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Una targa dell'Università di Siena (Ansa)
Sono 40.000 le richieste di finanziamento allo studio nell’ultimo anno e oltre il 15% di queste, stando ai dati resi noti da Prestiti.it, un broker online che aiuta a scegliere i finanziamenti personali, è sottoscritto dagli studenti stessi (la media invece è di 38 anni: si tratta, in genere, sia di genitori che vogliono pagare gli studi dei figli sia di coloro che intendono frequentare un master, visto che la media del prestito chiesto è di 10.500 euro rimborsabile in quattro anni). Continua

È una finanza senza regole quella che emerge dalle indagini sul paradiso fiscale San Marino. Una finanza alimentata dall’evasione fiscale di italiani, che viene sfruttata dalle banche sammarinesi per insinuarsi nell’economia nazionale in modo illecito. Questa è la prima conclusione dell’inchiesta condotta dai pm di Forlì Fabio Di Vizio e Marco Forte sulle attività della Cassa di risparmio di San Marino.
L’indagine è nata l’anno scorso, quando la squadra mobile di Forlì fermò un portavalori che trasportava nella microrepubblica 2,6 milioni di euro in contanti. Da quel sequestro sono partiti controlli che scuotono il segreto bancario del Monte Titano. Le indagini di Di Vizio hanno permesso di verificare, per esempio, che il 70 per cento degli assegni in arrivo a San Marino proviene da tre regioni ad alto tasso criminale: Campania, Calabria e Sicilia.
Il pm ha constatato che spesso anche le banche italiane aggiravano i sistemi informatici antiriciclaggio non segnalando i loro rapporti con le controparti sammarinesi. E soprattutto ha mostrato che la Cassa di risparmio di San Marino controllava illecitamente un gruppo bancario in Italia (ora commissariato) gestito senza seguire le regole bancarie.
Si chiama gruppo Delta e ha sede a Bologna. Suo compito era raccogliere soldi e trasferirli sul Titano, poi farli rientrare in Italia investendoli in attività formalmente legali. Da queste scoperte sono partiti gli ordini di arresto (e oltre 35 avvisi di garanzia) per tutto il top management della Cassa di risparmio di San Marino, il più grosso istituto del Titano. In carcere sono finiti il presidente Gilberto Ghiotti, il direttore Luca Simoni, l’amministratore delegato Mario Fantini, Gianluca Ghini, direttore generale della Carifin sa (controllata dalla cassa), e il consigliere della cassa Paola Stanzani.
Sulla Delta s’è anche appuntata l’attenzione della Banca d’Italia. Dal gruppo dipende una ragnatela di società attive pure nel credito al consumo attraverso la Carifin e la Plusvalore. Gli ispettori della Banca d’Italia, che hanno terminato il loro lavoro il 4 febbraio, hanno verificato che la Cassa di risparmio di San Marino era illecitamente il socio occulto di maggioranza della Delta.
Soprattutto, hanno rilevato che a chi chiedeva un mutuo le finanziarie fornivano informazioni apparentemente truffaldine. Il tasso, infatti, non inglobava le spese per l’incasso delle rate e, si legge nel rapporto, “ciò ha comportato il superamento del tasso soglia per un numero elevato di posizioni (dall’analisi ispettiva: 9.882 casi nel primo semestre 2008)”. Tradotto: prestiti a tassi d’usura.
Lo stesso viene imputato alla Plusvalore che, applicando lo stesso sistema, ha prestato danaro a tassi d’usura in 2.104 casi. Ma le persone raggirate possono essere molte di più, perché gli ispettori hanno considerato solo le posizioni che eccedono di 1 punto percentuale il tasso soglia.
