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Un rubinetto di gasdotto / Ap-Lapresse
Molte regioni d’Italia hanno già vissuto il loro anticipo d’inverno. E in quasi tutte i termosifoni vanno già a pieno regime. Occhio però, perché il riscaldamento costa caro agli Italiani. Continua

Il calo del prezzo del petrolio e la discesa dei tassi di interesse sui mutui immobiliari porterà alle famiglie italiane un risparmio di circa 3.500 euro nel 2009. È quanto stima il Centro studi di Confindustria nell’ultimo rapporto sugli scenari economici. Nonostante il raddoppio del prezzo del greggio dai minimi toccati in marzo, in media quest’anno il costo dell’olio nero, sottolinea Viale dell’Astronomia, sarà più basso rispetto al 2008, con il Brent in calo del 33%. I risparmi per le famiglie, calcola Confindustria, arriveranno a 13,4 miliardi di euro, pari, tra carburanti, gasolio per riscaldamento, elettricità e gas, a 546 euro per nucleo familiare.
In particolare i prezzi di benzina e diesel, ricorda il CsC, sono diminuiti con ritmi a due cifre: a gennaio, ad esempio, il calo è stato del 25,7% rispetto ai massimi di luglio 2008 (anche se poi i listini sono risaliti del 3,4% fino ad aprile). Le tariffe elettriche e del gas, che seguono il prezzo del Brent con un ritardo maggiore rispetto ai carburanti (circa sette mesi) e con meccanismi mitigati dall’Autorità per l’energia, sono diminuiti a partire da ottobre 2008 e il calo sta proseguendo ancora quest’anno (-6,8% finora ma è prevedibile un ulteriore diminuzione a luglio).
Ai risparmi sull’energia si aggiungono quelli sui mutui, concentrati su un numero minore di famiglie ma ben più consistenti per chi potrà beneficiarne. Complessivamente “la riduzione della bolletta energetica e il forte calo dei tassi di interesse determinano un risparmio robusto nella spesa delle famiglie italiane: 17,8 miliardi, di cui 16,7 miliardi nel solo 2009. Liberando risorse per la ripresa dei consumi”. Per quanto riguarda i mutui a tasso variabile, il risparmio si aggirerà sui 4,4 miliardi, 1,1 già ottenuti a fine 2008 e 3,3 miliardi quest’anno. Un obiettivo raggiunto grazie alla discesa dell’Euribor intorno all’1% contro il 5% e più dell’ottobre 2008.
Si tratta, prosegue il Centro studi, “di un risparmio nettamente inferiore a quello energetico, ma comunque notevole e concentrato solo nelle famiglie che hanno acceso un mutuo a tasso variabile”. Per loro il beneficio risulterà di 3.065 euro annui, pari a 255 euro mensili, di cui 63 già conseguiti alla fine del 2008 e altri 192 nel corso del 2009.
Numeri, cifre e stime contestate dalle associazioni dei consumatori per le quali si tratta di una “mistificazione della realtà”. Almeno così commentano Federconsumatori e Adusbef, per le quali l’annuncio si traduce nella creazione di “false aspettative nella cittadinanza”.
“Purtroppo, non avrà luogo alcun risparmio” dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori ed Adusbef. “Semmai si verificherà un riallineamento della spesa delle famiglie su valori normali, dopo i forti rincari verificatisi nello scorso anno per costi energetici, con il costo del petrolio a 147 dollari al barile e per i mutui, con il tasso di sconto oltre il 4%”.

Ventitremila miliardi di dollari, per metà provenienti dagli Stati Uniti. È la strabiliante somma, calcolata dalla Bloomberg International, prima rete mondiale di notizie e analisi economiche, di quanto è stato stanziato dai governi di tutto il mondo per fronteggiare la crisi. Uno sforzo che fa impallidire quello sostenuto dai soli americani nella Seconda guerra mondiale: 3.600 miliardi di dollari ai valori odierni. O quello del New deal, il piano di Franklin Delano Roosevelt per uscire dalla Grande depressione: 500 miliardi.
Dunque se la luce in fondo al tunnel si inizia a intravedere, abbiamo però una certezza: anche se la crisi durerà meno delle precedenti sarà la più cara di tutte. Perciò la domanda decisiva a livello mondiale è già questa: che fine farà questa montagna di soldi messi in circolo? Potrà essere tenuta sotto controllo o, come dopo tutte le crisi del passato, genererà l’altro mostro che si chiama inflazione?
