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precario

di Raffaella Galvani
Pagati poco? Soprattutto, pagati male. Cioè tutti uguale, con poca o nessuna attenzione ai diversi livelli di professionalità o al costo della vita che cambia nelle varie aree del Paese. Basti pensare che 10 milioni di lavoratori dipendenti del settore privato su 15 sono ammassati in un pantano che li blocca fra i 21 mila e i 23 mila euro lordi annui. E che un operaio di reparto di un’azienda del Nord-Ovest nel 2008 ha portato a casa 1.175 euro netti mensili, appena 66 euro in più di quello del Centro e poco più di un centinaio rispetto al collega del Sud.
È quanto emerge da un’inchiesta che Panorama ha svolto con la Od&m, società di consulenza direzionale leader nelle indagini retributive che, sulla base di una banca dati di 859.036 profili retributivi di dipendenti privati raccolti tra il 2004 e il 2008 (in Italia sono complessivamente circa 15 milioni, su un totale di oltre 23 milioni di occupati), ha fatto i conti in tasca a circa 600 figure tra dirigenti, quadri, impiegati e operai, suddivisi per aree geografiche. Fotografando il livello, e l’andamento rispetto a due anni fa, delle buste paga che realmente vengono consegnate agli italiani, al netto di tasse, imposte e contributi.
Il tema dei bassi stipendi in Italia è stato rilanciato in questi giorni dall’Ocse, che ha messo a confronto, uniformandole a parità di potere d’acquisto, le retribuzioni dei 30 paesi membri. E, con 21.374 dollari netti all’anno (pari a circa 1.200 euro al mese), ha piazzato il dipendente italiano single senza figli al ventitreesimo posto, davanti solo a portoghesi, cechi, turchi, polacchi, slovacchi, ungheresi e messicani. Ben sotto la media Ocse (25.739) e anche sotto la media Ue (24.552).
Conferma Mario Vavassori, docente al Mip-Politecnico di Milano e amministratore delegato della Od&m consulting: “In Italia siamo pagati poco e stiamo diventando tutti sempre più poveri. Basti pensare che nel 2008, con aumenti retributivi che hanno oscillato dallo 0,7 per cento degli operai e l’1,3 di impiegati e quadri al 2,1 dei dirigenti, nessuno ha tenuto dietro all’inflazione media, misurata dall’Istat con l’indice dei prezzi al consumo al 3,3 per cento, per non parlare dell’inflazione dei beni ad alta frequenza di consumo (come alimentari, benzina) che è stata del 4,9 per cento”.
Se le aziende, come confermano alla Od&m, non brillano per generosità con i loro dipendenti, il fisco e l’imposizione previdenziale danno la mazzata. Sotto la scure di tasse, imposte locali e contributi il dipendente medio privato, rispetto a uno stipendio lordo di 26.956 euro, nel 2008 si è visto amputare la busta paga del 28,9 per cento, con punte del 45,7 per una retribuzione dirigenziale di 103.424 euro.
Ma secondo Vavassori c’è una lettura dei dati ancora più preoccupante. “Il vero problema dell’Italia” sostiene deciso “non è tanto il basso livello delle retribuzioni, quanto l’appiattimento”.
Lo confermano i dati dello studio svolto dalla Od&m con l’Unioncamere sulle retribuzioni del 2007: solo 5 milioni di dipendenti su 15 superano la media dei 26.500 euro di stipendio medio lordo ed emerge una uniformità retributiva fra operai e impiegati, così come tra le figure operaie qualificate e quelle semispecializzate.
“È come se il lavoro avesse un valore univoco e le aziende avessero rinunciato a identificare e a premiare la professionalità” stigmatizza Vavassori “mentre il sindacato per troppi anni si è preoccupato solo di avere in mano il controllo della distribuzione quantitativa del reddito”.