Per prestare soldi a famiglie e imprese bisogna anche raccoglierli. Anche qui illeciti del gruppo Delta, secondo i verbali dei circa 70 interrogatori condotti dal pm Di Vizio. Uno di questi riguarda un imprenditore veneto (recidivo, in quanto già indagato dalla Guardia di finanza di Cremona sempre per evasione fiscale) che ammette: “In pratica acquistavo in nero e vendevo in nero” attraverso il pagamento di “fatture per operazioni inesistenti”. Il danaro veniva poi trasformato “sotto forma di assegni circolari non trasferibili che poi versavo alla Carifin”; “in due anni avrò portato circa 2 milioni di euro”. I magistrati e la squadra mobile di Forlì hanno però accertato che l’evasione dell’imprenditore non è inferiore ai 18 milioni.
La Carifin, ligia al segreto bancario, “non invia corrispondenza a domicilio e non telefona mai”. Con i dirigenti della finanziaria “abbiamo anche parlato delle cautele da adottare nel senso di non lasciare carte in giro, è per questo che distruggevo gli estratti conto”. L’interrogato aggiunge: “Tutto il mondo sa quello che si fa a San Marino, gli imprenditori dell’area geografica da cui provengo conoscono bene questa possibilità di operare il trasferimento irregolare di fondi e credo ormai che San Marino in questo abbia sostituito la Svizzera”.
Nella gran mole di carte che il pm forlivese ha raccolto emerge anche il sospetto che il Titano venga usato come bancomat da parte della criminalità organizzata. Sta di fatto che su 1,1 milioni di assegni esaminati il 70-75 per cento è stato emesso da banche delle regioni meridionali e questo allarga di molto l’ambito dell’indagine.
Da una parte si è mossa la direzione nazionale antimafia e dall’altra il Gafi: l’organismo dell’Ocse che si occupa di antiriciclaggio incaricato di redigere la lista nera dei paesi che coprono evasori fiscali e capitali illegali ha chiesto lumi. Con una lettera zeppa di domande rivolte alle autorità sammarinesi il Gafi vuole verificare la legislazione antiriciclaggio della repubblica. Probabilmente avrà la stessa delusione dei magistrati forlivesi: i poteri delle autorità di polizia a San Marino sono praticamente inesistenti, al punto che il corpo interforze della repubblica (una sorta di Guardia di finanza) non può effettuare ispezioni fiscali.
È per questo che San Marino potrebbe non uscire, come vorrebbe, dalla “lista grigia” dei paradisi fiscali per entrare in quella “bianca” che gli consentirebbe di intrattenere normali rapporti finanziari con il resto del mondo. Ecco perché l’inchiesta forlivese fa paura: è la dimostrazione che San Marino assomiglia molto a una lavanderia.

Invito, esortazione, richiamo. Lo si intenda come si vuole, ma il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, si rivolge così alle banche italiane, nel corso del Credit and Liquidity Day: allineate i tassi di interesse a quelli europei.
Tremonti lo ha definito “un suggerimento” al sistema bancario italiano: “Per aumentare il proprio gradimento” ha detto “dovrebbero allineare i tassi a quelli europei”. E, ha aggiunto, “Servirebbe una maggiore assunzione di responsabilità”. Secondo il titolare del Tesoro “l’uso dei Tremonti bond finora è stato piuttosto progressivo e lo dico usando un linguaggio diplomatico”. “Lo strumento” ha spiegato “non serve per migliorare il look delle banche” ma “per consolidare i bilanci”.
Quando gli strumenti ibridi di patrimonializzazione non erano ancora disponibili, ha sottolineato Tremonti, “c’era la sollecitazione a farli, mentre da quando ci sono (l’accordo con l’Abi è stato firmato a marzo, ndr), e siamo a maggio, l’atteggiamento delle banche sembra di relax”.
Un atteggiamento che per il ministro dell’Economia non è adeguato, perchè l’obiettivo dei Tremonti bond “non era migliorare i bilanci delle banche, ma migliorare i bilanci delle imprese”.Quando gli strumenti ibridi di patrimonializzazione non erano ancora disponibili, ha sottolineato Tremonti, “c’era la sollecitazione a farli, mentre da quando ci sono, e siamo a maggio, l’atteggiamento delle banche sembra di relax”. Un atteggiamento che per il ministro dell’Economia non è adeguato, perchè l’obiettivo dei Tremonti bond “non era migliorare i bilanci delle banche, ma migliorare i bilanci delle imprese”.
