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di Raffaella Galvani
MULTIMEDIA: Come si va a caccia di clienti
Che sia merito di una intelligente lettura dei nuovi bisogni dei clienti, o piuttosto dell’esigenza di attirare un consumatore sempre meno disposto a spendere, è un fatto che i signori della grande distribuzione nei punti vendita stanno organizzando di tutto.
All’ ipermercato si trovano idraulici e psicologi
Dal centro benessere A Estetica dell’iper Auchan di Mestre, dove, assicurano, ci si può coccolare a metà prezzo rispetto alle spa cittadine, al pronto intervento con tariffe convenzionate (22 euro l’uscita) e preventivo gratuito per idraulico e muratore proposto a Roma e dintorni dalla Coop, che in un Ipercoop di Milano ha persino aperto lo sportello di uno psicologo. Mentre alla Conad offrono la possibilità di pagare al super le tasse comunali: sono partiti con 10 punti vendita dei comuni di Prato, Livorno e Pisa, e progettano di allargarsi a tutta la rete.
Ma, senza nulla togliere alle originali trovate di marketing sul fronte dei servizi, è sul carrello della spesa che si sta combattendo la vera guerra, con tagli dei prezzi mai visti in passato sia sulle marche industriali sia, soprattutto, sui marchi della propria insegna.
“Se sommiamo le offerte promozionali della rete Coop del 2009 previste per tutti i clienti si arriva a 610 milioni, che salgono a 890 includendo quelle riservate ai soci” dice Vincenzo Tassinari, presidente del comitato di gestione della Coop Italia, leader di mercato con 12,7 miliardi di fatturato nel 2008. Punto di forza i quasi 2 mila prodotti alimentari a marchio Coop (si aggiungono 850 prodotti non food), una vera industria che vale 2,8 miliardi e continua a crescere. A fine mese sono in arrivo il vino da tavola Coop, un bianco e un rosso di produzione italiana di qualità venduto in confezione bric da 1 litro a 1 euro, una cola senza coloranti e una merendina per bambini a basso contenuto di grassi.
E se il leader si muove, i concorrenti non stanno a guardare. “Tra aprile 2008 e aprile 2009, tra fresco e confezionato, abbiamo offerto ai consumatori promozioni per circa 525 milioni, pari a una media di oltre 80 euro pro capite di risparmio” riferisce Camillo De Berardinis, amministratore delegato della Conad (8,7 miliardi di fatturato), più che mai deciso a continuare su questa strada, con sconti su oltre 1.500 prodotti che oscilleranno in media tra il 27 e il 35 per cento, sia sul largo consumo confezionato sia sul fresco. “E in offerta non proponiamo lo champagne, ma anche la confezione di sei uova da pochi centesimi” precisano alla Conad.
I re dell’hard discount costretti a rivedere i piani
Questa corsa generalizzata al ribasso, con al centro i già meno cari prodotti delle marche commerciali, ha costretto pure i re dell’hard discount a rivedere i piani. E i prezzi. “Da gennaio 2009 abbiamo tagliato in media del 30 per cento il cartellino di circa 200 prodotti. La campagna è iniziata lo scorso ottobre con 400 articoli e continuerà nei prossimi mesi” dice Andrea Vai, amministratore delegato della Lidl Italia, dove fanno notare come un terzo dei 1.250 prodotti offerti dalla catena abbia un prezzo unitario inferiore a 1 euro.
Se una volta gli sconti erano limitati nel tempo e nelle quantità, oggi sempre più spesso si va sulla promozione permanente. La Coop con “Dalla tua parte noi” ha lanciato a gennaio la vendita di 100 prodotti di prima necessità a marchio Coop ribassati del 20 per cento per tutto il 2009.
Mentre la Esselunga di Bernardo Caprotti (5,7 miliardi di fatturato nel 2008) ha messo sul piatto 70 milioni di euro solo per la campagna “Scendono le materie prime? Giù i prezzi”, che offrirà tutto l’anno sconti tra il 40 e il 50 per cento su un migliaio di referenze. “Un impegno che si aggiunge alle iniziative promozionali a rotazione con cui nel 2008 abbiamo garantito un risparmio per il consumatore di 700 milioni di euro” calcola Gabriele Villa, direttore commerciale.