Anche sul piano territoriale l’appiattimento sta creando problemi, in particolare là dove il costo della vita negli ultimi anni si è impennato (vedere Milano e il Nord in generale, ma anche le grandi città del Centro), al punto da rendere ardua la sussistenza con buste paga ritenute solo fino a ieri sufficienti. E infatti c’è chi intende rilanciare il tema delle gabbie salariali.
Gli esempi non mancano. Nel 2008, come risulta dalle tabelle di queste pagine, un responsabile acquisti nel Nord-Ovest, dove la vita è più cara, ha guadagnato 2.482 euro netti per 13 mensilità; il suo omologo al Centro ne ha presi 2.443, appena 39 euro in meno. Solo al Sud e nelle Isole si è avuta una differenza un poco più significativa, con 2.352 euro netti mensili e uno stacco di 130.
Se questo è il quadro, dove è meglio orientarsi? Fermo restando che non è così facile cambiare luogo di residenza o lavoro, dalle ricerche della Od&m emergono comunque delle indicazioni utili. La prima? A incidere in maniera significativa sono spesso le dimensioni aziendali. In altre parole, più è grande l’azienda, più si guadagna.
“Le dimensioni dell’impresa” si legge nel Decimo rapporto sulle retribuzioni della Od&m 2009 “determinano una significativa variabilità degli importi assoluti, che presentano valori costantemente in crescita all’aumentare dell’ampiezza delle imprese e scarti particolarmente elevati”.
In soldoni, un dirigente in una piccola impresa nel 2008 ha guadagnato 93.782 euro lordi annui, ovvero il 9,3 per cento in meno rispetto ai 103.424 euro incassati in media dal dirigente italiano, mentre il manager di una grande impresa ha preso 108.985, cioè il 5,4 per cento in più. E analoghi scarti riguardano la busta paga dell’operaio, che da un piccolo imprenditore prende 20.763 euro, il 4 per cento meno della media di categoria (21.626), mentre dalla grande industria incassa l’11,3 per cento in più (24.068).
Scarto meno forte invece per i quadri: dalla piccola alla grande impresa rispetto alla media ballano 6,7 punti percentuali in busta paga.
Da notare, dicono alla Od&m, che nel 2008 le retribuzioni nella grande azienda sono cresciute più che nelle altre dimensioni d’azienda per impiegati, quadri e operai, mentre i dirigenti hanno ottenuto una retribuzione inferiore a quella del 2007. Motivo? “La categoria ha pagato il peso maggiore dei sistemi retributivi più sofisticati legati ai risultati che le imprese hanno introdotto per i loro manager e stanno via via allargando ai quadri” dice Vavassori. “È probabile che il 2009 porterà quindi a questa categoria delusioni ancora maggiori visto l’andamento dell’economia, però è indubbio che è la via corretta da perseguire”.
Ma non è solo la dimensione a cui si deve guardare se si cerca di mettere al riparo la propria busta paga. Il settore è altrettanto importante, anche se non sempre tutti i lavoratori sono trattati con la stessa generosità.
L’industria conviene soprattutto agli impiegati (nel 2008 li ha pagati 27.474 euro lordi annui, il 7 per cento in più rispetto alla media di 25.679) e agli operai (più 5,4); in generale è quella che tra il 2007 e il 2008 ha mostrato i tassi di crescita degni di nota per tutte le categorie. “Si va dal più 4 per cento dei dirigenti al più 3,4 degli operai fino al più 2,1 dei quadri e al più 1,5 degli impiegati. E se sembra poco, va segnalato che commercio e servizi in media più spesso hanno registrato variazioni tra lo 0 e l’1 per cento” puntualizza Vavassori.
Banche e assicurazioni, nonostante le difficoltà, continuano invece a pagare bene soprattutto i dirigenti (5 per cento più della media), che invece sono sottopagati (meno 1 per cento sulla media di categoria) dal commercio.
