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Il cartello della pasta: maxi multa dell’Antitrust ai produttori

Un'immagine di archivio con vari tipi di pasta

In tutto 12,5 milioni di euro: questa la sanzione che l’Antitrust ha inflitto al “cartello” delle pasta: 26 produttori di pasta e l’associazione di categoria Unipi per aver costituito, nel corso del 2006 e 2008, due intese restrittive della concorrenza.
Il Garante ha infatti deliberato (qui il provvedimento, in .pdf) che le società Amato, Barilla, Colussi, De Cecco, Divella, Garofalo, Nestlè, Rummo, Zara, Berruto, Delverde, Granoro, Riscossa, Tandoi, Cellino, Chirico, De Matteis, Di Martino, Fabianelli, Ferrara, Liguori, Mennucci, Russo, La Molisana, Tamma, Valdigrano, insieme all’Unipi, Unione Industriali Pastai Italiani, hanno posto in essere un’intesa restrittiva della concorrenza finalizzata a concertare gli aumenti del prezzo di vendita della pasta secca di semola da praticare al settore distributivo.

I produttori sanzionati - fa sapere l’Antitrust con una nota - sono rappresentativi della stragrande maggioranza del mercato nazionale della pasta (circa il 90%) e Unipi è l’associazione di categoria più rappresentativa del settore. L’Autorità ha sanzionato, con 1.000 euro, anche l’intesa realizzata da Unionalimentari, Unione Nazionale della Piccola e Media Industria Alimentare che, in quanto associazione d’impresa, ha divulgato una propria circolare per indirizzare gli associati verso un aumento uniforme di prezzo.
Nella determinazione dell’importo base delle sanzioni l’Autorità “ha ampiamente tenuto conto della situazione economica del settore della pasta, in considerazione dell’eccezionale incremento subito dal costo della materia prima nonché della complessiva situazione di progressivo peggioramento delle performance economiche delle imprese del settore”. Le due intese hanno di fatto interessato l’intero mercato della produzione della pasta ed hanno avuto effetti evidenti sul mercato in termini di aumento medio dei prezzi di cessione alla grande distribuzione organizzata e, conseguentemente, del prezzo finale praticato dai distributori ai consumatori.
In particolare - spiega l’Antitrust - l’intesa realizzata da Unipi e dai 26 produttori è durata dall’ottobre 2006 almeno fino al primo marzo 2008. Dal maggio 2006 al maggio 2008 il prezzo di vendita della pasta al canale distributivo ha registrato un incremento medio pari al 51,8%, in buona parte trasferito al consumatore, visto che il prezzo finale è cresciuto nello stesso periodo del 36%.
Per quanto concerne l’intesa tra i 26 produttori e l’Unipi, nell’istruttoria l’Antitrust non ha contestato la necessità delle singole aziende di procedere ad autonomi aumenti di prezzo, a fronte di un incremento del costo della materia prima, ma la decisione congiunta e le modalità anticoncorrenziali con le quali si è arrivati agli aumenti stessi. Secondo l’Antitrust i copiosi documenti rinvenuti nel corso dell’istruttoria dimostrano inequivocabilmente che le imprese hanno concertato una comune strategia di aumenti dei prezzi. Questo ha permesso alle aziende di piccole dimensioni, caratterizzate da costi produttivi più elevati (dovuti a una minore efficienza produttiva) di aumentare i prezzi: le catene distributive, in presenza di incrementi generalizzati, sono state infatti costrette ad accettare i nuovi listini. Da parte loro le imprese maggiori, che non volevano essere le sole ad aumentare i prezzi, hanno azzerato il rischio di perdere significative quote di mercato. L’istruttoria ha dimostrato che alcune società (Amato, Barilla, Divella, Garofalo, Rummo e Z

