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Il ristorante ai tempi della crisi: a Barcellona il prezzo del menù lo decide il cliente

Eledino

“Ha mangiato bene, signore? Quanto vuole pagare?” La frase del cameriere ha del surreale. Eppure, a vederlo da fuori il bar ristorante “Mireya” non ha molto di speciale. A parte il menù. E non per i piatti, cucina spagnola “de toda la vida“, ossia tradizionale (oggi ad esempio stufato di lenticchie e torta di patate e zucchine come primo, carne alla griglia o anelli di calamari come secondo), ma per la frase scritta in fondo, al posto del prezzo: “Medida economica, el precio lo pone el cliente“, cioè “misura economica: il prezzo lo decide il cliente”. Ecco la singolare idea con cui Eledino Garcìa, proprietario di questo piccolo ristorante di Barcellona, (16 tavoli) cerca di fronteggiare una crisi economica che, nella Spagna di Zapatero e del miracolo economico sbandierato fino a un anno fa, ha lasciato i disoccupati a quota 3 milioni e mezzo, il 14%, dato tra i peggiori dell’Unione Europea.
Al posto del consueto menù turistico da pranzo a prezzo fisso, il locale fa scegliere ai clienti quanto vogliono pagare. “E per garantire la privacy” ci tiene a precisare Eledino, quarantacinquenne calvo e divertito dall’interesse sorto intorno alla sua idea, “mettono i soldi in una busta senza nome e poi io metto tutto insieme a fine giornata”. Fino ad ora, nelle tre settimane di “menù crisi”, assicura “nessuna busta è stata lasciata vuota”. Menu
Il “Mireya” si trova nel quartiere dell’Eixample della città catalana, palazzi ottocenteschi e grandi viali lontani dalle folle turistiche delle Ramblas e poco distanti dalla Sagrada Familia (”ma i turisti qui non arrivano” dice Eledino, “siamo in salita rispetto al monumento”). Non si tratta neanche di un tempio della tanto celebrata cucina sperimentale del rinomato compatriota Ferran Adrià. Fino ad ora l’attrattiva principale del locale erano i bellissimi disegni e le copertine di fumetti (”tutto originale, sono un vero appassionato” assicura Eledino mostrando un Corto Maltese firmato Hugo Pratt) esposte sulle pareti. La clientela è formata perlopiù da abitanti del quartiere e lavoratori delle imprese edili, quelle che più di tutti hanno sentito il tracollo del settore.
“Da un anno abbiamo notato che le cose andavano male” spiega Eledino, “piccole cose: non chiedevano più il dolce, risparmiavano sulla colazione chiedendo il caffé invece che il cappuccino, poi un vero e proprio calo delle presenze”. Che si ripercuote sui conti del “Mireya”: “e se io perdo clienti i miei fornitori perdono il loro e la catena si ripercuote su tutti”. Ecco perché gli è venuta l’idea di questa specie di “microcredito del pranzo”: “Ho pensato che dobbiamo darci da fare noi, sostenerci, perché siamo tutti collegati e se aspettiamo quelli di arriba…”. Quelli di “arriba” sono i politici, i banchieri “ho provato a chiedere un prestito e indovina un po’ com’è andata? Da questa crisi ci tireremo fuori da soli, come sempre” dice. “La gente è migliore di quello che uno crede, se io ti aiuto oggi ne avrò un beneficio domani”. Per ora, almeno, ha risollevato le sorti del suo ristorante. “Se tu vieni qua e ti senti bene, mangi bene, in un ambiente familiare, poi perché non dovresti pagare un prezzo giusto, magari pure maggiore di quello che avrei messo io?”, si chiede il titolare, “e se poi una volta sei messo male a soldi e lasci poco, stai sicuro che tornerai e spargerai la voce”.

Per dovere di cronaca (culinaria), il fricandò con salsa di peperoni era eccellente.

