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foto kevindooley/flickr
Sarà anche vero che “la peggiore crisi dal dopoguerra” si sta avviando verso la fine (tra l’altro ne è convinto, secondo un sondaggio reso noto oggi da Coldiretti, il 60% degli italiani), ma lo scenario che si lascia dietro nella penisola è simile a un campo di battaglia. Continua
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(Credits: kevindooley by Flickr)
A dispetto di un commercio bilaterale che continua a crescere e frequentissimi incontri al vertice in cui si parla di amicizia e coesistenza pacifica, Cina e India non vanno d’accordo su nulla. Competono in Asia, in Africa e in America Latina per il controllo di risorse energetiche, materie prime e rotte marittime; restano fedelissime ai propri interessi nazionali e, sul piano internazionale, vanno in cerca di alleanze trasversali in grado di aiutarle a controbilanciare quello che percepiscono come un vicino scomodo.
Nella lotta al riscaldamento globale, complice la necessità di salvaguardare un interesse comune, quello di rilanciare, soprattutto in tempi di crisi, la crescita nazionale, i due colossi orientali hanno deciso di allearsi. I delegati di Pechino e Nuova Delhi si sono infatti trovati d’accordo nel comunicare alla Segreteria Generale delle Nazioni Unite di non essere disposti ad approvare nessuna intesa ambientalista che possa comportare un rallentamento della loro crescita economica, in conseguenza del quale potrebbero ritrovarsi entrambi sulla strada della povertà anzichè su quella del progresso.
In realtà, a bloccare lo sviluppo dei due paesi ci sta già pensando la crisi. Stando alle stime della Banca Mondiale, in Cina la crescita è crollata in pochi mesi dal +10/11 per cento al +6,5 per cento, in India dall’ +8/9 per cento al +4. Valori positivi, ma insufficienti sia per continuare la lotta alla povertà estrema sia per mantenere la stabilità sociale.
Tuttavia, per evitare di dipingersi come paesi irresponsabili, i delegati di Pechino e Nuova Delhi hanno specificato che i loro governi sono da tempo impegnati nella lotta al riscaldamento globale. Allo stesso tempo, però, per tutelare il benessere delle rispettive popolazioni, si trovano costretti a porre un limire alle possibili ingerenze della comunità internazionale sulle politiche verdi nazionali.
Alla ricerca di un’intesa che vada bene a tutti, Yvo de Boer, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ha lanciato l’ipotesi della crescita verde. Ma bisognerà vedere se, entro il vertice di Copenhagen di fine anno in cui la comunità internazionale verrà chiamata a prendere una decisione sul protocollo post-Kyoto, riuscirà a trovare una strategia efficace per concretizzarla.
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Le bevande “al gusto” o “al sapore” di arancia senza che il frutto vi sia contenuto non arriveranno in Italia. È l’impegno che il Governo italiano ha deciso di intraprendere per porre rimedio agli effetti dell’emendamento alla legge comunitaria approvata al Senato che taglia l’obbligo del contenuto minimo del 12 per cento di succo di agrumi previsto fino ad ora per questo tipo di bevande. Il testo che passa alla Camera prevede infatti l’abrogazione dell’articolo 1 della legge 286 del 1961 secondo il quale le bevande analcoliche vendute con denominazioni di fantasia, il cui gusto ed aroma fondamentale deriva dal loro contenuto di essenze di agrumi, o di paste aromatizzanti di agrumi, non possono essere colorate se non contengono anche succo di agrumi in misura non inferiore al 12 per cento.