La sorpresa? Le società di servizi del terziario avanzato, che appaiono avare con tutte le categorie, in particolare quelle più alte. Si va infatti, rispetto alle medie di categoria, da meno 7,5 per cento dei dirigenti a meno 6,2 dei quadri, fino a meno 2,1 degli impiegati. Sembra un autogol per un settore che dovrebbe attirare proprio i talenti di fascia alta, ma la spiegazione esiste. “In queste imprese sta prendendo sempre più importanza la parte non monetaria della retribuzione, dal corso prestigioso di formazione all’assicurazione sanitaria” spiega Vavassori. E vista l’aria che tira sembra una scelta da non sottovalutare.
Guarda i GRAFICI: ecco dove si guadaga di più
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L’occupazione cala, ma non crolla: nel 2009 nel settore privato i posti di lavoro diminuiranno di 220 mila unità con una contrazione del 2%. È quanto emerge dal Rapporto annuale Unioncamere, presentato alla stampa, sulla base delle anticipazioni del sistema informativo Excelsior su 57 mila imprese. La flessione della domanda di beni e servizi avrà un impatto occupazionale più evidente per le imprese industriali (-2,5% tra fine 2008 e fine 2009) rispetto a quelle delle attività terziarie (-1,4%). Più contenuto dovrebbe essere il calo nel nord-ovest (-1,7%), mentre nelle altre regioni si registrerebbe un -2%.
Sono soprattutto le piccole e piccolissime imprese a mostrare la più intensa contrazione occupazionale (-2,5%), specie nel manifatturiero (-3,5%).
Nel 2009 il calo dell’occupazione sarà determinato soprattutto dalla diminuzione delle assunzioni, di poco superiori alle 700 mila. Le uscite dal lavoro per pensionamento o scadenza del contratto, invece, saranno sostanzialmente in linea con quelle dello scorso anno, dice ancora Unioncamere nel suo rapporto. Nel quale si sottolinea anche come le imprese stiano cercando di non disperdere il patrimonio di risorse umane già presenti in azienda. Una conferma, in questo senso, viene dal sensibile calo dei contratti a tempo determinato, che si riducono di quasi il 50%, con un decremento di 4 punti della relativa quota percentuale. Si registra, invece, una ripresa, in termini relativi, nella quota delle assunzioni previste a tempo indeterminato e nei contratti di apprendistato specie nei servizi. Per le assunzioni stagionali, è prevista una riduzione del 15% rispetto alle previsioni formulate dalle imprese per il 2008, mentre le collaborazioni a progetto dovrebbero attestarsi sugli stessi livelli del 2008, cioé intorno alle 200 mila unità.
Se l’occupazione diminuisce, sale però di qualità. Le prime previsioni per il 2009, infatti, confermano la crescita della quota delle professioni maggiormente qualificate, mentre si registra un significativo calo degli operai. In forte diminuzione anche la domanda di assunzioni di immigrati rispetto al 2008. Secondo il Rapporto Unioncamere, sono in crescita dirigenti, impiegati con elevata specializzazione e tecnici, le cui assunzioni programmate passano dal 17 al 22%, e degli impiegati e delle professioni commerciali che salgono dal 31 al 35%. Nel 2009 le riduzioni più marcate, invece, si riscontrerebbero tra gli operai con un meno 45% e un calo di 127 mila unità e tra le professioni non qualificate con un meno 40% e una diminuzione di 42 mila unità. Le assunzioni previste di professioni specialistiche e tecniche diminuiscono del 38%, quelle di impiegati e professioni commerciali del 37%. “Al generalizzato aumento di figure di high skill“, è scritto nel Rapporto “si associa un progressivo incremento della richiesta di personale con un livello di istruzione universitario: il 12% delle assunzioni programmate, un punto percentuale in più rispetto lo scorso anno).
A commento dei dati, il presidente di Unioncamere, Andrea Mondello, dice: “Le imprese hanno fatto il loro dovere e iniziano a vedere la luce in fondo al tunnel”, sottolineando la necessità che le banche, a questo punto, investano nel capitale delle aziende. La crisi è quindi superata? “Il dato più significativo” dice Mondello “è che non vediamo una crisi, ma una congiuntura molto negativa, non drammatica”.

