche perché l’intenzione dell’ente previdenziale, per non creare allarmismo, era quella di parlarne il meno possibile. Continua
Dubbi sulla costituzionalità. È quanto esprimono sulle cosiddette misure anti-precari, contenute nella manovra economica, anche dopo le modifiche apportate dal Senato, i tecnici della Camera.
La segnalazione viene dal Servizio studi della Camera, che invita in proposito ad una “attenta valutazione” alla luce dell’articolo 3 della Costituzione.
La questione riguarda la disposizione che prevede per i soli giudizi in corso l’indennità invece del reintegro, distinguendo quindi “la disciplina applicabile ai giudizi in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione e quella applicabile alle analoghe violazioni commesse in data anteriore o successiva all’entrata in vigore di tale legge e che non siano oggetto dei predetti giudizi”. L’articolo della Carta costituzionale indicato dai tecnici sottolinea che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Analizzando le modifiche apportate dal Senato all’articolo 21 del decreto sulla manovra, il servizio Studi di Montecitorio puntualizza: “Si osserva come sembri opportuna un’attenta valutazione della distinzione introdotta dalla norma in esame” per sanare le violazioni delle norme sui contratti a termine “alla luce del principio di ragionevolezza di cui all’articolo 3 della Costituzione”.
Il governo al momento non si scompone, e il portavoce di Forza Italia Daniele Capezzone conferma che, dopo le modifiche al Senato, non ci sono altri motivi di preoccupazione: “Proprio il criterio di ragionevolezza” spiega Capezzone “oltre che un’interpretazione saggia del principio di uguaglianza”, suggeriscono il “trattamento uguale di situazioni uguali, e il trattamento diverso di situazioni diverse”. Morale: è ragionevole distinguere tra una misura riguardante i giudizi e le controversie già in corso, e una misura riguardante altri futuri ed eventuali giudizi e controversie oggi non in corso. Sono due realtà distinte, a cui il legislatore può far corrispondere due discipline in parte differenziate. Senza dire che in tutto il mondo gli stessi lavoratori - conclude Capezzone - preferiscono una congrua indennità al reintegro, “inclusa la quasi totalità dei Paesi dell’Occidente avanzato governati dalle coalizioni di centrosinistra”.
E proprio nel confronto con il resto d’Europa, le imprese italiane vincono la sfida sull’impiego di lavoratori precari. Vero: secondo i dati dell’indagine Excelsior 2008 di Unioncamere e Ministero del lavoro, il numero di lavoratori con contratto a tempo è in costante aumento in Italia. Ma sempre a livelli inferiori rispetto a quanto accade in Ue. Da noi, la percentuale di occupati con contratto atipico si mantiene ancora al di sotto della media europea e ben lontana dai livelli della dinamica Spagna. Negli ultimi nove anni il peso dei contratti a tempo determinato sul totale delle assunzioni previste dalle imprese è aumentato di 12 punti percentuali, passando dal 30,8% del 2001 al 42,6% previsto per il 2008 (pari a 352 mila assunzioni, allo stesso livello del 2007). Nelle imprese, tuttavia - rileva l’indagine - aumentano anche i contratti ’stabili’, che quest’anno dovrebbero superare le 392 mila unità, pari al 47,4% delle 827.900 entrate stagionali.
Mentre rimane poco consistente il ricorso al nuovo apprendistato e al contratto di inserimento (rispettivamente 8,0% e 1,6%), e cala il ricorso al part-time (13,4%, a fronte del 15,0% del 2007), il contratto a tempo determinato, che le imprese usano soprattutto per far fronte a picchi di attività, sembra anche assumere sempre più il carattere di “contratto di prova”: lo confermano gli oltre 130 mila contratti a tempo determinato utilizzati proprio per “testare” nuovo personale. E considerato che per il 24% dei dipendenti a termine in forza presso le imprese nel 2007 si prevede una trasformazione in lavoratori a tempo indeterminato nel corso del 2008, la “flessibilità in entrata” sembra sempre più rappresentare una condizione “di passaggio”.
La tendenza evidenziata dall’indagine Excelsior è confermata anche dall’Istat, che, analizzando la situazione nelle grandi imprese, indica un aumento costante dei contratti a tempo determinato: dal 64,9% del totale del 2000 hanno raggiunto il 72,7% nel 2007 (il 55,4% a termine), con un peso maggiore nei servizi (75,7%) rispetto all’industria (65,4%). La realtà del precariato italiano è comunque più contenuta rispetto al resto d’Europa: l’Italia, infatti, con il suo 13,2% di occupati a tempo determinato sul totale alla fine del 2007, si mantiene al di sotto della media dei Ventisette (14,5%) e ben lontana dai livelli della Spagna, dove i contratti a scadenza rappresentano il 31,7% del totale.