Un danno che sarebbe stato principalmente economico perché si sarebbe verificata una drastica riduzione del consumo di frutta: non meno di 120 milioni di chili di arance all’anno prodotti in 6 mila ettari di agrumeti, per una cifra superiore ai 200 milioni di euro, secondo le stime di Coldiretti. I più grandi produttori mondiali di arance sono il Brasile (con circa il 30 per cento dell’intera produzione mondiale), seguito da Stati Uniti (14 per cento) e Messico (7 per cento). Nel bacino del Mediterraneo i principali paesi produttori sono Spagna e Italia, seguiti da Egitto, Turchia, Grecia, Israele e Algeria. In Italia, la produzione di arance durante il 2006 è stata di 25 milioni di quintali per una superficie investita di 105 mila ettari. E per il biennio 2008/09 è prevista una forte flessione, rende noto l’Ismea che stima in Italia un raccolto in calo del 33 per cento su base annua e del 29 per cento rispetto alla media delle ultime tre campagne. La riduzione è da imputare ai problemi causati dalle gelate primaverili in tutte le principali aree produttive, con le basse temperature, ben inferiori alla media stagionale, che hanno determinato un forte calo delle rese. In Sicilia, in particolare, si prevede una contrazione dei raccolti del 24 per cento, con riduzioni fino al 38 per cento in Calabria e del 35 per cento in Puglia.
Un colpo alle casse e uno alla salute, considerato che molte di queste sostanze sono oggetto di studi e verifiche per il loro supposto effetto negativo sui bambini e sul preoccupante aumento della percentuale di casi di obesità e soprappeso, che tra i giovani italiani ha raggiunto il 30 per cento. Ora, secondo le associazioni di categoria, la speranza è che questa “battaglia di civiltà e rispetto verso il nostro “made in Italy” si estenda dall’aranciata senza arance al “vino senza uva” realizzato dalla fermentazione di frutta, fino al formaggio prodotto utilizzando caseina e caseinati al posto del latte. L’abbassamento della qualità dell’alimentazione di fronte alla crisi è un rischio reale che, per Coldiretti, “colpisce le classi economicamente più deboli costrette a risparmiare sul cibo e per le quali è più elevata l’incidenza della spesa alimentare sul totale”.
Bevande che non hanno frutta e vino che non è vino. Se questo è il futuro, è bene vigilare molto attentamente, afferma Confagricoltura: “Difendiamo la legge 286, ma educhiamo i ragazzi di tutte le scuole. Inserire nei programmi scolastici l’educazione al consumo sarebbe il vero passo in avanti che ci consentirebbe di affrontare con maggior serenità argomenti delicati come questo”.
L’approvazione della riforma comunitaria del mercato ha sancito inganni vecchi e nuovi: dal consenso all’aggiunta di zucchero nei vini prodotti nel nord Europa, al rosè ottenuto miscelando vini bianco e rosso al posto della tradizionale vinificazione in bianco delle uve rosse senza obbligo di indicarlo. Norme che vanno in contrasto con le cifre diffuse dal centro studi di Mediobanca, secondo cui i consumi familiari di vino a denominazione di origine sono cresciuti del 7 per cento nel 2008, in netta controtendenza rispetto all’andamento generale. Anche grazie alla vendemmia nazionale che ha toccato i 45 milioni di ettolitri (+ 5 per cento) mettendo a segno uno storico sorpasso sulla Francia dove la raccolta dell’uva è stata stimata in calo del 5 per cento per un quantitativo di 44 milioni di ettolitri.

Crollano fatturato e ordini dell’industria a gennaio. L’indice del fatturato corretto per gli effetti del calendario, segnala l’Istat, ha registrato una diminuzione tendenziale del 19,9% (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 22 di gennaio 2008), mentre l’indice grezzo degli ordinativi ha segnato una riduzione tendenziale del 31,3%. Entrambi gli indicatori sono scesi del 2,1% rispetto a dicembre. Nel confronto su base trimestrale, il fatturato scende dell’8,8% e gli ordinativi del 14,2%.
Entrambi gli indici tendenziali rappresentano il peggior dato dal 1991. Nel dettaglio: gli indici destagionalizzati del fatturato per raggruppamenti principali di industrie hanno segnato variazioni congiunturali positive del 5,9% per l’energia e dello 0,1% per i beni di consumo (-3,1% per quelli durevoli e +0,8% per quelli non durevoli). Si sono registrate variazioni negative del 5,9% per i beni strumentali e del 2,5% per i beni intermedi. L’indice del fatturato, corretto per gli effetti di calendario, ha registrato a gennaio diminuzioni tendenziali del 28,4% per i beni intermedi, del 28,1% per l’energia, del 19,7% per i beni strumentali e del 4,8% per i beni di consumo (-21,2% per quelli durevoli e -2% per quelli non durevoli).