Convenienza tutto l’anno
C’è chi va ben oltre il supersconto e cambia tutto, a partire dal nome. È il caso del Gruppo Sma, che fa capo al gruppo francese Auchan (4 miliardi di fatturato), dove entro il 2010 spariranno tutte le insegne Sma dei supermercati e Cityper degli iper per trasformarsi in Simply e Ipersimply, un marchio e un modello organizzativo che applica il principio della convenienza tutto l’anno e che, lanciato in via sperimentale a Milano nel 2005 da Antonello Sinigaglia, direttore generale Sma, oggi sta diventando la nuova formula adottata nel mondo da tutti i supermercati del Groupe Auchan.
“Grazie a una revisione totale di spazi, arredi, assortimento, politiche promozionali, e soprattutto del modello organizzativo che abbatte i costi, Simply può attuare una politica di prezzi molto aggressiva” spiega Sinigaglia. Per esempio, un paniere di prodotti di prima necessità a “Prezzo Simply”, ossia il più conveniente presente sul mercato e bloccato per tutto l’anno. Oggi sono 10, l’obiettivo è di preparare un carrello base di 30 prodotti entro il 2009.
Se la formula Simply non esclude l’uso di qualche offerta speciale, alla Unes, la società che gestisce i supermercati del gruppo Finiper (2,6 miliardi di fatturato), con il nuovo super “U2 prezzi bassi 365 giorni l’anno”, destinato a sostituire progressivamente i punti vendita Unes, l’hanno eliminato completamente. “Il cliente è frastornato dall’eccesso di promozioni e da un’offerta di prodotti pletorica, così noi per ogni articolo ci concentriamo su due sole tipologie, marca leader e marca privata, offrendo risparmi sulla spesa che nel caso della nostra private label arrivano al 50 per cento” spiega Mario Gasbarrino, amministratore delegato della Unes (600 milioni di fatturato e 104 punti vendita diretti su circa 170), che ai primi di giugno ha aperto a Milano il ventinovesimo supermercato U2.
Obiettivo: distinguersi nella marea delle offerte
Del resto, che ci si debba inventare altro per distinguersi nella marea delle offerte sono molti manager a pensarlo. Alla Interdis (6,2 miliardi di fatturato e 3 mila punti vendita) hanno stretto un accordo con La Piemontese del gruppo Reale Mutua e a luglio, a partire da 32 punti vendita DiMeglio e Sidis a Brescia, Latina, Bari e Ragusa, entreranno ufficialmente nel mercato con A-sicura, le prime polizze a marca commerciale (una per la casa e una per la responsabilità civile del capo famiglia) con l’obiettivo di coprire 1.000 punti vendita entro il 2010. Poche clausole scritte in caratteri leggibili, semplicità di acquisto (stipulato in un corner specializzato, il contratto in busta sigillata passa allo scanner della cassa e si paga con la spesa), costo competitivo (circa 50 euro). Spiega Giorgio Santambrogio, direttore generale marketing della Interdis: “Con le promozioni sui prodotti stiamo facendo tutti il massimo, la vera sfida oggi è proporre convenienza con la marca commerciale anche su nuovi servizi necessari per la famiglia”.
Nel carrello solo il necessario
La parola chiave è necessario, perché il consumatore con pochi soldi punta, confermano tutti gli operatori del settore, a un carrello dove entra solo ciò che costa poco e serve davvero. Così alla Coop, che ha aperto già 88 parafarmacie che fatturano 68 milioni, guardano alla salute. Accusa Tassinari: “È un’area importante nella spesa familiare ma si procede a fatica. Nel 2009 pensavamo di arrivare a produrre una decina di farmaci generici a marchio Coop, invece siamo indietro. Dopo l’acido acetilsalicilico (come dire aspirina) abbiamo appena lanciato il paracetamolo (tachipirina), con un taglio del 60 per cento sul prezzo dei prodotti equivalenti venduti in farmacia”.
E, sempre guardando alle spese necessarie della famiglia, per la prima volta la Coop sta studiando seriamente il progetto della benzina.
Anche la Conad, che ha al suo attivo una trentina di parafarmacie e quattro distributori, mette nella strategia del carrello la salute e il carburante.”A settembre 2009, sul modello del nostro partner francese negli iper E. Leclerc, apriremo quattro negozi sperimentali di ottica” anticipa De Berardinis, che ipotizza una rete di 50 punti vendita.