Europa sottozero nel 2009. Cominciamo dall’Italia. L’ultimo rapporto interno del ministero dell’Economia (16 marzo) prevede per il secondo trimestre un’inflazione in caduta: sotto l’1 per cento in media d’anno. E ciò per il calo di elettricità e gas che deve ancora scontare il deprezzamento del petrolio (tornato da settimane in risalita) e di prodotti legati alle materie prime, dalla pasta al cemento. Ancora più bassa l’inflazione stimata dalla Confindustria: 0,8.
La Germania viaggia sullo 0,4 per cento e secondo la Deutsche Bank si andrà sotto zero nel secondo semestre. Stessa situazione in Francia e soprattutto in Spagna, dove i prezzi sono già scesi a meno 0,1, minimo storico. Axel Weber, del consiglio dei governatori della Bce, prevede che i prezzi nell’intera zona euro non supereranno l’1 per cento. “L’Europa sarà in territorio negativo per un certo periodo” aggiunge Lucas Papademos, vicepresidente della banca centrale; che ha già all’ordine del giorno un altro taglio dei tassi rispetto all’1,5 attuale.
Dal 2010 prezzi in ripresa fino al 4 per cento. Tuttavia dalla fine dell’anno prossimo lo scenario cambierà. Dopo un biennio di piatta, è prevista una risalita che in un triennio potrebbe toccare il 4 per cento. Per la Confindustria i prezzi aumenteranno già nel 2010 all’1,5, il doppio rispetto a fine 2009. Secondo Norbert Walter, analista della Deutsche Bank, “la ripresa dell’inflazione è un dato certo, il problema è come controllarla”. E qui cominciano i dolori.
Perché, se la risalita dei prezzi sarà un segnale buono per l’economia, sulle politiche di controllo c’è da incrociare le dita. Un antipasto con largo anticipo c’è stato in Gran Bretagna il 24 marzo, quando sono stati diffusi i dati dell’inflazione di febbraio: un balzo inatteso al 3,2 per cento, il che ha tenuto gli investitori alla larga dall’ultima asta di titoli pubblici, con rendimenti non più appetibili di fronte alla ripresa del carovita. Risultato: il tesoro inglese non sa come finanziare il piano anticrisi, che secondo il Fondo monetario internazionale porterà nel 2010 a un deficit pubblico dell’11 per cento, quasi il triplo dell’Italia; mentre Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra, afferma che “non vi sono più risorse per nuove misure”.
I timori per l’Italia. Fra i collaboratori di Giulio Tremonti l’ansia non è da meno. Già nel 2009 il rapporto tra deficit e pil supererà il 4 per cento. Uno sfondamento ancora fisiologico che potrà essere riassorbito dal 2010 se le aste di bot e btp continueranno ad andare bene. Il Tesoro ha portato i rendimenti a breve intorno all’1 per cento netto, quelli a medio termine intorno al 3 e quelli a 20 e 30 anni intorno al 5. “Il che” spiegano in via Venti Settembre “va bene per tutelare nell’immediato il capitale e in prospettiva per una ripresa dell’inflazione al 3-4 per cento”. Oltre queste soglie saranno guai: per l’Italia, ma anche per Francia (deficit oltre il 5 per cento), Germania, per non dire della Gran Bretagna.
Guerra Usa-Cina. Ai due estremi del mondo le strategie e la percezione dei fatti appaiono in contrasto. Negli Stati Uniti i nemici restano la crisi e la deflazione, cioè il contrario dell’inflazione. “Tutti gli sforzi vanno destinati a stimolare l’economia” afferma Janet Yellen, presidente della Federal reserve di San Francisco. “Per molto tempo a venire la disinflazione e la deflazione rappresenteranno rischi molto più alti dell’inflazione”.
La Fed ha la libertà di stampare dollari, anche se ora ha deciso di acquistare vecchie obbligazioni riciclandole come denaro liquido. Un primo, timido tentativo di frenare la massa monetaria in circolazione. Invece la Cina non la pensa affatto come gli americani. Dopo aver sottoscritto quasi un terzo del debito pubblico Usa, che ormai sfiora il 140 per cento del pil (Italia a 109 a fine 2009, secondo l’agenzia Standard & Poor’s), Pechino ha ingiunto alla Casa Bianca di smettere di gettare a piene mani sul mercato dollari destinati a svalutarsi. Fan Gang, della banca centrale cinese, è durissimo: “Come economia emergente temiamo moltissimo una ripresa dell’inflazione che erodendo il potere d’acquisto danneggerebbe i nostri commerci e la nostra crescita. Se gli Usa insistono dovremo pensare a una nuova unità di scambio, diversa dal dollaro”.
