
Non solo non c’è stato lo sbarco in Borsa come prevedeva la legge Gasparri, ma ora per la Rai potrebbe mettersi male anche dal punto di vista finanziario. A lanciare l’allarme è stato lo stesso direttore generale della tv pubblica, Claudio Cappon, ascoltato dalla Commissione Vigilanza Rai: “Se andiamo avanti con una logica di produzione inerziale” ha detto Cappon “siamo di fronte al rischio reale di declino economico”.
Dati alla mano, afferma il dg Rai: “Il primato delle tv generaliste è stato già messo in discussione. Basti pensare che, in un giorno medio, il 17% dei telespettatori non guarda né la Rai né Mediaset”. Inoltre la raccolta pubblicitaria è rimasta pressoché stabile per la televisione generalista, mentre è salita del 90% per i canali satellitari e del 160% per Internet.
La Rai ha cercato di mettere una pezza a questa situazione con il nuovo piano industriale che, come afferma Cappon: “Introduce un elemento di discontinuità che deve riflettersi anche sulla qualità dei programmi, tema allo studio del cda che sta analizzando la politica editoriale della nuova Rai”. Tutto sembrerebbe andare per il verso giusto se non fosse che proprio quel cda che sta rifacendo il palinsesto della Rai è nell’occhio del ciclone.
A cominciare dal presidente, Claudio Petruccioli, sfiduciato dalla commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai e dall’ex consigliere, Angelo Maria Petroni, che è ancora alle perse con la battaglia legale per la nomina, al suo posto, di Fabiano Fabiani.
Nomina che ha mandato su tutte le furie l’opposizione. Questa sarebbe dovuta essere la settimana decisiva per riportare la legalità nell’organo di gestione della tv pubblica. Ma molto probabilmente neanche in questi giorni succederà nulla, come se niente sia successo.
Un pronunciamento quello su Petruccioli che rappresenta un chiaro segnale politico, sia verso il gradimento del presidente Rai che verso la tenuta della maggioranza, ma non ha valore vincolante e non obbliga il presidente a farsi da parte. Palazzo Chigi è rimasto fermo sulla linea che, nonostante il voto della Vigilanza, non si pongono conseguenze. Cioè Petruccioli continua a tenersi stretta la poltrona, forte dell’appoggio che il premier Romano Prodi continua a manifestargli. Anche perché le redini dell’azionista Rai, il Tesoro, sono in mano al ministro Tommaso Padoa-Schioppa, che di Prodi è amico: sonni tranquilli per Petruccioli, quindi.
Anzi la maggioranza sta anche lavorando alle modifiche sul tetto agli stipendi dei dipendenti pubblici, che interesserebbe anche i vertici della Rai e gli artisti che lavorano per le emittenti pubbliche.
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Per avere la misura di quali conseguenze potrebbe avere sul mercato televisivo la vendita di Endemol a un consorzio capitanato da Mediaset (per 293 miliardi di euro), basta dare una breve scorsa all’elenco di programmi, soap, game show e fiction targati Endemol che sono stati trasmessi in questi anni in televisione.
Di qualunque tipo: privata, pubblica, digitale, italiana, internazionale. Non c’è canale televisivo, in sostanza, che non si affidi a Endemol - un colosso presente in 25 Paesi e 5 continenti e capace di fatturare 117 milioni nel 2006 (+24,1%) - per realizzare parte rilevante della sua programmazione. E spesso quella di maggior successo, per lo meno in termini di audience(come il Grande Fratello, il più noto format tv della società olandese).
Gli effetti dell’operazione, che porterà Mediaset a diventare fornitrice di servizi tv, si faranno sentire in primis sulla Rai, legata a Endemol da un contratto, ha scritto (file pdf, ndr) nei giorni scorsi Giovanni Minoli, “molto favorevole per la casa di produzione e molto oneroso per la Rai”, che di fatto risulterebbe privatizzata, secondo il direttore di Rai Educational . Affermazioni contestate (file pdf, ndr) da Paolo Bassetti, presidente di Endemol Italia. Sempre Minoli vede in questa operazione non solo un rafforzamento dello storico concorrente, ma anche uno stimolo per la Rai. Reagire o morire. “Il re è nudo: bisogna darsi da fare. Altrimenti è l’inizio della fine”. Come? Il punto è questo. La parola d’ordine di Minoli, come di tanti altri, è “Rai-fondazione”. Ovvero ritorno a una produzione televisiva soprattutto interna, fondata sulla qualità e meno asservita ai format internazionali. Ipotesi futuribili e forse anche un po’ irrealistiche: il sogno di una Rai che fa da sé e ritorna a essere servizio pubblico è considerata utopistica dagli esperti del settore, almeno nel medio periodo. Del resto la rapidità con cui le società venditrici di contenuti tv (come la stessa Endemol o Magnolia) riescono a realizzare programmi di grande successo per i propri clienti è al momento irrangiungibile per i colossi televisivi. Una delle ipotesi che si fanno con più frequenza negli ambienti tv è che la Rai, per controbattere all’offensiva Mediaset, possa rescindere nel medio periodo i contratti con Endemol.
Ma sono solo voci. Per ora l’unica certezza è che il Biscione - assieme a Telecinco, Goldman Sachs e Cyrte - grazie all’acquisizione di Endemol, ha fatto un grande passo verso il futuro, anche digitale. E verso l’auto-produzione di programmi, sia pure attraverso società controllate. Fedele Confalonieri assicura che non userà Endemol per indebolire il suo competitor pubblico, ma i contorni dell’operazione sono ancora troppo indefiniti per sbilanciarsi in previsioni di lungo periodo.