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Sarà fiducia sulla finanziaria. “Il governo non intende fare ulteriori modifiche” al decreto legge sulla manovra economia “rispetto a quelle fatte dalla commissione bilancio del Senato e ha presentato un emendamento interamente sostitutivo” del decreto come modificato dalla Camera e comprendente le modifiche della commissione del Senato, sul quale “pone la questione di fiducia”. Lo ha annunciato in aula il ministro dei Rapporti col parlamento, Elio Vito. Il presidente del Senato, Renato Schifani, ha sospeso la seduta e ha convocato la conferenza dei capigruppo che dovrà stabilire i tempi dell’esame del decreto. Il voto di fiducia dovrebbe svolgersi nella tarda mattinata di venerdì.
Rispetto al testo approvato alla Camera conterrà almeno quattro modifiche: sui precari, sugli assegni sociali, sull’elasticità delle missioni di spesa, sulla punizione per il datore di lavoro che non concede giorni di riposo ai dipendenti.
Le modifiche viaggeranno su un maxiemendamento del governo, che la Commissione Bilancio di Palazzo Madama ha discusso fino a notte fonda. Il provvedimento potrebbe così tornare alla Camera per la terza lettura, con probabile voto definitivo fra lunedì e martedì prossimi.
La norma anti-precari sarà circoscritta alle cause in corso e, quindi, soprattutto ai contenziosi con le Poste: l’entità dell’indennizzo andrà da un minimo di 2,5 a un massimo di 6 mensilità dell’ultima retribuzione. Il taglio generalizzato degli assegni sociali è stato invece cancellato. Il giro di vite varrà solo per gli immigrati e, in genere, per coloro che non potranno dimostrare di aver soggiornato in Italia per dieci anni consecutivi. Continueranno a percepire l’assegno gli italiani indigenti, compresi coloro che, come le casalinghe, non hanno avuto contratti di lavoro e redditi corrispondenti.
Via libera della commissione Bilancio anche all’emendamento sulla flessibilità di bilancio: accogliendo le osservazioni del Quirinale, le modifiche richieste prevedono anche una serie di nuovi paletti. Oltre al fatto che la rimodulazione dei programmi delle dotazioni finanziarie di ciascuna “missione di spesa” dei vari ministeri sarà limitata solo al 2009, la rimodulazione dei bilanci ministeriali potrà essere sempre anticipata con semplice decreto ministeriale, ma con qualche limite in più rispetto al testo originario: non bisognerà infatti “pregiudicare il conseguimento delle finalità definite dalle norme sostanziali”, non si potrà superare il tetto del 10% delle risorse finanziarie stanziate e sarà limitata all’esercizio finanziario 2009. Eliminato, infine, il potere del ministro dell’Economia di modificare le rimodulazioni con proprio decreto nei casi più urgenti.
Torna infine l’obbligo di revisione per tutte le cooperative, senza distinzione tra piccole e grandi. Mentre la norma introdotta nel testo della Camera escludeva dai controlli le cooperative con un volume d’affari superiore ad un milione di euro, la modifica presentata in Senato ripristina la revisione dei controlli su tutte le cooperative, andando così incontro alle richieste di Lega Coop e Confcooperative.
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Tra i parametri fondamentali dell’economia italiana in questo momento il lavoro è quello che sta meno peggio. La produttività rimane bassa, ma la crisi dell’occupazione appare per molti versi superata grazie alla congiuntura favorevole durata fino a qualche mese fa e grazie anche al nuovo quadro normativo di riferimento, efficace a dispetto di molte previsioni negative. L’apporto al miglioramento prodotto da leggi come la Treu e la Biagi è riconosciuto da quasi tutti i protagonisti del mercato del lavoro, tranne qualche frangia estrema.
C’è il rovescio della medaglia. Non tutti i contratti atipici si sono dimostrati un ponte verso un lavoro più stabile, anzi. Il meccanismo funziona per i lavoratori più forti, dotati di un buon livello di istruzione o con buone doti professionali e di preparazione. Gli altri, quelli che gli studiosi definiscono in inglese “unskilled”, i più deboli e vulnerabili, i quarantenni, le donne, i meno istruiti, rischiano di rimanere precari a vita. È una situazione che può sfociare nell’emarginazione e non potrà restare fuori dalle politiche di welfare del governo. Che le nuove forme di lavoro creassero figli e figliastri finora era solo un sospetto, forte e però talvolta indotto da pregiudizi ideologici, quasi mai suffragato da dati esaurienti.
A colmare la lacuna giunge una ricerca condotta da Michele Raitano, studioso dell’Isae e del Centro universitario sullo stato sociale della Bocconi di Milano, La Sapienza di Roma e ateneo di Siena. Lavoro che fa parte di un progetto europeo di analisi dell’occupazione curato dalla fondazione Giacomo Brodolini e che sarà presentato a giugno nel “Rapporto sullo stato sociale” (Utet editore), considerato una specie di bibbia dai protagonisti del ramo, dai sindacati ai politici, alla Confindustria. Panorama l’ha potuto leggere in anticipo. Lo studio di Raitano si basa non su campioni, scelti con criteri più o meno estemporanei o cervellotici, ma su microdati di fonte amministrativa, l’archivio della gestione separata dell’Inps (quella a cui versano i contributi i collaboratori) consultato a partire dal 1999.