Per la benzina sono previste sei nuove pompe in Campania, Lazio, Emilia-Romagna e Sardegna. “La benzina potrebbe tranquillamente costare almeno 7-8 centesimi meno al litro, il problema è che tutta la filiera è in mano alle compagnie petrolifere” conclude De Berardinis.
C’è anche chi, come la Esselunga, non prevede invece diversificazioni. “Tutti i nostri sforzi vanno in direzione del carrello dei prodotti alimentari, in particolare freschi e freschissimi, che sono il 50 per cento delle nostre vendite” precisa Villa. Che anche per il 2009 offre un carrello base low cost di oltre 20 prodotti a meno di 20 euro.
Ridurre i passaggi della filiera
Tutti sono convinti che alla fine la guerra si vinca sulla spesa e per tagliare i prezzi lavorano sui costi, cercando di ridurre i passaggi della filiera. Alla Sma, grazie a un accordo sulla carne bovina e suina con la Aliprandi di Brescia, che si occupa di tutto, dall’allevamento al confezionamento, alla distribuzione nei 100 punti vendita del Nord-Est, si garantisce un risparmio al consumatore del 10 per cento. E iniziative simili copriranno l’intera rete di vendita entro il 2010.
Ma vista questa corsa al ribasso, come si spiegano le proteste di consumatori da un lato e della Coldiretti dall’altro, secondo i quali i prezzi di alcuni prodotti, vedi la pasta, non scendono come quelli delle materie prime alla produzione? I signori dei supermercati, deposta l’ascia di guerra, su questo punto fanno fronte comune. Persino Coop ed Esselunga si trovano concordi. “Con il 20 per cento di sconto previsto per tutto il 2009 su 100 prodotti, pasta compresa, siamo perfettamente allineati al calo dei prezzi. Anzi, sulla pasta proprio non guadagniamo, siamo a punto di pareggio” sostengono alla Coop. Alla Esselunga stessa musica. “Vendevamo la pasta Esselunga a 0,96 euro al kg, con il calo del grano siamo scesi a 72 centesimi, mentre la pasta primo prezzo è passata da 67 centesimi a 50″ ribadisce Villa.
A questo punto la parola, anzi la calcolatrice, passa ai clienti. Con una certezza: orientarsi in questa guerra di numeri sarà sempre più difficile.
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- Tags: Alemagna, alimentari, azienda, Bauli, business, cede, dolci, gelati, Motta, Nestlé, panettoni, prodotti, settore, surgelati
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Italia-Svizzera e ritorno. Dopo 16 anni gli storici panettoni Motta e Alemagna potrebbero tornare italiani. A “mangiarseli” potrebbe essere la Bauli, già leader nella produzione di dolci per le feste (panettoni, pandori e colombe), che ha avviato trattative in questo senso con il gruppo Nestlè.
La multinazionale svizzera punta a cedere il business dei prodotti dolciari da ricorrenza e i due storici marchi, escluse le attività di Motta e Alemagna nel settore dei gelati e surgelati, che resteranno a Nestlè.
L’operazione, qualora andasse in porto, è destinata a rafforzare ulteriormente la posizione di Bauli sul mercato dei dolci da ricorrenza. Il panettone Motta è infatti oggi il più venduto in Italia e, complessivamente, Motta e Alemagna detengono la seconda quota del mercato dei dolci da ricorrenza in Italia, alle spalle della stessa Bauli che - secondo quanto riporta l’azienda sul proprio sito web - detiene oltre un quarto di tutto il mercato a Natale e Pasqua con punte anche del 38% nel segmento del pandoro.
La trattativa in corso tra Nestlè e Bauli prevede, oltre alla cessione dei due marchi, anche la vendita del sito produttivo di San Martino Buon Albergo (Verona). La multinazionale svizzera - si legge in una nota del gruppo - ha riscontrato nella proposta di Bauli coerenze strategiche nello sviluppo del business, garanzie di salvaguardia delle attività dello stabilimento veronese, continuità occupazionale e affidabilità nella gestione di marchi storici.