Il mostro-burocrazia ha i mesi contati: entro la fine dell’anno il governo intende infatti dare “un’accelerazione straordinaria” alla lotta agli sprechi causati dall’apparato burocratico grazie anche all’attivazione di 5 milioni di indirizzi di posta elettronica certificata e al varo dello Statuto dei Doveri della P.A. nei confronti dei cittadini. Ma anche mettendo in conto i risultati già raggiunti con le norme taglia-oneri che stanno permettendo risparmi per imprese e famiglie per oltre 5 miliardi l’anno.
I ministri della Funzione pubblica e del Lavoro, Renato Brunetta e Maurizio Sacconi, hanno infatti illustrato i primi risultati dei piani di riduzione degli oneri che, per il momento, riguardano circa 2 milioni di imprese. I primi tagli di adempimenti riguardano i settori del lavoro e della previdenza e quello della prevenzione incendi, ma in vista ci sono quelli previsti per i beni culturali, ambiente e fisco: l’obiettivo è quello di arrivare ad una riduzione degli oneri amministrativi che gravano sulle imprese del 25% entro il 2012.
Lavoro e previdenza. In questi settori sono attesi risparmi per 700 milioni di euro che si aggiungono ai circa 4,1 miliardi già tagliati, per un totale quindi di 4,8 miliardi l’anno (-48% costi). Nella prevenzione incendi la riduzione dei costi è del 73% e il risparmio atteso è di 500 milioni di euro l’anno. In particolare per il lavoro è eliminato l’obbligo da parte del datore di lavoro di presentare il Documento Unico di Regolarità Contributiva, il cosiddetto Durc, per la partecipazione agli appalti pubblici. L’eliminazione di quest’obbligo comporterà risparmi per circa 16 milioni di euro: poco in confronto all’altra semplificazione introdotta, quella che prevede un’unica comunicazione telematica dei dati retributivi e contributivi. L’accorpamento nel nuovo modello (Uniemens), comporterà risparmi per 680 milioni di euro.
Statuto doveri PA. Un vero e proprio “Statuto dei doveri” nei confronti dei cittadini sarà pronto a maggio: lì saranno codificati tutti i doveri della P.A., a partire dall’obbligo delle amministrazioni di cercare la documentazione prodotta da altri enti pubblici nel proprio seno, senza richiedere quest’onere ai cittadini. Ogni violazione di queste disposizioni, promette Brunetta, sarà punita con una sanzione per la P.A.
5 milioni di e-mail certificate. Arriveranno entro la fine dell’anno. Gli indirizzi di Posta Elettronica Certificata (PEC) serviranno ai cittadini per dialogare con la generalità della P.a., enti locali o di previdenza e amministrazioni centrali.
Affondo contto chi mitizza i precari. Il ministro, che oggi ha presentato al Cnel il monitoraggio sui contratti di lavoro flessibile sotto accusa dalla Cgil, difende la validità del lavoro fatto “con onestà, la massima trasparenza possibile e con una metodologia aggiornata”. E non usa mezze parole per rispondere alla polemica sui presunti 400mila precari in Italia: “Chi mitizza la figura del precario” ha attaccato Brunetta durante una riunione del Cnel “mi fa letteralmente schifo, perché è solo strumentalizzazione politica”. Non è solo questione lessicale (”preferirei definirli lavoratori flessibili, perché la parola precario mi fa venire l’orticaria”), ma questione di concetti e cifre. Altro che film, saggi o monologhi sui call center: “I precari non devono essere una classe sociale. Chi spara numeri a vanvera non tutela i lavoratori, ma gioca sulla pelle dei giovani”. Già, perché secondo le stime del governo i lavoratori precari nella pubblica amministrazione sono “10-15mila, Sicilia esclusa”.