E continua la discesa per l’industria degli autoveicoli. A gennaio il fatturato ha segnato un crollo del 47,4% (26,3% a dicembre). L’Istat chiarisce che il calo è stato sul mercato interno del 42,8%, e su quello estero del 52,3% (a dicembre erano stati rispettivamente del 29,3% e del 21,3%. Si tratta di dati grezzi. Male anche gli ordinativi che hanno segnato un calo del 26,3%, dovuti ad un calo sul mercato interno del 30,5% e su quello estero del 26,3%.
A gennaio l’indice del fatturato corretto per gli effetti di calendario ha segnato le diminuzioni tendenziali più significative nel settore della fabbricazione di mezzi di trasporto (-37,1%), della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti) (-33,3%) e della fabbricazione di prodotti chimici (meno 29,2 per cento). Le variazioni negative più marcate dell’indice grezzo degli ordinativi hanno riguardato invece la fabbricazione di macchinari ed attrezzature n.c.a. (-41%), la metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti) (-40%) e la fabbricazione di mezzi di trasporto (-39%).
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Crollo del Pil, peggioramento dei conti pubblici e aumento della disoccupazione. Non sono rosee le previsioni di Confindustria per l’economia italiana nel 2009, anche se non mancano i segnali di ripresa a partire dal 2010 e buone notizie dal calo dei tassi e del petrolio.
In particolare, per il prodotto interno lordo, il Cestro Studi ha rivisto al ribasso le stime del 2009: quest’anno il pil dovrebbe diminuire del 3,5% mentre le stime dello scorso dicembre parlavano di un calo dell’1,3% e quelle di febbraio indicavano una contrazione del 2,5%. Uno scenario che si spiega con la marcata contrazione delle attività nella seconda parte del 2008 e della prima parte del 2009. Tuttavia, dal secondo semestre dell’anno, ci saranno segnali di ripresa e nel 2010 il Pil dovrebbe registrare una crescita dello 0,8%.
Come ha spiegato il direttore del Centro studi di Confindustria Luca Paolazzi il dato risente degli effetti del picco recessivo che si è avuto a cavallo tra il 2008-2009. “La marcata contrazione dell’attività”ha spiegato, “in questo periodo, ha lasciato una eredità negativa di quasi due punti. Qualunque cosa succeda ha poca incidenza sulla media. Anche in presenza di una ripresa molto forte nella seconda metà dell’anno, la flessione potrebbe attestarsi dal 3,5% al 3,2%”. Inoltre, la produzione industriale ha continuato a registrare una forte caduta e gli indicatori, dagli ordini alla fiducia del manifatturiero (il minimo a febbraio è stato pari a 63,2), indicano che non ci sarà una svolta prima dell’estate.
In peggioramento anche i conti pubblici. A causa delle minori entrate e delle maggiori spese pubbliche dovute alla cattiva congiuntura, il deficit è destinato ad aumentare nel corso di quest’anno al 4,6% del Pil, dal 2,7% nel 2008 per poi iniziare a rientrare nel 2010 (4,3%). Il debito pubblico cresce dal 105,8% del Pil nel 2008 al 112,5% nel 2009 fino a toccare nel 2010 il 114,7%, valore di poco inferiore a quello del 1998.
Altra nota dolente riguarda l’occupazione: nel periodo che va dalla seconda metà del 2008 alla seconda metà del 2010 verranno persi 507mila posti, il 2,2% dell’occupazione totale e l’anno prossimo il tasso di disoccupazione salirà al 9%, un valore analogo a quello del 2001, dal 6,1%di minimo toccato nel 2007. Se si considerano anche le persone in cassa integrazione che quindi conservano formalmente il rapporto d’impiego, nel biennio considerato le unità di lavoro a tempo pieno calano del 2,8% (con 867 mila posti in meno)
Fortunatamente, nonostante la crisi, una buona notizia c’è. Grazie a tassi di interesse più bassi e ad una bolletta energetica più leggera, le famiglie italiane potranno infatti risparmiare fino a 4.000 euro l’anno. In particolare, spiega Confindustria, la discesa dei prezzi dei prodotti energetici consentirà alle famiglie di risparmiare 850 euro l’anno per le bollette. E complessivamente il risparmio energetico per l’Italia sarà pari a 35 miliardi di euro. Grazie al calo dei tassi d’interesse, invece, le famiglie italiane che hanno mutui ipotecari risparmieranno in media 3.200 euro.