I brand Motta e Alemagna, nati da due aziende familiari milanesi negli anni Venti e poi rilevati dalla Sme del gruppo Iri, vennero acquistati dalla Nestlè nel 1993: allora i due marchi storici avevano numerosi problemi di redditività e di business, ma il gruppo elvetico ha fortemente investito sulle loro produzioni e ne ha rilanciato gamma e consumi. Il marchio Motta, il cui prodotto più famoso agli inizi era il tradizionale panettone meneghino, è poi diventato centrale anche nel settore dei gelati, dove è presente fin dagli anni ‘50: in questo campo, però, la Nestlè intende ora mantenere la proprietà del marchio, come pure dell’Alemagna, continuando nella produzione di gelati.
L’ufficializzazione della trattativa fa crescere intanto la preoccupazione dei sindacati, già allarmati nei giorni scorsi dalle indiscrezioni circolate sulla stampa. “Una volta per tutte la Nestlè deve dire cosa intende fare realmente con le produzioni italiane”, ha detto il segretario nazionale della Flai-Cgil, Antonio Mattioli. Il sindacato, che è preoccupato del mantenimento dei livelli occupazionali a San Martino Buon Albergo, dove sono occupati 800 lavoratori fra fissi e stagionali, ha confermato per il 5 giugno 8 ore di sciopero in tutti gli stabilimenti Nestlè.

Negli ultimi mesi la credibilità della qualità delle produzioni cinesi è stata messa in discussione da diversi scandali. Tra tutti, hanno avuto più risalto a livello internazionale quelli dei giocattoli tossici, del latte alla melamina e dell’acqua al cloro.
Le vittime principali dei mancati controlli nelle diverse tappe delle catene di montaggio cinesi sono i bambini, e nonostante il governo di Pechino abbia tentato di rimediare ad alcune delle inefficienze del Paese, controlli a tappeto nella provincia meridionale del Guangdong hanno rivelato che seppure il 95% dei giocattoli e il 67,7% dei mobili per bambini messi sul mercato possa essere oggi considerato “sicuro”, il tasso di affidabilità dei prodotti crolla nel settore dell’abbigliamento, in cui poco meno del 50% degli articoli messi in vendita contiene una quantità di reagenti chimici talmente elevata che nel lungo periodo rischia di intossicare i neonati.
Le aziende coinvolte nell’inchiesta hanno cercato di difendersi accusando i rispettivi fornitori di filati che, per risparmiare, tenderebbero a colorare le rocche di filo grezzo con additivi ricchi di formaldeide, sostanzia potenzialmente cancerogena la cui ingestione o esposizione a quantità consistenti può risultare letale anche per gli adulti.
Gli stabilimenti in cui sono stati rintracciati i capi più pericolosi per la salute dei minori sono stati chiusi e i prodotti precedentemente messi sul mercato verranno al più presto ritirati, mentre i vestiti di tutte quelle aziende i cui standard qualitativi sono stati giudicati al di sotto della soglia di sicurezza sì, ma “non così tanto”, dovranno semplicemente essere sottoposti, più spesso, a controlli più seri.

Male a febbraio il commercio estero italiano, spinto al ribasso dal calo a due cifre delle esportazioni e importazioni di auto. La flessione per la voce “mezzi di trasporto”, rileva infatti l’Istat, è del 41,3 per cento, all’interno del quale gli autoveicoli registrano un -46 per cento. Contrazione anche per le importazioni: -34,2 per cento per i mezzi di trasporto e -37,8 per le auto.
Le riduzioni delle esportazioni hanno coinvolto tutti i settori: tra i più colpiti anche i metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-33,1%), i macchinari ed apparecchi (-33%), le sostanze e prodotti chimici (-29,5%), gli articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-28,9%, all’interno dei quali gli altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi registrano un -36,8 %), gli apparecchi elettrici (-27,3% ) e i prodotti delle altre attività manifatturiere, con una flessione del 22,7%, all’interno dei quali i mobili registrano un meno 21,6 %.
Il saldo commerciale - spiega l’Istat - è risultato negativo per 105 milioni di euro, contro un saldo positivo pari a 864 milioni di euro rilevato nello stesso mese del 2008.