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di Daniela Fabbri
Un territorio investito da uno tsunami di dimensioni devastanti, ma che sembra essersi avviato verso la ricostruzione. Vista dall’osservatorio delle agenzie per il lavoro, imprese che fanno business offrendo alle aziende lavoratori flessibili, la crisi che stiamo vivendo appare così: da settembre il settore ha perso quasi metà del giro d’affari, colpito da tagli generalizzati della manodopera a termine, resa superflua dalla mancanza di ordini e dalla necessità di ridurre i costi.
Non era mai successo dal 1997, quando la legge Treu aveva introdotto in Italia il lavoro interinale e aveva aperto all’intermediazione privata del mercato del lavoro.
Però qualche segno di ripresa in effetti ora c’è. In uno scenario che secondo gli esperti è destinato a cambiarte profondamente dopo questo violento trauma. In che modo? Per capirlo Panorama ha interpellato i responsabili delle prime cinque agenzie per il lavoro presenti in Italia: Federico Vione della Adecco, Stefano Scabbio della Manpower, Stefano Colli Lanzi della Gi Group, Alessandro Ramazza della Obiettivo lavoro e Marco Ceresa della Randstad.
Tutti concordi nell’ammettere che il settore ha subito un crollo, che ricalca l’andamento dell’economia italiana, ma con una particolarità temporale. “Il nostro settore anticipa sostanzialmente di 3 mesi l’andamento dei mercati” spiega Alessandro Ramazza della Obiettivo lavoro. “Abbiamo avuto i primi cali significativi fra settembre e ottobre. Ma già prima dell’estate in Friuli e nelle Marche, aree importanti per il tessuto di piccole e medie imprese molto orientate all’esportazione, c’erano segnali allarmanti. Allo stesso modo però saremo i primi a intercettare i primi segnali di ripresa”.
Segnali che, appena visibili, vengono presi e analizzati con tutte le cautele del caso. Perché uno dei problemi è l’impossibilità di fare previsioni anche a media scadenza: “Anche le aziende clienti confermano che non c’è visibilità sul futuro che vada oltre un mese e questo rende difficile qualsiasi progetto” riferisce Marco Ceresa della Randstad. “Il dato certo è che il numero di nuovi assunti è inferiore alle cessazioni e questo probabilmente continuerà fino all’estate”.
Per Stefano Scabbio della Manpower la ripresa vera non ci sarà fino all’autunno 2010, tuttavia per la prima volta dopo mesi in questi giorni il settore sembra dare i primi segnali di vita. Stefano Colli Lanzi della Gi Group: “Negli ultimi 15 giorni possiamo dire di aver risentito un battito, dopo mesi di elettrocardiogramma piatto, anche se prendiamo il dato con tutte le cautele. I Tremonti bond hanno ridato tranquillità al sistema bancario e riaperto un po’ le linee di credito alle piccole e medie imprese. Parlo con molti imprenditori, la sensazione è diversa da quella che si avvertiva a settembre-ottobre. Nessuno si aspetta una ripresa immediata, ma forse stiamo uscendo dalla fase critica per entrare nella convalescenza”.
Automotive, metalmeccanica, tessile ed edilizia sono i comparti che hanno sofferto in misura più pesante per la crisi, quelli che non ne usciranno senza una profonda riorganizzazione. Ci sono anche settori che hanno sostanzialmente tenuto e che mantengono a galla l’occupazione. Continuano a tirare, per esempio, le professioni legate alla sanità e al biomedicale (infermieri e operatori socioassistenziali in testa), il terziario avanzato e le telecomunicazioni, anche sull’onda del successo della pay-tv.
Tiene la richiesta di programmatori, analisti e project manager del settore informatico, perché le aziende, soprattutto quelle del Nord, stanno ripensando la loro organizzazione e stanno affidando all’esterno la gestione dell’information technology, così come tutte le attività non centrali, logistica compresa.