Come difendere il portafoglio. Nel frattempo, come difendere i risparmi? Come regolarsi per investimenti e mutui? Se finora i depositi sono stati garantiti dal governo, per i rendimenti bisognerà guardare ai tassi d’interesse determinati dalle decisioni della Bce. Dopo il prossimo taglio all’1 per cento è difficile che ve ne siano altri. È previsione comune che nel 2010 vi sia una risalita all’1,25-1,50. Poi la Banca centrale tornerà alla vecchia missione di combattere l’inflazione: più questa salirà, più aumenteranno i tassi. Un’opportunità per investire già oggi in titoli con cedole indicizzate all’inflazione in euro, come i BtI.
Chi deve stipulare o rinegoziare un mutuo, più che farsi ingolosire dai livelli minimi dell’Euribor, da cui dipendono i contratti a tasso variabile, farebbe meglio a optare almeno per le scadenze oltre 10 anni per i tassi fissi. L’indice Irs a cui questi sono legati offre mutui decennali al 3,4 per cento, più (come per i variabili) lo spread. Tenuto conto che l’Euribor è ormai all’1,5 per cento e che, dopo una risalita dell’inflazione al 3 per cento, gli interessi potranno addirittura triplicare. Un film già visto nel 2008: meglio evitare.

In tutto 12,5 milioni di euro: questa la sanzione che l’Antitrust ha inflitto al “cartello” delle pasta: 26 produttori di pasta e l’associazione di categoria Unipi per aver costituito, nel corso del 2006 e 2008, due intese restrittive della concorrenza.
Il Garante ha infatti deliberato (qui il provvedimento, in .pdf) che le società Amato, Barilla, Colussi, De Cecco, Divella, Garofalo, Nestlè, Rummo, Zara, Berruto, Delverde, Granoro, Riscossa, Tandoi, Cellino, Chirico, De Matteis, Di Martino, Fabianelli, Ferrara, Liguori, Mennucci, Russo, La Molisana, Tamma, Valdigrano, insieme all’Unipi, Unione Industriali Pastai Italiani, hanno posto in essere un’intesa restrittiva della concorrenza finalizzata a concertare gli aumenti del prezzo di vendita della pasta secca di semola da praticare al settore distributivo.
I produttori sanzionati - fa sapere l’Antitrust con una nota - sono rappresentativi della stragrande maggioranza del mercato nazionale della pasta (circa il 90%) e Unipi è l’associazione di categoria più rappresentativa del settore. L’Autorità ha sanzionato, con 1.000 euro, anche l’intesa realizzata da Unionalimentari, Unione Nazionale della Piccola e Media Industria Alimentare che, in quanto associazione d’impresa, ha divulgato una propria circolare per indirizzare gli associati verso un aumento uniforme di prezzo.
Nella determinazione dell’importo base delle sanzioni l’Autorità “ha ampiamente tenuto conto della situazione economica del settore della pasta, in considerazione dell’eccezionale incremento subito dal costo della materia prima nonché della complessiva situazione di progressivo peggioramento delle performance economiche delle imprese del settore”. Le due intese hanno di fatto interessato l’intero mercato della produzione della pasta ed hanno avuto effetti evidenti sul mercato in termini di aumento medio dei prezzi di cessione alla grande distribuzione organizzata e, conseguentemente, del prezzo finale praticato dai distributori ai consumatori.
In particolare - spiega l’Antitrust - l’intesa realizzata da Unipi e dai 26 produttori è durata dall’ottobre 2006 almeno fino al primo marzo 2008. Dal maggio 2006 al maggio 2008 il prezzo di vendita della pasta al canale distributivo ha registrato un incremento medio pari al 51,8%, in buona parte trasferito al consumatore, visto che il prezzo finale è cresciuto nello stesso periodo del 36%.
