
L'ingresso dell'Università Bocconi a Milano (Credits: Ap/La Presse)
di Maurizio Tortorella
Chissà come la prenderà il bocconiano Mario Monti. Il premier vuole abolire le giunte delle province e prevede di traslocarne entro il 2012 i dipendenti a regioni e comuni, risparmiando così 500 milioni di euro. Lo contraddice adesso proprio l’Università Bocconi, di cui Monti è stato presidente fino al momento in cui è andato a Palazzo Chigi. Continua

Il presidente del consiglio Mario Monti (Credits:ANSA/ GUIDO MONTANI)
Sgravi sull’Imu per tutti, ma in compenso spunta una patrimoniale sulla casa all’estero e ritornano le pensioni di anzianità. Il decreto, dopo una lunga trattativa, arriverà domani in aula, con la speranza di chiudere la partita prima di Natale sia alla Camera sia in Senato. Continua

Palazzo Valentini, la sede della provincia di Roma (Credits: ANSA)
Nel dilemma tra “province sì” e “province no” in voga nel nostro Paese ormai da qualche tempo, Monti si è schierato per un via di mezzo che, se da una prevede la sopravvivenza di questi enti da molti considerati inutili, dall’altra li trasforma radicalmente.
E la ragione di questa scelta è semplice. “Le province – spiega a Panorama.it Massimo Bordignon, economista dell’Università Cattolica ed esperto di enti locali – sono un’istituzione espressamente prevista dall’Art. 114 della Costituzione. Quindi per abolirle ci vuole una legge costituzionale. Monti ha fatto tutto ciò che era possibile fare con legge ordinaria per ridurne il peso amministrativo ed economico”. Continua

Una foto di repertorio della Corte dei conti (Ansa)
Una nota positiva e una negativa dai bilanci degli enti locali. Dall’esame della gestione finanziaria delle pubbliche amministrazioni, infatti, la Corte dei conti salva solo le regioni (e non tutte), ma boccia province e comuni. Continua

Credits: LaPresse
Regioni, province e comuni pesano in media 2.364 euro l’anno su ogni cittadino. Lo hanno calcolato i tecnici della Camera, elaborando i dati relativi al 2008 forniti dalla Copaff, la Commissione paritetica per il federalismo fiscale. In particolare, ogni italiano ha pagato in media 1.932 euro di tasse alle Regioni, 344 euro ai Comuni e 88 euro alle Province. Continua
La nuova Provincia Monza e Brianza non convince ancora gli artigiani. Il 25% della categoria è contrario, e il 24% è indifferente. La metà comunque si dichiara favorevole. È il risultato di un sondaggio commissionato dall’Unione degli artigiani: rivela malumori, ma anche attese che non vogliono restare senza risposta.
Quali sono le aspettative da soddisfare per la nuova Provincia? Per una persona su tre le questioni aperte riguardano le infrastrutture e la sicurezza. “È prioritaria la viabilità su strada: i trasporti su gomma sono un punto chiave per il commercio” ricorda Marco Accornero, presidente dell’Unione artigiani “e sono due i progetti che attendiamo in particolare: la Pedemontana e la tangenziale esterna per evitare il traffico di Milano”. Il rischio criminalità preoccupa il 30% degli intervistati: “Alcuni hanno subito rapine, ma è diffuso il furto di materie prime, come rame e legno, e di camion durante la notte. Un fenomeno che non arriva alle prime pagine dei giornali, ma che preoccupa i piccoli imprenditori. E aumenta la percezione di insicurezza, accresciuta dai timori per la propria famiglia” ricorda Accornero. Ma le priorità cambiano a seconda della dimensione dell’azienda: le più piccole mostrano più sensibilità per le politiche del lavoro, quelle più grandi invece avvertono i trasporti come esigenza primaria. L’ambiente è indicato come un argomento rilevante soprattutto dalle imprese con più di tre dipendenti.
Una questione a parte è quella della burocrazia: la metà degli intervistati chiede alla nuova Provincia di snellire le procedure. “C’è una diffidenza verso le pratiche amministrative: alcuni avvertono i livelli istituzionali come un intralcio o, peggio, come carrozzoni inutili” sottolinea il segretario dell’Unione artigiani. In particolare, le aziende più grandi chiedono politiche per promuovere la formazione e il lavoro sul territorio.

Sono tante. Anzi, tantissime. Quasi 5mila sparse in tutta Italia. Producono decisamente poco ma costano una fortuna. Sotto la lente di Unioncamere sono finite le società partecipate da Comuni, Province, Regioni e Comunità montane che sono state monitorate tra il 2003 e il 2005. In tre anni le municipalizzate, le cosiddette “local utility”, sono cresciute del 5,9 per cento e a farne le spese è stata soprattutto l’efficienza. Di pari passo è cresciuto il loro peso nel quadro economico nazionale e oggi rappresentano l’1,1 per cento dell’occupazione e l’1,2 per cento del Prodotto interno lordo. Un gigante che spesso schiaccia i cittadini a forza di rincari . Dal 1996 al 2006 le tariffe dei servizi pubblici locali (produzione di energia elettrica, gas e acqua, trasporti e gestione dei rifiuti), osserva Unioncamere, sono cresciute in media del 40%, ovvero il 15% in più dell’inflazione. Di contro il valore aggiunto per ogni addetto è di 60,6mila euro mentre nel totale Italia sfiora i 98mila euro. E ancora il costo del lavoro per addetto è di 42,3mila euro mentre in media nel Paese è di 41,9mila.
La dimensione media delle imprese, calcolata sulla base dell’occupazione, risulta piuttosto elevata: 68 addetti. Tra partecipate e controllate esiste un sensibile scarto dimensionale. Sono, infatti, mediamente 87 gli addetti delle imprese controllate, con il Mezzogiorno che arriva a 105 ed il Centro-Nord che si attesta a 82. Forte tendenza alla crescita dei lavoratori nelle controllate del Sud: tra il 2003 e il 2005 l’incremento occupazionale ha raggiunto la quota complessiva del + 20,9%, mentre l’aumento a livello nazionale ha superato il 10%.
Forte è la disparità tra Centro-Nord e Sud quanto a produttività del lavoro. L’indice è cresciuto complessivamente dal 10,5% nel triennio considerato. Ma al Sud l’incremento è stato del 4,4%, mentre al Centro-nord ha superato il 12%. Gli utili delle società partecipate da Comuni, Province, Regioni e Comunità montane si sono attestati poco al di sotto di 1,5 miliardi di euro nel 2005, grazie soprattutto ai buoni risultati ottenuti nella produzione e distribuzione di energia elettrica, nei servizi idrici, nella fornitura di gas e nei trasporti. Ma se alla fine si tiene conto dei contributi erogati dagli enti locali, dallo Stato e dall’Unione europea nello stesso anno emerge che, al netto di queste erogazioni, il complesso dei bilanci delle società controllate si sarebbe chiuso con una perdita pari a circa 975 milioni di euro.
E nel 2007 qual’è stata la sorte delle municipalizzate? Secondo le stime di Unioncamere l’84% delle società partecipate individuate nel 2005 era ancora attiva alla fine di novembre scorso. Le altre società, invece, sono entrate in liquidazione, in fallimento o sono cessate (in totale 248). Oppure sono diventate inattive o hanno comunque visto l’uscita degli enti locali tra gli azionisti.
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