Il campione tenuto sotto osservazione è composto da 1.103 individui, una quota considerata elevata dagli esperti statistici. La conclusione a cui approda il ricercatore è allarmante per la sua perentorietà: “Per le donne, i meno giovani, i meno istruiti… lo status di parasubordinato o di lavoratore temporaneo… non appare per nulla semplicemente transitorio… ma nella maggior parte dei casi persistente”. E quindi “esiste la fondata preoccupazione ” che “l’incremento del tasso di occupazione registratosi in Italia si sia accompagnato a una persistenza, se non a un’accentuazione, delle caratteristiche di dualità del mercato del lavoro”.

Migliora il mercato del lavoro nel Belpaese, anche se tra luci e ombre: nel 2006, gli occupati in Italia hanno sfiorato quota 23 milioni, un record storico sia in termini assoluti sia in termini di percentuale di crescita annuale (+2%). Da evidenziare, il tasso di disoccupazione giovanile, che subisce una flessione del 2,4 per cento rispetto al 2005.
Il lavoro dipendente a termine, nelle sue molteplici forme (contratto a tempo determinato, apprendistato, interinale) riguarda quasi 10 lavoratori su 100. Più contenuta la quota dei collaboratori (Co.co.co., a progetto, occasionali) pari complessivamente al 5,7%. Il lavoro atipico riguarda quindi tra i 3,5 e i 4,5 milioni di lavoratori.
In questo scenario, permane inoltre un profondo dualismo nel divario territoriale Nord-Sud, una persistente difficoltà all’inserimento nel mondo del lavoro per donne e per over 55, mentre aumenta lo scontento e i lavori reali si allontanano sempre di più dalle aspettative delle persone, a causa della precarietà, delle esigue retribuzioni e delle scarse possibilità di carriera. È la fotografia del Rapporto Isfol 2007, presentato questa mattina a Roma dal presidente dell’Istituto, Sergio Trevisanato.
Tra gli occupati italiani, il fattore di maggiore insoddisfazione riguarda la mancanza di prospettive di carriera (54,5%) e tale percezione è peggiorata nel tempo: nel 2006 era del 41%. In peggioramento le condizioni occupazionali della parte femminile della popolazione, il cui tasso di occupazione è del 47% (sotto l’obiettivo di Lisbona del 60% nel 2010). Quasi 10 milioni di donne in età lavorativa non lavorano, né cercano un impiego (gli uomini nella stessa condizione sono circa la metà): il 63% delle donne accede al lavoro con un contratto atipico; il 67% ritiene il proprio orario di lavoro troppo lungo per essere conciliabile con gli impegni familiari; oltre l’80% dei lavoratori part-time sono donne e, nella maggior parte dei casi, si tratta di una scelta obbligata.
Il tasso di attività dei soggetti tra i 55 e i 64 anni è del 33% in Italia (lontana dall’obiettivo di Lisbona del 50% al 2010), in lento ma progressivo aumento dal 2001. Nel 2006 gli over55 appartenenti alla popolazione attiva sono 2,3 milioni. Riguardo alla formazione, da segnalare il boom di crescita dei laureati dopo l’introduzione della laurea breve: nel 2006 a conseguire un titolo di studio universitario sono stati in 300.000, centomila in più rispetto a 4 anni prima. Seppure il tasso di diplomati sia in aumento (75,5% della popolazione giovanile), l’Italia resta al di sotto del benchmark europeo pari all’ 85%.
Quanto al tasso di occupazione femminile, nel 2006 si attesta al 46,3% contro il 70,7% maschile: un livello ancora molto distante dall’obiettivo fissato a Lisbona (raggiungimento del 60% di occupate entro il 2010). Non solo. La scarsa partecipazione delle donne alla vita lavorativa italiana ha già ampiamente disatteso anche l’obiettivo di medio termine, che proponeva di raggiungere il 57% di occupate per il 2005.
Non va meglio con la qualità dei lavori che le donne trovano: una donna su 4 è precaria e nel 2006 solo il 36,7% delle nuove occupate è stato assunto con un contratto di lavoro a tempo indeterminato (contro il 41,4% del 2005), mentre aumentano gli accessi al lavoro mediante contratti a termine, ottenuti dal 36,2% delle neo-lavoratrici nel 2006 contro il 33% di un anno prima. La maternità continua poi a essere ancora un forte ostacolo al naturale proseguimento della carriera lavorativa: nel 2006, ben una donna su nove è uscita dal mercato del lavoro dopo aver fatto un figlio.
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