Per quanto concerne l’intesa tra i 26 produttori e l’Unipi, nell’istruttoria l’Antitrust non ha contestato la necessità delle singole aziende di procedere ad autonomi aumenti di prezzo, a fronte di un incremento del costo della materia prima, ma la decisione congiunta e le modalità anticoncorrenziali con le quali si è arrivati agli aumenti stessi. Secondo l’Antitrust i copiosi documenti rinvenuti nel corso dell’istruttoria dimostrano inequivocabilmente che le imprese hanno concertato una comune strategia di aumenti dei prezzi. Questo ha permesso alle aziende di piccole dimensioni, caratterizzate da costi produttivi più elevati (dovuti a una minore efficienza produttiva) di aumentare i prezzi: le catene distributive, in presenza di incrementi generalizzati, sono state infatti costrette ad accettare i nuovi listini. Da parte loro le imprese maggiori, che non volevano essere le sole ad aumentare i prezzi, hanno azzerato il rischio di perdere significative quote di mercato. L’istruttoria ha dimostrato che alcune società (Amato, Barilla, Divella, Garofalo, Rummo e Z
ara) hanno inoltre svolto un particolare ruolo di coordinamento dell’organizzazione dell’intesa, operando anche in stretta connessione con Unipi, con riunioni ristrette finalizzate a monitorare l’andamento dei listini e la tenuta dell’intesa.
Ma l’Unione industriali pastai italiani (Unipi) non ci sta e replica al verdetto dell’Antitrust, sottolineando che nel settore “non vi sono state speculazioni, né si è mai configurato alcun accordo lesivo degli interessi dei consumatori”. Le ragioni che hanno determinato tensioni sul prezzo al consumo della pasta, per l’Unipi, “sono riconducibili, in particolare, all’andamento dei fattori di costo di produzione, il più importante dei quali è rappresentato della materia prima, la semola di grano duro”.
Anche Barilla si dice estranea ad azioni di cartello. La nota azienda emiliana “non condivide la sostanza e le conclusioni del provvedimento” dell’Antitrust e dichiara “di essere estranea a presunte azioni di cartello ai fini di determinare un aumento dei prezzi della pasta”. In una nota Barilla sottolinea, anche “per quanto attiene il periodo di indagine, di aver agito, come sempre nei suoi oltre 130 anni di storia, secondo criteri di assoluta trasparenza e con la massima libertà nel determinare la propria politica commerciale (prodotti di qualità superiore al giusto prezzo), in un settore caratterizzato da un’accesa competizione, accentuata negli ultimi anni dall’ingresso delle marche private sul mercato”.

Si chiude in forte calo: secondo i dati diffusi dall’Istat, il 2008 chiude con il Pil giù dello 0,9%. Lo stesso calo registrato 15 anni fa, nel 1993. Un dato peggiore delle aspettative: i tecnici di via XX Settembre stimavano, infatti, un calo dello 0,6%. L’effetto di trascinamento per il 2009 è dell’1,8%: se non ci fossero variazioni nella crescita per tutto l’anno, i 12 mesi chiuderebbero con -1,8%. L’ultimo trimestre 2008 ha chiuso con un calo del Pil del 2,6% rispetto al 2007 e dell’1,8% rispetto al trimestre precedente. Si tratta dei cali maggiori dal 1980.
Il pil italiano si è attestato in valore assoluto nel 2008 a 1.272.852 milioni, in calo rispetto a 1.284.861 milioni del 2007. Il calo registrato nel 2008 è stato determinato da un calo del valore aggiunto sia dell’industria, sia dei servizi. In aumento solo il valore aggiunto dell’agricoltura. Lo comunica l’Istat che però non fornisce ancora il dato sui diversi settori perchè quelle odierne sono stime preliminari.
Gli effetti della crisi sull’economia reale “per lo più devono ancora arrivare”. Il direttore generale dell’Fmi, Dominique Strauss-Kahn, ha fatto sapere che “il 2009 sarà certamente un anno piuttosto cattivo per la crescita, e non solo per le economie avanzate, ma anche per quelle emergenti”. Il direttore generale del Fondo monetario internazione esorta inoltre i paesi sviluppati a mettere in opera i piani di rilancio che hanno annunciato. Poi mette in guardia rispetto al rischio protezionismo: “Il protezionismo - ha detto - può rientrare dalla porta posteriore, in particolare nel settore bancario”. Strauss-Kahn è scettico rispetto al fatto che il protezionismo possa tornare a manifestarsi, per esempio, attraverso l’imposizione di tasse doganali elevate sui prodotti importati. Ma nel settore finanziario “quando i governi forniscono risorse finanziarie o ricapitalizzano delle banche, potrebbero aggiungere una clausola dicendo che questo denaro deve restare in casa” o potrebbero essere introdotti dei vincoli affinchè “queste somme siano utilizzate per acquistare prodotti nazionali. Questo genere di protezionismo” avverte il numero uno dell’Fmi “potrebbe ripresentarsi”.