Allarme affitti: “Tra due anni, 150mila famiglie a rischio sfratto”

Cartelli di affitto

“Dopo il piano casa, il governo faccia il piano affitti”. Il sindacato degli inquilini Sunia lancia l’allarme per gli effetti della crisi sulla popolazione che vive in locazione. In uno studio condotto insieme alla Cgil si sostiene che “Nel triennio 2009-11 si prevede che altre 150.000 famiglie perderanno la propria abitazione subendo uno sfratto per morosità perché incapaci di far fronte al pagamento dell’affitto”.
Il mercato dell’affitto privato, secondo il sindacato, è caratterizzato da una “famiglia tipo” che è la più a rischio in un contesto economico come l’attuale: “il 20,5% dei nuclei sono unipersonali, il 67% delle famiglie in affitto percepisce un solo reddito e in queste il 39,6% è rappresentato da operai e il 29,2% da pensionati, più di un quinto dei capofamiglia ha oltre 65 anni e un quarto è costituito da donne”.

Mentre il mercato immobiliare segna un rallentamento netto dei prezzi dopo un decennio di boom, per gli affitti questa tendenza sta tardando a verificarsi. “A fronte di un reddito medio da lavoro dipendente sostanzialmente invariato, gli affitti sono aumentati del 16% nel corso del 2008” si legge nello studio. ”Per le famiglie dove spesso l’unica entrate è un reddito da lavoro dipendente o una pensione” continua il Sunia “l’affitto incide con percentuali insostenibili: tra il 40 e il 50% a Genova e Torino, tra il 50 e il 70% a Bologna e Firenze, oltre il 70% a Milano e Roma. In generale, le spese totali per l’abitazione gravano sul reddito mediamente tra il 50 e il 70%, con i casi eclatanti di Milano e Roma, dove l’incidenza oscilla tra l’82 e il 92%”.
Nello studio sono state prese in esame 1000 famiglie sfrattate nel 2008: “il 24% ha subito la perdita del posto di lavoro del primo percettore del reddito, il 22% è precario mentre per un altro 21% il percettore è in cassa integrazione”.
Per il segretario generale del sindacato inquilini Luigi Pallotta “il governo si indirizza sulla casa di proprietà che in Italia ha raggiunto livelli difficilmente superabili, mentre serve un piano per il rilancio del mercato dell’affitto a prezzi sostenibili”.

Il VIDEO servizio:

Il pieno costa 13 euro meno. Dietro il calo lo spettro della recessione

Benzinai
Nuovi ribassi per i carburanti. Agip taglia ancora i “prezzi consigliati” sia della benzina che del gasolio, rispettivamente a 1,109 euro (-1,5 centesimi) e 1,057 (-2,2 centesimi). Il risparmio per il pieno è di circa 13 euro rispetto alle festività 2007. E chi, dei 4 italini su 10 in viaggio per Natale, userà l’auto potrà tirare un sospiro di sollievo.
Complice la brusca frenata delle quotazioni dell’oro nero, un litro di benzina costa oltre 25 centesimi in meno di un anno fa, un litro in meno di gasolio invece costa 24 centesimi in meno. Oggi i prezzi del petrolio sono scesi sotto i 38 dollari al barile sul New York Mercantile Exchange (Nymex), dopo una serie di dati economici che suggeriscono come la recessione dell’economia americana sia destinata a peggiorare.
“I mercati dell’energia stanno reagendo soprattutto alle cattive notizie economiche, e sembra quasi che stiano aspettando che accada qualcosa di negativo”, ha detto l’analista petrolifero Peter Beutel della società Cameron Hanover.

La recessione degli Stati Uniti e una serie pressoché ininterrotta di dati nefasti sulla situazione economica mondiale ha fatto scendere i prezzi dai livelli record toccati in luglio, quando il greggio arrivò a 147,27 dollari al barile. Da allora i prezzi sono scesi del 73%, sull’onda di centinaia di migliaia di licenziamenti e un crollo delle spese dei consumatori, che hanno trascinato con sé il consumo di energia.
Il dipartimento del Commercio americano ha detto che il prodotto interno lordo, la somma totale dei beni e dei servizi prodotti da un’economia, nel periodo tra luglio e settembre è diminuito negli Stati Uniti dello 0,5 per cento. Si e’ trattato della flessione peggiore dal terzo trimestre 2001, quando la contrazione registrata fu dell’1,4 per cento.
Ad affiancare le notizie sul Pil sono arrivate poi quelle sul settore immobiliare, il cui crollo e’ alla base della crisi finanziaria. Le vendite di case nuove negli Stati Uniti nel mese di novembre sono calate arrivando al livello minimo in quasi 18 anni, mentre le vendite di case esistenti hanno riportato un tonfo dell’8,6 per cento.
Ma il peggio sembra dover ancora arrivare, e per molti l’attuale trimestre potrebbe essere il punto più basso di tutta la recessione, iniziata ufficialmente nel dicembre 2007. Alcuni analisti prevedono un crollo del Pil fino al 6% nel quarto trimestre, che ne farebbe il peggiore dal -6,4% dell’ultimo trimestre del 1982.
Se la recessione terminerà nel giugno 2009, come molti economisti prevedono, sarà durata 18 mesi, il periodo più lungo dal termine della Seconda Guerra Mondiale.
E i prezzi del greggio continuano così a crollare nonostante la settimana scorsa l’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio, abbia deciso di ridurre la produzione giornaliera di 2,2 milioni di barili, il più grande taglio di sempre.
Il crollo dei prezzi del petrolio ha fatto calare decisamente il prezzo della benzina, fornendo ai consumatori uno dei pochi aspetti positivi in un’economia che soffre della crisi peggiore in almeno 25 anni.