Nel confronto con gennaio, i dati destagionalizzati segnalano a febbraio 2009 una flessione del 4,7 per cento per le esportazioni e del 3,4 per cento per le importazioni. Negli ultimi tre mesi, rispetto ai tre mesi precedenti, i dati destagionalizzati mostrano un calo del 10 per cento per i flussi in uscita e dell’11,2 per cento per quelli in entrata. Nel primo bimestre 2009, rispetto allo stesso periodo del 2008, le esportazioni sono diminuite del 25,4 per cento e le importazioni del 23,8 per cento. Nello stesso periodo il saldo è stato positivo per 276 milioni di euro, a fronte di un avanzo di 1.103 milioni di euro registrato nello stesso periodo del 2008.
Rispetto ai Paesi, sempre nel mese di febbraio 2009, la dinamica tendenziale delle esportazioni è stata negativa verso tutti i partner commerciali tranne Lussemburgo (più 1,5 per cento); in particolare, tra i maggiori partner, diminuzioni significative hanno riguardato la Spagna (meno 41,2 per cento), il Regno Unito (meno 31,5 per cento), il Belgio (meno 25,4 per cento), i Paesi Bassi (meno 24,1 per cento), la Francia (meno 23,0 per cento) e la Germania (meno 22,9 per cento). Le importazioni dai principali partner commerciali sono diminuite dalla Spagna (meno 30,6 per cento), dalla Francia (meno 29,3 per cento), dalla Germania (meno 23,8 per cento), dai Paesi Bassi (meno 22,8 per cento) e dal Regno Unito (meno 21,0 per cento).
Nei primi due mesi del 2009, rispetto allo stesso periodo del 2008, le esportazioni sono maggiormente diminuite verso la Spagna, il Regno Unito, la Grecia, la Germania e la Francia. Dal lato delle importazioni, le riduzioni più accentuate si sono registrate per Spagna, Belgio, Francia, Germania e Regno Unito.
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“L’acquisizione può avere un’influenza negativa sulla concorrenza e non è consentita dalla legge antimonopolio”. Suona curioso pensare che queste parole siano state pronunciate dalla Cina (Paese in cui la legge in questione è in vigore solo da agosto 2008) in relazione al tentativo di acquisto, da parte della Coca Cola, della più grande compagnia locale di bevande alla frutta, la Huiyuan Juice Group Ltd, che nel settore controlla in 40% del mercato.
Il gigante statunitense pianifica da tempo l’idea di entrare sul mercato cinese acquistando un’azienda che gli permetta di ampliare la propria fetta di mercato locale in un ramo in cui si sente particolarmente debole. Per il controllo di Huiyuan Coca Cola ha offerto nel settembre del 2008 2,4 miliardi di dollari. Ma il governo ha deciso di fermare quella che si sarebbe configurata come la più grande acquisizione di una compagnia cinese da parte di un investitore straniero. Secondo il Ministro del Commercio di Pechino, se l’accordo fosse stato raggiunto la Coca Cola si sarebbe assicurata una posizione dominante sul mercato, e i consumatori cinesi sarebbero poi stati costretti ad acquistare i prodotti del gigante americano al prezzo sicuramente più alto che quest’ultimo avrebbe imposto.
I rappresentanti di Huiyuan e Coca Cola hanno fatto sapere che rispetteranno la decisione del Ministro, ma mentre Huang Wei, analista cinese specializzato nel mercato delle bevande, sostiene che l’investimento americano avrebbe senza dubbio favorito la competitività sul mercato cinese o quanto meno la modernizzazione degli stabilimenti Huiyuan, è evidente quanto nella loro le autorità cinesi abbiano considerato altre variabili e giudicato il mercato dei succhi di frutta troppo redditizio per essere lasciato nelle mani degli statunitensi. Dal 2004 ad oggi, in Cina le vendite in questo settore sono aumentate dell’89%, quelle di bevande gassate “solo” del 42%.
E mentre i cinesi si rassegnano all’idea di continuare a bere succhi di frutta locali, a pochi chilometri di distanza, a Pyongyang, i coreani del Nord sperano di ricevere un altro tipo di autorizzazione dal loro regime: quella di assaggiare qualche specialità italiana in un nuovissimo ristorante appena aperto nella capitale. Secondo quanto diffuso dalla stampa giapponese, nel 2008 Kim Jong-il avrebbe spedito un paio di chef coreani in Italia ad imparare i segreti della nostra cucina per poi metterli a disposizione del suo popolo. Una dimostrazione di magnanimità da parte del Caro Leader? No. È più probabile che si tratti del suo ennesimo capriccio, visto che la maggior parte della popolazione, in Corea del Nord, continua a vivere nella povertà (e nel terrore) più assoluti.