ara) hanno inoltre svolto un particolare ruolo di coordinamento dell’organizzazione dell’intesa, operando anche in stretta connessione con Unipi, con riunioni ristrette finalizzate a monitorare l’andamento dei listini e la tenuta dell’intesa.
Ma l’Unione industriali pastai italiani (Unipi) non ci sta e replica al verdetto dell’Antitrust, sottolineando che nel settore “non vi sono state speculazioni, né si è mai configurato alcun accordo lesivo degli interessi dei consumatori”. Le ragioni che hanno determinato tensioni sul prezzo al consumo della pasta, per l’Unipi, “sono riconducibili, in particolare, all’andamento dei fattori di costo di produzione, il più importante dei quali è rappresentato della materia prima, la semola di grano duro”.
Anche Barilla si dice estranea ad azioni di cartello. La nota azienda emiliana “non condivide la sostanza e le conclusioni del provvedimento” dell’Antitrust e dichiara “di essere estranea a presunte azioni di cartello ai fini di determinare un aumento dei prezzi della pasta”. In una nota Barilla sottolinea, anche “per quanto attiene il periodo di indagine, di aver agito, come sempre nei suoi oltre 130 anni di storia, secondo criteri di assoluta trasparenza e con la massima libertà nel determinare la propria politica commerciale (prodotti di qualità superiore al giusto prezzo), in un settore caratterizzato da un’accesa competizione, accentuata negli ultimi anni dall’ingresso delle marche private sul mercato”.

Il secondo senso - Colpa nostra

“Il vertice ha confermato la volontà dei Paesi produttori e consumatori di petrolio di avviare un processo di collaborazione con impegni concreti per stabilizzare il prezzo”
(Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo Economico dopo il vertice Opec di Gedda).
Voleva dire:
“Tutto inutile. Loro dicono che a fare aumentare il prezzo non è la scarsità ma la speculazione internazionale. Cioè, secondo loro, è colpa nostra, quindi non aumenteranno la produzione”.

La grande distribuzione si converte all’equosolidale

La catena di supermercati inglese Sainsbury ha incrementato la gamma di banane Fairtrade e annunciato una totale sostituzione dell’intera gamma | foto di boulanger tratta da Flickr
Più bio per tutti. Non solo, anche più equo. La vendita dei prodotti a marchio Fairtrade, nel 2006 è aumentata del 41 per cento. Una cifra record, appena registrata e segnalata a Flo, il Coordinamento internazionale dei marchi di garanzia del commercio equo.
Secondo i dati, lo scorso anno i consumatori di tutto il mondo hanno speso 1,6 miliardi di euro per l’acquisto di prodotti a marchio Fairtrade: con un notevole vantaggio per il milione e quattrocentomila produttori e lavoratori del sud del mondo. Il prodotto più acquistato è naturalmente il cacao (la vendita è aumentata del 93 per cento), seguito da caffé del (53 per cento), tè (41 per cento) e banane del (31 per cento).
Il motivo? Una maggiore sensibilità da parte della grande distribuzione. Ecco qualche esempio: la catena di supermercati inglese Sainsbury ha incrementato la gamma di banane Fairtrade e annunciato una totale sostituzione dell’intera gamma. Un’altra catena inglese, la Mark & Spencer, ad aprile ha convertito tutti i pacchetti di tè e caffè in prodotti del commercio equo. La Dunkin Donuts ha adottato una politica Fairtrade per il 100 per cento del caffé venduto in America del Nord e in Europa. Nel settembre 2006, Insomnia Coffee Company in Irlanda (dove le vendite di prodotti equo e solidali sono aumentate in un anno del 75 per cento) ha annunciato che il caffè servito nei punti vendita di tutto il Paese sarà Fairtrade.

Prodotti equo e solidali. Secondo i dati, lo scorso anno i consumatori di tutto il mondo hanno speso 1,6 miliardi di euro per l’acquisto di prodotti a marchio Fairtrade: con un notevole vantaggio per il milione e quattrocentomila produttori e lavoratori del sud del mondo | Foto tratta dal sito www.fairtrade.net
Lo stesso ha fatto Scandic and Hilton, una delle più importanti catene di hotel della Svezia. E ancora, in Canada, Via Rail, la rete ferroviaria nazionale, a bordo dei suoi treni serve solo caffé Fairtrade. In Italia sono stati lanciati nuovi prodotti tra cui le rose e i jeans fatti con cotone equo e solidale. In Svizzera le banane certificate Fairtrade sono il 55 per cento della vendita totale di banane.
È così che nel corso del 2006 (secondo le stime di Flo), le vendite di solo caffè a marchio equo hanno portato alle cooperative di produttori circa 41 milioni di euro in più.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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