E per la prima anche volta il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lascia da parte il suo tradizionale ottimismo e afferma: “Questa crisi ha dimensioni che non sono ancora del tutto definite e la guardiamo con preoccupazione”.
Il VIDEO servizio:

Meglio soli che… Non sempre, non proprio. Oggi, sposarsi o abitare in coppia consente di risparmiare quasi un terzo della spesa che deve affrontare, in media, un single a tavola, per effetto dei maggiori sprechi dovuti alla vita più sregolata, ma anche ad acquisti di formati inadeguati o più costosi. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi ai consumi delle famiglie. “La spesa media per alimentari e bevande di un single è di 300 euro al mese, superiore del 32 per cento rispetto” sottolinea la Coldiretti “a quella media per persona nelle coppie che è di circa 227 euro al mese”.
Ed i prodotti per i quali la vita in coppia consente un maggior risparmio sono zucchero e caffè (44 per cento), bevande (40 per cento), ortofrutta (40 per cento), ma anche latte, formaggi e uova (37 per cento) e pasta (36 per cento), mentre la convivenza fa risparmiare meno nei consumi di carne e pesce (19 per cento).
Secondo l’Istat le famiglie italiane con un singolo componente sono circa 6 milioni, oltre un quarto del totale, e negli ultimi anni tendono ad aumentare con tassi superiori al 5 per cento. I motivi della maggiore incidenza della spesa sono certamente da ricercare, sottolinea ancora Coldiretti, “nella necessità per i single di acquistare spesso maggiori quantità di cibo per la mancanza di formati adeguati che comunque anche quando sono disponibili risultano molto più cari di quelli tradizionali”. “Ad incrementare la spesa alimentare” continua la Coldiretti “è quindi anche l’elevata presenza di sprechi perchè è facile dimenticare in fondo al frigorifero la confezione di latte aperto, la mozzarella, la confezione di insalata aperta, i tortelloni iniziati, tutto inesorabilmente destinato a finire nella pattumiera”.
“I single sono anche” precisa la Coldiretti “un segmento di popolazione con uno stile di vita attento a risparmiare tempo a favore del lavoro e soprattutto dello svago, che privilegia il consumo di piatti pronti a più elevato valore aggiunto che incidono maggiormente sulla busta della spesa”. “Una scelta che” sottolinea la Coldiretti “aumenta notevolmente la spesa poichè i cibi pronti per il consumo arrivano a costare anche cinque volte il prezzo delle materie prime impiegate”. Nonostante la crisi economica e il rialzo dei prezzi, anche per effetto dell’aumento dei single, i preparati e i piatti pronti, rileva Coldiretti, hanno fatto registrare un aumento delle vendite in volume del 9,5 per cento in Italia nei primi sei mesi del 2008, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Ref-Iri Infoscan.
Nella classifica dei prodotti che si sono distinti la maggiore crescita nei volumi di vendita ci sono tra gli altri i primi piatti pronti (+16 per cento) e i sughi pronti secondo le elaborazioni Ref per Ancc-coop. “In Italia” conclude la Coldiretti “si è progressivamente ridotto il tempo dedicato alla preparazione dei pasti che è di appena 34,9 minuti per quello di mezzogiorno, il 4,7 per cento in meno rispetto all’anno precedente, e di 33,1 minuti per la cena (-2,7 per cento) secondo un sondaggio Gpf”.

Pochi rincari, tanti ribassi ci aspettano in questo 2009 appena cominciato. Se da una parte scatterà l’aumento del canone Rai, a prevalere saranno i tagli tariffari. Potremo subito approfittare delle prime riduzioni delle tariffe di luce e gas, i pedaggi autostradali resteranno bloccati grazie al decreto del governo, e dai biglietti aerei non dovrebbero arrivare brutte sorprese sul fronte prezzi, visto il calo del petrolio.
Insomma, per una volta l’anno non si apre nel segno dei rincari, ma dei ribassi. Cominceranno subito le prime riduzioni per le tariffe di luce e gas, mentre non subiranno variazioni i pedaggi autostradali, bloccati con un decreto del governo. E se per i treni sono già in vigore da metà dicembre le nuove tariffe, che non saranno dunque ritoccate, per i biglietti aerei è presumibile che, con il petrolio in calo, non siano in arrivo nuovi aumenti.