Neanche il settore alimentare ha registrato crolli, anzi potrebbe essere il protagonista del piccolo rimbalzo di questo periodo, legato ai prodotti stagionali. “Al Centro e nel Sud Italia il mercato della grande distribuzione è ancora frizzante” aggiunge Federico Vione della Adecco “e sta assumendo. Al Sud è molto attivo anche il mercato delle energie rinnovabili. Molte aziende si stanno riconvertendo, cercano dagli ingegneri agli operai. Noi per esempio stiamo curando la riqualificazione di ex operai della Fiat di Melfi per indirizzarli in questo settore. Al di là di questo è vero che sulle alte professionalità la crisi si sente poco o non si sente proprio”.
A conferma che questa crisi ha carattere inedito arriva un altro dato: “Il Sud va meglio del Nord” sostiene Stefano Scabbio della Manpower “per una serie di motivi. Per esempio perché sono già partite alcune grandi opere pubbliche, come il porto di Castel Volturno (Caserta), e stanno nascendo nuove strutture ricettive. Noi stiamo curando progetti di temporary management per aziende che si stanno spostando nel Mezzogiorno”.
Secondo Ceresa della Randstad, a influire sulla crisi al Nord sarebbe soprattutto il tessuto delle multinazionali, mentre la piccola-media impresa sta dimostrando più capacità di reazione.
Quel che tutti gli operatori confermano è un grande impegno nella crescita professionale: “A differenza di quanto avveniva fino a ieri, le aziende stanno investendo moltissimo in formazione dei dipendenti” riferisce Ceresa. “Il che è un dato positivo perché significa che crescono e stanno investendo nel futuro”.
Lo stanno facendo le stesse agenzie, che comunque hanno perso per strada in questi mesi circa 100-120 mila lavoratori. “Da settembre a oggi 31mila dei nostri lavoratori hanno perso il posto” ricorda Federico Vione della Adecco. “Per loro abbiamo messo a punto un progetto di riqualificazione, con 10 milioni di budget. Li ricontatteremo, faremo un bilancio di competenze, colmeremo con la formazione le lacune e valuteremo se è possibile riconvertirli verso nuovi settori o nuove mansioni”.
Perché nella crisi un lavoratore “somministrato”, ovvero che passa attraverso le agenzie per il lavoro, appare più tutelato di un cocopro o di uno a tempo determinato: le agenzie hanno messo a punto forme di sostegno al reddito, progetti di formazione e ricollocazione, anche per non perdere di vista risorse che potrebbero essere utili nel momento della ripresa. Che quando ci sarà busserà per primo alla loro porta. Perché bisognerà essere pronti a cavalcarla senza aumentare troppo i costi fissi con assunzioni a tempo indeterminato; perché servirà personale qualificato e formato; perché ci si concentrerà sul core business dando all’esterno tutto il resto, gestione del personale compresa.
L’uscita dalla crisi potrebbe quindi essere il momento giusto per ridurre uno dei paradossi del mercato del lavoro italiano, dove l’intermediazione privata non raccoglie più del 3-4 per cento delle offerte e delle richieste di lavoro, la selezione avviene ancora molto per passaparola o conoscenza personale e dove continuano ad avere la meglio forme contrattuali ancora più precarie dell’interinale, per non parlare del lavoro nero.

Servirebbe un intervento legislativo, sostengono le agenzie, per rendere più agevole l’assunzione di un lavoratore temporaneo, aumentando al contempo le garanzie per i periodi di non occupazione. “Ci sono disegni di legge in proposito” ricorda Stefano Scabbio di Manpower. “Quel che è certo è che non potremo mai competere con il costo di un cocopro o con il regime fiscale delle cooperative”.
Preoccupazione e fiducia, ottimismo e consapevolezza che qualcosa andrà cambiato nelle regole del mercato del lavoro… i sentimenti convivono, insieme con una certezza: sarà ancora una volta il sistema delle piccole e medie imprese, l’imprenditoria innovativa italiana, a tirarci fuori dai guai.
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Nel 2008, meglio presentarsi al colloquio di lavoro, con in tasca la laurea. O almeno un diploma: la facilità di essere assunti, in un caso su due, è doppia.