Le domande finora avanzate dagli istituti per i Tremonti Bond sono quattro, per un totale di 6 miliardi di euro, ha fatto sapere il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli. La prima richiesta che è quella della Banca Popolare ha già ricevuto l’approvazione dalle commissioni parlamentari mentre, ha spiegato ancora Grilli, si sta esaminando la domanda della Banca Popolare di Milano prima dell’invio alle commissioni. Per gli altri due istituti (Monte dei Paschi di Siena e Unicredit), ha aggiunto il direttore generale del Tesoro, “sono in corso le valutazioni da parte di Banca d’Italia”.
Commentando i numeri relativi al primo quadrimestre sull’utilizzo del fondo per le Pmi, “sono dati che consideriamo positivi”, ha detto Tremonti. “La somma che mettiamo a disposizione è di 27-28 miliardi di euro”, ha sottolineato. “L’effetto per le imprese, dato il moltiplicatore, è pari a 100-200 miliardi di euro. Una cifra che supera quanto era stato immaginato a marzo. La massa di liquidità che si mette a disposizione dell’economia italiana è enorme”. L’operazione, ha aggiunto Tremonti, ha “incontrato il gradimento di tutte le categorie e il consenso è stato ampio. Poi naturalmente uno se fa l’opposizione può anche dire che non è vero, ma alla fine ci sarà pure qualcuno che lo perdona”.
Ma al consiglio del titolare del Tesoro rispponde il presidente dell’Abi, Corrado Faissola, specificando che i tassi applicati dalle banche italiane sui nuovi finanziamenti alle imprese sono di 20 punti base inferiori a quelli della media europea. Il presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, ha sottolineato che la situazione dei tassi bancari in Italia “è normale”, cioè in linea con i mesi precedenti. “È possibile che ci sia qualche Paese in cui i tassi sono più bassi, ma i dati ci dicono che le banche italiane stanno facendo quanto di meglio possono per aiutare l’economia”.
Secondo le statistiche diffuse dall’Abi, a marzo scorso, i prestiti fino a un milione di euro per le imprese, in Italia, avevano un tasso del 3,94% a fronte di un 4,15% nell’area dell’euro. Per i prestiti superiori a un milione di euro, invece, sempre a marzo, il tasso di interesse in Italia si attestava al 2,68% contro il 2,88% dell’area euro. Quanto ai prestiti alle famiglie, invece, il 7,69% del tasso italiano di marzo si raffronta con il 9,93% della media euro.
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L’appuntamento è per il 31 maggio. Entro quella data, per la prima volta nella loro storia, le società che non sono una banca ma offrono credito al consumo, prestiti personali, dilazioni di pagamento, fideiussioni, cambi, money transfer e mille altri servizi per l’uso del denaro dovranno fornire alla Banca d’Italia parecchie informazioni: statistiche su ciò che fanno, conto economico, conto patrimoniale, e pure le attività che non figurano nel bilancio. È una rivoluzione per quelli che i tecnici chiamano in modo burocratico “intermediari finanziari non bancari identificati nell’articolo 106 del testo unico bancario”. E non solo per loro.