Ecco di seguito come cambieranno le tariffe nel 2009:
Bollette. Le tariffe di luce e gas, dopo una lunga corsa durata oltre un anno, caleranno rispettivamente del 5,1% e dell’1% nel primo trimestre 2009. Il risparmio per le famiglie dovrebbe essere di circa 36 euro su base annua (25 euro per l’elettricità e 11 euro per il gas). Da gennaio ci sarà anche un forte calo (-14,2%) del gpl distribuito in rete, con una minore spesa di 115 euro su base annua per ogni famiglia. Dopo queste prime riduzioni, ha fatto sapere l’Autorità per l’energia, potrebbero esserne previste altre.
Autostrade. Stop agli aumenti tariffari dal primo gennaio, come stabilito dal decreto legge 185 del 29 novembre 2008. Nessuna modifica tariffaria in aumento potrà quindi essere applicata ai pedaggi autostradali dell’intera rete nazionale e il blocco si estende anche alle nuove percorrenze convenzionali del passante di Mestre e della viabilità del Nuovo Polo Fieristico di Milano.
Canone Rai. - Il canone salirà a 107,50 euro, 1,5 euro in più rispetto allo scorso anno, con un aumento pari al tasso di inflazione programmato.
Treni. Gli aumenti ci sono già stati. Non ci saranno altre brutte sorprese per i passeggeri. Dal 14 dicembre sono già in vigore i nuovi prezzi per l’Alta velocità: un viaggio Milano-Napoli in prima classe costa 119 euro (contro i precedenti 103,60 euro); in seconda 84 euro (da 73,20); Milano-Roma in prima 109 euro (da 80,80), in seconda 79 euro (da 56,10). Ma fino al 13 gennaio c’è uno sconto del 10%, a cui si può aggiungere un ulteriore ribasso del 5% se si compra via Internet; per sei mesi, inoltre, -35% per andata-ritorno in giornata per le tratte lunghe.
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La crisi dei mercati avanza e le spese per i regali di Natale hanno già svuotato il salvadanaio? Sul web le persone si cambiano consigli per risparmiare. Così, ai confronti tra i prezzi si aggiungono anche idee per una gestione dei consumi più efficiente.
Alimentari, carburante e farmaci. Internet è un’immensa bacheca. Le ultime offerte e promozioni lanciate da supermercati e hard discount locali sono affisse, per esempio, su Risparmiando.net: Lazio, Emilia Romagna, Veneto sono le Regioni che riuniscono più negozi segnalati. Offertepromozioni, invece, ha un elenco specifico per Milano, Roma e Napoli. Nel caso dei vini (soprattutto quelli pregiati) un confronto tra i negozi online può rivelare differenze anche significative: provate con Trovaprezzi. Pieno risparmio, invece, propone una mappa delle pompe di benzina con i costi più bassi nei principali centri italiani. Per i consigli sugli stili di guida, invece, una tappa importante è Autoage, un sito che ricorda alcuni accorgimenti per rendere più efficienti i consumi: il climatizzatore, per esempio, comporta una maggiorazione dei consumi del 20 per cento, e l’otturazione del filtro dell’aria può aumentare gli sprechi di carburante fino al 15 per cento. Per risparmiare con le medicine? Il sito “Farmaci generici” ospita un motore di ricerca che permette di trovare gli equivalenti non di marca (chiamati, appunto, “farmaci generici”), a seconda del nome commerciale, del principio attivo o della categoria terapeutica.
Musica, film e televisione. Chi naviga su internet è in grado di ascolta musica legalmente e senza spese aggiuntive: basta collegarsi con radio come Last.fm e Jango con cataloghi aggiornati di continuo. Per i film, invece, c’è l’Internet archive: nella maggior parte dei casi si tratta di pellicole per cui sono scaduti i diritti d’autore. Ma è una cineteca che raccoglie autentici capolavori. Senza dimenticare l’offerta immensa di YouTube. Le televisioni sul web (webtv) sono parecchie: siti come Wwitv permettono di collegarsi a centinaia di emittenti italiane (Rai, Sky life TG24) e globali (Bbc, Cnn).
Gruppi di acquisto solidale (Gas). Sono ormai attivi da anni: organizzazioni spontanee di persone che collaborano per comprare all’ingrosso, direttamente dai produttori, cercando di ottenere una riduzione sul prezzo dei beni e, allo stesso tempo, conservando la qualità. Sul loro sito c’è una mappa che indica i gas più vicini in ogni Regione.