Sale infatti al 51,1 per cento la quota di assunzioni destinate a quanti hanno completato un ciclo di studi universitari o secondari superiori, sette punti percentuali in più di quanto registrato nell’anno record 2007, quando la stessa quota era pari al 43,9 per cento di tutte le assunzioni programmate nell’anno dalle imprese in assoluto la quota più alta mai rilevata da Unioncamere e ministero del Lavoro attraverso l’indagine Excelsior 2008.
Secondo i risultati dell’indagine, che saranno al centro di un convegno in programma a Roma il 15 e 16 settembre, sono oltre 423 mila le assunzioni previste, nel corso dell’anno, dalle imprese per diplomati e laureati. Meglio poi se si cerca un impiego come economisti e ingegneri (i più richiesti tra i laureati), mentre i ragionieri detengono il primato tra coloro che hanno concluso un ciclo di studi secondario.
Entrando nel dettaglio dei dati: su un totale di 827.890 assunzioni programmate nel corso dell’anno, la richiesta più consistente è quella di diplomati (335.280). La domanda di lavoratori in possesso del titolo di studio secondario aumenta così di circa 42mila unità rispetto allo scorso anno. In termini relativi, i diplomati rappresentano il 40,5 per cento della domanda di lavoro complessiva riferita al 2008 (circa sei punti in più dell’anno precedente). Anche la domanda di laureati continua a crescere: saranno 88mila i neo-assunti con laurea nel 2008 (il 10,6 per cento del totale delle entrate contro il 9 per cento del 2007). Tra gli imprenditori appare più netto l’orientamento a collocare in azienda giovani con alle spalle il quinquennio di studi (46 per cento delle entrate di laureati con il tre + due), mentre la laurea breve concentra una quota più contenuta della domanda (21 per cento).
Fra i tipi di studio, è l’indirizzo economico a mantenere il primato delle richieste delle imprese – segnala ancora l’indagine Excelsior: 26.110 i laureati con questa specializzazione che il sistema produttivo intende assumere entro l’anno. A ruota seguono l’indirizzo di ingegneria elettronica e dell’informazione (10.500), che precede quello di ingegneria industriale (9.220) e il sanitario e paramedico (7.290).
Alle spalle delle lauree con indirizzo insegnamento e formazione (5.840) si colloca l’indirizzo chimico-farmaceutico, con 4.900 richieste. Per quanto riguarda i diplomi, i più gettonati si confermano quelli dell’indirizzo amministrativo e commerciale (111.900 assunzioni), seguito dall’indirizzo meccanico (33.840) che, rispetto allo scorso anno, ha superato l’indirizzo turistico-alberghiero (21.620). Oltre 15mila, infine, le richieste dell’indirizzo elettrotecnico.
A livello territoriale, l’indagine firmata da Unioncamere e ministero del Lavoro segnala notevoli differenze, con un forte gap tra il Nord e il Mezzogiorno d’Italia. Se nel Nord-Ovest infatti la quota di laureati e diplomati richiesti dalle imprese arriva addirittura a raggiungere il 56 per cento (il 14 per cento interesserebbe i titoli universitari, il 42 per cento quelli secondari superiori), scendendo di poco (al 52 per cento) nel Nord-Est e al Centro (50,7 per cento), è notevole invece la contrazione al Sud (poco più del 45 per cento la quota totale, con i laureati che dovrebbero incidere solo per il 7,3 per cento ed i diplomati per il 38 per cento).
A livello provinciale, le quote più consistenti di laureati sul totale delle assunzioni programmate a livello locale, dovrebbero interessare Milano, Torino, Trieste, Reggio Emilia e Roma. Quelle meno consistenti Grosseto, Lecce, Ragusa, Enna e Pistoia. Catania, Venezia, Varese, Lodi e Reggio Calabria, invece, sono le province che ricercano le quote più elevate di diplomati. Minori le opportunità, invece, per questi titoli di studio a Caserta, Foggia, Enna, L’Aquila e Messina.