L’accensione dei riflettori riguarda tutto il vasto esercito di persone e società, oltre 170 mila operatori, che a vario titolo hanno lavorato fino a oggi con il denaro degli italiani per larga parte fuori dalle luci della ribalta. Il cambiamento è cominciato nel 2008, quando tutto questo mondo è passato sotto la vigilanza della Banca d’Italia. Negli uffici di via Nazionale, a Roma, è apparsa subito chiara la diversità fra i controlli previsti sull’attività delle banche e quelli, assai meno stringenti, che la legge imponeva su questo altro tipo di intermediari del denaro, fino ad allora seguiti dall’Uic, Ufficio italiano cambi. Così, in attesa di norme più adeguate, proposte e già in discussione in Parlamento, è stato avviato un lavoro di verifica sul campo. In pochi mesi sono state spedite migliaia di raccomandate. Sono state intensificate le verifiche nei casellari giudiziari sull’onorabilità delle persone. Sono partite le prime ispezioni. Si è intensificata la collaborazione con la Guardia di finanza. E sono scattate anche operazioni di pulizia, come la cancellazione di oltre 10 mila “agenti in attività finanziaria”.
I risultati consentono oggi di andare alla scoperta di questo mondo poco conosciuto ma così importante nella gestione dei nostri soldi. La punta ben visibile è composta da pochi intermediari non bancari di grandi dimensioni, sottoposti a una vigilanza simile a quella delle aziende di credito e con obblighi patrimoniali e di informazione molto rigorosi. Sono appena 180 imprese (i tecnici vi si riferiscono citando l’articolo 107 del Testo unico bancario, Tub): offrono leasing, factoring, credito al consumo. Sono società anche importanti, come le finanziarie legate alle aziende produttrici di automobili. E in questo gruppo stanno per essere compresi i cosiddetti consorzi fidi. Anche se l’attività è la stessa, molto più lasco è il regime al quale devono sottostare tutti gli altri operatori, che sono davvero numerosi. Alla fine del 2008, per esempio, erano 1.189 le aziende che, inquadrate nell’articolo 106 del Tub, offrivano leasing, factoring, credito al consumo, prestiti, money transfer e servizi di pagamento.
Nei primi mesi del 2009 già sono arrivate domande per farne nascere altre 170. Eppure, nessuna di queste ha l’obbligo di avere un patrimonio adeguato al giro di affari. Basta avere un capitale minimo (600 mila euro). Pure i poteri della Banca d’Italia sono limitati. Da qui, la decisione di avviare quantomeno una verifica. Il 5 gennaio la banca centrale ha disposto l’obbligo di inviare informazioni statistiche ogni semestre. Una per una queste imprese sono state interpellate per raccomandata. Le risposte dovranno arrivare entro il 31 maggio. La Banca d’Italia le userà per creare un database che consenta di comprendere meglio che cosa fanno queste imprese, e come lo fanno. Ancora più deciso è stato l’intervento su una quarantina di aziende che, nell’ambito di questo stesso gruppo, offrono garanzie su prestiti e fideiussioni per partecipare a gare e appalti. La crisi incombe, alcune di queste imprese potrebbero essere chiamate a onorare gli impegni. Così è stato previsto che la natura di un’attività del genere comporti l’obbligo di avere un capitale più robusto e quantomeno un’adeguata disponibilità di liquidi sempre pronti.