Tecnologia e viaggi. Volete regalare un lettore dvd o un telefonino per Natale? Altroconsumo propone una guida per orientarsi tra prezzi e modelli. Nel caso dei viaggi può rivelarsi conveniente un’agenzia online per comprare i biglietti: alcuni motori di ricerca, come Kelkoo, confrontano rapidamente le offerte delle compagnie aeree.
Mutui e assicurazioni. Sono voci di spesa consistenti nel bilancio annuale. Un primo passo può essere quello di consultare le analisi di Altroconsumo sulle polizze auto e le banche dati di Patti chiari su finanziamenti per l’acquisto di una casa.
LEGGI ANCHE: Istat, il 5,3 per cento delle famiglie non ha soldi per il cibo
Sempre caldo il fronte dei prezzi dei prodotti alimentari. A pochi giorni dalle festività natalizie, però, arriva una buona notizia per i consumatori. Il prezzo della pasta è cominciato a calare e per tutte le festività ci saranno offerte speciali. Lo ha annunciato Mister Prezzi, Antonio Lirosi, a margine del convegno sulla trasparenza dei prezzi al consumo, organizzato dal gruppo Pd.
“Siamo fiduciosi: già da dicembre ci sono state le prime variazioni negative”, ha detto il Garante, esprimendo soddisfazione perché gli impegni presi dalla distribuzione un mese fa davanti a lui hanno cominciato a tradursi in fatti.
Lirosi ha ricordato di aver “ottenuto l’impegno della distribuzione a vendere la pasta in offerta speciale fino alle festività”, e ha auspicato “che il pressing fatto sull’industria molitoria si traduca in un abbassamento del prezzo della semola”. Il Garante ha poi annunciato che prima di Natale si riunirà il tavolo di lavoro tra l’industria alimentare e la distribuzione, messo in piedi dal Ministero dello Sviluppo Economico per ottimizzare i loro rapporti nella filiera e ridurre, conseguentemente, i prezzi al consumo. “Il contenzioso tra l’industria di marca e la grande distribuzione” ha rilevato Mr Prezzi “non deve penalizzare i consumatori. Il Ministero offrirà la sede per trovare una soluzione di autoregolamentazione dei rapporti tra industria alimentare e distribuzione, per evitare blocchi nel dialogo tra queste categorie”.
Sul tema prezzi è anche intervenuto il sottosegretario alle Politiche agricole Antonio Buonfiglio secondo il quale il caro-alimentare è un problema recente: “i prezzi” ha spiegato “dal 2000 in poi hanno subito un effetto deflattivo e solo negli ultimi tre mesi sono aumentati, ma principalmente per un effetto mediatico”. E ha proposto, per la trasparenza, di istituire una Borsa Merci per i prodotti agricoli. Una critica alla politica del governo contro il caro-prezzi è invece venuta dal ministro Ombra per l’Agricoltura Alfonso Andria. “Ci aspettavamo che l’esecutivo desse risposte più convincenti”, ha detto il senatore del Pd. Andria ha poi sottolineato che con il decreto sulla competitività e quello sul potere d’acquisto delle famiglie “il governo ha perso due straordinarie occasioni per andare incontro alle difficoltà degli italiani”.
“È una crisi di cui è impossibile comprendere l’impatto. Noi finora non abbiamo subito cali drammatici, ma è difficile fare previsioni”. Guido Barilla, presidente dell’omonima azienda di famiglia, è preoccupato, mentre discute sugli effetti reali dello tsunami finanziario. Anche se, sottolinea, “a soffrire per ora sono altre categorie. Perché in Italia non esistono prodotti meno cari delle paste alimentari”.
Tutti, però, vi accusano di avere alzato i prezzi contribuendo a far impennare l’inflazione, e di mantenerli alti anche ora che il costo del grano è sceso.
Il grano nella primavera del 2007 costava 170 euro alla tonnellata, in poco più di 1 anno è cresciuto fino a toccare i 500 euro alla tonnellata. Il fatto che oggi sia sceso di un centinaio di euro non significa che non ci sia un impatto straordinario sui costi che dobbiamo ancora assorbire. Il prezzo della materia prima, nel nostro caso, incide per il 60 per cento sul prodotto finito. Gli aumenti erano necessari per la sopravvivenza delle imprese. E comunque sono passati 8 mesi dal giorno in cui il costo del grano è schizzato a quando abbiamo fatto il primo ritocco ai prezzi. Il primo dopo 15 anni.