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Metà dei 4,4 milioni di americani disoccupati ha perso il lavoro dopo la sua elezione. E l’indice di borsa Dow Jones è calato del 20 per cento dal giorno del suo insediamento. Forse è ancora presto per chiamarla la recessione di Barack Obama, come l’ha definita il Wall Street Journal. Ma certo i dubbi sulla politica economica della nuova amministrazione non si limitano più al canale finanziario Cnbc, dove il popolare guru democratico della finanza Jim Cramer aizza i telespettatori contro “timid Timmy”, come lui chiama Tim Geithner, il criticatissimo segretario del Tesoro. Anche tra banchieri e top manager, petrolieri e agenti immobiliari monta la protesta contro il piano di salvataggio del sistema finanziario e contro il budget da 3.600 miliardi di dollari di Obama, che secondo i critici non garantisce il risanamento dell’economia. Ecco i temi più discussi.
Il piano finanziario non funziona
Forse il problema è di tono, come nota Edward Yingling, direttore dell’associazione bancaria Usa: “L’incapacità di distinguere tra Wall Street e le migliaia di piccoli istituti di credito sani sta distruggendo la fiducia nell’intero sistema bancario”. Forse si tratta di una mera questione di interesse: i democratici chiedono l’abolizione del bonus per i 20 dirigenti più pagati nelle banche che ricevono aiuti dal governo, e di tassare le commissioni degli hedge fund come se fossero reddito normale (ora l’aliquota è del 15 per cento). Ma c’è pure chi pensa che ad affondare la borsa sia proprio il tentativo di salvare grandi istituti come la Citigroup (il cui titolo è precipitato sotto 1 dollaro dopo avere ricevuto 45 miliardi) o il gigante Aig (che lotta per sopravvivere dopo avere ricevuto 150 miliardi). Nel suo budget Obama ha previsto altri 700 miliardi in aiuti, che si aggiungono ai 750 già versati.
Assistenza (in perdita) a tutti
Circa 46 milioni di americani vivono senza assicurazione sanitaria, perché non possono permettersela: negli ultimi otto anni il costo di una polizza è cresciuto a velocità quadrupla rispetto ai salari medi, e chi perde il lavoro di solito deve anche rinunciare al dentista. Pochi sono quindi pronti a mettere in discussione la necessità di una riforma per cui Obama ha stanziato circa 634 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. La metà verrà da aumenti delle tasse ai più ricchi, la metà da tagli nei rimborsi del Medicare (la sanità pubblica) a compagnie farmaceutiche e assicurazioni. Che hanno scatenato in Congresso i loro lobbisti, forti dei dati di economisti come Michael Tanner del Cato Institute, secondo cui per le assicurazioni private sarà impossibile fare fronte alla concorrenza della sanità pubblica. E c’è chi teme che alla fine a soffrire sarà proprio la qualità del sistema sanitario: oggi gli ospedali americani hanno margini di profitto del 48 per cento sui pazienti assicurati privatamente, mentre perdono circa il 44 per cento su ogni trattamento coperto dallo stato.
Meno deduzioni sui mutui
Obama ha promesso tagli delle tasse per il 95 per cento della popolazione attraverso un credito di imposta di 400 dollari per i singoli e 800 per le famiglie. Ma a suscitare polemiche sono gli effetti indesiderati che potrebbe avere l’aumento delle tasse previsto a partire dal 2011 per le famiglie che hanno un reddito superiore ai 250 mila dollari e i singoli che guadagnano 200 mila dollari. La Casa Bianca vuole un aumento dell’aliquota massima dal 35 al 39,6 per cento e un aggiustamento dell’imposizione sui capital gain dal 15 al 20 per cento. Ma per finanziare la sua riforma sanitaria e il programma di aiuti ai proprietari di casa Obama ha anche proposto di limitare la possibilità di dedurre dal proprio reddito gli interessi sulle rate del mutuo, una facilitazione che secondo gli economisti della Casa Bianca ha concorso alla creazione della bolla immobiliare. Gli stessi democratici si oppongono a questa misura, che ha scatenato la reazione della National association of realtors, l’associazione nazionale degli agenti immobiliari, secondo i quali c’è il rischio di bloccare la ripresa del mercato della casa.