Il prodotto interno lordo nel 2008 è calato dell’1% rispetto all’anno precedente. Lo comunica l’Istat che ha rivisto la stima preliminare del -0,9%.L’ultima stima ufficiale del governo, quella contenuta nell’aggiornamento del Programma di stabilità, attestava una diminuzione del Pil nel 2008 dello 0,6%.
Il calo del prodotto interno lordo registrato nel 2008 è il dato peggiore mai registrato dal 1975, quando la diminuzione del prodotto interno lordo era stata del 2,1%, conferma l’Istat, aggiungendo che ad un dato simile a quello del 2008 si era arrivati nel 1993 quando il Pil era diminuito dello 0,9%
Nel 2008 il valore del Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.572.243 milioni di euro correnti, con un aumento dell’1,8% rispetto al 2007. Il Pil nel 2008, espresso ai prezzi dell’anno precedente, è diminuito dell’1%.
L’Istat ha anche rivisto il dato sulla crescita del 2007: si tratta di una revisione al rialzo, dall’1,5% della stima fatta lo scorso anno, all’1,6%.
Analizzando i dati relativi alla formazione del prodotto interno lordo nel 2008, gli investimenti fissi lordi hanno mostrato una contrazione del 3%, risultato di una flessione di quelli in macchinari ed attrezzature (-5,3%), in costruzioni (-1,8%), in mezzi di trasporto (-2,1%) e di una stabilità dei beni immateriali.
Le esportazioni di beni e servizi hanno registrato una diminuzione del 3,7%.
Dal punto di vista della formazione del prodotto il valore aggiunto dell’industria in senso stretto è diminuito del 3,2%, quello delle costruzioni dell’1,2% e quello dei servizi dello 0,2%. “Solo il valore aggiunto del settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca - fa notare l’istituto di statistica - ha fatto registrare una crescita del 2,4%”.
Un contributo negativo alla variazione del Pil è venuto dalla domanda nazionale al netto della variazione delle scorte (-1 punto percentuale), mentre la domanda estera netta ha dato un apporto positivo di 0,3 punti percentuali.
Il dato negativo del Pil italiano non è in linea con l’andamento della crescita registrato nel 2008 negli altri grandi Paesi europei, che indicano per il Pil un aumento dell’1,3% in Germania, dell’1,1% negli Stati Uniti, dello 0,7% nel Regno Unito e in Francia; e una diminuzione dello 0,7% in Giappone.
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LEGGI ANCHE: Il Pil americano rivisto al ribasso: -6,2 per cento nel quarto trimestre 2008

Le vendite al dettaglio nel 2008 hanno segnato una contrazione dello 0,6% rispetto alla media del 2007, registrando la peggiore performance dal 1997. Il calo registrato nel complesso del 2008, ha comuniocato oggi l’Istat, è il peggiore da quando è iniziata la serie storica, hanno precisato i tecnici del’Istat, aggiungendo che la precedente variazione negativa in media d’anno risale al 2004, quando si era registrato un -0,4%. Nel complesso del 2008, in particolare, le vendite della grande distribuzione hanno segnato un aumento dell’1%, mentre quelle delle imprese operanti su piccole superfici hanno subito una flessione del 2%: gli incrementi più significativi hanno riguardato gli hard discount (+1,4%) e i grandi magazzini (+1,2%). Guardando alla dimensione delle imprese, le vendite sono diminuite del 2,2% nelle piccole imprese e dell’1,6% nelle medie, mentre son o aumentate dello 0,4% nelle grandi imprese.
Dall’analisi dei prodotti non alimentari emerge che nel 2008 tutti i prodotti hanno registrato flessioni rispetto al 2007: il calo più significativo è stato registrato dagli
elettrodomestici, radio, tv, registratori (-2,5%), mentre quello più contenuto spetta ai prodotti farmaceutici (-1%) e alle dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia e generi casalinghi durevoli e non durevoli (-1,4% per entrambi).
A livello geografico, il valore totale delle vendite al dettaglio nel 2008 e’ rimasto invariato nel nord-est ed è diminuito nelle altre ripartizioni, con la flessione piu’ ampia
nel Centro (-1,4%).