È stato anche avviato un monitoraggio specifico. Tra i diversi intermediari di denaro i due gruppi più numerosi riguardano tuttavia gli “agenti in attività finanziaria” e i mediatori creditizi. L’elenco degli agenti comprende 49.366 persone fisiche e 4.284 società. Che cosa fanno? Per metà sono sub money transfer, cioè raccolgono il denaro degli immigrati per conto di un’azienda più grande e lo trasferiscono all’estero, per esempio con la piattaforma Western Union. L’altra metà degli agenti, grazie alla delega ottenuta da un’impresa del settore, commercializza prodotti bancari: mutui, credito al consumo, prestiti e altro. Nel 2008 la Banca d’Italia ha inviato a questi soggetti circa 60 mila lettere per chiedere l’esistenza dei requisiti di iscrizione. In base alla legge, per essere agenti e maneggiare il denaro dei clienti basta una fotocopia certificata del diploma di scuola media superiore; una fotocopia della carta di identità; l’autocertificazione sui requisiti di onorabilità. E il mandato della società per la quale lavorano. A settembre, accertato a più riprese che molte risposte non erano arrivate, e condotte molte verifiche presso i casellari giudiziari, la Banca d’Italia ha promosso la cancellazione di oltre 10 mila agenti (una piccola parte ha poi fatto domanda di reiscrizione). Ma ci vorrà poco a recuperare. Ogni anno, tra mediatori e agenti, fanno domanda 30 mila nuovi addetti. Ancora più numerosi sono i “mediatori creditizi”: 98.614 persone fisiche e 9.029 società. La differenza rispetto agli agenti è semplice: fanno lo stesso lavoro però sono liberi professionisti. Offrono ai propri clienti i prodotti bancari delle finanziarie e delle banche. Hanno obblighi di trasparenza e di segnalazione ai fini delle norme contro il riciclaggio del denaro sporco. La Guardia di finanza svolge molte verifiche, ma i mediatori sono così numerosi che è difficile condurre un esame di massa. Su segnalazione della Gdf, dal 2008 ne è stato cancellato qualche centinaio. Basta riflettere sul numero di questi intermediari (da non confondere con i promotori finanziari sottoposti al controllo della Consob) per capire il motivo che ha spinto Banca d’Italia e ministero dell’Economia a ipotizzare un irrobustimento delle norme di iscrizione, di vigilanza, di prudenza. Le novità sono state inserite in un disegno di legge che recepisce alcune direttive europee. Su diversi temi è stato registrato un consenso unanime, per esempio sull’irrobustimento dei criteri di iscrizione o sull’istituzione di un organismo di categoria. Su altri due punti c’è invece una forte resistenza delle categorie interessate.
Il primo riguarda la previsione di rendere incompatibili l’attività di agente e quella di mediatore. Sostiene Maurizio Del Vecchio, presidente della Fimec, una delle associazioni del settore: “Se vuoi trattare diversi prodotti, devi ricoprire tutti e due i ruoli, perché le grandi imprese di credito al consumo vogliono agire solo tramite agenti, mentre se vuoi vendere mutui o altre attività puoi farlo solo se sei mediatore. E allora: o non si prevede l’incompatibilità o si permette che le due figure facciano tutto”. Il secondo punto di scontro riguarda l’obbligo di costituirsi in società per i mediatori. Dice ancora Del Vecchio: “Va bene solo se ci permettono di fare una semplice snc, che costa poco”. Che cosa accadrà? Intanto i riflettori sono stati accesi. Il resto dipende dall’iter della legge con le nuove regole.
La mappa degli intermediari non bancari aggiornata al 31 dicembre 2008. La maggioranza è costituita dai mediatori creditizi, quasi 100 mila, seguiti da agenti.

Lo avevano promesso e lo faranno: restituiranno bonus per 50 milioni di dollari: 24 dei manager che hanno ricevuto assegni da Aig optano per svuotare le tasche e restituire quanto ricevuto. In particolare a fare marcia indietro sono 15 dei 20 executive della divisione prodotti finanziari che hanno incassato i premi più sostanziosi e nove dei dieci manager di Aig con i bonus più pesanti.
Il procuratore generale di New York, Andrew Cuomo, non nasconde la propria soddisfazione nell’annunciare la decisione di alcuni top manager della divisione prodotti finanziari del colosso assicurativo, a poche ore dall’audizione al riguardo del segretario al Tesoro Timothy Geithner e del presidente della Fed Ben Bernanke.
“Plaudo alla decisione di tutti i dipendenti di Aig che hanno restituito i bonus: state facendo la cosa giusta” afferma Cuomo, mostrando la propria comprensione per tale “difficile scelta”, soprattutto se operata da persone non coinvolte nel creare le operazioni che hanno spinto il colosso assicurativo sull’orlo del collasso. Molti non americani hanno deciso di restituire i bonus, “pur non rientrando sotto la mia giurisdizione” spiega Cuomo precisando di non ritenere di pubblico interesse la divulgazione dei nomi di coloro che hanno optato per fare marcia indietro e restituire i contestati premi.