Petrolio: l’Opec vara un taglio record, ma potrebbe non bastare

Economia

Due milioni di barili al giorno pari al 7% della produzione dei paesi del cartello del petrolio: è il più grande taglio dal 1982, quando fu introdotto il sistema delle quote. Una mossa necessaria, per contenere la discesa del prezzo del petrolio che è calato intorno ai 45 dollari, giù del 70% rispetto al livello record del luglio scorso. L’accordo è stato raggiunto stamattina a Orano in Algeria, in uno dei vertici straordinari più importanti della storia dell’Opec (l’organizzazione che raggruppa i 14 maggiori paesi produttori nel mondo).

La conferma è arrivata per bocca del ministro del Petrolio saudita, Ali al-Nuaimi: “C’è il consenso per tagliare la produzione di due milioni di barili”. Alla fine l’hanno spuntata i falchi, Iran e Venezuela, che più volte avevano chiesto un deciso stop alla produzione oltre i 2 milioni di barili al giorno. Per frenare la discesa del prezzo del greggio, a ottobre, l’Opec aveva deciso una riduzione dell’output di 1,5 milioni di barili, che però è servita a ben poco.

Con il taglio di oggi, la produzione Opec scende di due milioni di barili dagli attuali 27,3 milioni di barili al giorno. E seguono la decisione di Orano anche alcuni paesi che non fanno parte del cartello, cui è stato chiesto un taglio fino a 600mila barili al giorno. “Se i prezzi correnti si manterranno sul mercato le imprese russe potrebbero tagliare le loro esportazioni petrolifere fino a 320 mila barili al giorno”, ha detto il vice premier russo Igor Sachin, presente a Orano come osservatore al vertice Opec con una folta delegazione. Nessun negoziato oggi per un ingresso della Russia nel cartello, smentendo voci che erano girate nei giorni scorsi sulla stampa internazionale. Comunque Sechin ha fatto sapere che la Russia intende avere nell’Opec un ruolo di osservatore permanente. Per ora solo l’Azerbaijan è pronto a tagliare la sua produzione di greggio di 300 mila barili al giorno, come ha ribadito il ministro dell’Energia di Baku in Algeria, mentre Messico e Norvegia, altri due grandi produttori non Opec di petrolio, avevano escluso prima ancora del vertice algerino accordi nell’immediato per tagliare la loro produzione.

La mannaia sulla produzione dovrebbe provocare il rialzo del prezzo del petrolio sceso lo scorso mese sotto i 50 dollari al barile e che secondo l’Aie (Agenzia internazionale dell’energia) tornerà a 100 dollari al barile, non appena l’economia tornerà a crescere, e salirà a 200 dollari entro il 2030. Il re saudita, Abdallah, ha più volte ripetuto invece che il prezzo equo è di 75 dollari al barile.