Questi aumenti e la crisi hanno cambiato i consumi degli italiani?
Comprano meno e si rivolgono in parte ai prodotti di primo prezzo. Ma questo non ci farà cambiare il nostro modo di operare. Svolgiamo migliaia di controlli, dal grano al pacco di pasta, e questo ha un costo. Si possono scegliere altri prodotti, ma credo con garanzie inferiori rispetto a quelle dei marchi.
Ci sono stati, però, anche grandi marchi coinvolti in scandali alimentari.
Secondo me si tratta di incidenti, perché solo le grandi industrie con processi collaudati possono offrire sicurezza.
Nel suo intervento al convegno sulla crisi alimentare mondiale, organizzato dal Centro per la pace di Shimon Peres in Israele, ha detto di essere a favore degli ogm. Una posizione non molto condivisa.
Ci sono molti scienziati che invitano a non condannare in modo populistico gli ogm, presentati spesso come terribili mutazioni genetiche dei prodotti. Ma già gli egizi creavano ibridi. Ogni aberrazione è da condannare, ma perché bloccare la creazione di grani di migliore qualità, capaci di resistere ai parassiti? Bisogna fare attenzione a compiere scelte che fra qualche decennio potrebbero avere conseguenze drammatiche. Basti pensare a cosa è successo con il nucleare in Italia, al quale si è detto no sull’onda emotiva e oggi ne paghiamo il prezzo. Dal miglioramento delle tecniche di produzione e delle qualità del grano prodotto può dipendere la sopravvivenza di intere comunità che oggi soffrono per la scarsità di cibo. In questa direzione va anche il nostro progetto di coltivazione di grano duro nel deserto del Negev, in Israele.
Questa crisi segna la fine di un certo tipo di capitalismo?
È finito il cosiddetto turbocapitalismo, quello che ha spinto all’eccesso i consumi. Le imprese sono al centro di un sistema complesso: si chiede loro di ottenere migliori risultati finanziari; offrire migliori condizioni di lavoro; assumersi più responsabilità sociali e ambientali. Tutte cose che hanno un costo e l’azienda per poter offrire questi risultati non può che vendere e vendere sempre di più. Questo meccanismo va rivisto.
L’Europa sta tentando di varare un pacchetto su clima ed energia, però l’Italia lo contesta. È d’accordo?
L’adozione di misure per la salvaguardia dell’ambiente non va procrastinata all’infinito, ma non si possono neppure introdurre regole troppo restrittive d’un colpo. Per alcune aziende è una questione di sopravvivenza.
A proposito di sopravvivenza si parla di nuovo di aiuti alle imprese. Servono?
In Italia deve finire la discriminazione. Per decenni abbiamo rottamato auto, e gli altri? O si applica una politica d’aiuto condivisa o non si dà nulla. Un modo potrebbe essere la detassazione, anche per i lavoratori. Ma in Italia si fatica a trovare le risorse. Lo Stato costa troppo e ogni volta che si prova a ridurre i costi succede un disastro e le piazze si riempiono. Basta vedere cosa accade con la legge Gelmini: non voglio entrare nel merito del provvedimento, però mi pare orientato a migliorare l’efficienza. Se non si fanno tagli il sistema è destinato al crac.
Che progetti ha per la Barilla?
Siamo un’azienda europea, che sta andando bene sul mercato americano, dove lanceremo nuovi prodotti che permettano alle persone di gustare la pasta in modi più semplici. Senza dover mettere la pentola sul fuoco, che in molti posti sembra essere un problema.
Avete in mente di ampliare la presenza in nuovi mercati?
Cina e India per noi sono paesi ostici perché hanno una tradizione culinaria molto diversa dalla nostra. Più interessante è il Medio Oriente, in particolare Dubai, che sta diventando multiculturale. I mercati di casa restano quelli europei, però. Mentre in Italia rilanceremo la linea di prodotti funzionali Alixir, che non è stata completamente compresa, e ha invece enormi potenzialità.
Alcuni imprenditori italiani hanno deciso di diversificare, per esempio investendo nell’Alitalia: che ne pensa?
Io mi sono sempre stupito di chi ha deciso forti diversificazioni e la cordata per l’Alitalia mi lascia perplesso. Ricordo che quando noi ragazzi andavamo da mio padre a proporgli nuove idee e progetti lui rispondeva sempre: «Chi se ne occupa? Lo sa fare? Che competenze ha?». Ecco, lui diceva «faccio gli spaghetti», quello continueremo a fare.
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