Dei 165 milioni di dollari di bonus distribuiti da Aig, che ha ricevuto dal governo americano aiuti per oltre 170 miliardi di dollari, il 47% (cioé circa 80 milioni) è stato distribuito a dipendenti americani. Aig aveva fissato alle ore 23.00 italiane la scadenza per i propri dipendenti per comunicare la propria posizione rispetto ai bonus. “Siamo profondamente grati che la maggioranza dei senior manager della divisione prodotti finanziari abbia espresso la volontà di restituire i bonus - sottolinea il colosso assicurativo in una nota -. Continuiamo a esaminare le risposte che ci sono giunte dagli altri dipendenti e apprezziamo il supporto di Cuomo”.
L’annuncio - dopo lo “scandalo” espresso dal presidente Obama - giunge a poche ore dall’apparizione di Geithner e Bernanke di fronte alla Commissione Servizi Finanziari della camera che, probabilmente, li metterà sotto torchio per cercare di capire se e quanto l’amministrazione e la banca centrale fossero al corrente dei bonus. I premi hanno sollevato molte proteste e indignato l’opinione pubblica, anche perché giunti poco dopo gli ulteriori aiuti per 30 miliardi accordati dal governo ad Aig. A finire nel mirino delle critiche è stato soprattutto Geithner: da più parti è stato invitato a lasciare il posto di segretario al Tesoro.
Geithner però ha respinto le accuse, spiegando di essere venuto a conoscenza dei bonus solo il 10 marzo e aver informato la Casa Bianca il 12 marzo, dopo aver cercato di fermarli insieme al suo staff ma non aver trovato mezzi legali per farlo. Nelle scorse settimane, prima dello scandalo bonus, Bernanke sia davanti alla Camera sia davanti al Senato aveva messo in evidenza la propria “arrabbiatura” per il salvataggio di Aig, definendolo l’intervento che più gli è costato da quando è scoppiata la crisi.

Italiani in fuga dai mutui. E a farli fuggire è la crisi.
Pagare la rata crea difficoltà serie all’ 84% degli italiani, tanto che per il 2009, un’ampia fetta del 64% esclude categoricamente di accendere nuovi mutui e solo l’8% si dichiara invece pronto a farlo. Ma già quest’anno la rinuncia a rate, prestiti e mutui è forte e ha riguardato il 50% degli intervistati. Lo rivela un sondaggio Confesercenti-Swg (qui il documento in Word), secondo il quale ogni mese in media esce dalle tasche delle famiglie 478 euro, ma per il 23% degli intervistati la spesa lievita tra 500 e 1.000 euro, mentre un altro 10% sborsa fra i 1.000 e i 2.000 euro.
Salato il tasso che emerge dal sondaggio: attorno al 7% quello medio, ma per un italiano su 4 sale fra l’8% e il 20%. Ma quante volte ricorrono gli italiani alle varie forme di prestito ? In media circa tre volte negli ultimi 3 anni, ma c’è anche un 7% che vi ha fatto ricorso più di 5 volte. Due le motivazioni principali: il 57% intendeva ridurre l’impatto del pagamento; un altro 41% non era in possesso dell’intera cifra.
La “regina” dei desideri per i quali si ricorre ai prestiti è la casa (ristrutturazioni o acquisto di prima o seconda casa). Subito dopo viene l’auto. A seguire si rateizzano più frequentemente le spese per elettrodomestici e mobili, computer e altri prodotti tecnologici. Ma c’è anche un 6% che si indebita per cerimonie e un 2% per regalare o regalarsi un gioiello.
Per far fronte al mutuo o al prestito, le famiglie riorganizzano i bilanci e per prima cosa tagliano le risorse per le vacanze (il 21%), quindi il tempo libero (20%). Ma è anche il guardaroba a rimetterci: notevole è infatti la rinuncia a comprare nuovi capi di abbigliamento o scarpe: lo fa il 17% degli intervistati. Infine, il 9% impugna le ‘forbicì e rifila tutte le voci del proprio bilancio.