Petrolieri anti green economy
I lobbisti dell’American petroleum institute promettono battaglia: secondo loro, Obama mette a repentaglio 6 milioni di posti di lavoro eliminando le deduzioni di cui si sono finora giovate le aziende energetiche che operano nel Golfo del Messico. “Il risultato sarà aumentare le importazioni dal Medio Oriente che la nuova amministrazione vorrebbe ridurre” dice Mark Kibbe, portavoce dell’istituto. Nel suo budget il presidente propone di ridurre entro il 2050 le emissioni inquinanti a un livello inferiore dell’83 per cento rispetto a quello riscontrato nel 2005. Per farlo la nuova amministrazione intende mettere all’asta i permessi per emettere inquinanti, con un costo che verrà fissato tra i 13 e i 20 dollari a tonnellata di anidride carbonica, raccogliendo dalle imprese circa 646 miliardi entro il 2019. L’obiezione dei critici: i costi ricadrebbero inevitabilmente sui consumatori, con un aumento della bolletta energetica del 7 per cento in media, ancora più alto negli stati del Midwest dove forte è l’uso del carbone.

I rischi del “buy American”
“La nostra fiducia nel commercio internazionale è a pezzi” ha detto Max Baucus, senatore democratico del Montana, uno dei sostenitori della clausola sull’acquisto di beni prodotti negli Stati Uniti inserita nel programma di stimolo dell’economia. Ma per riportare posti di lavoro negli Stati Uniti Obama intende anche agire a livello fiscale, eliminando la possibilità di dilazionare il pagamento delle tasse sul reddito prodotto all’estero dalle imprese. “È una normativa che finirà per ostacolare la competitività delle multinazionali americane” obietta John Castellani, presidente del Business Roundtable. Secondo i lobbisti come lui, i costi di produzione aumenterebbero al punto da rendere possibili scalate da parte di imprese concorrenti. Col paradossale risultato di perdere i posti di lavoro che l’amministrazione cerca di difendere.
Il VIDEO servizio: luna di miele finita per Obama?

Il dato peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale. Il Pil mondiale per la prima volta da quando viene monitorato dal Fmi non crescerà. “Il mondo è in recessione” ha detto il direttore generale del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss Kahn, in Tanzania per un summit con i ministri delle Finanze di 50 paesi africani.
Si tratta dell’ ennesima previsione negativa sull’economia nel 2009, dopo che ieri la Commissione Ue ha previsto 6 milioni di disoccupati in più in Europa nel corso dell’anno. “Ci si aspetta che il Pil mondiale rallenti sotto lo zero, per molti di noi è la peggior prestazione di sempre” ha affermato Strauss Kahn.
A suo giudizio la flessione degli interscambi mondiali e dei prezzi delle materie prime colpirà i Paesi più poveri, facendo crescere il rischio di conflitti politici e perfino di guerre. L’ultima stima ufficiale dell’istituto diffusa a gennaio prevedeva una crescita mondiale dello 0,5% per il 2009.
E la fine della tempesta è lontana anche per le banche, secondo Strauss Kahn: “le banche nel mondo rischiano di dover fronteggiare altre perdite, perché non tutte le attività a rischio sono ancora state rivelate” fa sapere il numero uno del Fmi alla Suddeutsche Zeitung, aggiungendo che secondo lui le nuove perdite bancarie corrisponderebbero ad una “grossa somma”. Già in molti, tra cui l’Ue, in vista del G20 di Londra, hanno chiesto di raddoppiare il fondo del Fondo per la crisi, portandolo da 250 a 500 miliardi di dollari.