Sigarette: il prezzo “minimo” potrebbe essere illegale per la Ue

Salute in cenere
Forse i fumatori non lo sanno ma i Governi non potrebbero fissare un prezzo minimo per la vendita delle sigarette. E l’Italia per non aver rispettato la normativa comunitaria è stata appena rinviata dopo a giudizio di fronte alla Corte di Giustizia europea e si attende per il prossimo anno il procedimento in aula. Nel 2005 il legislatore, forse in nome della salute pubblica, ha inserito in finanziaria il prezzo minimo per le “bionde” passato progressivamente dai 3 ai 3,50 euro per il pacchetto da 20, e la metà per quelli da dieci. Lo stesso anno la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per incompatibilità con la disciplina comunitaria, per sospetta distorsione del libero mercato.
Nel 2007 a questa procedura si è innestata la denuncia a Bruxelles firmata Yesmoke, un nuovo marchio di sigarette made in Settimo Torinese, che per promuoversi tra i brand più noti sarebbe disposto a vendere un pacco da venti a 3,20 euro. “Le direttive 92/79/CE e 59/95/CE”, spiega l’avvocato torinese Aldo Frignani che in questo procedimento sta assistendo Yesmoke, “fissano al 57% alzandola nel 2002 al 58,5%, l’accisa sui tabacchi lavorati ma ricorda a tutti gli Stati membri che il prezzo minimo deve essere stabilito liberamente dal mercato. A questa percentuale, per quanto riguarda l’Italia va aggiunto il 20% di Iva e un 10% di diritti ai tabaccai”. In altre parole Yesmoke sarebbe disposto a ricavare un margine di 36 centesimi a pacchetto. “Il rinvio a giudizio dell’Italia”, conclude, “segue procedimenti analoghi intrapresi anche contro Francia, Austria e Irlanda”. Quindi, con l’inflazione alle stelle e la benzina a livelli record, i fumatori potranno sperare di vedere ridotta almeno la spesa del fumo. C’è solo da sperare che nessuno decida di cominciare per il prezzo.

Mosca, lo strano caso del palazzo d’oro di Gazprom

La pagina del quotidiano russo Kommersant con la foto del palazzo di via Dubininskaja, a Mosca, battuto all'asta per 100 miliardi di rubli (circa 4 miliardi di dollari)
Dove pensate si trovi il palazzo più caro del mondo? A New York, a Tokio, Dubaj o Londra?
Macché, sta a pochi Km dal centro di Mosca, neanche tanto vicino al Cremlino: in via Dubininskaja.
È un palazzo moderno di 22 piani, niente di particolare, ex sede della Yukos, venduto all’asta fallimentare (molto simile a quella in cui Eni ed Enel si sono impossessate dei giacimenti russi) all’incredibile prezzo di 100 miliardi di rubli (circa 4 miliardi di dollari).
Ad aggiudicarsi la gara una piccola e sconosciuta srl, la Prana, che l’ha spuntata niente meno che sul colosso pubblico del petrolio russo Rosneft.
Chi ha preso parte all’asta dice che sembrava di essere al tavolo da gioco di un Casinò: dopo una serie di rialzi, il prezzo è lievitato a 5 volte il valore iniziale (che era di 22 miliardi rubli). Essendo il palazzo di 28 600 metri quadri, facendo i calcoli si arriva a 140 mila dollari circa (o circa 100 mila euro) al metro quadro. Cifre che seppelliscono i record italiani di via Condotti a Roma (19 mila euro) o del quadrilatero della moda a Milano (con i suoi 16 mila euro).
L’asta è stata battuta l’11 maggio, ma solo pochi giorni fa la vincita è stata ufficializzata dall’Antitrust russa, incuriosita dal fatto che una società così piccola sia riuscita a battere un colosso statale.
Si dice comunque che i bagni del palazzo non siano ornati da rubinetti d’oro: certo, i 22 piani di via Dubininskaja sono ben attrezzati e completamente cablati con la fibra ottica. Ma ciò non basterebbe a giustificare il valore dell’edificio che “sarebbe di qualche centinaia di milioni di dollari”. Sui perché e su chi ci sia dietro l’acquisto, il quotidiano economico russo Kommersant scrive che gli acquirenti potrebbero essere legati a Gazprom, piu precisamente a Gazprombank.
Ma che cosa possa servire a Gazprom un edificio che non sta neanche nel centro di Mosca, (dove i padroni del gas russo dispongono tra l’altro di un enorme grattacielo - oltre a quello messo già in cantiere a San Pietroburgo), non si capisce se non - come sostiene appunto Kommersant - per dimostrare la sua potenza e la sua enorme disponibilità economica, nei confronti di Rosneft.
Insomma: quella andata in scena nell’asta del mese scorso è stata una gara fatta più per l’immagine che per strategie di mercato. Una partita che Gazprom ha voluto stravincere.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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