Fino ad oggi i risparmiatori italiani intervistati ritengono di aver perso quasi il 17% in termini di rendimento dei propri investimenti fatti.
Ma la maggioranza delle “formiche” italiane ha suddiviso i suoi risparmi in conti correnti (22%), in fondi ( 17%), in Bot ed altri titoli di Stato (15%). Solo un 10% si è indirizzato verso le azioni, mentre un 2% ha riscoperto il materasso e tiene i soldi in casa.
Questo 2% è destinato a salire di un punto nei prossimi mesi che saranno dominati - stando alle risposte date al sondaggio - dalla preferenza dei risparmiatori verso i titoli di Stato. Poi vengono gli immobili e i conti correnti bancari. Solo un altro 2% si farà abbagliare dal colore dell’oro. Ma la prudenza degli investitori emerge anche da un’altra percentuale: quella di chi non modificherà i propri investimenti e che si aggira attorno all’11%.
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Non fare mai il passo più lungo della gamba. Non lasciarsi influenzare dall’andamento giornaliero dei tassi. Non confidare su potenziali aumenti del proprio reddito. Pretendere la trasparenza e contrattare con la banca le condizioni migliori: è un diritto garantito dalla legge.
Prima di decidere con chi contrarre il mutuo confrontare il maggior numero di proposte possibili. Occhio agli interessi moratori e al costo dell’assicurazione sull’immobile. Meglio il tasso fisso per chi vuole avere certezza dei propri impegni economici e quello variabile per chi ha un reddito medio alto e non rischia insolvenze nel caso di aumento del costo delle rate. Ecco cosa bisogna assolutamente sapere secondo l’associazione dei consumatori Adiconsum e il mensile GuidaMutui, prima di addentrarsi nella giungla dei prestiti per l’acquisto di una casa.
Perché dopo la mancata applicazione della portabilità prevista dal decreto Bersani, la crisi Usa e l’aumento vertiginoso dei tassi di interesse, la scelta del mutuo è diventata sempre più difficile. Per questo Adiconsum e GuidaMutui hanno messo a punto un vademecum che verrà presentato domani a Roma. “Da un lato - spiega Fabio Picciolini, segretario nazionale Adiconsum - cerchiamo di dare consigli diversi da quelli “interessati” delle agenzie e dall’altro vorremmo aiutare i consumatori a fare una scelta compatibile con il proprio bilancio familiare”.
Per chi invece ha già un mutuo, Adiconsum annuncia importanti novità. “Il decreto Bersani - aggiunge Picciolini - prevedeva la portabilità del mutuo a costo zero. Le banche, grazie ad alcuni escamotage, sono riuscite a non adeguarsi e a farne le spese sono stati come sempre i consumatori”. Oggi per cambiare banca bisogna prima estinguere il vecchio mutuo (con tutte le spese che ne derivano) e poi affrontare una seconda volta i costi di un nuovo contratto.
Per “saltare” i numerosi ostacoli burocratici, Adiconsum sta contrattando con dieci importanti istituti di credito (tra cui Monte dei Paschi di Siena, Bnl, Unicredit e Intesa San Paolo) la possibilità per gli utenti di rinegoziare il mutuo a costo zero senza cambiare banca. “Ci sono due modi- conclude Picciolini -. Uno è l’allungamento della durata del mutuo, l’altro consiste nell’ulteriore abbassamento dello spread, che soprattutto nel caso di mutui vecchi è ormai fuori mercato”. E proprio quest’ultima ipotesi sembra aver raccolto il maggiore consenso. Le famiglie che hanno contratto un mutuo a tasso variabile negli anni passati dovrebbero essere le prime a godere, secondo Adiconsum, dell’accordo con le banche.
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